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#1 (permalink) |
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Member
Data registrazione: Apr 2005
Messaggi: 970
Popolarità: 27800287 ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() |
Libri da leggere - nuovi consigli - Aggiungete i vostri please...
Dopo la serie di letture interessanti postate dai frequentatori del forum qualche mese fa, mi trovo ad aver letto tutto o quasi quello che ritenevo interessante.
Allora, forza, suggerite qualche libro di interesse per i frequentatori di Macroeconomia! |
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#3 (permalink) | |
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Data registrazione: Mar 2008
Messaggi: 5,444
Popolarità: 42949677 ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() |
Citazione:
di Raj Patel Feltrinelli, ottobre 2008 dove si descrive il mondo reale, nel quale accadono cose che i manuali di economia non prevedono. |
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#4 (permalink) |
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Member
Data registrazione: Nov 2008
Messaggi: 609
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“La grande depressione” di Murray N. Rothbard, accompagnato da una densa introduzione di Lorenzo Infantino, Rubbettino editore.
E' il più interessante regalo natalizio che potresti (potreste) ricevere. |
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#6 (permalink) |
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Member
Data registrazione: Mar 2008
Messaggi: 5,444
Popolarità: 42949677 ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() |
CATTIVI SAMARITANI
Il mito del libero mercato e l’economia globale di Ha-Joon Chang (estratto) Nella storia ufficiale della globalizzazione, gli anni immediatamente successivi al secondo conflitto mondiale vengono descritti come un periodo di globalizzazione incompleta. La tesi è che mentre si assisteva alla crescente integrazione tra i paesi ricchi, che accelerarono la loro crescita, la maggior parte di quelli in via di sviluppo si rifiutò di prendere pienamente parte all’economia globale fino agli anni Ottanta, voltando così le spalle al progresso economico. Tale versione non fornisce una ricostruzione fedele del processo di globalizzazione dei paesi ricchi in quel periodo. Tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta questi abbassarono sì in maniera significativa le loro barriere doganali, ma al tempo stesso ricorsero a molte politiche nazionaliste per promuovere il proprio sviluppo economico: sovvenzioni (soprattutto per ricerca e sviluppo), imprese a proprietà statale, direttive governative per i crediti bancari, controlli sui capitali e così via. Quando iniziarono a mettere in atto i programmi neoliberisti, il tasso di crescita decelerò. Negli anni Sessanta e Settanta, il reddito pro capite nei paesi ricchi crebbe del 3,2 per cento all’anno, ma il tasso di crescita calò al 2,1 per cento nei due decenni successivi. Ancora meno fedele è la ricostruzione dell’esperienza dei paesi in via di sviluppo. Il periodo postbellico viene descritto dagli storici ufficiali della globalizzazione come un’era di disastro economico. Infatti, a loro parere, questi paesi si affidarono teorie economiche «sbagliate», che li indussero a pensare di poter sfidare la logica del mercato. Di conseguenza, soppressero le attività in cui erano versati (agricoltura, estrazione di minerali e industrie a uso intensivo di manodopera) per promuovere «cattedrali nel deserto» che erano motivo d’orgoglio ma non avevano senso da un punto di vista economico; l’esempio più notorio fu la pesantemente sussidiata produzione di jet in Indonesia. Il diritto alla «protezione asimmetrica» che i paesi in via di sviluppo ottennero dal GATT nel 1964 è stata descritta come «il proverbiale cappio con cui impiccare la propria economia» in un noto articolo di Jeffrey Sachs e Andrew Warner. Gustave Franco, presidente della banca centrale brasiliana dal 1997 al 1999, affermò esattamente la stessa cosa in maniera più succinta e cruda quando disse che l’obiettivo della sua politica era «far piazza pulita di quarant’anni di stupidità» e che la sola scelta possibile era tra «essere neoliberisti o neo******». Il problema di questa interpretazione è che i «brutti tempi andati» nei paesi in via di sviluppo non erano poi così male. Negli anni Sessanta e Settanta, quando perseguivano le politiche «sbagliate» di protezionismo e intervento statale, il reddito pro capite crebbe del 3 per cento all’anno. Come uno stimato collega, il professor Ajit Singh, ha sottolineato, questo periodo corrisponde alla «rivoluzione industriale del TerzoMondo ». Si tratta di un tasso di crescita assai superiore a quello registrato mediante il libero scambio durante «l’età dell’imperialismo» ed esce bene anche dal confronto con il tasso riportato dai paesi ricchi durante la rivoluzione industriale del XIX secolo, pari all’1-1,5 per cento. Inoltre continua a essere il risultato migliore storicamente conseguito dalle economie non occidentali. A partire dagli anni Ottanta, cioè dopo l’adozione delle politiche neoliberiste, sono cresciute a una velocità dimezzata rispetto ai due decenni precedenti (1,7 per cento). Nello stesso periodo, la crescita ha registrato un rallentamento anche nei paesi ricchi, ma meno pronunciato (dal 3,2 al 2,1 per cento), non ultimo perché hanno introdotto le politiche neoliberiste in maniera meno pronunciata ed estesa di quanto non abbiano fatto le nazioni in via di sviluppo. Il tasso medio di crescita di queste ultime scenderebbe ancor di più se escludessimo Cina e India. E i due paesi – cui va ascritto il 12 per cento del reddito totale prodotto dai paesi in via di sviluppo nel 1980 e il 30 per cento nel 2000 – si sono finora rifiutati di indossare la camicia di forza dorata cara a Thomas Firedman. Il fallimento è stato particolarmente significativo in America Latina e in Africa dove i programmi neoliberisti sono stati adottati in maniera molto più estesa che in Asia. Negli anni Sessanta e Settanta il reddito pro capite in America Latina cresceva del 3,1 per cento all’anno, percentuale leggermente superiore alla media dei paesi in via di sviluppo. Era soprattutto il Brasile a crescere a un tasso paragonabile a quello delle economie del miracolo asiatico. Tuttavia, a partire dagli anni Ottanta, quando abbracciò le politiche neoliberiste, l’America Latina è cresciuta a un ritmo pari a un terzo di quello registrato nei «brutti tempi andati». Anche se consideriamo gli anni Ottanta come decennio di aggiustamento e li togliamo dall’equazione, durante gli anni Novanta il reddito pro capite nella regione è cresciuto a un ritmo dimezzato rispetto a quello dei «brutti tempi andati» (3,1 contro 1,7 per cento). Tra il 2000 e il 2005 le cose sono andate ancora peggio: l’America Latina è rimasta virtualmente ferma con un reddito pro capite che ha registrato un aumento di solo 0,6 per cento all’anno. Per quanto riguarda l’Africa, il suo reddito pro capite è cresciuto in modo relativamente lento anche negli anni Sessanta e Settanta (1-2 per cento l’anno). Ma a partire dagli anni Ottanta, il continente africano ha registrato un declino dei suoi standard di vita. Questi dati emettono un verdetto di condanna nei confronti dell’ortodossia neoliberista, considerato che nel- l’ultimo quarto di secolo la maggior parte delle economie africane è stata in pratica gestita dal Fondo Monetario e dalla Banca Mondiale. I risultati deludenti registrati dalla globalizzazione neoliberista a partire dagli anni Ottanta in termini di crescita sono fonte di grande imbarazzo. Obiettivo dichiarato delle riforme neoliberiste era l’accelerazione della crescita, se necessario a spese di una maggiore disuguaglianza sociale ed eventualmente di un aumento della povertà. Ci è stato detto più volte che bisognava prima «creare più ricchezza» per poi poterla distribuire a un maggior numero di persone e che il neoliberismo era il modo per farlo. Invece, come previsto, le disparità di reddito sono aumentate nella maggior parte dei paesi, ma la crescita ha registrato un rallentamento significativo. Inoltre, sotto il predominio neoliberista l’instabilità economica si è fatta molto più marcata. Il mondo, soprattutto quello in via di sviluppo, a partire dagli anni Ottanta ha vissuto crisi finanziarie più frequenti e su più vasta scala. In altre parole, la globalizzazione neoliberista ha fallito su tutti i fronti della vita economica: crescita, uguaglianza, stabilità. Ciononostante, ci viene costantemente ripetuto che la globalizzazione neoliberista ha portato benefici mai visti prima. La distorsione dei fatti nella storia ufficiale della globalizzazione è evidente anche a livello di singoli paesi. Contrariamente a quello che l’ortodossia vorrebbe farci credere, a partire dalla seconda guerra mondiale praticamente tutti i paesi in via di sviluppo che hanno mietuto successi hanno inizialmente adottato politiche nazionaliste, ricorrendo al protezionismo, alle sovvenzioni alle imprese e ad altre forme di intervento statale. |
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Data registrazione: Nov 2008
Messaggi: 609
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Citazione:
I liberisti? Forse hai scelto un estratto in cui il sig. Ha-Joon Chang non lo spiega ai suoi lettori, e se non lo fa avrebbe dovuto farlo. Dei neoliberisti, poi, l'autore del libro non dovrebbe parlare come se fossero i "vecchi" liberisti vestiti a nuovo; sotto tale sigla si nascondono infatti infimi personaggi che tutto sono tranne che liberisti. La storia lo insegna ed un ideologia pure! |
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