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Vecchio 26-11-08, 23:45   #1 (permalink)
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L'avatar di Pietro da Trento
 
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Dopo la serie di letture interessanti postate dai frequentatori del forum qualche mese fa, mi trovo ad aver letto tutto o quasi quello che ritenevo interessante.

Allora, forza, suggerite qualche libro di interesse per i frequentatori di Macroeconomia!
Pietro da Trento non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 26-11-08, 23:56   #2 (permalink)
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euroschiavi

avv. marco della luna

arianna editrice

aiuta a capire questo momento e come si evolvera'
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Vecchio 27-11-08, 00:00   #3 (permalink)
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L'avatar di San Siro
 
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Originalmente inviato da Pietro da Trento Visualizza messaggio
Dopo la serie di letture interessanti postate dai frequentatori del forum qualche mese fa, mi trovo ad aver letto tutto o quasi quello che ritenevo interessante.

Allora, forza, suggerite qualche libro di interesse per i frequentatori di Macroeconomia!
I PADRONI DEL CIBO

di Raj Patel

Feltrinelli, ottobre 2008

dove si descrive il mondo reale, nel quale accadono cose che i manuali di economia non prevedono.
San Siro non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 27-11-08, 11:55   #4 (permalink)
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L'avatar di oiggas
 
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“La grande depressione” di Murray N. Rothbard, accompagnato da una densa introduzione di Lorenzo Infantino, Rubbettino editore.

E' il più interessante regalo natalizio che potresti (potreste) ricevere.
oiggas non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 28-11-08, 00:11   #5 (permalink)
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Invia un messaggio tramite Skype™ a Antonio.Mazzone
Il mio preferito: "Il Cigno Nero" di Nassim Nicholas Taleb
Edizioni Il Saggiatore - 18,00 euro

Un testo illuminante, mai scontato e leggibilissimo.
Saluti.
Antonio.Mazzone non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 29-11-08, 01:08   #6 (permalink)
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L'avatar di San Siro
 
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CATTIVI SAMARITANI
Il mito del libero mercato e l’economia globale


di Ha-Joon Chang

(estratto)

Nella storia ufficiale della globalizzazione, gli anni immediatamente
successivi al secondo conflitto mondiale vengono descritti come un
periodo di globalizzazione incompleta. La tesi è che mentre si assisteva
alla crescente integrazione tra i paesi ricchi, che accelerarono la loro
crescita, la maggior parte di quelli in via di sviluppo si rifiutò di prendere
pienamente parte all’economia globale fino agli anni Ottanta, voltando
così le spalle al progresso economico.
Tale versione non fornisce una ricostruzione fedele del processo di
globalizzazione dei paesi ricchi in quel periodo. Tra gli anni Cinquanta
e gli anni Settanta questi abbassarono sì in maniera significativa le loro
barriere doganali, ma al tempo stesso ricorsero a molte politiche nazionaliste
per promuovere il proprio sviluppo economico: sovvenzioni
(soprattutto per ricerca e sviluppo), imprese a proprietà statale, direttive
governative per i crediti bancari, controlli sui capitali e così via.
Quando iniziarono a mettere in atto i programmi neoliberisti, il tasso
di crescita decelerò. Negli anni Sessanta e Settanta, il reddito pro capite
nei paesi ricchi crebbe del 3,2 per cento all’anno, ma il tasso di crescita
calò al 2,1 per cento nei due decenni successivi.
Ancora meno fedele è la ricostruzione dell’esperienza dei paesi in
via di sviluppo. Il periodo postbellico viene descritto dagli storici ufficiali
della globalizzazione come un’era di disastro economico. Infatti,
a loro parere, questi paesi si affidarono teorie economiche «sbagliate»,
che li indussero a pensare di poter sfidare la logica del mercato. Di conseguenza,
soppressero le attività in cui erano versati (agricoltura, estrazione
di minerali e industrie a uso intensivo di manodopera) per promuovere
«cattedrali nel deserto» che erano motivo d’orgoglio ma non
avevano senso da un punto di vista economico; l’esempio più notorio
fu la pesantemente sussidiata produzione di jet in Indonesia.
Il diritto alla «protezione asimmetrica» che i paesi in via di sviluppo
ottennero dal GATT nel 1964 è stata descritta come «il proverbiale cappio
con cui impiccare la propria economia» in un noto articolo di Jeffrey
Sachs e Andrew Warner. Gustave Franco, presidente della banca
centrale brasiliana dal 1997 al 1999, affermò esattamente la stessa cosa
in maniera più succinta e cruda quando disse che l’obiettivo della sua
politica era «far piazza pulita di quarant’anni di stupidità» e che la sola
scelta possibile era tra «essere neoliberisti o neo******».
Il problema di questa interpretazione è che i «brutti tempi andati»
nei paesi in via di sviluppo non erano poi così male. Negli anni Sessanta
e Settanta, quando perseguivano le politiche «sbagliate» di protezionismo
e intervento statale, il reddito pro capite crebbe del 3 per cento all’anno. Come uno stimato collega, il professor Ajit Singh, ha sottolineato,
questo periodo corrisponde alla «rivoluzione industriale del TerzoMondo
». Si tratta di un tasso di crescita assai superiore a quello registrato
mediante il libero scambio durante «l’età dell’imperialismo» ed
esce bene anche dal confronto con il tasso riportato dai paesi ricchi
durante la rivoluzione industriale del XIX secolo, pari all’1-1,5 per cento.
Inoltre continua a essere il risultato migliore storicamente conseguito
dalle economie non occidentali. A partire dagli anni Ottanta, cioè
dopo l’adozione delle politiche neoliberiste, sono cresciute a una velocità
dimezzata rispetto ai due decenni precedenti (1,7 per cento). Nello
stesso periodo, la crescita ha registrato un rallentamento anche nei paesi
ricchi, ma meno pronunciato (dal 3,2 al 2,1 per cento), non ultimo
perché hanno introdotto le politiche neoliberiste in maniera meno
pronunciata ed estesa di quanto non abbiano fatto le nazioni in via di
sviluppo. Il tasso medio di crescita di queste ultime scenderebbe ancor
di più se escludessimo Cina e India. E i due paesi – cui va ascritto il 12
per cento del reddito totale prodotto dai paesi in via di sviluppo nel
1980 e il 30 per cento nel 2000 – si sono finora rifiutati di indossare la
camicia di forza dorata cara a Thomas Firedman.
Il fallimento è stato particolarmente significativo in America Latina
e in Africa dove i programmi neoliberisti sono stati adottati in maniera
molto più estesa che in Asia. Negli anni Sessanta e Settanta il reddito
pro capite in America Latina cresceva del 3,1 per cento all’anno, percentuale
leggermente superiore alla media dei paesi in via di sviluppo.
Era soprattutto il Brasile a crescere a un tasso paragonabile a quello delle
economie del miracolo asiatico. Tuttavia, a partire dagli anni Ottanta,
quando abbracciò le politiche neoliberiste, l’America Latina è cresciuta
a un ritmo pari a un terzo di quello registrato nei «brutti tempi
andati». Anche se consideriamo gli anni Ottanta come decennio di
aggiustamento e li togliamo dall’equazione, durante gli anni Novanta
il reddito pro capite nella regione è cresciuto a un ritmo dimezzato
rispetto a quello dei «brutti tempi andati» (3,1 contro 1,7 per cento).
Tra il 2000 e il 2005 le cose sono andate ancora peggio: l’America Latina
è rimasta virtualmente ferma con un reddito pro capite che ha registrato
un aumento di solo 0,6 per cento all’anno. Per quanto riguarda
l’Africa, il suo reddito pro capite è cresciuto in modo relativamente
lento anche negli anni Sessanta e Settanta (1-2 per cento l’anno). Ma a
partire dagli anni Ottanta, il continente africano ha registrato un declino
dei suoi standard di vita. Questi dati emettono un verdetto di condanna
nei confronti dell’ortodossia neoliberista, considerato che nel-
l’ultimo quarto di secolo la maggior parte delle economie africane è
stata in pratica gestita dal Fondo Monetario e dalla Banca Mondiale.
I risultati deludenti registrati dalla globalizzazione neoliberista a partire
dagli anni Ottanta in termini di crescita sono fonte di grande imbarazzo.
Obiettivo dichiarato delle riforme neoliberiste era l’accelerazione
della crescita, se necessario a spese di una maggiore disuguaglianza
sociale ed eventualmente di un aumento della povertà. Ci è stato detto
più volte che bisognava prima «creare più ricchezza» per poi poterla
distribuire a un maggior numero di persone e che il neoliberismo era il
modo per farlo. Invece, come previsto, le disparità di reddito sono
aumentate nella maggior parte dei paesi, ma la crescita ha registrato un
rallentamento significativo.
Inoltre, sotto il predominio neoliberista l’instabilità economica si è
fatta molto più marcata. Il mondo, soprattutto quello in via di sviluppo,
a partire dagli anni Ottanta ha vissuto crisi finanziarie più frequenti
e su più vasta scala. In altre parole, la globalizzazione neoliberista ha
fallito su tutti i fronti della vita economica: crescita, uguaglianza, stabilità.
Ciononostante, ci viene costantemente ripetuto che la globalizzazione
neoliberista ha portato benefici mai visti prima.
La distorsione dei fatti nella storia ufficiale della globalizzazione è
evidente anche a livello di singoli paesi. Contrariamente a quello che
l’ortodossia vorrebbe farci credere, a partire dalla seconda guerra mondiale
praticamente tutti i paesi in via di sviluppo che hanno mietuto
successi hanno inizialmente adottato politiche nazionaliste, ricorrendo
al protezionismo, alle sovvenzioni alle imprese e ad altre forme di
intervento statale.
San Siro non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 29-11-08, 11:15   #7 (permalink)
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Citazione:
Questi dati emettono un verdetto di condanna
nei confronti dell’ortodossia neoliberista, considerato che nel-
l’ultimo quarto di secolo la maggior parte delle economie africane è
stata in pratica gestita dal Fondo Monetario e dalla Banca Mondiale.
Una piccola e forse insignificante considerazione: chi ha voluto fortemente il FMI e la BM?
I liberisti?
Forse hai scelto un estratto in cui il sig. Ha-Joon Chang non lo spiega ai suoi lettori, e se non lo fa avrebbe dovuto farlo.

Dei neoliberisti, poi, l'autore del libro non dovrebbe parlare come se fossero i "vecchi" liberisti vestiti a nuovo; sotto tale sigla si nascondono infatti infimi personaggi che tutto sono tranne che liberisti.
La storia lo insegna ed un ideologia pure!
oiggas non  è collegato   Rispondi citando
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