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Vecchio 15-11-08, 13:54   #1 (permalink)
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Il made in Italy che non c'è

L'italianità è senz'altro qualcosa che ci appartiene, e dunque va difeso e sviluppato. Tuttavia in questi anni il mondo degli "italiani all’estero" è diventato solo un cunicolo di vipere e di affaristi senza scrupoli, uno sterminato labirinto di millantatori, che hanno usurato degli ideali per i propri interessi. Oggi bisogna invece rilanciare l’imprenditoria italiana che ha le capacità per diffondersi nel mondo, partendo innanzitutto dalle risorse che i mercati e i governi esteri possono offrire.

Sentiamo sempre più spesso parlare di italicità, di italianità e ancora di "made in italy" come un bene che appartiene al popolo italiano e sul quale bisogna, dunque, bisogna investire. Lo Stato italiano cerca ormai da anni di colmare quella abissale lacuna della frammentazione del suo popolo a causa delle grandi migrazioni, e bisogna ammettere che ci riesce con risultati davvero scarsi, mentre il resto viene affidato spesso all’iniziativa individuale delle comunità che si vengono a creare. L’apparato istituzionale, il cosiddetto "Sistema Italia" ha delle risorse davvero minime rispetto al territorio che dovrebbe coprire, anche perché stiamo parlando dell’intero globo. Da questo punto di vista, l’Italia è uno dei pochi Stati al mondo, se non l’unico, ad avere una cittadinanza globale, che direttamente o indirettamente tende a rispecchiarsi nell'ideale dell’italianità. Un fenomeno opposto è invece la cosiddetta "fuga di cervelli", ossia il desiderio di fuggire da una realtà che non garantisce una dignitosa carriera o in certi casi la sostenibilità del tenore di vita. L’italiano all’estero è così l’incarnazione della storia e delle contraddizioni del nostro Paese, è l’impulso alla scoperta, al viaggio e all’esportazione di sapere e cultura, ma è anche il dolore del passato, il malessere del presente e l’insicurezza nel futuro. Su questo siamo tutti d’accordo: l’italianità ci appartiene ed è qualcosa da difendere. Ma cosa significa oggi essere italiano all'estero, e perchè si deve sempre parlare di italiani d’Argentina oppure degli italo-americani?

Sembra ormai inevitabile ridursi a parlare di sagre, di feste popolari della "Little Italy", ad organizzare tombolate, "partite di calcetto" e commemorazioni della "Ellis Island". Le Associazioni di italiani all’estero che si trovano nel continente americano, sono per la maggior parte iniziative di italiani di seconda o terza generazione, in qualche modo destinate a scomparire con l’allungarsi delle generazioni. La cultura e le tradizioni che cercano di tramandare ormai si sono disperse nella commistione di usi e costumi del luogo, creando così una lingua e dei riti che nei fatti non esistono in Italia, non appartengono alla cultura italiana come tutti noi la conosciamo. Anche se va loro il merito di aver ricostruito un’identità nazionale tutta personale, non si può costruire su queste comunità un legame con la "madre patria", né un ponte economico. Sono realtà chiuse, che nascono e muoiono all’interno degli stessi quartieri italiani, costruiti ai margini delle periferie delle metropoli. Le Camere di Commercio, gli Istituti ICE, i Consolati e le Ambasciate molto spesso non hanno alcun contatto con queste entità, che in qualche modo restano legati all’immagine che si sono costruiti.

Ancora diversa è poi la realtà degli "italiani" che all’estero hanno creato la loro ragione di vita, scrivendo libri sulle grandi emigrazioni, intavolando discussioni sulla politica e l’economia italiana quando sono stati i primi ad abbandonare il Paese. Si definiscono la ricchezza ripudiata dallo Stato, e molto spesso si traducono solo in grandi studiosi "del modo ideale di imbrogliare il prossimo". Chiedono che siano create scuole italiane per mantenere la cultura italiana, e allo stesso tempo sono contrari alla creazione nel di scuole straniere e di "commistioni" con gli immigrati nel loro Paese. In questi anni, abbiamo avuto molte esperienze di questi famosi patrioti, di questi grandi condottieri di prosciutti, di sagristi e esperti di "panettonate", che si fanno strada negli uffici dei Ministeri sulla falsa riga degli studi "per creare laboratori di intelligenze". Teorie trite e ritrite, manoscritti e carta straccia, che ritraggono solo frustrazioni di pseudo-globalizzazioni inesistenti, tutte belle "storie" che sono da sempre terreno fertile di tanti personaggi che marciano sull’italianità per interessi personali, un po’ per propaganda e speculazione fine a sé stessa, un po’ perché inconsapevolmente cavalcano cavalli di battaglia sbagliati. Anche nel mondo degli italiani all’estero, è stata dunque creata una sorta di lobby che ha ridotto quest’universo sterminato di cultura ed impresa, alle solite sceneggiate nostalgiche che da anni non aggiungono niente di nuovo e non contribuiscono allo sviluppo del Paese. Sul cosiddetto "made in italy" vi sono migliaia di processi in corso, battaglie e controversie per rivendicare la paternità nel nome, dei marchi e delle denominazioni.

La verità è che gli "italiani all’estero" finanziati dallo Stato non sono uniti, sono un cunicolo di vipere e di affaristi senza scrupoli, uno sterminato labirinto di millantatori, che mettono a ferro e fuoco i Ministeri solo per spillare quattro spiccioli allo Stato, come sempre moralmente ricattato per la sua inefficienza e la sua assenza. Il Ministero degli Italiani nel Mondo, così come la Farnesina, sono ormai inondati da progetti di data base, di media, di quotidiani, di piattaforme multimediali, di uffici di rappresentanza e di intermediazione. Possiamo però assicurarvi che ognuno di essi si sgonfia in un mero processo di copy and paste, di produzione di informazione fine e sé stessa, e solo nel migliore dei casi di esternalizzazione dei servizi ad entità private. Molte "aziende" che abbiamo avuto l’occasione di conoscere, oltre ad avere grandi buchi neri nei loro bilanci con milioni di euro di finanziamenti scomparsi, sono ancorate alle menzogne sul business italiano, che loro stessi hanno contribuito a distruggere.

Saremmo veramente curiosi di vedere cosa hanno fatto in tutti questi anni queste vacche grasse malaticce, vorremo anche conoscere le aziende che sono riusciti a crescere grazie a queste strutture. In realtà non c’è nulla dietro questa italicità, dietro questo "made in Italy" e l’associazionismo italiano. Molte spesso vi sono tante aziende straniere - cinesi, turche, greche, romene, inglesi, belgi - che usano questi marchi "italici" e hanno conquistano i mercati esteri : cosa ha fatto lo Stato italiano, con tutte le strutture che ha finanziato, per proteggere il vero "made in Italy" ed impedire che imprenditori esteri si potessero impossessare della nostra immagine. Un tempo, i muratori italiani andavano in giro per il mondo e aprivano ristoranti, e se alla fine dovevano servire "la pasta con il kechup" non aveva importanza, perché bisognava vendere. Oggi invece, il mercato della ristorazione all’estero è nelle mani di albanesi e romeni, che parlano benissimo l'italiano e, con le loro insegne italiche, hanno invaso il mercato. Dinanzi a tale situazione, oltre alle timide dichiarazioni di deputati degli italiani nel mondo, c’è il totale immobilismo ed indifferenza.

In realtà, dovremmo imparare dai francesi, dai tedeschi e dai russi, che entrano nei mercati esteri tramite società logistiche, avvocati, professionisti e consulenti, con le tecnologie e il loro sapere e le loro risorse. In un certo senso bisogna rilanciare l’imprenditoria italiana che ha la capacità e la forza di diffondersi nel mondo, traendo beneficio dalle risorse umane e materiali estere. Il potenziale strategico non va cercato negli italiani residenti in loco, ma nelle popolazioni indigene che condividono la cultura Italiana, e hanno un forte sentimento verso l’Italia. Da questo punto di vista, occorre concentrare l’attenzione sui mercati prossimi, vicini logisticamente con i quali è possibile sviluppare una rete di scambi immediata, indotta spontaneamente dalla specializzazione dell’economia. In questo, bisogna rifarsi alle vecchie teorie di Keynes e Ricardo, individuando nello scambio delle risorse il mezzo per coltivare "la ricchezza delle nazioni".
L’interscambio deve essere lo scopo ultimo dei progetti da realizzare, facendo ricorso a strumenti informatici, a servizi di intelligence economica, per creare infine delle Camera di Commercio transnazionali e virtuali. Progetti che devono essere controllati direttamente dalle alte Istituzioni dello Stato, come arma economica per la conquista dei mercati. Coordinando le strutture di sistema già esistenti, che non riescono a muoversi perché intrappolate nella loro stessa burocrazia, queste entità virtuali devono dare un reale supporto all'imprenditoria italiana utilizzando le strutture logistiche e i poteri locali. L’immagine delle imprese italiane dovrebbe essere di netto distacco rispetto al classico "made in italy", ridotto ai classici stereotipi del "prodotto tipico" , per ampliarsi alle conoscenze, alle tecnologie e ai modelli industriali dell’Italia.

ETLEBORO
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Vecchio 15-11-08, 19:36   #2 (permalink)
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Il Fisco italiano è tra i più pervasivi al mondo per le imprese. La pressione tributaria sulle società è tra le più alte e, più in generale, il numero di adempimenti e il tempo necessario a gestirli collocano l'Italia agli ultimi posti del panorama internazionale globale.

Nella classifica del "total tax rates", ovvero l'incidenza effettiva del carico fiscale e previdenziale sui profitti maturati ogni anno dalle imprese, l'Italia è ultima fra i paesi della Ue e 166esima su 181 paesi nel mondo, con una pressione impositiva che arriva al 73 per cento degli utili. Ma non è finita. L'Italia, infatti, è 128esima nella speciale classifica della semplicità degli adempimenti fiscali e contributivi e 133esima in quella delle ore necessarie a ottemperarvi.

E' questo il quadro tracciato nell'indagine «Paying Taxes 2009» realizzata da PricewaterhouseCoopers e da World Bank-Ifc sulla base del report del Gruppo World Bank dal titolo «Doing Business 2009» che ha analizzato i sistemi tributari di 181 paesi, per misurarne la semplicità e monitorare gli sforzi riformisti compiuti dai singoli Stati.

Dal focus relativo all'Italia, emerge come il peso dell'Ires sia in linea rispetto a quella dei principali paesi europei. Altrettanto può dirsi rispetto al numero di versamenti mediamente effettuati nel corso dell'anno. Quello che fa peggiorare il modello fiscale tricolore è l'Irap che rappresenta un'imposta anomala a livello internazionale e che pesa sul Total Tax Rate italiano fino all'8 per cento. Così se l'aliquota nominale delle imposte sui redditi delle società (Ires più Irap) è inferiore al 40%, a causa dell'indeducibilità del costo del lavoro e di oneri di varia natura (tra cui gli interessi passivi), quella effettiva supera il 50 per cento.

Il paese con il "total tax rates" più bassi sono: Vanuatu (8,4%), Maldive (9%), Qatar (11%), Kuwait (14,4%), Bahrain (15%), Zambia (16%) e Lesotho (18%).

Nella Ue i paesi leader per la semplicità dei pagamenti sono Irlanda, Danimarca, Lussemburgo e Regno Unito. In negativo, oltre all'Italia, solo Polonia e Romania hanno sistemi più complessi. Mentre tra i paesi del G8 primeggiano Gran Bretagna, Canada e Usa, e solo la Russia fa peggio dell'Italia.

Il numero medio delle imposte dovute dalla società-tipo varia poi da un'area geografica all'altra: da una media di poco più di 8 dei paesi dell'area Asean, fino ai 12 dei paesi in più forte crescita (Brasile, Russia, India e Cina). Anche nelle singole aree geografiche si rilevano forti differenze.

Nella Ue il numero delle imposte varia dai 5 della Svezia ai 16 dell'Austria.
I paesi che nel 2007/2008 hanno ridotto l'imposta sui redditi delle società sono stati: Albania, Antigua e Barbuda, Bosnia-Erzegovina, Burkina Faso, Canada, Cina, Costa d'Avorio, Repubblica Ceca, Danimarca, Repubblica Dominicana, Georgia, Germania, Italia, ex Repubblica Jugoslava di Macedonia, Madagascar, Malaysia, Marocco, Nuova Zelanda, Samoa, St.Vincent e Grenadine e Tailandia.

Il paese che ha realizzato più riforme fiscali nel 2007/2008 è stato la Repubblica Dominicana, la quale ha ridotto dal 30 al 25% l'aliquota dell'imposta sui redditi delle società, eliminato numerose imposte (compresa quella di bollo), ridotto l'imposta sui trasferimenti immobiliari e varato un iter online per presentare le dichiarazioni e pagare le imposte.

Ecco il vero made in italy si evade si tassa e si spreca!
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Vecchio 16-11-08, 15:24   #3 (permalink)
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io sono un italiano all'estero, mangio italiano e compro se possibile prodotti italiani ma ...
sapete che prodotti italiani si trovano all'estero ora:
Alimentari
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- formaggio (non molti tipi)
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Tecnologici
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- aggeggi per dentisti
- cucine a gas
- frigoriferi, lavatrici
- accessori cucina

Altro
- piastrelle
- accessori bagno
- lavelli, docce, vasche idromassaggio ecc...

Cosa non si riesce a trovare in molti paesi:
- autovetture italiane a prezzi italiani (sovratassate)
- i motorini della piaggio
- i vecchi e gloriosi computer olivetti

Purtroppo i prezzi sono fuori mercato e se dovessero essere competitivi l'euro dovrebbe essere svalutato almeno del 50%

Per un cittadino onesto non evadere in italia vuol dire esporsi al proprio fallimento economico

All'estero ora che c'è crisi economica mi hanno scontato la luce del 50% e l'acqua a gratis e pago una cifra ridicola di tasse. In pratica ho il doppio del potere di acquisto che avevo in italia con 3mila euro al mese

Da voi compatrioti in italy cosa fanno per aiutarvi se non arrivate a fine mese?
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Vecchio 16-11-08, 15:32   #4 (permalink)
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Se vuoi ti mando il link su dove puoi trovare piu' prodotti Italiani spediti direttamente sull'uscio di casa tua a BKK

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Vecchio 16-11-08, 15:37   #5 (permalink)
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ok

ma se c'è un negozio reale meglio

la tesco lotus, la big c e la carefour sono distributori di prodotti della europa, quello più fornito di prodotti francesi e italiani è la carefour
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Vecchio 16-11-08, 15:40   #6 (permalink)
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Ti diro', in Asia di solito quello che mi lascia perplesso e' la carne... Non e' buona a meno che non si riesca a trovare quella Australiana

I formaggi poi hanno tutti lo stesso sapore....
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Vecchio 16-11-08, 15:44   #7 (permalink)
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Ti diro', in Asia di solito quello che mi lascia perplesso e' la carne... Non e' buona a meno che non si riesca a trovare quella Australiana

I formaggi poi hanno tutti lo stesso sapore....

la carne buona la trovi al makro
comunque per quella ci vuole la cuoca brava
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Vecchio 16-11-08, 20:12   #8 (permalink)
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Se si esclude il settore Luxury, c'è poco altro di "made in Italy".
Ci sono troppe inefficienze per avere una solida leadership di costo e la capacità di innovare i prodotti non ci permette di poter chiedere un premium price.
Il nostro è un constesto di bravi artigiani che hanno visto crescere i propri volumi fino a diventare piccole imprese ma non hanno cambiato il modo di gestire la loro impresa.
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Vecchio 21-11-08, 17:53   #9 (permalink)
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Zoran Segina, editor at large for LA Car magazine, sought to make the point another way. Standing on the Maserati show floor, he grabbed a swatch of leather used in the car's interior, pressed it to his face, and took a deep whiff.
"This thing is zooming at about 140 miles per hour, 150, and you're in love," Segina said, pointing to one Maserati. "This is probably something you cannot write, but it has a lot of sexual connotation. It's Italian."
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Vecchio 24-11-08, 13:26   #10 (permalink)
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Zoran Segina, editor at large for LA Car magazine, sought to make the point another way. Standing on the Maserati show floor, he grabbed a swatch of leather used in the car's interior, pressed it to his face, and took a deep whiff.
"This thing is zooming at about 140 miles per hour, 150, and you're in love," Segina said, pointing to one Maserati. "This is probably something you cannot write, but it has a lot of sexual connotation. It's Italian."
Per il settore luxury è indubbiamente vero, ma per il resto c'è poco da vantarsi per il made in Italy
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