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per non dimenticare
Tutto il crollo minuto per minuto
Come oggi di nuovo, anche la crisi del 1929 fu lo scoppio di una bolla speculativa, conseguenza (come oggi) di una deregulation e di un estremo lassismo creditizio. Oggi, la causa sono i bassissimi tassi d’interesse sui debiti innescati da Greenspan, che hanno spinto ad indebitarsi eserciti di insolventi potenziali. Nel 1926, fu consentito a Wall Street di comprare azioni a credito, anticipando solo il 10% del dovuto. Se, poniamo, il tasso del debito era al 3% e le azioni salivano al 6%, chiunque credeva di poter giocare, guadagnare e - restituito il debito - tenere per sé ancora un profitto. Le dattilografe e i fattorini d’albergo cominciarono a indebitarsi con le banche per speculare in Borsa. Nell’aprile del ‘29 ci fu un aumento dei tassi, e per la prima volta fattorini e dattilografe non riescono a rimborsare gli interessi, divenuti ormai superiori ai profitti di Borsa; sono costretti a vendere i titoli per pagare i debiti, e così innescano la reazione a catena che porterà al crack dell’ottobre. Ma fino a quel Giovedì Nero, sono anni di bengodi: tutti sono ricchi a credito, esattamente come oggi i poveracci hanno potuto accendere un mutuo per case che non potevano permettersi. Dal 1926 al 1929 i corsi azionari aumentano del 120%, quasi la metà dell’aumento strepitoso segnato dalle azioni nell’intero decennio, dal 1921 (300%). Ma quel 300% corrisponde ad un aumento della produzione industriale, nel decennio, del solo 50%. Che importa? 5 SETTEMBRE - L’economista Roger Babson parlando a Wall Street lanciò un allarme: “Presto o tardi il crack arriverà. E quando arriverà sarà tremendo. Gli stabilimenti saranno chiusi, gli operai licenziati, il circolo vizioso diventerà inarrestabile.” 15 OTTOBRE - L’economista Irvin Fischer della Università di Harward, si ribellò a questa Cassandra: “Io invece prevedo che il mercato azionario sarà, entro pochi mesi, molto più alto di quanto non sia ora”. Charles Mitchell, presidente della National City Bank, ma anche direttore della Federal Reserve Bank di New York, confermò “La situazione industriale negli Stati Uniti é assolutamente solida, nulla può fermare il movimento positivo del mercato” 21 OTTOBRE - Si avvertono segni di nervosismo in Borsa. Si sono trattate 6 milioni di azioni e il continuo ribasso dei corsi inizia ad allarmare alcuni risparmiatori. Torna a parlare Fischer “E’ un bene!…il mercato finalmente si è scrollato di dosso la frangia lunatica degli speculatori”. (dimentica di dire che gli speculatori non sono i piccoli o medi risparmiatori, ma sono le stesse banche. Come vedremo) Il Presidente Hoover subito dopo rassicurò che “le attività economiche fondamentali del paese, ossia la produzione e la distribuzione delle merci, sono su basi solide e prospere”. Ma non parlò di Borsa; si disse su pressioni esercitate sulla Casa Bianca da influenti banchieri. (fiutando la bufera, i banchieri vogliono avere il tempo di vendere). Altrettanto va scrivendo il New York Times, che invece nelle settimane precedenti aveva ospitato articoli pessimistici come quello relativo alle affermazioni di Roger Babson. Cambia bandiera, e il primo giorno del crollo il N.Y.T. rincuora i risparmiatori e gli operatori in Borsa, affermando “Il mondo finanziario americano si sente sicuro nella consapevolezza che le più potenti banche del paese sono pronte a intervenire per impedire il panico”. 22 OTTOBRE - Martedì, a inizio seduta, quella “frangia scrollata di dosso” del giorno prima, aveva già allarmato alcuni speculatori che iniziarono a vendere. Intervenne allora il Mitchel citato già sopra (della Federal Reserve), che con un gruppo di banchieri decise di intervenire per frenare il ribasso acquistando alcuni corposi pacchetti per sostenere i corsi. L’allarme a fine seduta sembrava cessato. 23 OTTOBRE - Ma la mattina dopo, il 23 ottobre mercoledì, i primi a vendere furono alcuni operatori; quelli che operavano con i margin (comprando cioè le azioni a credito e pagando un anticipo in contanti pari a solo il 10% del loro valore nominale). Per non correre ulteriori rischi, cercavano di affrettarsi a incassare, correvano a vendere a rotta di collo per colmare l’enorme differenza che si andava creando di ora in ora fra il valore delle azioni comprate allo scoperto nei giorni precedenti (ancora da saldare) e la quotazione sempre più bassa del titolo che la telescrivente senza pietà registrava. A fine seduta qualcuno già ci aveva rimesso le penne, e nemmeno un miracolo sarebbe riuscito a tappare tutti i buchi di quel grande colabrodo che loro stessi con tanta disinvoltura avevano creato. Ma fuori, pochi ancora sapevano del dramma che stava per compiersi. Ma la notizia iniziò a diffondersi, molti non dormirono la notte, la passarono a fare concitate telefonate (New York nel 1929 contava già 1.702.889 telefoni (6 volte l’intera Italia). E chi possedeva azioni aveva anche il telefono! In quella notte diventò rovente. 24 OTTOBRE - Il giovedì nero - Prima dell’apertura, ora molti sapevano, la notizia si era diffusa per tutta New York. Al mattino davanti alla Borsa si era radunata un gran rumorosa folla. Vera o falsa qualcuno sparse la voce che nella notte si erano già suicidati undici noti speculatori. Inizia il panico, la ressa, il timore di restare con un pugno di mosche in mano, inizia la psicosi della rovina. A metà mattinata c’era già il caos, dopo aver segnato un punto del non ritorno, si tocca il punto di collasso. Nell’aula della Borsa gli agenti cadevano in deliquio; altri uscivano dal palazzo urlando come presi da pazzia, mentre fuori, in Wall Street, la folla dei piccoli speculatori faceva ressa piangendo e gridando ad ogni notizia che segnava il polverizzarsi di patrimoni. Il vocio di migliaia di persone davanti alla borsa era ormai diventato un chiasso assordante. Ma ad un tratto scese un silenzio tombale dall’alto, infatti, tutti si misero a guardare in su. Dal tetto di un palazzo di fronte di dieci piani, si sporgeva un uomo; un altro suicidio? un’altra tragedia? un altro agente rovinato? Attimi di gelo nelle vene. Ma era semplicemente un carpentiere che dal tetto dove lavorava si era affacciato per curiosità nel sentire sotto tutto quel baccano. La psicosi del dramma aveva fatto il resto. Ma il brutto doveva ancora accadere. Il giovedì 24 era stato nero (ed è questo passato alla storia), ma è la giornata del martedì del martedi 29 ottobre che fu infausto, e a distanza di anni economisti premi Nobel come Paul Samuelson preferiscono datare il collasso della Borsa in questo giorno, e non il 24. Ma anche se gli economisti tra di loro non sono d’accordo sul cavillo cronologico, sono tutti d’accordo nel sostenere che dal 24 al 29 il più grave disastro finanziario della storia si poteva evitare. Economisti e politici approfondendo gli studi, additano i grandi cinici banchieri corresponsabili, se non proprio i colpevoli, del crack; e questo per la politica del credito facile da essi perseguita nei confronti della speculazione (8,5 miliardi di dollari prestati agli speculatori, ricavandoci ovviamente sempre congrui interessi; che sembravano da usurai, ma dagli speculatori accettati con imperturbabilità visto che compravano i titoli e pagavano con il margin solo il 10% ma che poi vendevano dopo poche ore al 100 per cento, per ricomprare con questi altri dieci stock di azioni sempre al 10%). Le voci più assurde e improbabili su certe company da tempo in crisi o addirittura fantasma, trovavano tuttavia sempre credito nei “polli” da spennare. Ma dopo la mattinata nera del 24, i grandi banchieri cominciarono ad avere paura, i crediti rischiavano di essere inesigibili. Decisero così di intervenire. Negli uffici della Morgan Company, al numero 25 di Wall Street, alle 12 in punto, si riunirono i luminari del mondo bancario. La stampa era tutta in attesa fuori. Il capo della J.P. Morgan, Thomas Lamont, dichiara ai radioreporter: «C’è stata una piccola quantità di vendite in perdita. E’ parere condiviso del nostro gruppo (consensus: il primo Washington consensus) che per lo più le quotazioni di Borsa non rappresentino fedelmente la situazione. [essa] è suscettibile di migliorare». Basta questo annuncio a provocare una lieve ripresa: nella lingua di legno dei banchieri, il pubblico ha capito che interverranno loro per sostenere i corsi. E difatti alle 13.30 i grandi banchieri entrano a Wall Sreet. A loro nome parla Richard Withney, vicepresidente della Borsa di New York. Ad alta voce, ostentatamente, chiede: a quant’è il titolo Us Steel? A 198 dollari, gli rispondono (era a 262 pochi giorni prima). E Withney: «Ne compro 25 mila a 205». Ripete la cosa per una dozzina di titoli. I corsi rialzano, a fine giornata le perdite sono limitate a un «normale» 2,1, il Dow è risalito a 299,47. Tutti sospirano di sollievo. Specialmente i fattorini e le dattilografe, che si sono indebitati per giocare: è il momento di vendere e chiudere i debiti, si dicono. Il volume degli scambi è quadruplicato, dai 3 milioni di una giornata normale a quasi 13 milioni. Nonostante tutto, i corsi tengono miracolosamente venerdì. Tengono anche la mezza giornata di sabato, fra alti e bassi pazzeschi 25 OTTOBRE - Venerdì i salvataggi furono pochi e qualche milione di azioni trovarono altri “vuoti d’aria”. 26 OTTOBRE - Sabato (allora si apriva il sabato, ma fino a mezzogiorno) la situazione era altrettanto inquieta anche se il N.Y.Times, ribaltando il punto di vista dei giorni precedenti, scriveva quanto abbiamo citato all’inizio (”le ns. potenti banche sono pronte, ed impediranno il panico”). A mezzogiorno la chiusura fu sotto l’insegna di una grande incertezza. Molti si chiesero se era stato obiettivo e sincero il N.Y. Times. 27 OTTOBRE - Domenica I banchieri la passano a congratularsi: siamo salvi! 28 OTTOBRE - E’ il Lunedì Nero: passano di mano oltre 9 milioni di titoli, il Dow ricade a 260,64. General Electric perde in poche ore 48 punti, Eastman Kodak 42, Westinghouse 34. Alla riapertura della Borsa proprio il N.Y. Times perde 49 punti. Sembrò una beffa, aveva parlato bene dei salvatori e intanto questi lo lasciavano affogare in un mare di svendite, e non era il solo, infatti su tutto il salone era ripiombata la tempesta. C’erano Agenti che mettevano in vendita stock di 10-50.000 azioni al colpo. “Volarono” via 9.250.000 azioni. Si riunirono nuovamente i “salvatori”, ma l’esito dell’incontro fu disastroso. Per la Borsa, ma non per i grandi Banchieri. Il comunicato diffuso affermava che “non era loro compito sostenere i livelli dei prezzi” che “potevano contribuire a rendere ordinato lo svolgimento del mercato”, e “assicurare che l’offerta trovi una controparte a un qualsiasi livello di prezzo”. Liquidarono così la loro posizione. Cioè rinunciava il consorzio a svolgere il compito che pochi giorni prima si era impegnato ad assolvere: di sostenere la quota azionaria. E si offriva -quando lo riteneva opportuno- di acquistare per quattro soldi i pacchi di titoli che più nessuno comprava ma che tutti vendevano, sempre più a meno. Avevano così deciso i banchieri di non far salire le azioni, ma semmai -aspettando come corvi- di giocare al ribasso. Loro erano i primi a sapere che tutta la borsa era un pallone gonfiato, anche perchè l’aria per gonfiarla l’avevano fornita proprio loro. 29 OTTOBRE - MARTEDI NERO - I banchieri avevano cinicamente fatto bene i conti. Infatti alla riapertura le quotazioni iniziarono a scendere senza sosta, in poche ore alcuni titoli non valevano più nemmeno il costo della carta con la quale erano stati stampati. il volume degli scambi sale a 16,4 milioni, le telescriventi subissate comunicano i valori con 2 ore di ritardo, aumentando il panico: nessuno sa a quanto ha venduto i titoli, quanto ha perso, quanto non potrà restituire alle banche creditrici che già spediscono telegrammi con l’ingiunzione: Rientrareimmediatamente». Winston Churchill, che è a New York ed è sul punto di perdere nel disastro 500 mila dollari, racconta di aver visto uno speculatore rovinato buttarsi da un grattacielo. Al mattino erano state buttate sul mercato 3.260.000 azioni, alle ore 12 il numero era di 8 milioni, alle ore 13,30 era salito a 12.600.000, all’ora di chiusura venne stabilito il nuovo primato degli scambi: 16.380.000 azioni, che si assommavano a quelle del giovedì (15.000.000) e con quelle di venerdì e sabato, toccavano l’impressionante totale di 48.617.700 azioni. I colpi più duri li subirono i fondi di investimento; all’epoca chiamati Investment trust. Ma dietro a loro migliaia di istituti di credito che di fondi ne videro molti, ma quelli del barile ormai tutto raschiato, cioè vuoto. Una curiosità, il Mitchel citato già sopra (della Federal Reserve, ed anche presidente della National City Bank) il “grande ottimista” quello che diceva “che nulla poteva fermare il mercato positivo” ci rimise fino all’ultimo centesimo; andò in rovina. Il consorzio di “salvataggio” scatenò così la “tempesta” del naufragio collettivo. Il giorno più devastante nella storia del mercato azionario di New York . Segnò l’inizio della “grande depressione”. E gli Stati Uniti piombarono di colpo in una crisi senza precedenti. Nelle settimane seguenti, cominciarono a fallire le prime banche, e le altre furono assaltate dai risparmiatori ansiosi di ritirare i depositi. La crisi bancaria cominciò a diventare crisi economica nel 1931. il numero dei disoccupati decuplicò nel 1933, passando da 1,5 a 15 milioni. Consumi, investimenti e produzione erano nel fondo del baratro. Il Dow Jones, intanto, ha perso l’89% del suo valore: da 381 del settembre ‘29, l’indice tocca i 157 nel 1930, il 73 nel 1931 e 41 nel 1932. Soffrono, finalmente, anche i ricchi. L’azione Goldman Sachs, passa da 104 dollari del 1929 a 1,75 nel 1932. General Motors scende da 1075 dollari a 40. Il fondo d’investimento American Founders Group scende da 75 dollari a 75 cents. I Vanderbilt perdono 40 milioni di dollari, J. P. Morgan tra 20 e 60, i Rockefeller l’80% del loro patrimonio. |
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proteggi l'amigdala
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io però noto che almeno per il mercato azionario italiano, i volumi da un mese a questa parte sono bassissimi...
secondo me sono anche i fondi che dovendo realizzare certi volumi, non riescono a farlo in una sola giornata e prolungano l'agonia... |
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basta con questoo riferimento al '29, non se ne può più, caso mai assomiglia di più al crollo del 1907, poi questo salutare scrollone incisivo serviva eccome e finalmente è arrivato, e i fondi sono li che devono vendere per pagare i riscatti e chi compra???
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COSA ACCADDE?
Nell’ottobre del 1929 il valore dei titoli azionari scese fortemente in seguito ad una bolla speculativa avvenuta nei “Ruggenti Anni Venti” In due giorni il Dow Jones industrial average decrebbe del 25% (portando al Martedì Nero, il 29 ottobre). Il volume dei titoli scambiati raggiunse un primato che non fu superato per 40 anni. Quando infine raggiunse il suo record al ribasso nel luglio 1932, il Dow Jones era crollato dell’89%, e non ritornò ai livello del 1929 fino al 1954. QUALE FU LA CAUSA? Le discussioni continuano in merito alle cause del crollo di Wall Street. Con il valore delle azioni quadruplicato nel decennio precedente, esso ebbe tutte le caratteristiche di una bolla, con i titoli legati alle nuove tecnologie come quelle radiofoniche a fare da apripista. Grazie ad una regolamentazione molto permissiva e a poche regole sull’insider trading, gli speculatori furono inoltre in grado di aumentare il valore dei titoli, e aziende-holding acquisirono partecipazioni in altre aziende senza utilizzare propri capitali. I singoli individui furono in grado di acquistare titoli prendendo in prestito denaro a danno delle altre partecipazioni azionarie di loro proprietà. > Infine, fattori politici – incluso un progetto di legge altamente protezionista approvato dal Congresso - contribuirono a gettare nel panico il mercato. La banca centrale, la Federal Reserve, aveva inoltre abbassato in modo insolito i tassi per diversi anni per aiutare la sterlina britannica, che era ritornata al gold standard. [Le speculazioni azionarie erano intense nel 1929] QUALE FU L’IMPATTO? [La Grande Depressione negli USA: 1929-1940] Il crollo di Wall Street corrispose ad un forte declino nella produzione industriale degli Stati Uniti, che alla fine si propagò in tutto il mondo. Le attività economiche statunitensi si ridussero di un terzo, e il tasso di disoccupazione raggiunse il 25%, con una riduzione per molti dell’orario di lavoro. Inoltre, il sistema bancario statunitense andò completamente in tilt, e il primo provvedimento della nuova amministrazione Roosevelt quando giunse al potere fu quello di chiudere tutte le banche per due settimane, mentre gli ispettori federali esaminavano i loro libri contabili. Senza sussidi di disoccupazione né aiuti governativi, il brusco calo dei redditi dei lavoratori ebbe un pesante effetto sui consumi e condusse ad una spirale negativa [che costrinse] un maggior numero di aziende a chiudere. Molti osservatori ritengono che chi decise le politiche pubbliche in materia economica peggiorò il rallentamento economico adottando una politica monetaria rigida e tenendo i bilanci in pareggio mentre la crisi peggiorava. Anche il commercio internazionale si ridusse una volta che gli Stati Uniti decisero di affrancarsi dal gold standard e di innalzare alte barriere doganali per scoraggiare le importazioni straniere. QUALI SOLUZIONI FURONO TENTATE? Inizialmente le autorità cercarono di ristabilire la fiducia nei confronti dei mercati facendo discorsi rassicuranti, con il presidente Herbert Hoover che diceva agli americani che l’economia statunitense era solida nelle sue fondamenta. Solo una riduzione dei lavoratori nell’industria, si sosteneva, avrebbe in definitiva riportato la prosperità. [Il crollo portò milioni di persone a vivere di stenti] Si confidava nelle associazioni di volontariato per l’aiuto alle vittime della crisi.. Tutto cambiò dopo che Franklin D Roosevelt fu eletto presidente nel 1932, e il governo statunitense intervenne per fornire sussidi di disoccupazione, stabilizzare i mercati restringendo la produzione, incoraggiare i sindacati e creare un sistema governativo per le pensioni di anzianità e i sussidi di disoccupazione noto come sicurezza sociale. Tuttavia, l’amministrazione Roosevelt ebbe meno successo nel far tornare a crescere l’economia, mentre l’indice congiunturale rimase debole. COME FU RISOLTA LA SITUAZIONE? La Grande Depressione perdurò nonostante la varietà delle misure del New Deal che cercarono di alleviare la sofferenza degli individui fornendo posti di lavoro pubblici, assistenza sociale o sostegno per il pagamento dei mutui. Fu solo con l’inizio della Seconda Guerra Mondiale, quando il governo statunitense adottò infine una politica di deficit spending di tipo keynesiano su larga scala, che l’economia si riprese. La produzione statunitense raddoppiò durante la guerra, e la disoccupazione svanì con donne e neri entrati a far parte della forza lavoro per rimpiazzare i milioni [di uomini] arruolati nell’esercito. Al suo culmine, il governo statunitense prendeva in prestito metà del denaro necessario per finanziare la guerra, mentre l’altra metà veniva raccolta attraverso il fisco. QUALI SONO LE LEZIONI PER L’ATTUALE CRISI? Vi sono tre principali lezioni che i policy makers stanno applicando all’attuale crisi. La prima è che i mercati finanziari, le banche e l’economia reale sono interconnessi, perciò un problema irrisolto in un settore può trasmettersi negli altri. La seconda è che l’intervento attivo e rapido del governo per allentare la pressione sull’economia è essenziale in periodi di reale crisi economica. La risposta lenta e probabilmente sbagliata del governo statunitense e delle banche centrali negli anni ’30 rese il declino più forte. In terzo luogo, vi è il rischio di un vuoto politico durante l’interregno. Nel 1933 la crisi bancaria statunitense peggiorò durante i cinque mesi compresi tra l’elezione del nuovo presidente e la sua entrata in carica. Questo potrebbe spiegare come mai entrambi i candidati abbiano appoggiato il piano di salvataggio dell’amministrazione Bush nonostante [avessero] alcuni dubbi in merito. Titolo originale: "Lessons from the 1929 stock market crash " Fonte: http://news.bbc.co.uk/ Link 09.10.2008 Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ANDREA B. IL CROLLO ATTUALE DEL DOW JONES RICORDA LA CADUTA DEL 1929 DI PAUL JOSEPH WATSON Prison Planet Un paragone dell'attuale crollo di Wall Street con gli eventi del 1929 mostra che, nonostante un ulteriore crollo ieri [16 Ottobre N.d.t.] in cui ha perso oltre 700 punti, l'indice Dow dovrebbe cadere di un altro 27% oltre il rimbalzo dovuto al piano di salvataggio prima di raggiungere il livello più basso. "Nel 1929 assisteremo ad un 'rally' di due giorni quasi del 19%, seguito da un declino del 6%, infine, dal punto massimo di quella risalita, perdemmo il 27%", ha spiegato questa mattina alla CNBC Edward Loef della Theodoor Gilissen Bankiers. Quel picco di due giorni è stato replicato dagli eventi dell'inizio della scorsa settimana prima che il Dow crollasse nuovamente e si avviasse e soffrire di nuovo oggi [17 ottobre N.d.T.]. Un paragone dei due grafici indica che il Dow potrebbe non avere ancora toccato il minimo come affermano molti traders. Almeno un altro significativo crollo sarebbe in previsione. "Se guardate all'indice Dow Jones in questo contesto, anche in questo caso abbiamo visto una risalita di due giorni che è riuscita a recuperare almeno il 24% dal suo minimo di venerdì, e ieri abbiamo visto una nuova pressione sulle vendite, perciò penso che se la storia deve essere di guida per noi, ci si deve aspettare un altro declino sino a raggiungere un minimo del 27% al di sotto del rimbalzo successivo al piano di salvataggio, cosa che mi aspetto prima della fine della prossima settimana, dato che i nuovi minimi del 1929 arrivarono sette giorni dopo quel rimbalzo che abbiamo visto sia allora che oggi" ha detto Loef. Le previsioni di Loef si sono dimostrate accurate in passato. Il 18 settembre egli aveva predetto che il Dow sarebbe affondato sino agli 8000 punti entro un mese quando allora era attorno agli 11.000. Oggi al Dow mancano appena 500 punti circa di caduta dal momento in cui la previsione di Loef si avvererà [In realtà a oggi, 21 ottobre, il Dow Jones è attorno ai 9000 punti, essendo leggermente risalito dal momento in cui è stato pubblicato l'articolo n.d.t.]. Ieri i mercati Usa hanno avuto la loro peggiore caduta dal 1987, dopo che un rapporto ha confermato che l'economia ha subito il peggiore calo in tre anni nelle vendite al dettaglio. Titolo originale: "Dow Jones Bloodbath Mirroring 1929 Rout " Fonte: http://www.prisonplanet.com |
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Ecco uno di quegli articoli che cercano me piuttosto che io cercare loro. Innanzi tutto dobbiamo stabilire il punto di osservazione, dove cioè posizionarci per valutare la cosa, l’oggetto della nostra osservazione. Possiamo valutare dal punto di vista macro, cioè ponendoci sopra a tutta la questione e vederla in un contesto secolare,(il percorso della storia gli andamenti macro) cioè come osservare una città dal grattacielo più alto. All’ultimo piano avremo una visione totale della città ma ci sfuggirà il particolare. A metà grattacielo avremo una visione ottima del quartiere mentre della città ci rimane di osservare solo una parte e scendendo perderemo di vista città e quartiere ma avremo la visione totale della strada, di ciò che sta intorno al palazzo. Paragonare la crisi del 29 a quella di oggi non è possibile perché non ci sono le similitudini se non per gli effetti dal punto di vista finanziario e cioè la perdita della ricchezza accumulata attraverso il puro investimento finanziario e la speculazione. Anche se quando si accenna alla ricchezza “bruciata” bisognerebbe spiegare che non è come nel 29 quando ci furono persone che persero tutto. Oggi la ricchezza bruciata è solo virtuale, in quanto era una ricchezza fittizia, solo sulla carta, che si era gonfiata in maniera da non essere esigibile. Ovvero sono in pochi ad aver perso l’investimento iniziale. Un esempio che da un idea più chiara è quello delle stockoption dei manager. Stocj option che se prima del crollo valevano 100 dopo il loro valore era 5 o uno o zero addirittura. Ma i manager non hanno perso niente di concreto, perché questa ricchezza era un qualcosa in più per loro, un extra. E la stessa cosa più o meno vale per tutti gli investitori:la bolla è stata gonfiata a tal punto che l’investimento iniziale è stato ammortato, quindi nessuno si è rovinato come è successo nel 29. E oggi è differente dal 29 per un motivo semplice.La crisi finanziaria del 29 causò la crisi industriale, cioè le ricadute si ebbero nell’economia reale con effetti disastrosi non solo negli Usa ma in tutti quei paesi che si stavano industrializzando e gli Usa già allora rappresentavano la locomotiva economica globale. Oggi invece è successo il contrario e cioè che la crisi finanziaria è conseguenza della crisi sistemica che sta attraversando l’occidente, che con la globalizzazione sta subendo un impoverimento un regresso generalizzato perché il mercato globale sta comportando una distribuzione della ricchezza sproporzionata, cioè alla creazione ed all’accumulo di ricchezza delle economie emergenti corrisponde un impoverimento dell’occidente. I capitali finanziari non hanno trovato più sbocchi di profitto nella produttività perché in occidente oramai è impossibile creare ricchezza ed in oriente gli investimenti sono minimi ed i profitti comunque garantiti. Il capitale finanziario ha cercato e trovato sbocchi di profitto in nuovi prodotti finanziari quali appunto i derivati o il commercio del credito, dove appunto un debito è stato trasformato in un prodotto finanziario commerciato e scambiato nelle varie piazze finanziarie. In sostanza è comunque successo che i capitali finanziari non sono stati più investiti nell’economia reale perché questa non genera i profitti desiderati, e attraverso i nuovi prodotti finanziari i capitali hanno cercato profitto nella speculazione, con delle vere e proprie scommesse e non essendovi più riferimenti, cose tangibili che misurano il valore, i mercati finanziari si sono gonfiati a dismisura fino a giungere a valori che sono oltre 10 volte il pil globale, ovvero ricchezze virtuali e pertanto inesigibili. E’ successo che se il valore di un impresa e dei suoi prodotti ha un limite, una massa critica oltre la quale non è possibile andare, come del resto dimostrato dalla neweconomy dove la bolla gonfiatasi ha subito manifestato il suo limite ed è scoppiata, per i prodotti finanziari cartacei dai valori virtuali sembrava che la massa critica il limite non venisse mai raggiunto proprio perché era impossibile avere un riferimento un controvalore,ed occorreva trovarsi difronte alle insolvenze dei subprime per fermare questa bolla che si gonfiava all’infinito, queste scommesse dove si puntava costantemente al raddoppio ed i debiti diventavano cambiali sempre più onerose. Quindi rispetto al 29 la crisi finanziaria è stata causata dall’economia reale, la quale crisi non ha nulla a che fare con la crisi finanziaria, e sarebbe in ogni modo successo qualcosa, anche perché in occidente da oramai 10 anni l’economia ristagna se addirittura non è in regresso e dove c’è stata crescita, come negli usa, questa è stata alimentata dalla spesa e non dalla creazione di ricchezza. In usa ed uk paesi dove sono state applicate le teorie liberiste, il Pil è stato misurato sulla spesa. E la spesa è stata fatta con danaro preso a prestito. E questi prestiti sono stati oggetto di mercato, ovvero sono diventati prodotti commerciali venduti e scambiati nei vari mercati. Siccome l’economia reale è in crisi, chi ha ottenuto questi prestiti non riesce a far fronte alla loro restituzione mettendo quindi in crisi le banche e chi ha concesso questi mutui. E da cui la crisi finanziaria in corso che coinvolge le banche e tutto il sistema bancario. Quindi rispetto al 29 è l’economia reale ad aver generato la crisi finanziaria. Il bello della storia è che per risolvere questa crisi finanziaria sono stati usati e sono usati soldi e fondi presi proprio dove la crisi si è originata e cioè dall’economia reale. L’economia reale è in crisi da molti anni e si illude chi ritiene che in occidente si tornerà a crescere. L’economia reale, si è dovuta sostenere ricorrendo al debito. Cioè io cittadino per vivere debbo ricorrere al prestito. Arrivo però al punto di non riuscire più a far fronte a questo prestito. Nel frattempo il mio debito è diventato un prodotto finanziario sul quale c’è chi specula e cerca di trarne profitto. Succede che io non posso più far fronte al debito. E mi viene pertanto pignorata la casa. Nel frattempo la banca che mi ha concesso il prestito è fallita e con essa altre banche. Se il mio prestito non fosse diventato un prodotto su cui speculare, la banca che mi ha concesso il prestito con il pignoramento della casa rientrerebbe in parte della somma che mi ha prestato e anzi forse pareggerebbe perché nel frattempo ho pagato le prime 20-30 rate. Però siccome il mio prestito è diventato un prodotto su cui speculare non si capisce dove siano andate a finire le 20-30 rate che ho pagato e non si capisce chi ha pignorato la mia casa.(addirittura la deutch bank si è ritrovata a possedere 12 case nel tennesse o kansas, però mancando i documenti il giudice non ha assegnato le case alla deutch bank). So solo che dovrò restituire il debito e se non ci riesco io dovranno pagarlo gli eredi. Siccome sono quasi tutte le banche ad essere coinvolte, il governo ha deciso di aiutarle pagando i loro debiti anche se non si capisce bene a chi sono finiti questi soldi. Ed essendo il governo che si è fatto carico del debito, significa che questo debito grava anche sulle mie spalle. Ovvero oltre alle rate del mutuo, dovrò pagare attraverso le tasse anche il salvataggio della banca, quindi dovrò pagare 2 volte lo stesso mutuo. Il governo invece di aiutarmi a pagare il mutuo e quindi lasciarmi in tasca qualche “lira” da spendere per i consumi, mi dissangua ulteriormente, per cui oltre alla rata del mutuo dovrò pagare anche il salvataggio della banca. E’ logico questo? …questo è quello che si vede osservando da metà grattacielo! Se interessa racconto quello che si vede dall’ultimo piano!(ed è un belvedere). Ditemi se vi interessa, perché veramente da quassù se ne vedono delle belle!
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