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Vix observer
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I sette errori dei liberisti senza regole di Paul A. Samuelson
Su suggerimento di un utente del Fol lo posto anche qui
![]() Ecco cosa pensa il premio Nobel per l'economia Paul A. Samuelson della crisi finanziaria globale dall'alto della sua grande esperienza visto che è nato nel 1915 http://www.corriere.it/economia/08_o...4f02aabc.shtml Il premio nobel I sette errori dei liberisti senza regole «La scuola di Chicago? Ho studiato lì, ma per capire bisognava guardare fuori dalle aule» di Paul A. Samuelson Nel periodo che va dal 1915 al '29, gli anni cioè della mia infanzia, imperava il capitalismo «puro». Chi l'ha ucciso? Il presidente Hoover e il suo ministro del Tesoro furono senz'altro istigatori del reato. E chi l'ha fatto risuscitare? Quel compromesso che prende il nome di «New Deal» di Franklin Roosevelt. Per darvi corso, tuttavia, ci vollero ben sette anni a partire dal giorno dell'insediamento del presidente Roosevelt, nel marzo 1933. Paul Samuelson Scorriamo ora in avanti il nastro della Storia, e arriviamo in un baleno ai giorni nostri, al terremoto finanziario globale. I sistemi di mercato privi di regole sono prima o poi destinati a implodere. Siamo di fronte alla fine del sistema di mercato? Da buon portavoce di «Main Street », spero di no. Mille anni di storia dell'economia costituiscono una prova oggettiva di quanto i sistemi di mercato siano indispensabili. Marx, Lenin e Stalin erano dei poveri sprovveduti in materia di economia. Quanto a Mao, fu ancora peggio. Non parliamo poi di Castro a Cuba, Chávez in Venezuela, e di chiunque abbia stretto la Corea del Nord nella morsa della fame e della stagnazione. Che cos'è stato dunque a innescare, a partire dal 2007, il tracollo del capitalismo di Wall Street? All'origine di quello che risulta essere il peggior terremoto finanziario da un secolo a questa parte, troviamo il capitalismo libertario e all'insegna del laissez- faire di Milton Friedman e Friedrich Hayek, cui è stata permessa una crescita selvaggia e senza il rispetto di alcuna regola. È questa la causa principe delle tribolazioni odierne. Questi signori sono morti entrambi, ma il loro lascito avvelenato sopravvive ancor oggi. Le mie sono parole molto forti, delle quali dovrò fornire una giustificazione. Mi permetto, tuttavia, di premonire il lettore: la lunga e movimentata esperienza nel mondo dell'economia ha fatto del sottoscritto un inguaribile centrista. E, peggio ancora, ho imparato sulla mia pelle a coltivare un incorreggibile eclettismo. Negli anni 1932-35, ero un brillante studente dell' Università di Chicago, notoriamente conservatrice. Adoravo i miei insegnanti di economia, già di fama mondiale, i quali a loro volta mi ricoprivano di voti altissimi. Ma c'è un ma. Bastava che allungassi lo sguardo fuori dalle aule universitarie, infatti, perché balzasse agli occhi un tasso di disoccupazione del 50% circa. (La Germania pre-hitleriana navigava più o meno nelle stesse acque). Tutto ciò non quadrava per nulla con quanto era scritto nei miei libri di testo comandati. Perché, mi domando, durante gli anni dell'Università avevo trascorso tutte e quattro le estati sulle dolci spiagge del lago Michigan? La mia non era una famiglia povera, ma neppure spudoratamente ricca. Non si trovava un lavoro neppure a pagarlo, allora. No, neppure uno. Tutte (o quasi) le banche nel vicino Indiana, in Illinois o nel Wisconsin erano decotte. Come fecero il benevolo presidente Roosevelt, e il perfido Adolf Hitler, a riportare i rispettivi Paesi alla soglia della piena occupazione nei sei lunghi anni dopo i fatti del '33? Il grande trucco stava in una colossale spesa in deficit, che fece lievitare il debito pubblico! Ma non troverete alcuna traccia di questa vicenda, così come l'ho appena ricostruita, nella gran parte delle tesi di dottorato targate Ivy League e date alle stampe dopo il 1970. (Evidentemente la scienza può fare passi avanti, ma anche a ritroso). Le mie considerazioni si riallacciano direttamente alle numerose incognite che gravano sulle operazioni di salvataggio messe in campo in tutti e cinque i continenti. Innanzitutto, occorre fare chiarezza sui responsabili della deriva che, dal trend di stabilità e crescita di metà anni '90, ci ha fatto scivolare nel caos odierno, destinato a protrarsi ancora per chissà quanto. 1. Mai dimenticare le scelleratezze di George Bush in ambito geopolitico. In futuro la Storia terrà conto di tutto ciò. 2. Dopo l'elezione di Ronald Reagan alla Casa Bianca, nel 1980, l'America è diventata sempre più una nazione di sperperatori di denaro a) a livello familiare, b) a livello di corporation e c) a livello pubblico con i supply-siders, i fautori dell'economia dell'offerta, della destra radicale. In un futuro ancora ignoto, quando scatterà una turbolenta e micidiale corsa contro il dollaro, i trader degli hedge fund superstiti saranno i primi venditori allo scoperto del biglietto verde. Il lascito di Reagan, allora, avrà giocato un ruolo cruciale. 3. Il programma che va sotto il nome di «conservatorismo compassionevole » (sic) promesso da George Bush si è sostanzialmente tradotto in un piano di consistenti sgravi fiscali diretti esclusivamente a gente ricca come i miei vicini. 4. La promozione mirata della sperequazione non è servita a rilanciare la produttività totale dei fattori (Tfp) negli Stati uniti. Piuttosto, la scandalosa impennata delle remunerazioni dei top manager ha compromesso la funzionalità dell'intero sistema di governance aziendale. Spregiudicati Ceo hanno curato soltanto i propri interessi a suon di bugie sugli utili effettivi delle società. E, dopo esser stati colti in castagna, hanno alzato i tacchi e se ne sono andati per la loro strada, brindando alla manna di denaro intascata. In realtà, i vertici della Sec (la Commissione di controllo sui titoli e la Borsa), tra cui l'ex presidente Harvey Pitt, furono designati da Bush soltanto in virtù del fatto che avrebbero promosso la deregulation, anziché seguitare il più che ragionevole modello di regolamentazione centrista. Pitt fu scelto essenzialmente perché aveva prestato servizio come avvocato per le quattro più importanti società di revisione, esse stesse impegnate a congegnare parametri fuorvianti circa l'effettiva redditività. 5. Portiamo i revisori sul banco dei testimoni. Questi signori venivano pagati dalle stesse persone sulle quali avrebbero dovuto vigilare; un caso lampante, questo, in cui monitoraggio e regolamentazione riflettono un'esigenza fondamentale. 6. Facciamo spazio in aula anche per le tre principali agenzie di rating: Fitch, Moody's e S&P-McGraw Hill. Si presume che esse attribuiscano il voto AAA soltanto a entità più che solide. Se una delle tre si fosse attenuta alla verità oggettiva, tuttavia, le altre due si sarebbero spartite tutto il mercato. C'era puzza di conflitto di interessi. Deputati, prendete pure nota. 7. Per non occupare troppo spazio, passerò direttamente ai nuovi «mostri diabolici alla Frankenstein» della nuova «ingegneria finanziaria». Il sottoscritto e alcuni colleghi del MIT e delle università di Chicago, Wharton, Penn e molte altre, rischiano di subire un assai rude trattamento, quando incontreranno San Pietro alle porte del Paradiso. Qual è il punto? Swap e derivati possono garantire un ragionevole risk-sharing e dunque ridimensionare il rischio totale. D'accordo. Ma possono anche cancellare qualsiasi principio di trasparenza. Collaboro da decenni con organizzazioni non-profit, e con i loro amministratori delegati, da New York alla California. Nessuno di loro ha mai capito un'acca delle formule di Black-Scholes-Merton per valutare gli asset. Sapevano soltanto, o credevano di sapere, che profit center nuovi, formidabili e immuni da qualsiasi tipo di rischio avevano letteralmente invaso i loro uffici. Meglio dell'alchimia che trasforma il letame in oro. Si direbbe che nessuno abbia messo a frutto la lezione del 1998, quando il Long Term Capital Management (Ltcm) sfiorò il collasso e richiese un salvataggio concertato dalla Federal Reserve Bank di New York. L'ingegneria finanziaria consente di passare da un' esposizione finanziaria pari a zero a un leverage 50 a 1. E quando il rischio strutturale che ne risulta esplode, i Ceo e il direttore finanziario generale dell' istituto di turno si fregano le mani e intascano montagne di denaro. Dalla sera alla mattina, la Bear Stearns ha ridotto quelli che erano i suoi miliardari allo status di semplici milionari. E se Nerone suonava mentre Roma bruciava, il gran capo di Bear Stearns si è dato ai tornei di bridge mentre i suoi azionisti abbrustolivano sulla graticola. Trattandosi di una delle società di brokeraggio che avevano gestito gran parte delle transazioni dell'Ltcm, i suoi amministratori non avrebbero dovuto imparare qualcosa dagli effetti micidiali di un leverage a dir poco eccessivo? Tiriamo le somme. La gran parte delle perdite oggi accusate saranno permanenti, come avvenne nel 1929-'32. Tuttavia, con la creazione di sufficiente denaro da parte della Fed e del Tesoro statunitense, sarà possibile imboccare la via della ripresa e della stabilità. Se si fosse seguita la "via di mezzo" di Roosevelt, Truman, Kennedy e Clinton, si sarebbe forse potuto scongiurare il caos e le bancarotte di queste ore. Nei circoli più eruditi, ancora si discute se sia stato Cristoforo Colombo a portare la sifilide nel Nuovo Mondo o viceversa. È indubbio, tuttavia, che il meltdown globale di questi giorni rechi in bella vista le parole Made in America. Le generazioni future, dall'Islanda all'Antartide, impareranno a rabbrividire al nome di Bush, Greenspan e Pitt. Sto esagerando, naturalmente. Ma non troppo. Corriere.it |
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Data registrazione: Oct 2008
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Devo smetterla di dire che anche Hayek ha preso il Nobel.
Tra Krugman, Arafat, Al Gore, Dario Fo e quest'altro tipo che dice corbellerie senza capo nè coda, in totale mancanza di una visione d'insieme degli avvenimenti, il Nobel è un marchio che è meglio non avere. |
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Data registrazione: Aug 2004
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Paradossale che dia la colpa a Hayek (il gold standard non è attualmente in vigore) e anche a Friedman (se non sbaglio aveva proposto di affidare la politica monetaria ad un algoritmo). Le politiche monetarie di questi due non sono mai state adottate in occidente mentre le politiche fiscali degli stessi sono state mediamente avversate dall'occidente stesso: basta vedere l'andamento della pressione fiscale nei paesi occidentali.
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Data registrazione: Dec 2007
Messaggi: 545
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Articolo molto interessante, e ovviamente pienamente condivisibile. In questo momento, tuttavia, è facile fare queste considerazioni. Non si tratta di un articolo di carattere "previsivo", ma piuttosto di un articolo di carattere "descrittivo"... è un po' tardi per dire: "c'è questa crisi perchè..."
In ogni caso non seguo il lavoro di Samuelson e sinceramente non so da quanto tempo lui va dicendo questo. Tutti i trader del mondo (quelli seri, ovviamente...) ormai hanno capito queste cose. Suppongo, inoltre, che Samuelson accetti l'idea dell'intervento pubblico solo in quanto la crisi è causata da una deregulation eccessiva (quindi fonte di instabilità e bolle speculative). Una situazione "normale", la "via di mezzo" a cui accenna, non dovrebbe prevedere l'intervento dello stato in forma di salvataggi bancari, aumenti di capitale e garanzie varie, ma piuttosto le regole perchè le crisi non si verifichino. In un clima normale, regolamentato, chi sbaglia deve pagare, affondare. Altrimenti altro che "via di mezzo". Tuttavia, è anche vero che probabilmente le crisi ci saranno sempre, in quanto qualunque siano le regole si troverà (ahimè) sempre il modo di aggirarle prima o poi. E durante le crisi, di solito, i discorsi sul libero mercato (anche se "regolamentato") funzionano poco: sono troppi gli interessi in gioco, e troppo grandi i poteri coinvolti perchè possano affondare senza tirare giù tutti gli altri. I mercati sono fatti di persone, alla fine, e la natura umana difficilmente cambierà... Ultima modifica di g.l. : 22-10-08 alle ore 23:20 |
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Data registrazione: Oct 2008
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Paul Samuelson, un progressista che venera lo Stato
di Carlo Lottieri L’articolo di Paul Samuelson pubblicato lunedì con grande rilievo dal Corriere della Sera intenderebbe in qualche modo rappresentare, nel chiacchiericcio politico-culturale italiano, l’epitaffio definitivo sul pensiero più schierato in difesa del libero mercato e, in generale, sulla stessa cultura libertaria e antistatalista. Con quell’articolo si è inteso, per così dire, posare il coperchio sopra la bara, al fine di aprire un fase che fatalmente vedrà un ritorno massiccio, ovunque in Occidente, degli aiuti di Stato e dei boiardi di Palazzo. Per il premio Nobel dell’economia, infatti, la gravissima crisi che stiamo vivendo (e siamo soltanto agli inizi) sarebbe da imputare alle teorie di quanti hanno avversato il Big Government, hanno tentato di diffondere la convinzione che le imposte vanno abbassate, hanno criticato l’espandersi della burocrazia e della regolamentazione. Secondo il professore progressista, insomma, sarebbe stata l’illusione di immaginare una società quanto più possibile affrancata da burocrazia e uomini di partito a ridurci in questa condizione. E la sua idea è che ora le pecorelle siano costrette a fare ritorno all’ovile e il Leviatano, finalmente, si riprenda una sonora rivincita. Marcando le distanze da Stalin e da Mao quali esponenti di uno statalismo eccessivo (ma non dalla politica economica “più moderata” di Adolf Hitler…), l’anziano intellettuale liberal propone una visione che egli vorrebbe “centrista” e che suggerisce una rivincita da parte dello Stato, della spesa pubblica, dell’espansione monetaria. Il timing pre-elettorale dell’articolo riverbera in quasi ogni affermazione del testo, che di fatto attacca Milton Friedman e Friedrich von Hayek – entrambi Nobel, come lo stesso Samuelson – quali responsabili della crisi finanziaria globale in atto. Ma qui si parla a nuora perché suocera intenda, e se si colpiscono i teorici che parvero andare di moda negli anni Ottanta è solo per affossare le residue speranze elettorali di John Mc Cain. Non a caso Samuelson giunge ad accusare gli studiosi libertari di cose che con le loro idee non hanno nulla a che fare: dall’interventismo militare in Iraq al solidarismo socialdemocratico del cosiddetto “conservatorismo compassionevole”. L’evidenza che gli istituti che oggi si incaricano di tenere viva la lezione “austriaca” e più in generale libertaria – dal Mises Institute al Cato Institute – siano stati e continuino ad essere avversi tanto alla guerra come all’interventismo economico più o meno conservatore sembra importare ben poco all’autore del pezzo. Seguendo una strategia retorica sempre efficace, prima egli costruisce una rappresentazione parodistica del proprio avversario intellettuale e quindi si appresta a distruggerlo con grande facilità. Ma questi sono aspetti che appartengono a polemiche di scarso interesse, che non rendono onore alla carriera di uno studioso che invece va giudicato per le sue considerazioni teoriche, e non per battute degne di un anchor-man televisivo. Lasciando quindi cadere questi aspetti legati ad una passionalità politica poco consona ad uno studioso, è il caso di concentrarsi sugli elementi più “concettuali” di un articolo che vorrebbe liquidare la teoria economica del liberalismo classico e che, in fin dei conti, finisce per mostrare una volta di più la cecità della scienza economica prevalente. L’articolo contiene soltanto tre spunti teorici, più buttati lì che seriamente analizzati. Il primo riguarda l’interpretazione della Grande Depressione, che per Samuelson fu figlia del capitalismo che egli definisce “puro” degli anni Venti e fu guarita solo – in America come nella Germania nazista – da una crescita del potere pubblico, da un aumento della moneta, da programmi di intervento statale. In realtà, c’è ben poco di sensato in quanto afferma l’anziano studioso, perché (si veda La Grande Depressione di Murray N. Rothbard, curato in italiano da Lorenzo Infantino per i tipi di Rubbettino) è stato proprio lo statalismo di Hoover a causare quella crisi che il New Deal rooseveltiano finì per cronicizzare. Rothbard costruisce la propria riflessione a partire dalla teoria misesiana del ciclo economico, ma ha il grande merito di calarla in una complessità di fatti (piccoli e grandi) che non soltanto evidenziano quante fossero state numerose le interferenze al libero mercato causate dalla gestione di Hoover, ma soprattutto chiariscono il ruolo della Fed in tutto ciò. Né va mai dimenticato che la Banca centrale americana nasce solo nel 1913 e impiega ben pochi anni per mostrare tutta la propria pericolosità. Il secondo spunto teorico che agli occhi di Samuelson dovrebbe definitivamente liquidare la teoria liberale è riconoscibile nella tesi secondo cui i disordini attuali (ma più in generale i vari problemi di una società) si risolvono moltiplicando le competenze dei potenti – politici, burocrati, magistrati, regolatori – e riducendo la libertà d’azione di individui e imprese. È una versione economica della teoria hobbesiana quella che Samuelson propone, nella persuasione che una società ordinata esiga un qualche conducator che “metta in ordine”: l’altro ieri Roosevelt e Hitler, ieri Kennedy e Fanfani, oggi Obama e Sarkozy. In verità, l’epistemologia da tempo sottolinea la superiorità degli ordini spontanei e senza centro – a razionalità diffusa – rispetto a quelli che derivano unicamente dalla volontà di un Principe. Strutture complesse come il linguaggio, il diritto comune o evolutivo, il mercato, l’interazione tra scienziati in competizione e, oggi, la rete di Internet possono svilupparsi solo in assenza di un “decisore ultimo” che abbia la facoltà di annullare l’autonomia d’azione. Non soltanto il liberalismo vanta un primato etico perché muove dal riconoscimento dell’alterità e quindi dei diritti dei singoli (che ogni statalismo, più o meno “centrista”, finisce per negare), ma esso ha anche il merito di strutturarsi in maniera assai più complessa e meglio adeguata alla realtà. Accusare il mercato e i processi di liberalizzazione di essere “sregolati” significa restare prigionieri di un’idea troppo banale della norma: quella visione secondo cui le sole regole degne di tale nome sono quelle costruite dai politici, e quindi arbitrarie, fragili perché imposte. Autori come Samuelson non comprendono quanto il mercato viva di regole e ne produca costantemente, non essendo possibile lo sviluppo di un’economia libera dove la proprietà non è rispettata e dove la regola aurea “pacta sunt servanda” viene costantemente disattesa. Se poi veniamo ad osservare il disastro finanziario in corso fa sorridere che possa essere attribuito a Hayek e Friedman, e non già invece all’egemonia di teorici come Paul Samuelson (il cui manuale è servito, e spesso purtroppo continua a servire, quale strumento per la formazione di un gran numero di studenti di economia in ogni parte del mondo). È certamente vero che Hayek e Friedman sono teorici più prestigiosi – anche perché oggettivamente più originali – di Samuelson, ma è egualmente vero che nell’insieme il “centrismo progressista” variamente neo-classico e neo-keynesiano interpretato da Samuelson continua ad essere la lingua franca usata dai ministri dell’economia, dai banchieri centrali e dalla maggior parte dei commentatori politici. Il Nobel a Paul Krugman ha consacrato, una volta di più, l’egemonia di un pensiero molto apprezzato da quanti frequentano le cosiddette “stanze dei bottoni”, per usare la celebre espressione di Pietro Nenni. Nello specifico, poi, la crisi è stata generata non già da politiche friedmaniane, né tanto meno hayekiane. Per Milton Friedman, infatti, la gestione della moneta dovrebbe essere limitata da regole costituzionali, e nulla di ciò vi è in America. Per giunta, al fine di evitare espansione monetaria e inflazione lo studioso di Chicago propose di attenersi ad una crescita della quantità di moneta strettamente legata alla crescita stesso della produzione. Nemmeno questo si è avuto, come ben si sa. A sua volta, neppure Hayek è stato certo ascoltato, specialmente dalla fine degli anni Ottanta in poi. In ambito monetario la proposta più originale dello studioso austriaco consiste nel “denazionalizzare” la moneta, permettendo l’uscita dal corso legale e autorizzando la concorrenza tra valute diverse. Sempre in questa tradizione, molti studiosi hanno proposto il ritorno all’oro, proprio al fine di evitare quella “crisi della fiducia” che paradossalmente, ma inevitabilmente, accompagna l’introduzione di una moneta fiduciaria (il “fiat money”). La moneta-oro è una moneta che non può essere facilmente inflazionata, e che mantiene una totale convertibilità, togliendo a banchieri centrali e politici la possibilità di operare ai danni dei titolari di moneta e di usare la politica monetaria per reperire risorse e operare in forma redistributiva. La crisi finanziaria attuale, allora, è conseguente a molto cose – basti pensare alle politiche pubbliche in materia di casa, per dare ad ogni famiglia americana un’abitazione – ma in primo luogo è figlia del keynesismo di chi, come Alan Greenspan, ha aumentato la quantità di moneta in vari modi e soprattutto grazie a tassi di interesse molto bassi. Le bolle a ripetizione a cui abbiamo assistito (la bolla di Internet, quella immobiliare, quella agricola, quella del petrolio ecc.) sono tutte in qualche modo il risultato di una politica espansiva che ha permesso, ad esempio, a persone senza un dollaro e senza alcuna garanzia di comprare casa grazie ai mefitici mutui subprime. Quanti oggi mettono sotto accusa i responsabili di questa o quella banca dovrebbero chiedersi perché tanta “malvagità” e “irresponsabilità” sono esplose solo ora… e forse allora capirebbero che in realtà è stata la politica monetaria a spingere l’America, e quindi il mondo intero, nella trappola di un boom artificioso che ora sta producendo una veloce caduta verso il basso, e senza paracadute. Non avendo appreso granché dalla storia e rigettando i principi morali e gli argomenti economici che sono all’origine della teoria liberale, Samuelson è destinato ad offrire suggerimenti sbagliati. Ed è esattamente questo che fa. La medicina che ci offre, a ben guardare, è proprio il veleno che sta facendo crollare le borse. Ecco cosa suggerisce alla fine del suo articolo: “con la creazione di sufficiente denaro da parte della Fed e del Tesoro statunitense, sarà possibile imboccare la via della ripresa e della stabilità”. Insomma, la grande rapina inflazionistica degli ultimi anni non gli è bastata e la tremenda manipolazione del denaro non è parsa sufficiente. Dopo aver creato boom artificiosi con il denaro facile, oggi si dovrebbe continuare su questa strada, “creando” altro denaro. Samuelson però sa bene che il denaro non si “crea”: al più, quello che si può fare è aumentare la massa monetaria e quindi redistribuire denaro dai vecchi possessori di valuta ai nuovi. È una forma di tassazione che piace molto al ceto politico, dato che è meno avvertita da chi la subisce, e che però produce effetti perversi sull’intero sistema economico. In un’epoca ad alta inflazione come è quella che ci aspetta (anche in virtù del fatto che le prime pagine dei quotidiani di tutto il mondo pubblicano articoli come quello di Samuelson), l’accumulazione del capitale viene meno e la stessa economia di scambio si trova a fare i conti con la fragilità di un medium, la moneta, che giorno dopo giorno perde valore e quindi crea una serie di problemi agli operatori. Non diremo che dietro alla crisi attuale c’è Samuelson, anche perché il suo ruolo è stato ed è quello di un divulgatore di tesi non sue. Però è chiaro che il “samuelsonismo” ha giocato e continua a giocare un ruolo negativo: più nel resto del mondo che negli Stati Uniti. In America, in fondo, il dibattito è vivo e chi sui giornali americani ha letto ad esempio l’articolo di Vernon Smith (altro premio Nobel, ma di idee libertarie) o quello di Anna Schwartz (92enne, eppure ancor lucidissima) ha avuto modo di incontrare analisi assai più approfondite e perspicaci. È nei Paesi dalla cultura più debole – in America latina, oppure nel mondo arabo, o anche in Italia – che argomenti come quelli di questo economista progressista sono destinati a fare più danni. Nei decenni scorsi, il keynesismo ha dato all’Italia l’espansione dell’Iri, la Cassa del Mezzogiorno, il “piano Fanfani” e tutto il loro corredo di partitocrazia, corruzione, intreccio politica e criminalità, politica ed affari, politica ed informazione. Da quell’universo non siamo ancora del tutto usciti, ma già ci aspetta una recrudescenza di “statalismo di destra”, giustificato dalla crisi ma in larga misura motivato dal desiderio di costruire un apparato di potere destinato a durare nel tempo. Non c’è bisogno allora di un nuovo interventismo, ma di avviare un percorso che tolga la facoltà di manipolare la realtà ai pochi potenti che controllano Stato e banche centrali, e introduca una più sana competizione. Quando fa cenno alle agenzie di rating, ad esempio, Samuelson non rileva come in America solo tre società siano state autorizzate dalla Sec (dalla borsa di New York, in sostanza) e che quindi sia stata questa “strozzatura” del mercato ad impedire l’emergere di giudizi più fedeli su questa o quella realtà bancaria. Qui come già altrove, l’economista americano mostra strane assonanze con taluni personaggi “washingtoniani” – analogamente ossessionati dall’ansia di organizzare il mondo – che sono usciti dalla penna del migliore analista letterario del potere americano novecentesco, Gore Vidal; e se non mancano strali a George W. Bush e a quanti gli sono stati attorno in questi anni, è solo per sponsorizzare altri potenti per le medesime cariche e le stesse politiche. Al keynesismo di Greenspan s’intende opporre il keynesismo di quanti – alla guida di questo o quell’organismo – potrebbero essere scelti da un nuovo presidente democratico, ma mai vengono messi in discussione il Potere, le sue pretese, la sua irrazionalità. Questa è la fondamentale fragilità del progressismo, da entrambi i lati dell’Oceano, ed è per questo che esso ha sempre tradito le proprie attese ed è destinato a fare lo stesso in questa nuova fase storica che ora si apre dinanzi a noi. (articolo tratto da brunoleoni.it, pubblicato su liberal) |
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#6 (permalink) |
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Data registrazione: Oct 2008
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Samuelson nella sua lunga carriera ha dato molti contributi alla teoria economica (per es. alla programmazione lineare) ma molto tempo fa. è sempre stato un eclettico e chi conosce bene la storia del pensiero economico sa con che metodi sconfisse i "rigorosi" (cioè Arrow) usando il nostro Garegnani come agnello sacrificale.
ad ogni modo la cosa più vera che dice nell'articolo, anzi forse la sola, è che per capire le cose doveva andare fuori all'università |
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#7 (permalink) | |
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Data registrazione: Mar 2008
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Citazione:
Si sa perfettamente da dove nasce la politica economica di Greenspan, e cioè da una necessità tutta politica di favorire i Repubblicani sostenendo l'economia a tutti i costi, anche attraverso il ricorso alle droghe. E purtroppo, quando si comincia con le droghe, poi si è costretti ad andare avanti, a volte aumentando le dosi. (Se vi fa piacere, posso aggiungere che le droghe usate da Greenspan non sono le stesse che avrebbe usato Keynes...) Le tesi della scuola austriaca possono essere giuste o sbagliate, ma cercare di accreditarle attribuendo a questo o a quello etichette assurde non le rende certo più credibili. |
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#8 (permalink) |
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the micro one
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San Siro, leggi più attentamente.
Calo Lottieri è una persona lucida e corretta. Che sia schierato culturalmente non vi è dubbio, ma non guarda in faccia a nessuno quando sostiene le proprie convinzioni, cioè non l'ho mai letto manipolare un dato per interesse di parrocchia. Ammesso che il liberalismo sia una parrocchia lontanamente paragonabile ad una qualsiasi ideologia del passato o del presente, anziché, come in realtà, una educazione alla Ragione. Nella fattispecie, non ha scritto che Greenspan sia un keynesiano, bensì che ha utilizzato metodi keynesiani aumentando i flussi di moneta a basso costo. Se vuoi un mio parere: pensando a fin di bene di aiutare il complesso Paese, non certo per favorire la politica di parte. Ma a tutti capita di sbagliare, anche se al suo livello di potere non si dovrebbe. Ciao. |
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#9 (permalink) |
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Mi pare che però attribuire a Keynes - che operava nel mondo del Gold Exchange Standard - la paternità teorica degli aumenti di moneta a basso costo caratteristici dei regimi di moneta virtuale post Nixon, sia comunque un'operazione che può sembrare un po' accecata da feticci ideologici...o sbaglio?
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#10 (permalink) |
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come sempre da buon ragioniere mi fermo al primo piano..
non salgo così in alto. Mi fermo e faccio questa considerazione. Sappiamo tutti (almeno così pare) che le merci (molte merci) costano assai meno in USA almeno rispetto all'Europa. COme ho postato ieri una Cadillac CTS super accessoriata a 45000 dollari fa ca. 30.000 euro. Ora una vettura di pari gamma (Audi Mercedes BMW) mi costa il doppio. Ok mettiamoci l'Iva al 20% e 2000 euro di spx di trasporto..siamo sempre lontani...qualcosa mi sfugge... (concordo che da un punto di vista estetico e forse tecnico le europee son migliori) DOmanda ma non è che la produzione USA è in qualche modo penalizzata ? Faccio notare che (almeno una volta ora non ci vado quasi più) le uniche auto made in USA le vedevo in Svizzera...come mai? boh |
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