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Tutto non è che fumo
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Anteprima Il giurista nel saggio «Mercato d'azzardo» analizza presente e futuro dell'economia
La finanza che divora la politica Guido Rossi: «Soltanto il diritto può salvare il capitalismo» Solo il diritto può salvare il capitalismo. Il professor Guido Rossi torna in libreria con un volume Adelphi che già dal titolo è destinato a far rumore: Mercato d'azzardo (pagine 120, e 13,50). La finanza moderna, secondo il giurista milanese, ha tradito i suoi scopi. La democrazia azionaria, l'interesse sociale, la creazione di valore sono altrettanti principi che i mercati finanziari globalizzati calpestano ogni giorno. L'Economia con la maiuscola, che va dal potere delle grandi corporation alla cinica speculazione degli hedge fund, ha messo in scacco la politica, la fa apparire provinciale, la obbliga ad abdicare ai suoi compiti di indirizzo. Le chiede «di obbedire senza discutere» e se ciò non avviene arriva anche a corromperla, a comprarne i servigi. Nelle cento pagine del suo saggio- shock — che l'autore assicura aver scritto «di getto» e che comunque si sfogliano tutte d'un fiato quasi fosse un financial thriller — il lettore non troverà la parola «locuste» o altri luoghi comuni della neo-ideologia socialdemocratica, tutta la reprimenda nei confronti del capitalismo poggia su riflessioni maturate dentro le fortezze della globalizzazione, non nelle periferie. I riferimenti culturali sono quelli del procuratore generale dello Stato di New York, Eliot Spitzer, e di giuristi come Ronald Gilson, Jeffrey Gordon o Martin Lipton. Il mercato finanziario, dunque, da novello Tantalo ha divorato i suoi figli. «Non voglio infierire — scrive Rossi — ma ricordo solo che un anno dopo l'11 settembre Kent Greenfield ha sostenuto che senza la crescente ossessione per il prezzo delle azioni, e il parallelo disinteresse per i problemi della sicurezza da parte delle compagnie aeree, gli attentati alle Torri forse non sarebbero avvenuti. Sono affermazioni quasi grottesche, ma esprimono uno stato d'animo che non è saggio sottovalutare». I mercati non sono più i luoghi dell'investimento ma «i teatri della liquidità» e le bolle speculative sono create ad arte dagli operatori che agiscono con il denaro e i beni di terzi. La democrazia azionaria è stata sequestrata dalle minoranze che usando impropriamente patti parasociali e scatole cinesi hanno creato un potere senza responsabilità, annullato la funzione delle assemblee e dato vita a una prassi autocratica che calpesta sistematicamente i diritti dei piccoli azionisti. Le società per azioni sono terrorizzate dai fondi avvoltoio e dai private equity che ne condizionano le scelte e le costringono ad acquisizioni o scissioni che non tengono in alcun conto gli interessi di medio- periodo dei loro azionisti. Le assemblee sono diventate «la scatola nera» degli affari. La dottrina della corporate governance esaltata come «un antibiotico a largo spettro contro qualsiasi infezione colpisca i mercati finanziari» si è rivelata un'entità misteriosa. Doveva servire ad autoregolamentare il governo societario e a creare valore per gli azionisti, ha finito per far lievitare all'inverosimile i compensi dei manager e per produrre un nuovo ceto di amministratori che retoricamente sono definiti «indipendenti» ma nella realtà si comportano da financial gigolò. Lapidario il giudizio finale: «La corporate governance è essenzialmente il risultato fallimentare di una catena di mistificazioni e il suo inglorioso epilogo sta trascinando in una crisi di proporzioni ancora ignote i mercati e il capitalismo finanziario nel suo insieme». Laddove l'analisi si sofferma sull'Italia l'argomentare di Rossi si fa caustico. Ce n'è per molti. Il parere del presidente della Consob Lamberto Cardia, spesosi nella sua ultima relazione annuale per concedere maggiore libertà alle società quotate nell'emissione di azioni con diritti differenziati, viene polemicamente contrapposto all'orientamento del Parlamento europeo favorevole al principio «una testa, un voto». La Confindustria viene criticata per aver difeso i patti parasociali («l'unico antidoto efficace al contagio della scalate ») e per non aver compreso che proprio quei marchingegni d'antan ledono un cardine della libera concorrenza e concorrono a creare dell'Italia l'immagine di «market for lemons», un mercato dove solo i risparmiatori-limoni hanno una chiara missione: farsi spremere. I banchieri, poi, grazie all'abolizione della vecchia esclusiva a favore degli agenti di cambio, sono accusati di aver invaso il mercato del risparmio moltiplicando i conflitti di interesse e ostacolandone lo sviluppo. Ma riuscirà a salvarsi un sistema come quello del capitalismo di oggi descritto come irrazionale, opaco e delegittimato tanto che se John Maynard Keynes partecipasse oggi a un'assemblea societaria rischierebbe di beccarsi di nuovo «vaiolo, sifilide e pulci» come ebbe a denunciare ottant'anni orsono? Per rispondere al padre di tutti i quesiti Guido Rossi si concede un sogno e invoca kantianamente lo ius cosmopoliticum. Un diritto che viaggi oltre i confini dei vecchi Stati-nazione e che abbia tutte le prerogative per battersi ad armi pari con la finanza globale. Cominciamo, sostiene il giurista, con «un'autorità europea di vigilanza sui mercati finanziari», visto che «la Ue si è dotata di una normativa antitrust, non si vede perché non dovrebbe saper disciplinare i propri mercati finanziari». Se ciò accadesse il passaggio ad analoghe strutture di carattere e ambito globali potrebbe rivelarsi mento faticoso del previsto e raggiungere un consenso di base su questi temi è tutt'altro che impossibile. «È appena accaduto per una materia molto più controversa come la moratoria sulla pena di morte, può accadere ancora». Quanto alla legislazione ordinaria, se la politica rispondesse alla perdita di sovranità con una frenesia normativa commetterebbe un altro errore. Di leggi ne bastano poche, meglio drastiche. E l'esempio che fa Rossi drastico sicuramente lo è. Propone di vietare espressamente la circolazione di quei prodotti che «il risparmiatore sprovveduto viene invitato ad acquistare da banche poco affidabili o intermediari senza scrupoli: i derivati, gli strutturati, i collaterali e così via». Non tutti applaudiranno. Dario Di Vico 10 gennaio 2008 Fonte: Corriere della Sera |
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prima parte Luigi Copertino 10/01/2008 Proprietà e capitale non sono la medesima cosa. Si tratta di due termini che esprimono concetti opposti. Come già osservava all'inizio del XX secolo Francesco Avigliano, socialista eretico, delle intuizioni del quale fu debitore anche Ezra Pound, se un tempo si era ricchi perché si possedevano beni reali (terre, immobili, mezzi di produzione) con l'età moderna, invece, fece la sua comparsa un concetto di ricchezza astratto e virtuale: la ricchezza finanziaria e monetaria (1). Il capitale, appunto, è innanzitutto monetario ed in tal senso Fernando Ritter, per distinguerlo dal capitale costituito da beni reali, ha giustamente parlato di pseudocapitale (2). Tuttavia, prima del passaggio all'età post-moderna, ossia all'età post-industriale, passaggio che segna anche l'apice spirituale e storico del processo di decristianizzazione, il capitale monetario era comunque legato all'economia reale perché esso rimaneva subordinato al superiore bene comune, particolare o universale, vale a dire della Polis o dell'Imperium o, in età moderna, dello Stato nazionale, come era naturale che fosse in epoche nelle quali l'economia stessa era considerata soltanto una delle funzioni della comunità politica, non la prima né la seconda. L'economia era subordinata a superiori istanze sovraeconomiche. La comparsa della banca e dell'oro-carta: primo passo della finanziarizzazione dell'economia. Nel medioevo ed agli albori della modernità la moneta era ancora aurea o argentea. La moneta, pertanto, era un bene reale e, come tale, era oggetto di proprietà da parte del suo portatore ossia da parte di chi ne veniva legittimamente in possesso. Con la nascita della banca comparve la carta-moneta che è giuridicamente una cambiale bancaria, la note of bank o banconota, emessa dal banco depositario delle riserve di moneta aurea ed argentea che artigiani e mercanti ad esso affidavano in custodia. In particolare erano i mercanti ad essere agevolati, negli spostamenti, dalla possibilità loro offerta, dalla rete internazionale di cambiavalute, che avevano banchi aperti sulle piazze di tutt'Europa, di portare con sé soltanto lettere di cambio, ossia ricevute bancarie, coperte da riserve di moneta aurea o argentea. Infatti i mercanti esibendo, presso il banco della piazza ove momentaneamente si trovavano, la lettera di cambio, ossia la banconota, potevano ottenere monete metalliche nella quantità corrispondente al valore nominale della ricevuta esibita. Il banco a sua volta avrebbe recuperato il quantitativo di moneta metallica sborsata presso il banco di emissione della lettera di cambio, esibita dal mercante di passaggio. Il sistema fu ben accetto anche perché era più sicuro far circolare note bancarie che moneta metallica. Le monete auree o argentee, rimanendo depositate presso il banco, assolvevano inizialmente alla funzione di garantire la copertura, e dunque il valore, delle banconote. Queste, infatti, erano emesse in forma di cambiali recando la dicitura, ancora visibile qualche anno fa sulle vecchie lire, pagabili a vista al portatore accompagnata dalla firma del legale rappresentante del banco di emissione (che nel caso delle vecchie lire era quella del governatore della Banca d'Italia). Attualmente la divisa cartacea dell'euro non reca più nessuna dicitura del genere e tuttavia su di essa compare ancora la firma del governatore dell'istituto di emissione ossia della Banca Centrale Europea, a dimostrazione che giuridicamente la natura cambiaria della banconota non è cambiata. La riserva aurea, quindi, aveva originariamente la funzione di evitare che lo strumento finanziario si svincolasse dalla concretezza di un bene reale come l'oro ed in ultima analisi che si svincolasse dall'economia reale. Con il tempo, poi, instauratasi per consuetudine la fiducia popolare nella solidità delle banconote, in quanto a copertura aurea garantita, si giunse alla virtualizzazione del valore della moneta cartacea. Ciò poté avvenire nel momento in cui, per la consuetudinaria fiducia instauratasi, nessuno più pretese presso la banca di emissione l'effettiva conversione in oro o argento delle banconote. La fiducia che esse ormai godevano presso il pubblico era tale che cittadini ed operatori economici iniziarono a far circolare direttamente tra loro, come mezzo di pagamento, le note di banco, senza più preventivamente richiederne la commutazione in moneta metallica. Questa circolazione diretta trasformò le banconote, da cambiali, in vera e propria moneta corrente. Il sistema bancario iniziava, così, ad esercitare il suo dominio occulto sulla vita dei popoli, mediante il controllo che la finanza poteva esercitare in tal modo sull'economia (3). Tale sistema andò successivamente organizzandosi intorno all'istituzione in ogni nazione di una Banca Centrale. Le Banche Centrali nascono originariamente come banche private dotate delle speciali prerogative del monopolio dell'emissione di carta moneta e dell'autonomia, statutariamente garantite dal sovrano. Nel corso del XX secolo le Banche Centrali furono progressivamente subordinate al controllo dello Stato fino a diventare uno strumento delle politiche monetarie degli esecutivi nell'ambito dello sviluppo e del rafforzamento dello Stato sociale. In Italia il completamento della subordinazione della Banca d'Italia allo Stato, ossia, come si ebbe a dire all'epoca, la sua pubblicizzazione, fu una delle riforme sociali più importanti effettuate durante gli anni trenta del XX secolo dal regime fascista. A partire dagli anni ottanta del secolo scorso in tutti gli Stati occidentali (in Italia la cosa avvenne sotto la guida di Guido Carli che riuscì a far accettare il divorzio tra Tesoro e Banca d'Italia) le Banche Centrali sono riuscite a riconquistare le loro originarie ed assolute prerogative di incontrollabilità e di autonomia non solo nell'emissione monetaria ma anche nella gestione delle manovre fondamentali di politica monetaria, come quella del cosiddetto tasso di sconto dalla quale dipende il costo del denaro e quindi la sopravvivenza sul mercato di molte aziende e di molti posti di lavoro. L'autonomia intangibile delle Banche Centrali è oggi palesemente statuita dall'articolo 107 del Trattato di Maastricht (4). Il regime di subordinazione della Banca Centrale allo Stato non garantiva in senso assoluto che la funzione monetaria fosse esercitata a fini di bene comune perché da un lato il potere politico era spesso portato ad abusare dello strumento monetario fino ad ingenerare inflazione, dall'altro lato laddove vi fosse collusione tra banchieri centrali e ministri di turno, inalberati da questa o quella loggia, il dominio finanziario sull'economia poteva egualmente, sebbene indirettamente, esercitarsi per fini devianti. Tuttavia il tandem tra potere politico, responsabile delle sue decisioni di fronte al Parlamento e sottoposto pertanto al suo controllo ed in ultima istanza al controllo del corpo elettorale, e potere central-bancario costringeva quest'ultimo potere ad un costante patteggiamento con il potere politico, democraticamente eletto e responsabile. L'equilibrio tra potere politico e potere tecnico bancario costringeva ambedue i poteri ad una reciproca ed autolimitante coordinazione e se il potere politico trovava, nel gioco dei reciproci rapporti di forza, un freno da parte del potere bancario quest'ultimo dal canto suo era spesso costretto a subire decisioni contrarie agli interessi immediati della consorteria central-bancaria. |
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seconda parte
Il «misterium iniquitatis» finanziario La moneta cartacea, in forma di cambiale o ricevuta di deposito di beni reali, è molto più antica del cristianesimo. Di essa fa cenno la Sacra Scrittura nel racconto di Tobia: «In quel giorno Tobi si ricordò del denaro che aveva depositato presso Gabael in Rage di Media… Perché dunque non dovrei chiamare mio figlio Tobi e informarlo, prima di morire, di questa somma di denaro? Chiamò il figlio e gli disse: '…Ora, figlio, ti faccio sapere che ho depositato dieci talenti d'argento presso Gabael figlio di Gabri, a Rage di Media. Non temere se siamo diventati poveri…'. Allora Tobi rispose al padre: '… Ma come potrò riprendere la somma, dal momento che lui non conosce me, né io conosco lui? Che segno posso dargli, perché mi riconosca, mi creda e mi consegni il denaro? …' Rispose Tobi al figlio: 'Mi ha dato un documento autografo e anch'io gli ho consegnato un documento scritto; lo divisi in due parti e ne prendemmo ciascuno una parte; l'altra parte la lasciai presso di lui con il denaro. Sono ora vent'anni da quando ho depositato quella somma … Va dunque da Gabael a ritirare il denaro» (Tobia 4,1-21; 5,1-3). Il racconto prosegue con il viaggio di Tobi, che riuscirà a recuperare la somma per il vecchio padre, esule a Ninive, trovando persino moglie. Nel suo viaggio Tobi è assistito da un misterioso personaggio, che in realtà è l'Arcangelo Raffaele, inviatogli in soccorso da Dio, al quale spetta, alla fine, nel momento in cui svela la sua vera identità a Tobi ed alla moglie, rivelare il senso spirituale di tutta la vicenda che è quello dell'uso giusto e misericordioso dello strumento monetario: «E' bene tener nascosto il segreto del re, - dice il messaggero celeste - ma è cosa gloriosa rivelare e manifestare le opere di Dio. (…). Buona cosa è la preghiera con il digiuno e l'elemosina con la giustizia. Meglio il poco con giustizia che la ricchezza con ingiustizia. Meglio è praticare l'elemosina che mettere da parte oro. L'elemosina salva dalla morte e purifica da ogni peccato. Coloro che fanno l'elemosina godranno lunga vita. Coloro che commettono il peccato e l'ingiustizia sono nemici della propria vita» (Tobia 12,7-10). Questo episodio biblico non è solo una anticipata rivelazione della caritas cristiana (nel suo senso trascendente prima che morale) ma pone anche un fondamentale principio di etica economica: quello per cui il credito trova la sua unica giustificazione nella propria funzione sociale. Nasce qui la concezione del credito sociale (social credit), tradizionalmente propria del pensiero economico cattolico, dai Padri della Chiesa, Sant'Agostino, Sant'Ambrogio fino a San Tommaso d'Aquino, San Bernardino da Siena, Sant'Antonino da Firenze, Duns Scoto ed all'invenzione francescana dei Monti di Pietà, che nel XX secolo economisti eretici come Clifford Hugh Douglas e Silvio Gesell (quest'ultimo con l'idea sabbatica della moneta prescrittibile), ai quali si richiamava Ezra Pound nei suoi studi poetico-economici, faranno propria. Infatti, nel racconto biblico di Tobia la creazione di moneta, mediante emissione di una promessa di pagamento, è strumento finalizzato a sovvenire ai bisogni del povero Tobi, suo padre: il documento emesso da chi detiene la riserva di denaro presso di sé, nel racconto Gabael di Rage, svolge la propria funzione a favore del vero proprietario del valore monetario in esso incorporato, ossia il vecchio Tobi, e non, come succede nell'emissione monetaria cartacea odierna, a favore di chi ha il monopolio legale a creare il simbolo cartaceo. Al tempo stesso, però, l'episodio biblico in questione ha il proprio fondamento storico nell'antico uso semitico del mamré (o memrà) che era una promessa di pagamento in forma scritturale, papiracea o in tavolette di terracotta, circolante nell'area vicino-orientale. Sembra che la solidarietà creditizia intraetnica, ossia esclusiva tra israeliti, nelle promesse di pagamento, alla quale per la legge mosaica tutti i membri del popolo ebreo erano tenuti, sicché l'israelita possessore di un mamré poteva riscuotere indifferentemente il proprio debito presso un qualunque confratello e non necessariamente presso quello che aveva emesso la promessa di pagamento (da qui, al fine di non inflazionare il mercato oltre che per dovere di misericordia, il settennale anno sabbatico di cancellazione di ogni debito), facesse sì che i mamré ebraici fossero diventati mezzo di pagamento in tutta l'area compresa tra antico Egitto e Mesopotania, accettati da tutti proprio perché avvalorati da quella solidarietà intraetnica che, mano a mano che gli israeliti iniziarono a praticare scambi commerciali con i popoli vicini, fu resa non più esclusiva ai soli rapporti tra ebrei ma estesa anche a quelli con i non ebrei. Ma, in tal modo, ossia con l'accettazione dei mamré senza la contropartita della riscossione del debito, ovvero senza la contropartita dell'adempimento della promessa di pagamento, assenza di contropartita indotta dalla fiducia nella solidarietà interetnica degli israeliti debitori, quella che in origine nasce come una sorta di esposizione debitoria di ogni israelita verso gli altri israeliti e di tutti gli israeliti verso i pagani diventa, per rovesciamento, una posizione di egemonia creditizia in favore di coloro, gli ebrei, che emettevano i mamré (5). Con la conseguenza che l'influenza israelitica nel mercato finanziario dell'epoca divenne talmente notevole fino al punto che, deviando dal senso spirituale delle Scritture, gli israeliti iniziarono a leggere in senso letterale e materialistico passi come «Il Signore tuo Dio ti benedirà come ti ha promesso e tu farai prestiti a molte nazioni e non prenderai nulla in prestito; dominerai molte nazioni mentre esse non ti domineranno» (Deuteronomio 15,6). Quando Nostro Signore Gesù Cristo ammoniva che non è possibile servire due padroni, opponendo l'adorazione luciferina a mammona all'adorazione autentica a Dio (Matteo 6,24; Luca 16,13), Egli si riferiva al tesoro monetario custodito nel Tempio (per gli antichi, e gli ebrei non facevano eccezione, i templi erano anche centri finanziari posti sotto la protezione del dio cui il santuario era dedicato), il mammona, per l'appunto, gestito dal Sinedrio e costituito, nel caso del tempio di Gerusalemme, in gran parte da promesse di pagamento, ossia titoli di credito ormai usati come moneta corrente con il conseguente capovolgimento delle parti tra l'emittente, apparente debitore ma occulto creditore, e il possessore di quei titoli circolanti, apparente creditore ma inconsapevole debitore. Nel mondo greco-romano non sembra che la circolazione di moneta cartacea fosse la norma e comunque non godeva, laddove sussistente, del favore della res pubblica e dei cittadini. Non a caso alla rarità monetaria aurea si faceva fronte, da parte dell'erario, con la frode, inflazionistica, di tagliare le monete auree con metalli meno preziosi, quando non addirittura vili: l'uso della carta moneta, se fosse stato accettato, avrebbe risolto il problema con il semplice aumento del quantitativo di moneta stampata e la conseguente inflazione. Di carta moneta, a dimostrazione della sua origine prevalentemente orientale, parla invece Marco Polo nelle sue memorie di viaggio in Asia, dove essa circolava sotto imperio del Gran Khan come, dunque, moneta emessa dallo Stato e garantita dall'autorità del sovrano. Forse, è da scoperte come questa che l'uso della carta moneta iniziò, mediatore il mondo islamico che faceva da cuscinetto geografico e culturale tra Occidente ed Asia, a diffondersi anche nell'Europa medioevale. Ma, qui, la mancanza, causa la frammentazione feudale e comunale, di una forte autorità politica, come quelle degli imperi teocratici asiatici, lasciò lo strumento cartaceo in balia, come si è detto, dei cambiavalute e dei banchieri, perlomeno fino alla comparsa del sistema central-bancario. La Banca d'Inghilterra e il «misterium iniquitatis» La prima Banca Centrale nacque in Inghilterra nel 1694. Non si tratta affatto di una casualità storica ma di un vero e proprio segno dei tempi. Infatti, tale parto avvenne nell'Inghilterra dell'apostasia anglicana, nella quale i cattolici venivano martirizzati per la loro fedeltà alla Chiesa di Roma. Era, quella, l'Inghilterra che aboliva legalmente l'Eucarestia, la cui celebrazione fu dichiarata reato. William Paterson, uno strano avventuriero con legami rosacruciani, fu l'ideatore e fondatore della Banca d'Inghilterra. Egli per allettare i potenziali soci svelò loro l'arcano segreto della gnosi finanziaria racchiuso nella formula «la banca trae beneficio dall'interesse su tutta la moneta che crea dal nulla». La Banca d'Inghilterra nacque sotto l'interessata tutela della corona la quale appaltò ad essa il monopolio dell'emissione legale di moneta in forma cartacea. La Banca fondata dal Paterson, emettendo in regime di monopolio moneta cartacea, ossia in sostanza moneta creata ex nihilo a costo zero (o quasi, scontando soltanto i costi tipografici di stampa della cartamoneta), lucrava l'interesse maturato sulla moneta prestata sia allo Stato sia al pubblico indotto, quest'ultimo, alla fiducia nel nuovo istituto di emissione dall'imprimatur regale di cui esso godeva in via esclusiva. Giustamente anche Marx, nell'unica pagina de Il Capitale nella quale affronta la questione del capitale monetario, per il resto completamente trascurata ed estranea dai suoi orizzonti, osserva che le Banche Centrali, nate sul modello inglese, sono nient'altro che parassiti viventi della rendita loro assicurata dal debito pubblico che esse stesse, prestando con una mano ciò che ricevevano maggiorato degli interessi con l'altra, contribuiscono a creare, ponendone tutto il peso sulle spalle dello Stato e quindi della comunità e dell'economia nazionale (6). Se, inizialmente, anche la Banca d'Inghilterra e le altre Banche Centrali operavano con una riserva aurea, a garanzia delle banconote emesse, ben presto tale garanzia diventò parziale in quanto l'emissione era effettuata in quantità più che proporzionale rispetto al deposito aureo effettivamente posseduto, ingenerando così inflazione. L'efficacia del sistema, dimostrata dall'ormai acquisita accettazione fiduciaria delle banconote da parte del pubblico, indusse i suoi inventori e fruitori alla graduale abolizione della riserva aurea. Tale abolizione è stata palesemente e formalmente dichiarata nel 1971 con la fine degli Accordi di Bretton Woods. Tali Accordi dal 1946 garantivano la stabilità degli scambi monetari internazionali sulla base del Golden Standard. Nel sistema di Bretton Woods, che è all'origine del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, il dollaro fungeva da moneta di riserva per tutte le altre valute. Negli anni successivi alla stipula degli Accordi, tuttavia gli USA, nel perseguimento dei propri obiettivi geo-strategici e militari planetari, avevano inondato i mercati di una quantità di dollari superiore alle riserve auree depositate presso la Banca Mondiale. La Francia, all'epoca guidata da De Gaulle, che perseguiva una sua politica antiamericana intesa all'edificazione di un'Europa delle patrie ad egemonia franco-tedesca, pretese, in omaggio a quanto stabilito dagli stessi Accordi di Bretton Woods, la conversione in oro della riserva di dollari in possesso della Banca Centrale francese. Il braccio di ferro tra USA e Francia, appoggiata quest'ultima anche da altri Stati, proseguì oltre la presidenza di De Gaulle. Gli Stati Uniti vennero così a trovarsi in una situazione di grave difficoltà finanziaria ed internazionale. Fino a quando Nixon, nel 1971, proclamò unilateralmente la cessazione della convertibilità in oro del dollaro, ponendo fine al sistema di Bretton Woods. In tal modo tutto il sistema finanziario mondiale fu trasformato in un'enorme giro planetario di assegni a vuoto, senza più nessuna garanzia reale. Se con l'abolizione della riserva aurea non si ebbe il crollo dell'intero sistema planetario di scambi valutari ciò si deve al semplice fatto che esso, in realtà, si regge sulla inconsapevole accettazione fiduciaria delle banconote da parte del pubblico mondiale. Accettazione, storicamente, in origine consuetudinaria ma successivamente imposta con il corso forzoso dei simboli monetari cartacei. Nel 1971 divenne, così, palese l'operazione magica che sin dall'inizio era stata alla radice, occulta, del processo di finanziarizzazione dell'economia. Il sogno alchemico della trasformazione della carta in oro, realizzato dal sistema bancario internazionale, palesa il retroscena esoterico che si nasconde dietro tale trasformazione. La cripticità iniziatica delle grandi organizzazioni transnazionali (FMI, Banca Mondiale, WTO, Bildenberg, Council for Foreign Relations, Unione Europea, Trilaterale, etc.) e la lingua di legno usata dalle élite finanziarie che le guidano, svelano la loro origine nell'antico esoterismo luciferino, la cui promessa suadente e prometeica, quanto ingannevole, già sibilò nelle orecchie dei nostri progenitori: «eritis sicut Dei» (Genesi, 3, 5). In questa gnosi monetaria prende forma l'ultima espressione dell'iniquità ofidica che già fu la rovina dell'umanità adamitica. Il misterium iniquitatis è una vera e propria Antirivelazione che, nel tentativo di imitare la Rivelazione Divina, custodita dalla Chiesa cattolica, ha bisogno di farsi fede carpendola con l'inganno. L'atto di fiducia del pubblico nel valore, virtuale ed immateriale, delle banconote, in circolazione, è per l'appunto la fede, dell'umanità ingannata, su cui si basa l'iniqua religione monetaria dominante. La trasformazione della carta in oro, resa possibile dalla accettazione fiduciaria, è un'eucaristia luciferina che, nell'età in cui nei centri storici delle città le antiche chiese e cattedrali sono sostituite dai nuovi templi delle banche, pretende di surrogare, in un'imitazione blasfema della Transustanziazione, l'Eucaristia cristiana. L'abisso di lucida esaltazione nichilista e prometeica, con cui l'iniquo potere monetario è riuscito ad irretire il cuore umano, è evidente sin dall'affermazione con la quale il Paterson inaugurava i fasti della Banca d'Inghilterra. Infatti, come si è visto, lo speculatore rosacruciano attribuiva all'uomo il potere, che è solo di Dio, di creare ex nihilo. Pretesa dalla quale discende l'essenza nichilista che sta alla base dell'economia liberista e che si va manifestando in modo ormai palese nella nostra epoca post-moderna nella quale va trionfando la finanziarizzazione dell'economia con la conseguente deindustrializzazione ed il conseguente vassallaggio della politica, ormai abdicante dal suo ruolo che è quello di conseguire il bene comune, ai poteri finanziari globali. Forse iniziamo solo ora a capire, più a fondo, il significato spirituale ed escatologico dell'ammonimento di Cristo, da noi già citato, sull'impossibilità di servire due padroni, Dio e mammona. Un avvertimento in qualche modo profetico che finora è stato considerato, anche dall'esegesi, soltanto alla stregua di un ammonimento di tipo etico o ascetico (Matteo 6,24). E forse iniziamo a capire il senso metafisico dell'antica condanna dell'usura proferita dal Dio di Abramo (7). (Fine prima parte) Luigi Copertino |
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terza parte:note
Note 1) Confronta F. Avigliano, L'enigma sociale, Ar, Padova, 1994. L'Avigliano alle pagine 15 e 16 della sua opera osservava: «Fino a qualche secolo fa, si era ricchi di terre, case e oro. Da qualche secolo a questa parte, la civiltà capitalista è venuta generando una nuova ricchezza, la quale, non essendo né terre, né case, né oro, è per definizione un artificio. Tale è la… finanza capitalistica dei depositi e dei titoli, la quale incombe sull'umanità povera di tutte le classi sociali come il più tremendo dei flagelli, perché essa prospera, non già nella produzione di abbondante ricchezza, ma… nella distruzione della ricchezza (…). Infatti, dal 1914 al 1920 il debito mondiale è salito da 200 a 1.275 miliardi-oro. (…) una novità mostruosa, che fino a qualche secolo fa non esisteva, genera … un cumulo sempre più colossale e inaudito di un artificio che la civiltà capitalista fa funzionare come oro, anzi meglio dell'oro. (…) nuova ricchezza in titoli… come la bacchetta magica… storicamente realizzata, cioè, come disponibilità potenziale di denaro a fiume, inesauribile. L'artificio è, dunque, evidente. E' evidente che v'è una minoranza di uomini, la quale… possiede… una ricchezza artificiale… in una cifra sbalorditiva, nientemeno che tredici volte cento miliardi-oro, cioè, cinquanta volte l'oro coniato in tutto il mondo, che è appena di una trentina di miliardi. Questa minoranza di uomini, dunque, ha nelle mani un potere di dominio e di corruzione addirittura fantastico, non già in forza (giova ripeterlo) della tradizionale ricchezza, ma in forza di un fatto nuovo che è un artificio mostruosamente antisociale. Dell'intima essenza flagellatrice di questo artificio, gli economisti non si accorgono, e tanto meno il pubblico; …». Da notare come le conclusioni di Avigliano troveranno sanzione canonica nel Magistero di Pio XI nei passi 105, 106 e 109 della Quadragesimo Anno dove si condanna il dominio dell'«imperialismo internazionale del denaro» sull'economia reale. L'Avigliano, del resto, aveva intuito l'essenza nichilista ed esoterica della finanziarizzazione dell'economia laddove accenna al potere distruttivo di ciò che egli definisce artificio e laddove paragona la ricchezza artificiale alla bacchetta magica. 2) Confronta F. Ritter Lo pseudocapitale, Scheiwiller, Milano, 1970/1975. 3) Un dominio che Pio XI nella Quadragesimo Anno (1931) ha chiaramente condannato: «E in primo luogo ciò che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi è solo concentrazione di ricchezza, ma l'accumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell'economia in mano di pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale, di cui essi però dispongono a loro grado e piacimento. Questo potere diviene poi più che mai dispotico in quelli che, tenendo in pugno il danaro, la fanno da padroni; onde sono in qualche modo i distributori del sangue stesso, di cui vive l'organismo economico, e hanno in mano, per così dire, l'anima dell'economia, sicché nessuno, contro la loro volontà, potrebbe nemmeno respirare. (…) Nell'ordine poi delle relazioni internazionali, da una stessa fonte sgorgò… non meno funesto ed esecrabile, l'imperialismo internazionale del denaro, per cui la patria è dove si sta bene» (numero 105 - 106 - 109). 4) Tale articolo sancisce testualmente: «Nell'esercizio dei poteri e nell'assolvimento dei compiti e dei doveri loro attribuiti dal presente trattato e dallo Statuto del SEBC (Sistema Europeo delle Banche Centrali), né la BCE (Banca Centrale Europea) né una Banca Centrale nazionale né un membro dei rispettivi organi decisionali possono sollecitare o accettare istruzioni dalle istituzioni e dagli organi comunitari, dai governi degli Stati membri né da qualsiasi altro organismo. Le istituzioni e gli organi comunitari nonché i governi degli Stati membri si impegnano a rispettare questo principio e a non cercare di influenzare i membri degli organi decisionali della BCE o delle Banche Centrali nazionali nell'assolvimento dei loro compiti» (Gazzetta Ufficiale delle Comunità Europee N.C. 191/15 del 29/07/1992). Come si vede l'UE è, impoliticamente, ancella della consorteria central-bancaria che decide in piena ed intangibile autonomia la politica monetaria degli Stati membri e quindi conseguentemente le politiche sociali, economiche, fiscali. Il Trattato di Maastricht ha sancito di fatto e di diritto la morte della sovranità nazionale e dell'idea stessa di Stato sicché c'è da chiedersi se il rituale elettorale democratico abbia ancora un senso dal momento che la volontà popolare risulta ab origine castrata di ogni potenzialità. 5) Questo, del resto, come si dirà, è ancora oggi lo stesso trucco sul quale si basa l'emissione di carta moneta in forma di falsa cambiale da parte delle Banche Centrali. In tal modo esse sono solo in apparenza debitrici del valore reale che dovrebbe sottostare alle banconote ma che, in realtà, perlomeno dal 1971, con la dichiarazione di inconvertibilità del dollaro in oro, non esiste più. Notizie circa il mamré possono trovarsi in Francesco Cianciarelli, Le origini storiche della moneta e la sua influenza nelle vicende umane, Università di Teramo, Corso di Perfezionamento in Studi dei Valori Giuridici e Monetari, Teramo, 1996. 6) Confronta Karl Marx Il Capitale, libro primo, tomo II, Editori Riuniti,VIII edizione, Roma 1974, pagoine 817-818: «Fin dalla nascita le grandi banche agghindate di denominazioni nazionali non sono state che società di speculatori privati che si affiancavano ai governi e, grazie ai privilegi ottenuti, erano in grado di anticipar loro denaro. Quindi l'accumularsi del debito pubblico non ha misura più infallibile del progressivo salire delle azioni di queste banche, il cui pieno sviluppo risale alla fondazione della Banca d'Inghilterra (1694). La Banca d'Inghilterra cominciò col prestare il suo denaro al governo all'otto%; contemporaneamente era autorizzata dal parlamento a batter moneta con lo stesso capitale, tornando a prestarlo un'altra volta al pubblico in forma di banconote. Non ci volle molto tempo perché questa moneta di credito fabbricata dalla Banca d'Inghilterra stessa diventasse la moneta nella quale la Banca faceva prestiti allo Stato e pagava per conto dello Stato gli interessi sul debito pubblico. Non bastava però che la Banca desse con una mano per aver restituito di più con l'altra, ma, proprio mentre riceveva, rimaneva creditrice perpetua della nazione fino all'ultimo centesimo che aveva dato». 7) Ha significativamente scritto in proposito Maurizio Blondet: «Ora cominciamo a capire perché la Chiesa e i teologi medievali vietavano il prestito a interesse, così come lo vieta l'Islam, e come lo vieta persino l'ebraismo, almeno negli scambi tra ebrei. Perché nell'economia usuraia, le imprese sono obbligate a crescere per pagare gli interessi, sotto pena di sparizione. Non sono dunque i bisogni umani a dettare il ritmo dell'economia, ma le esigenze della banca. La crescita del prodotto interno lordo non è - non è sempre - necessaria al benessere delle popolazioni; è l'imperativo imposto contro i veri interessi del popolo, allo scopo di massimizzare la retribuzione del capitale». Confronta Maurizio Blondet Schiavi delle banche, EFFEDIEFFE, Milano, 2004, pagina 153. Da qui l'evidenza del fatto che l'economia, come oggi concepita, è antiumana anche perché, defraudando l'essere umano del suo tempo (per l'Aquinate l'usuraio ruba il tempo che è dono di Dio all'umanità), costringe l'uomo a tenere lo sguardo in basso, fisso sulla terra, distogliendolo dal Cielo. Quando Gesù Cristo parlava della Provvidenza di Dio («Non cercate… che cosa mangerete e berrete, e non state con l'animo in ansia: di tutte queste cose si preoccupa la gente del mondo; ma il Padre vostro sa che ne avete bisogno. Cercate piuttosto il regno di Dio, e queste cose vi saranno date in aggiunta», Luca 12, 29-31) richiamava la vocazione essenzialmente contemplativa dell'uomo, nel disegno di Dio, che è stato creato per amare il suo Creatore godendo dei frutti della creazione donati a lui dalla Gratuità del Padre Celeste. Nel Genesi l'uomo, prima del peccato, è custode dell'Eden (confronta Genesi 2, 15-17) ed il lavoro diventa pena solo al momento della cacciata dal Giardino. L'economia usuraia aumenta il peso di tale pena. Copyright © - EFFEDIEFFE - all rights reserved. |
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Intervista a Guido Rossi :«Troppe leggi dettate dai mercanti»
di Bruno Perini 17 gennaio 2008 «Posso controllare il movimento dei corpi celesti ma non la follia della gente». La citazione è del grande scienziato e filosofo Isaac Newton, padre della fisica moderna e del razionalismo. E la rassegnazione con la quale il grande uomo di scienza pronunciò quelle parole non era in realtà indirizzata alla gente ma alla follia dei mercati finanziari e della Borsa, che lo avevano trascinato, quasi inconsapevolmente, a perdere in un sol colpo 20mila sterline. La conversazione con il professor Guido Rossi, ex presidente della Consob, della Montedison e della Telecom, avvocato delle grandi operazioni bancarie e finanziarie degli ultimi anni, autore del libro Il mercato d'azzardo, edito da Adelphi, inizia proprio con la citazione di Isaac Newton. Il professore prima di parlare della voracità dei mercati finanziari, della corporate governance, del medioevo prossimo venturo e delle possibili cure a una prognosi certamente riservata, spulcia un minuscolo taccuino e tira fuori la citazione di Newton. «Lei mi chiede perché ho chiamato questo libro il mercato d'azzardo? Potevo chiamarlo con Newton il mercato della follia. In verità la definizione l'ho mutuata da Keynes e la trovo di grande attualità perché a voler ben guardare tutta la gestione del risparmio è diventata un gioco d'azzardo. Le ultime vicende relative ai subprime dimostrano che non è più un mercato degli investitori ma un mercato della liquidità. Un mercato dove la liquidità si sposta dove vuole e nessuno è in grado di governarla. O se vuole un mercato fuori controllo governato dagli istituti finanziari». Qualcuno le potrebbe replicare: è il mercato, bellezza e tu non ci puoi fare niente. «Già, peccato che questo mercato, lasciato libero di muoversi senza controlli, abbia creato anche di recente guasti incalcolabili e una crisi finanziaria da cui nessuno sa come uscire». Proviamo a fare un passo indietro. Lei nel suo ultimo libro avanza una tesi molto impegnativa: il mercato finanziario divora la politica. Ci può spiegare il senso di questa tesi che si ritrova in più parti del suo libro? L'idea che mi sono fatto è che la politica diventi un fatto residuale e impotente a intervenire sui processi economici e finanziari, derogando così alla sua missione. Sono proprio follie come l'esportazione della democrazia a confermare questa tesi. Sarò ancora più esplicito: a mio parere come nel medioevo stiamo tornando al principio della lex mercatoria, quando le regole le facevano i mercanti, quando la logica dello scambio e dei commerci superava i confini degli Stati e si imponeva come legge universale. Ma i tempi erano diversi. In Italia ora tutto si traduce in uno scenario sconsolante: la democrazia politica è piena di ombre e del tutto subordinata all'economia. L'incosistenza delle classi dirigenti fa sì che non si badi minimamente all'interesse collettivo ma soltanto a quello privatistico. È per questo che non esiste un sistema Paese. Prevale ovunque l'interesse egoistico di una casta politica o di un gruppo di potere privato, lecito o illecito che sia, e sfuma sempre di più l'interesse generale. Questa è la fine della democrazia politica ed economica e il ritorno del medioevo. Un sintomo? Le università italiane costantemente ultime in classifica. Quando il tema della formazione delle classi dirigenti viene così trascurato non c'è futuro per una democrazia. Senza parlare dell'ancor più desolante quadro della giustizia in Italia. Lo stesso sistema capitalistico sta distruggendo i presupposti su cui era nato, vive costantemente in uno stato emergenziale. Nessuno contesta che lo sviluppo economico può essere garantito solo dalla libera concorrenza e che modelli alternativi hanno dato risultati pessimi per non dire catastrofici. Ma bisognerebbe contestualmente in********re un'altra verità che nessuno ricorda mai: nella storia del capitalismo la libera concorrenza è stata garantita non dal mercato ma dalle leggi antitrust. Ecco perché, come ha osservato il professor Guido Alpa sulle pagine di questo giornale, io faccio un'apologia del diritto, perché il ruolo della politica è quello di fare le leggi e tentare di regolare il mercato. Lei accenna ai private equity e agli hedge fund ma non li chiama mai «locuste» o «avvoltoi» come si legge spesso nel gergo giornalistico. Cosa ne pensa di questi nuovi «capitalisti» della scena finanziaria mondiale? Penso in primo luogo che in Occidente l'assetto capitalistico classico non esista più: ma ciò che lo ha sostituito e ne ha preso il nome continua a identificarsi con ogni tipo di organizzazione le nostre società si diano. Dunque credo che ci sia in prima istanza un problema di linguaggio. Continuiamo a definire democrazia quella degli illuministi, da Spinoza a Diderot, da Robespierre a Babeuf, quella ottocentesca, più indietro quella di Pericle e quella da esportare di George Bush ma penso che siano forme di democrazia molto diverse. Eppure la parola usata è sempre quella. Lo stesso vale per il termine capitalismo. Per ciò che concerne poi i nuovi protagonisti a cui lei faceva riferimento credo che abbiano come effetto devastante di allontanare i risparmiatori dalle società. A proposito del dominio della liquidità, i private equity ne sono un esempio clamoroso. E credo che sia un paradosso della nostra epoca che un fondo come Blackstone venga quotato in Borsa. Il massimo del mercato d'azzardo. Non ho mai usato termini come locuste o avvoltoi perché sono convinto che non siano affatto una scoria del sistema stesso, ma piuttosto un fenomeno endogeno al sistema da cui non si torna più indietro. Tra l'altro i nuovi protagonisti della scena finanziaria mondiale sono parte integrante del sistema bancario che ormai domina incontrastato sull'economia e sulla politica. Non è un caso che nella crisi dei subprime siano sotto accusa le grandi banche d'investimento. Le sembrerò drastico ma io sono convinto che siamo a un punto di non ritorno. Non credo proprio che la storia torni indietro e che per esempio si possa tornare come nulla fosse successo al capitalismo familiare. È storia passata, in via di estinzione. Credo piuttosto che dobbiamo aspettarci grandi cambiamenti a seguito dell'ingresso sulla scena dei nuovi protagonisti. In un passaggio del suo libro accenna in modo assai critico all'uso improprio dei patti parasociali, alle piramidi e ad altri strumenti adottati a livello di corporate governance. Quanto c'è in queste riflessioni della sua esperienza professionale, ad esempio in Telecom? Lasciamo stare Telecom o Montedison, ormai per me è tutta acqua passata. Le posso dire però che in questo libro c'è tutto me stesso, non ho mai fatto distinzioni tra l'attività professionale e lo studio e quindi quelle critiche all'uso delle piramidi e dei patti parasociali, al conflitto d'interessi, al comportamento più che discutibile di alcuni gruppi privati sono il frutto di riflessioni che affondano le loro radici anche nella mia esperienza professionale. Ci sarà un motivo per cui vengo definito l'uomo dalle dimissioni facili. Per ciò che riguarda la corporate governance e i patti di sindacato l'ho ripetuto più volte: non credo che possa esserci una vera corporate governance fino a quando ci sarà il dominio di minoranze – di controllo - attraverso i patti di sindacato, le piramidi societarie, o altri strumenti creati dalla fertile fantasia dei consulenti legali e finanziari. Se non si risolve alla radice questo problema non si fa altro che accrescere il conflitto d'interessi. In questo scenario a tinte fosche come vede l'Italia? Non vorrei passare per la Cassandra di turno, ma io penso che il sistema italiano sia messo peggio di altri sistemi europei. E dall'Europa noi abbiamo sempre recepito le regole più efficienti del capitalismo. Peggio certamente di Francia, Inghilterra e Germania, e come è noto siamo tallonati dalla Spagna. Qualche esempio? A mio parere l'Italia è rimasta fuori dal governo del sistema europeo. Pensi alla politica agricola: chi prevale ormai è la Francia, mentre l'Italia sta scivolando verso il basso. E i fondi strutturali? Sono l'1% del Pil della Spagna mentre noi i fondi per il Mezzogiorno li abbiamo sperperati. Non migliore è la situazione delle infrastrutture dove siamo solo degli spettatori. La verità è che rischiamo di scivolare verso una china che ci allontanerà sempre più dai protagonisti della nuova Europa allargata. Rimedi secondo lei ce ne sono oppure siamo all'apocalisse? Cosa vuol dire esaltazione del diritto? Significa che il legislatore deve trovare la forza per disciplinare in modo corretto ed efficace i conflitti d'interesse che dominano incontrastati tutti i gangli della comunità finanziaria e politica. Il controllo delle minoranze sulle società non sarebbe così forte se ci fosse una legislazione vera sul conflitto d'interesse. L'altro grande compito della politica, anche alla luce degli ultimi avvenimenti, è un controllo severo sugli strumenti finanziari. In questo senso un ruolo decisivo lo dovrebbero avere le authority. Che troppo spesso fanno la voce forte con i deboli e vengono invece intimorite dai forti. Mi spiega perché se c'è l'antitrust europeo non ci dovrebbe essere un'agenzia che controlla i mercati finanziari in Europa? D'altronde siamo già dotati di una giurisdizione europea che è già intervenuta proprio sul controllo minoritario nei casi della Volkswagen e della Aem. L'apocalisse è invece un problema dei teo-con, oggi esaltati a destra e a sinistra, e più o meno occultamente ispirati dal giurista nazista, senza coraggio (dal titolo del bel saggio di Alberto Predieri), Carl Schmitt. Io sono comunque fra quelli che non credono alla teologia politica e men che meno alle riserve escatologiche. Credo solo nella difesa del diritto. Fonte: Il Sole 24 Ore |
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