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Poste: il Tesoro smista il 35% in Cdp, restante 29,7% andrà sul mercato
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Metroweb: la Cassa Depositi e Prestiti ha scelto Enel
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  1. #101
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    Voi fate alla svelta a dire di spostare la propria impresa all'estero dove gli Stati nno sono così fiscalmente esosi come il nostro,ma purtroppo se vi beccano c'è il reato di esterovestizione.

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  3. #102
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    18/10/2010 (7:19) - DOSSIER, I RISCHI DEL DECLINO

    Fisco e burocrazia, la nuova emigrazione è quella delle imprese


    Non delocalizzano ma spostano tutta l’attività. E non vanno in Cina ma in Svizzera, in Austria o in Slovenia. Il motivo non è solo il costo del lavoro ma piuttosto la ricerca di Paesi dove la pubblica amministrazione è veloce, efficiente e le tasse sono moderate Anche grazie a vere e proprie campagne promozionali studiate per attirare le aziende

    Marco Alfieri

    Trecento aziende italiane si sono già trasferite in Canton Ticino, specie tra il comparto metalmeccanico. Pensavamo che il ticinese fosse l'unica via di fuga, ma poi abbiamo scoperto un mondo nuovo, il Vallese», finora sconosciuto a Cinisello Balsamo, hinterland milanese, dove Laura Costato manda avanti con 4 addetti un'impresetta che fa viterie per elettrodomestici e l'automotive. «Abbiamo infatti deciso di trasferirci vicino Sion. Siamo costretti ad emigrare dove il lavoro è valorizzato, non tartassato...»

    UN MONDO NUOVO -
    L'imprenditrice parla con un grumo di dispiacere. «Non avrei mai mollato ma devo pensare al futuro dei miei figli, anche a livello scolastico...». Dopo due visite nel Canton Vallese, la signora Costato fa parte di un gruppetto di 6 padroncini che ha deciso di fare il salto oltreconfine. «In modo consortile, per condividere la sfida. Tra tasse dirette e indirette da noi se ne va il 68% dell'utile, come si fa? In Svizzera pagheremo solo la tassa confederale dell'8,5% e, a regime, un'aliquota tra il 12 e il 19%». Ma la cosa che fa più gola è che «sono veloci nella burocrazia e nelle autorizzazioni». Fausto Grosso, 42 anni di Roletto, vicino Pinerolo, insieme a tre collaboratori fa lavorazioni metalliche di precisione. Anche lui traslocherà nel Vallese. «Ne ho già parlato con altri colleghi. Una decina è interessata». La Svizzera non scherza con le lusinghe. A metà luglio Stefano Bessone della «Greater Geneve Berne area» si è presentato a Busto Arsizio ad un'assemblea di Piccoli ossessionati dall'invasione cinese facendo volantinaggio pro confederazione: chi decide di trasferire la produzione creando 10 posti di lavoro, godrà di un'esenzione fiscale totale per 5 anni. Creandone 20, la franchigia raddoppia. Insomma musica per le orecchie di imprenditori vessati da una imposizione che in Italia è formalmente al 31,4% (27,5% Ires, 3,9 Irap) ma che sale oltre il 50% sommando tutti gli oneri.

    AFFITTI A PREZZI STRACCIATI -
    Dopo la trasmissione televisiva «Presa diretta» di due domeniche fa, che ha raccontato il sopralluogo estivo nelle zone artigianali del Vallese con affitti per 2 franchi al metro quadro, il sito di "Imprese che resistono", l'associazione che prova a lenire i morsi della crisi facendo comunità, si è intasato di tremila clic in poche ore e 200 contatti diretti. Tutti a caccia di informazioni sul nuovo eldorado. Meccanica, tessile, indotto automotive, alimentare... il concentrato di una piccola manifattura sofferente che cerca di ripartire ben oltre il materasso degli ammortizzatori. «Le imprese piccole stanno morendo, e quel che rimarrà è il deserto», si legge in alcuni post. «La colpa è del totale disinteresse del governo. Altri paesi, come la Svizzera, fanno politica industriale lungimirante». Il progetto d'investimento Copernico, lanciato dal Ticino dove il tax rate si ferma al 20% dell'utile e l'Iva è la più bassa d'Europa, ha già attratto 100 aziende italiane offrendo contributi a fondo perduto e incentivi per le assunzioni. Non tanto a chi viene a fare trading commerciale, ma ad aziende come la toscana Pramac, che a Riazzino ha deciso di produrre pannelli fotovoltaici. Così mentre la propaganda da tabloid accusa i nostri frontalieri di essere topi dentro al gruviera, sfruttatori avidi del paese degli orologi, le istituzioni elvetiche si attrezzano per rubarci imprese e competenze. Qualcuno le chiama già micro secessioni. Per ora piccoli numeri ma che anticipano il mondo che verrà dopo la crisi, quando la leva fiscale farà una gran differenza nella competizione tra territori. Come sempre se ne vanno prima le aziende, Riccardo Illy lo aveva profetizzato: ma non per fattori di prezzo (come nella Romania anni Novanta), alla ricerca di un habitat che l'Italia è incapace di costruire. Secondo i calcoli della Cgia di Mestre siamo il paese dove l'incidenza delle corporate tax sul gettito totale è tra i più elevati (17,4%). Lo stesso vale per l'aliquota «implicita» (31,5%), che misura il peso della tassazione in rapporto al valore aggiunto annuo che produce ogni impresa.

    LE SIRENE DI LUBIANA E KLAGENFURT -
    Le associazioni sono restie a dare i numeri della fuga, ma si capisce che la talpa scava anzitutto nelle terre del forzaleghismo, tra quel blocco sociale deluso cementato proprio sul miraggio di una rivoluzione fiscale e sul Godot della sburocratizzazione. Paradossale, no? Questo vale a Nord Est, dove la concorrenza dei paesi di corona, dalla Slovenia all'Austria, è formidabile. Il governatore friulano Renzo Tondo va dicendo da mesi che la vera emergenza del territorio è la sirena fiscale di Lubiana e Klagenfurt. Lo sa bene l'Austrian Business agency che dal suo ufficio di Padova non smette di ingolosire le imprese locali: 25% di imposta secca sulle società; convenzioni contro le doppie imposizioni; rimborso veloce dell'Iva; quasi tutti i costi deducibili; incentivi per investimenti produttivi fino al 25% e per ricerca e sviluppo fino al 50% e prezzi dei terreni industriali tra 25 e 50 euro al metro quadro. Un'incentivazione che a fine 2009 aveva già attirato quasi mille aziende. C'è la Danieli, sistemi per l'automazione, la Costan, frigoriferi industriali, la Fbs, bagni prefabbricati, e la Pcs, software per aziende ospedaliere. «Ma quelle che censiamo sono solo una piccola parte», confermano dall'Aba. Ad esempio la Durst Fototecnica a Lienz ha appena investito 15 milioni in un nuovo centro di Ricerca mentre altre 13 imprese, tra Information Tecnology e meccatronica, sono arrivate negli ultimi mesi, come la udinese Refrion (sistemi di riscaldamento).

    L'ENERGIA A BASSO COSTO
    Dall'ufficio Japti di Milano, l'azienda di promozione slovena, Lara Cernetic e Rok Oppelt lavorano per portare imprese italiane oltre Gorizia, offrendo un'imposta societaria al 20%; detrazioni fiscali fino al 40% degli investimenti in ricerca e sviluppo, una bolletta energetica di 40 punti inferiore alla nostra e incentivi a fondo perduto (14,5 milioni estesi al settembre 2011) che coprono fino al 40% delle spese per le pmi. Sono già arrivati in 600 tra cui la veronese Bonazzi con la Julon (vedi articolo a fianco), la Carrera Optyl, la Technical (stampaggio metalli), la friulana Fantoni e la Silogra**** del brianzolo Ernesto Nocera, che produce salviette per i vassoi dei ristoranti a Selo, mezz'ora di auto da Trieste. «Oltre al regime fiscale - conferma Nocera - in Slovenia gli addetti costano molto meno che in Italia nonostante siano qualificati».Insomma non siamo davanti a grandi imprese che diversificano, ma a piccole e Pmi che allungano l'indotto spostandosi in paesi più convenienti. È una emorragia, una "strafexpedition" alla rovescia cent'anni dopo. Non più militare ma economica. In attesa di un vero federalismo fiscale, l'Italia resta purtroppo un pachiderma sul fisco d'impresa. Nei paesi competitor, manovrando sul calcolo della base imponibile stanno già incentivando in via differenziata investimenti e insediamenti industriali. È lo spirito del nuovo europeismo: il superamento della vecchia statualità classica. Basta spostarsi 20 chilometri, per pagare molte meno tasse...

    Fonte: LA STAMPA
    Anteprime Allegate Anteprime Allegate Paesi verso cui emigrare per... fare impresa-74467.jpg  

  4. #103

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    il problema si supera con il federalismo.
    Mi spiego. Se è vero che il nord viene saccheggiato
    a favore del sud (cfr Ricolfi)
    ecco che quei soldi non più inviati al sud possono servire
    per incentivare aziende straniere a delocalizzare in Italia.
    La fascia che va da Torino a Trieste è la fascia più
    ricca al mondo (parole di Missoni...mica Ramirez)

  5. #104

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    Citazione Originariamente Scritto da ramirez Visualizza Messaggio
    il problema si supera con il federalismo.
    Mi spiego. Se è vero che il nord viene saccheggiato
    a favore del sud (cfr Ricolfi)
    ecco che quei soldi non più inviati al sud possono servire
    per incentivare aziende straniere a delocalizzare in Italia.
    La fascia che va da Torino a Trieste è la fascia più
    ricca al mondo (parole di Missoni...mica Ramirez)
    eh già, perchè secondo te quando arriva un'impresa al sud le danno il benvenuto?
    evidentemente non conosci le problematiche del sud Italia
    finchè ci sono i politici, ci sarà la mafia
    finchè ci sarà la mafia non ci saranno imprese....

  6. #105

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    Citazione Originariamente Scritto da Banzo Visualizza Messaggio
    eh già, perchè secondo te quando arriva un'impresa al sud le danno il benvenuto?
    evidentemente non conosci le problematiche del sud Italia
    finchè ci sono i politici, ci sarà la mafia
    finchè ci sarà la mafia non ci saranno imprese....
    io vivo al nord e mi occupo/preoccupo del nord.
    Per il sud ci penserà qualcuno del sud...

  7. #106
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    Citazione Originariamente Scritto da Birbun Visualizza Messaggio
    Voi fate alla svelta a dire di spostare la propria impresa all'estero dove gli Stati nno sono così fiscalmente esosi come il nostro,ma purtroppo se vi beccano c'è il reato di esterovestizione.
    A quanto ne so, se gli impianti sono lì e il proprietario vive lì, il problema non si pone...

  8. #107

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    Citazione Originariamente Scritto da ramirez Visualizza Messaggio
    io vivo al nord e mi occupo/preoccupo del nord.
    Per il sud ci penserà qualcuno del sud...
    è proprio questo il problema,
    che al sud ci pensa "qualcuno" del sud e non "qualcun altro" del sud
    tra l'altro finchè al sud comanda "qualcuno" significa che poi investe al nord e straccia tutti gli imprenditori del nord Italia (vedi l'edilizia, vedi l'expo e vedi tanti altri settori)

    E comunque il mito dell'area più ricca del mondo tra Trieste e Torino la conosci solo tu (e Missoni e qualche leghista sfigato)
    Io vivo all'estero e mi rendo conto che ve la cantate e ve la suonate da soli

    Citazione Originariamente Scritto da fdg86 Visualizza Messaggio
    A quanto ne so, se gli impianti sono lì e il proprietario vive lì, il problema non si pone...
    ma soprattutto perchè si dovrebbe porre?
    perchè se uno stato offre qualcosa di più vantaggioso l'altro stato dovrebbe poter portare in tribunale chi va all'estero?
    siamo alle solite!
    in Italia essendo i nostri governanti incompetenti si cercano scuse per non guardare in faccia la realtà

  9. #108
    L'avatar di ScubaDuc
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    Citazione Originariamente Scritto da Birbun Visualizza Messaggio
    Voi fate alla svelta a dire di spostare la propria impresa all'estero dove gli Stati nno sono così fiscalmente esosi come il nostro,ma purtroppo se vi beccano c'è il reato di esterovestizione.
    Ma guarda che ad una societa' estera bisogna dargli "sostanza"... Fa' parte dell' ingegneria finanziaria... Si strippano attivita' da un luogo verso la societa'' estera e si fattura quella locale per i servizi svolti... a prezzo +/- di mercato, chiaramente, altrimenti ti inchiodano col transfer pricing..

    Fa' parte delle regole del gioco

  10. #109
    L'avatar di ~Qohèlet~
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    30/10/2010 (7:58) - DOSSIER. LE AZIENDE CHE MIGRANO

    Ecco il made in Italy
    che preferisce lavorare a Tunisi


    Dal tessile alla meccanica le società sbarcano sulla Quarta sponda
    «Basta con le lotte quotidiane, qui poche tasse e niente burocrazia»

    MARCO ALFIERI

    Ottaviano Mattavelli è di Gorgonzola ma da un paio d’anni vive a Sousse, in una villetta con le palme. La sua azienda, Energia del Sole, s’è trasferita in Tunisia. Anche grazie al fondo Euromed della Camera di commercio di Milano, costruisce pannelli solari per la produzione di acqua calda. «Abbiamo realizzato la nostra fabbrica da 50 addetti vicino a Sousse - racconta - in un’area in via di sviluppo dove beneficiamo di sgravi fiscali». Per l’installazione dei pannelli il governo di Tunisi concede ai privati un contributo a fondo perduto, «mentre il restante 80% viene sovvenzionato da un credito garantito». Tutta manna per un fatturato che ha ormai raggiunto i 5 milioni, la metà dei ricavi fatti dalla casa madre in Lombardia. In Nord Africa lo stipendio medio di un operaio sfiora i 350 euro lordi e per chi importa semilavorati ed esporta il prodotto finito, ma vende anche sul mercato interno, il sistema doganale è molto agevole: ogni fabbrica ha la sua dogana interna che provvede a bolli e permessi.

    Il parco industriale
    Il vicentino Isnardo Carta in Tunisia sta costruendo un grande parco industriale. A Efidha, un’ottantina di chilometri sotto Tunisi. Duecento ettari di distretto di cui 50 già operativi. Di fianco, lungo la costa, corrono l’autostrada e la ferrovia e l’anno prossimo sarà pronto il porto acque profonde, un terminal container in grado di movimentare 5 milioni di Teu. Sarà il più grande del Paese. Al pari del nuovo aeroporto internazionale. Insomma «una grande area logistica che farà da volano al nostro parco industriale».

    Il suo business è costruire fabbricati industriali e nel Bengodi tunisino si è trasformato: impiega 100 addetti e ha ormai pareggiato il fatturato della divisione italiana (15 milioni di euro). Perché in Tunisia? «Se fosse possibile lavoreremmo in casa. Ma il Paese non si sviluppa più, ha un brutto habitat tutto tasse e burocrazia. Chi può impiantarsi all’estero, portando competenze e tecnologia, lo sta facendo. Solo così posso permettermi di mantenere un presidio italiano».

    I vantaggi
    La vicenda dei tanti Carta e Mattavelli racconta molto della seconda ondata di imprese italiane in Tunisia. Un Paese che offre manodopera qualificata e a basso costo, procedure semplificate, infrastrutture funzionali e una pressione fiscale sforbiciata dal 35 al 24 per cento. Ma soprattutto offre alle società totalmente esportatrici zero tasse sui primi dieci anni di investimento e zero Iva, più contributi statali per chi apre nelle regioni sottosviluppate, e la riduzione al 2,5% della ritenuta alla fonte sui compensi per professionisti che prestano servizi alle società non residenti (regime off-shore). Se si aggiunge che il libero accesso ai mercati Ue è garantito dal 1° gennaio 2008 e che la «democratura» del presidente Ben Alì garantisce stabilità politica e un liberismo temperato, ecco spiegato l’eldorado.

    In principio furono i tessili
    Capofila i Benetton che all'inizio dei Novanta vengono qui a cucire e confezionare le idee a colori progettate a Ponzano Veneto. Con loro arrivano altri gruppi: da Miroglio-Gvb al gruppo Marzotto a Cucirini (oggi sono presenti 260 aziende). Poi è la volta di costruttori ed energetici (e le banche) per alimentare la fame di infrastrutture di un Paese in grande crescita (Todini, Colacem-Safas, Fonderie Gervasoni, Eni, Snam, Terna, Ansaldo). Ma la vera novità è dell’ultimo biennio e te la spiegano dall’ufficio commerciale dell’ambasciata d’Italia a Tunisi. Alle produzioni ad alta intensità dei terzisti, reimportate in Italia sfruttando un costo medio di manodopera che al lordo arriva al 40% di quello tricolore, si sovrappone ormai una migrazione di piccole e medie imprese del segmento meccanico-elettronico a discreta tecnologia, alimentare e tessile high-tech, attratte da un sistema-Paese conveniente e insieme piattaforma commerciale per i Paesi dell'accordo di Agadir (Egitto, Tunisia, Marocco e Giordania) che dal 2006 si scambiano merci e prodotti senza dazi. Un mercato da 125 milioni di potenziali consumatori, una specie di Cina sotto casa.

    La tuta di Vale Rossi
    Nel parco di Efidha si sono appena insediate Dainese (tute di protezione per motociclisti, quelle di Valentino Rossi), che ha spostato in Tunisia la produzione finora affidata a terzisti centroeuropei e asiatici; la casa di abbigliamento sportivo Melt; la Inforsystem srl (elettronica di precisione); la Ums (meccanica) e la Electrotech Maghreb (elettronica).

    A Biserta, nel Nord Ovest del Paese, la Clerprem di Carrù produce i poggia braccia in pelle per l’Audi e in soli 13 mesi è rientrata dall'investimento. In Italia ci avrebbe messo 5-6 anni. Mentre a Sfax la parmense Almed (preforme per bottiglie) sta montando il suo nuovo stabilimento. Ma è un getto continuo: la Fipa, l’agenzia di attrazione degli investimenti di Tunisi, sta facendo road show frequentatissimi in giro per l'Italia. Escluso il settore energia, sono ormai 704 (per 55 mila addetti) le aziende italiane presenti in Tunisia. Con 1.200 imprese censite solo i francesi ci stanno davanti, per ovvie ragioni post coloniali.

    Il futuro è Mediterraneo
    Guardando il boom tunisino, si capisce che il nostro futuro sarà euro-mediterraneo o non sarà. Lo siamo per storia e geografia - muratori e pescatori siciliani, navigatori e mozzi genovesi e livornesi sono sbarcati in Tunisia ben prima dei cugini rivali francesi - purtroppo non più per economia e geopolitica. «Lo sbocco a Sud è un capitolo espulso dal nostro immaginario collettivo, dobbiamo recuperare la dimensione mediterranea dei nostri scambi se non vogliamo declinare», spiegano alcuni diplomatici di stanza in Nord Africa.

    Invece troppo spesso le nostre imprese arrivano per sfuggire l’habitat italiano, sull'onda emergenziale di costi fissi non più sostenibili. Senza cogliere appieno il potenziale di un investimento strategico sulla quarta sponda. «Potremmo fare molto di più in termini di internazionalizzazione», ragiona Carta. I giapponesi sono presenti pesantemente nel cablaggio auto, i tedeschi hanno gruppi nell'elettronica da 4 mila addetti, i francesi stanno sbarcando con Airbus. «Questa oggi è la Tunisia, non solo magliette e call center». Il cancello su un mondo da cui transita un terzo delle merci che si scambiano nel globo e non può certo esaurirsi sotto la tenda del colonnello Gheddafi.

    Fonte: LA STAMPA

  11. #110

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    che ho scritto bene della Tunisia è risaputo.
    La Tunisia è uno strano Paese. Sarà musulmano
    ma mica lo sembra !!!
    E soprattutto a loro gli italiani piacciono.
    Lo ripeto. E' un ottimo Paese per chi volesse
    andarci in pensione. Gente tranquilla, polizia dappertutto,
    24 ore su 24, cibo buono clima ottimo.
    E costo della vita del 50% rispetto al nostro.
    .
    pensandoci bene..cha capzo faccio qui nella nebbiosa Padania

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