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Vecchio 16-02-05, 23:44   #1 (permalink)
FOLLEONESSA
 
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La scuola che vogliamo

Riposto qui su richiesta di Deep che non l'ha più trovato in Arena politica il contributo di NICO HIRTT (École démocratique, Belgio)
al convegno "La scuola che vogliamo" - Genova, 27 novembre 2004
________________________________________ _________________
Affronterò, nell'ordine, tre questioni. Innanzitutto, mi propongo di approfondire e di specificare la natura delle trasformazioni economiche che si celano dietro l'eufemismo "globalizzazione"; in seguito, cercherò di chiarire le implicazioni che tali mutamenti comportano sulle politiche educative dei paesi industrializzati in generale e dell'Unione Europea in particolare; infine, concluderò evidenziando le conseguenze di tali politiche, soprattutto nell'ambito della democratizzazione dell'insegnamento.

Il tempo limitato a mia disposizione mi costringe mio malgrado a formulare tesi senza poter articolare né affinare gli argomenti trattati per mezzo di un'analisi contraddittoria né, tanto meno, arricchirle con citazioni o esempi concreti. Per questo, rimando a mie pubblicazioni recenti.

I. LA GLOBALIZZAZIONE COME ESPRESSIONE DELLA CRISI DEL CAPITALISMO

Alcuni ritengono - e più volte abbiamo potuto ascoltare questa opinione persino alle riunioni del Forum Sociale Europeo - che la globalizzazione sarebbe l'espressione di una forza rinnovata del capitalismo, l'espressione di un neoliberalismo trionfante proiettato verso una conquista irreversibile dell'economia mondiale e sostenuto da rapporti di forza estremamente favorevoli.

Nulla di più falso. Al contrario, la globalizzazione è soprattutto il segnale e la conseguenza della crisi internazionale del capitalismo, dell'esasperazione delle contraddizioni al suo interno. Tale crisi è molteplice e conviene analizzarne i vari aspetti.

Si tratta, in primo luogo, di una formidabile crisi di sovracapacità produttiva, nel senso più classico dell'analisi marxista. Se si considerano la durata di tale crisi (oltre 25 anni), le conseguenze economiche e sociali nonché l'estensione mondiale, si osserva che si tratta della più lunga, più profonda e più vasta crisi di sovrapproduzione nella storia del capitalismo. A partire dalla fine degli anni settanta, le capacità produttive sono state ampiamente sottoutilizzate. Negli Stati Uniti, per esempio, si valuta che tali capacità vengano sfruttate per non oltre il 70%; ciò significa che l'economia capitalistica sarebbe oggi in grado di aumentare la propria produzione di beni e di servizi di almeno il 40%, ma che non lo fa per l'impossibilità di trovare un mercato a tale produzione supplementare.

La forma più visibile di tale crisi è rappresentata dalla caduta generale dei tassi d'interesse, quindi del rendimento dei capitali. Per una quindicina d'anni, gli investitori si sono rifugiati in investimenti speculativi; per un periodo limitato essi hanno potuto approfittare di tassi d'interesse elevati strappati agli stati debitori e alle imprese che speravano di "rifarsi" grazie al prestito. La bolla di sapone finanziaria, però, è scoppiata, svelando il carattere fittizio dei profitti accumulati.

La causa e, al contempo, il motore di tale crisi è l'innovazione tecnologica. Quest'ultima costituisce, dal punto di vista dell'impresa, il mezzo per eccellenza per migliorare la produttività - maggiore produzione a minor costo - e per conquistare nuovi mercati in settori a basso utilizzo di manodopera (informatica, comunicazione, energia, insegnamento a distanza.....). Tuttavia, lo smantellamento dell'impiego che ne deriva a livello "globale" ridimensiona il potere d'acquisto e impedisce di trasformare i guadagni provenienti dalla produttività in profitti durevoli.

Per ritrovare tassi di rendimento in grado di giustificare la propria sopravvivenza agli occhi degli investitori, l'impresa non ha altra soluzione se non quella di ricorrere alla ricerca costante di profitti derivanti dalla produttività, quindi all'innovazione tecnologica. L'insieme, però, di tali ricerche individuali ha, sul piano macroeconomico, l'effetto esattamente opposto all'obiettivo previsto: i tassi d'interesse crollano in maniera irrimediabile. Questa contraddizione fondamentale del capitalismo oggi è esasperata e autoalimentata a livelli senza precedenti.

Del resto, essa colpisce con la stessa forza e la stessa determinazione a livello di entità territoriali. I poteri pubblici di ogni continente, paese, regione o comune cercano invano di privilegiare una propria attrattiva agli occhi degli investitori, soprattutto praticando una politica di riduzione fiscale. Considerato però che tutti sono costretti ad operare la medesima scelta, si è venuta a creare una spaventosa spirale di defiscalizzazione competitiva in cui si trovano coinvolti tutti gli Stati, così come i poteri locali o regionali.

Di conseguenza, la crisi del capitale si somma a una crisi delle finanze pubbliche. Il ricorso alla privatizzazione di attività pubblica crea certamente, in maniera temporanea, risucchi d'aria in cui vengono inghiottiti una parte dei capitali eccedenti, ma la privatizzazione si accompagna nuovamente a ulteriori razionalizzazioni, quindi perdite di posti di lavoro che, alla fine, rafforzano la sovracapacità produttiva generalizzata.

La crisi, lo si è capito, è anche di tipo sociale. La contraddizione è ormai totale tra, da una parte, le promesse di benessere di cui sembrano portatori gli ammirevoli progressi tecnologici e scientifici e, dall'altra, la miseria in cui il sistema rinchiude masse crescenti di abitanti del pianeta. Una forma particolare di tale contraddizione è quella che oppone l'immagine fittizia di una società detta della "conoscenza" e la realtà di un mercato del lavoro che reclama paradossalmente sempre più manodopera poco o per nulla qualificata.

Infine, il capitalismo si è anche "incagliato" in una crisi ideologica, in una crisi di valori. Per assicurare la viabilità delle società e l'accettazione, da parte degli oppressi, del proprio destino, il sistema capitalistico si era dotato, un tempo, di un gioco complesso di valori morali e sociali: obbedienza all'autorità, disciplina, patriottismo, educazione, igiene, "buona istruzione" dei bambini, religione, rispetto della proprietà, amore per la scienza e per il progresso, venerazione delle belle arti e della cultura elitaria ecc. Ma tutto questo pantheon idealista si trova ormai soppiantanto dall'unico vero dio della società capitalistica: il profitto, immediato e individuale. Che i giovani vengano subissati di immagini violente, pornografiche, che venga presa in giro ogni forma di autorità che non sia la forza brutale, ogni valore che non sia la felicità individuale ed immediata... tutto ciò non ha molto peso rispetto agli imperativi di reddittività degli inserzionisti pubblicitari, delle multinazionali dell'audiovisivo e dell'industria del gioco.

II. LA POLITICA EDUCATIVA EUROPEA, TENTATIVO DISPERATO DI SALVARE IL CAPITALE CON LA SCUOLA

Ora che abbiamo chiarito il contesto, possiamo cercare di collocarvi e inserirvi la politica educativa europea comune emersa a partire dall'epoca di transizione degli anni '80-'90. L'espressione "politica educativa europea" è d'altronde, probabilmente, eccessiva. Se esiste effettivamente una politica comune, non è tanto il frutto di una volontà di convergenza europea (che comunque effettivamente esiste) quanto il risultato della profonda identità delle condizioni oggettive enumerate più sopra e della loro forza preponderante nell'evoluzione delle politiche d'insegnamento.

Tuttavia, lo studio dei documenti prodotti da diverse istanze europee in materia d'istruzione - la Commissione e il Consiglio ma anche alcune lobby come la Tavola Rotonda Europea degli industriali - è particolarmente illuminante. Non essendo tenuti a rendere conto ad alcuna opinione pubblica, tali organismi, di fatto, affermano spesso forte e chiaro ciò che altri possono soltanto permettersi di suggerire in privato. Grazie alla propria posizione sovranazionale, essi sono così indotti a dettare le direttive comuni, quindi centrali, sulle politiche educative, astraendole dai vincoli e dalle specificità nazionali. Citiamo, tra i più importanti, alcuni di tali documenti:
· a - Istruzione e competenza in Europa, Studio Tavola Rotonda Europea sull'istruzione e la formazione in Europa, 1989
· b - Un'istruzione europea. Verso una società che impara, seconda edizione, Tavola Rotonda degli Industriali Europei (1995)
· c - Insegnare e apprendere, verso la società cognitiva, Libro bianco sull'istruzione. Bruxelles, Commissione delle Comunità Europee (1995)
· d - Portare a compimento l'Europa tramite l'Istruzione e la Formazione, rapporto del Gruppo di Riflessione sull'istruzione e la formazione, Riassunto e raccomandazioni, Commissione Europea (1996)
· e - Apprendere nella società dell'informazione, Piano d'azione per un'iniziativa europea nell'istruzione 1996-1998, Bruxelles, Commissione delle Comuinità Europee (1996).
· f - Per un'Europa della conoscenza, Comunicazione della Commissione Europea Commissione Europea (1997).
· g - Memorandum sull'istruzione ela formazione nell'arco di tutta la vita, SEC(2000) 1832. Bruxelles, Commissione delle Comunità Europee (2000).
· h - Gli obiettivi concreti futuri dei sistemi di istruzione, Rapporto della Commissione Europea (2001).


Quali sono le linee principali che emergono dalla lettura di tali documenti ?
1. Si osserva una volontà manifesta di strumentalizzare l'insegnamento al servizio della competizione economica. I riferimenti alle implicazioni economiche dell'istruzione sono costanti. Qualsiasi riflessione sulla scuola deriva da questa premessa ossessiva: "aiutare l'Europa a diventare l'economia della conoscenza più competitiva al mondo". Qui, evidentemente, si trova la conseguenza maggiore della crisi generalizzata del capitalismo: quest'ultimo impone ai poteri pubblici di porre al centro di ogni intervento la ricerca costante della competitività economica, e ciò a scapito di qualsiasi altra considerazione. L'insegnamento deve essere al servizio della competitività e, a tal fine, deve adattarsi alle esigenze dell'ambiente economico attuale.
2. Malgrado i bisogni impellenti che appaiono agli occhi di chi opera nell'ambito dell'insegnamento - carenza generalizzata di locali, di supporti didattici e soprattutto di possibilità di carriera - nessuno dei testi sopra menzionati perora la causa di un maggiore finanziamento dell'istruzione. Ciò si "comprende" facilmente se inserito nel contesto esplicitato più sopra: gli stati sono impegnati in una riduzione generalizzata della pressione fiscale e nessuno di loro prevede seriamente di aumentare le tasse per offrire più servizi alle scuole elementari, medie, superiori né alle università. Pur rilevando una contraddizione tra la volontà di disporre di un insegnamento di alto livello (in termini di sostegno all'economia) e la ristrettezza dei finanziamenti in cui lo si confina, tale contraddizione tende a scomparire quando si prendono in considerazione le altre caratteristiche della crisi del capitalismo.
3. La richiesta frenetica di innovazione tecnologica e di reddittività comporta una instabilità estrema dell'ambiente industriale, economico e sociale. Le imprese nascono e spariscono, i lavoratori alternano momenti di occupazione ad altri di disoccupazione, i mercati nascono e muoiono ad un ritmo senza precedenti. Pertanto, la capacità di prevedere i bisogni futuri e quindi di pianificare i flussi provenienti dai sistemi educativi, è pressoché inutile. Nessuno può sapere di quanti ingegneri, saldatori, analisti di sistema, tecnici biologi l'economia avrà bisogno tra cinque anni. Nessuno può prevedere quale bagaglio scientifico o tecnico dovranno possedere questi lavoratori. Ed ecco dunque apparire nuove parole chiave nei documenti pedagogici consacrati all'istruzione, per esempio "flessibilità" e "adattibilità". L'insegnamento deve essere più flessibile e, quindi, si rende necessario abbandonare le vecchie strutture burocratiche, in cui lo Stato è il dirigente centrale di tutto il sistema, a favore di reti di istituzioni scolastiche in "sana concorrenza" tra loro. La certificazione e il passaggio dalla scuola all'impiego devono essere "flessibilizzati", abbandonando i diplomi nazionali a favore di certificazioni di competenze modulari e transnazionali. I prodotti che escono dalla scuola devono anch'essi essere resi più flessibili: meno saperi - giudicati troppo velocemente obsoleti - e più competenze - che possono essere messe in atto in maniera morbida, in un ambiente in continua evoluzione. La scuola deve insegnare meno rispetto ad "insegnare ad imparare". Non deve istruire bensì preparare alla "formazione lungo tutto l'arco della vita".
4. Questo sfilacciamento del tessuto educativo non rischia di provocare profonde disuguaglianze? Di ciò non ci si preoccupa, o meglio, si preferisce che avvenga, in quanto è esattamente ciò che reclama l'evoluzione duale del mercato del lavoro. In Francia, il numero delle occupazioni non qualificate è passato da 4,3 milioni a 5 milioni nel corso degli anni '90, numero che rappresenta ormai un quarto dell'impiego totale. I giovani sono soprattutto costretti, in massa, ad accettare lavori precari, mal remunerati e per i quali non si pretenda da loro alcuna qualifica particolare se non una quantità di microcompetenze: saper pronunciare una mezza dozzina di frasi in maniera educata in una lingua straniera, sapersi connettere ad Internet, capire o essere in grado di disegnare un piano d'accesso, spiegare come utilizzare un cellurare ecc; essi devono anche saper leggere, ma non certo Goethe o Zola; devono saper scrivere, ma non importa se commettono errori; devono saper fare i conti, ma non per forza calcoare una derivata o un'equazione di secondo grado. Allora, perché pretendere di investire in un insegnamento di alto livello per tutti quando è ormai chiaro che l'economia potrà assorbire non più del 20 o 30% dei laureati?
5. Tutti i documenti europei, soprattutto quelli redatti negli anni che vanno dal 1995 al 2000, hanno dedicato estrema attenzione all'introduzione delle tecnologie informatiche e della comunicazione (TIC) a scuola. L'ambizione non era, come taluni hanno creduto, quella di promuovere l'utilizzo di tali apparecchi caratterizzati da forte potenziale di innovazione didattica al fine di migliorare l'accesso ai saperi, bensì, più banalmente, di favorire la necessità di un mercato europeo di tali tecnologie. Ecco un altro modo per stimolare l'economia attraverso la scuola: preparando e formattando il consumatore.
6. I documenti citati più sopra non dicono mai che converrebbe privatizzare l'istruzione e trasformarla in mercato. Ma ci spiegano che altri stanno pensando a questo e che dunque ci si dovrà preparare. Come, impedendo questo mercato? Finanziando meglio la scuola pubblica? No, mettendola in condizioni di competere con le "offerte di istruzione" private. La strategia europea in materia d'insegnamento superiore - il settore più appetibile dagli investitori privati in quanto potenzialmente il più redditizio - è particolarmente illuminante a tale proposito. Il processo di Bologna mira ufficialmente a creare uno "spazio europeo d'insegnamento superiore" armonizzando i cicli, introducendo certificazioni modulari e internazionali (gli ECTS), favorendo la mobilità degli studenti, agevolando la fusione e/o la specializzazione delle università europee e stimolando l'attuazione di sistemi di controllo di qualità europei. Ora, a ben guardare, tali obiettivi rispondono puntualmente alle raccomandazioni formulate nel 1998 da una commissione dell'OMC, incaricata di esaminare i mezzi per stimolare il mercato mondiale dei servizi educativi (in preparazione al vertice di Seattle). Allora, quando ci parlano di "spazio europeo" dell'insegnamento superiore, non si deve forse leggere "mercato europeo"?

III. UNA CATASTROFE EDUCATIVA IN PREPARAZIONE

Le conseguenze di una simile politica educativa sono già ben visibili. In tutti i paesi, si assiste ad una recrudescenza delle disuguaglianze sociali a scuola. Il fossato, sempre più ampio, separa le scuole cosiddette di élite, che preparano i figli della borghesia alle "alte funzioni" che toccano a loro per eredità sociale, dalle scuole del popolo, cosiddette scuole "spazzatura", gli istituti di insegnamento tecnico e professionale, che si accontentano di trasmettere vaghe competenze "trasversali" e "sociali" che l'economia ormai esige.

Non si è fatto in tempo ad assistere alla massificazione dell'insegnamento - avvenuta tra l'altro in maniera molto parziale in numerosi paesi europei - che già si abbandonano tutte le promesse di democratizzazione di cui tale massificazione era portatrice: si ghettizzano i figli del popolo in un insegnamento svuotato della propria sostanza emancipatrice. Nelle formazioni tecniche e professionali, ma anche nella maggior parte dell'insegnamento superiore, l'evoluzione in corso si traduce in una subordinazione totale al controllo e ai diktat degli ambienti padronali.

Questa politica educativa - se così ancora la si può chiamare - è pensata come un tentativo di salvare il capitalismo mondiale dalla crisi in cui si trova soffocato. Ma si tratta di un tentativo disperato, una fuga in avanti in un sistema imprigionato nel proprio corpo di contraddizioni insuperabili.

La missione degli insegnanti e degli educatori progressisti è quella di opporre a tutto questo una visione emancipatrice della scuola. Dobbiamo aprirci all'avvento di un insegnamento che apporti a tutti i futuri sfruttati, a tutti i futuri oppressi, le armi della conoscenza e della comprensione del mondo. Affinché se ne possano appropriare per poterlo cambiare.

(Traduzione dal francese di Laura Bellandi)
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Vecchio 17-02-05, 08:18   #2 (permalink)
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Vecchio 17-02-05, 09:09   #3 (permalink)
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Dobbiamo aprirci all'avvento di un insegnamento che apporti a tutti i futuri sfruttati, a tutti i futuri oppressi, le armi della conoscenza e della comprensione del mondo.


Bene.
Ma adesso vogliamo sapere in che cosa consiste esattamente questo nuovo insegnamento che ci aprirà gli occhi. Io lo so cosa ci vorrebbe ma vorrei sentirlo dire da questo tizio che si preoccupa cos' tanto per tutti gli oppressi.
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Vecchio 17-02-05, 12:16   #4 (permalink)
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Il sistema tenta di sopravvivere, questo è ovvio. Essendo in crisi, siccome la crisi è una fase di riflessione, bene sarebbe che ne uscisse migliorato, invece pare peggiori la situazione e di conseguenza rischia il declino.

Come tutti i sistemi, che crescono e maturano, cercano sbocchi altrove. Non sarei così netto, nel dire che è la crisi che ha creato la globalizzazione. Così come non è una formidabile rinnovata forza del capitale, non è nemmeno "espressione", della sua crisi.

La globalizzazione è un termine troppo abusato. I primi globalizzatori erano i Fenici, nel mondo allora conosciuto. Allora l'autore forse doveva dire che la globalizzazione così COM'E' oggi, è uno strumento del capitalismo per espandersi e cercare nuovi sfoghi per la sua sovrapproduzione e allora si risolvere la sua crisi.

E' vero infatti che c'è sovrapproduzione, Le famiglie USA sono le prime vittime, costrette ad assorbirla riempiendosi la casa di beni e indebitandosi per un importo pari al loro redditto per acquistarli.

La globalizzazione quindi, non l'ha inventata il capitalismo, però la usa ed oggi ha delle caratteristiche specifiche. E' veloce, immediata, i capitali viaggiano in pochi secondi ecc.. Un volta viaggiavano sulle navi e ci mettevano mesi.

Il capitalismo entra in crisi quando va in crisi la sua immagine:
1) si è finanziarizzato e la moneta cattiva prende il posto della buona
2) tradisce i suoi figli
3) Entra in conflitto con altre culture e crea ibridi pericolosi

Sulla finanziarizzazione si è scritto di tutto e di più. Adesso vi metto in evidenza una cosa. Dal 92 all 2002 noi abbiamo avuto ben 6 crisi finanziarie. Crisi dello SME che ha lessato anche l'Italia in quasi bancarotta e l'Inghilterra, crisi Messicana del 95, anche qui l'Italia ... , crisi Giapponese, crisi Brasiliana, crisi USA, caduta della bolla, (crisi bloccata dalla "cocaina" di Bus e della FED come la chiamo io ... per ora), crisi Argentina.

Ma queste crisi, hanno distrutto stipendi, pensioni, patrimoni, economie, lavoro, industrie. Si tratta di milioni di persone che hanno subito le conseguenze di questa degenerazione o forse dell'azione del lato oscuro del capitalismo. Probabilmente c'è quel lato oscuro del capitalismo, che invece di attendere la maggior remunerazione data dall'aumento della produttività, di cui parla l'autore, preferisce vie più semplice e sopratutto esenti da tasse.

Quindi un'altra via, più hard dato che anche la ricerca di nuovi profitti aumentando produttività, produce alla fine precariato, cancella posti di lavoro ecc ... Queste due facce del capitalismo, sono motivo di crisi di credibilità per i motivi suddetti. Da cui la crisi generale del capitalismo, che poi si esplica in una serie di contraddzioni. Ad esempio abbiamo una crescita di produttività, quindi la cancellazione di posti di lavoro ma a chi rimane gli si chiede di lavorare di più e pagato meno. Ma non dicevano che ci saremmo affrancati dalla fatica ? Avremmo avuto più tempo libero per figli. Invece sbattiamo i figli nelle scuole a tempo pieno li rivediamo la sera e lavoriamo tutto il giorno.
Aumentano le povertà, aumenta il nemero delle persone che non hanno accesso ai servizi, quindi hanno una caduta verticale della loro qualità di vita. Ad esempio la sanità, vedi USA ed Inghilterra. Quindi una qualità sempre più per pochi, una cattiva qualità sempre più per molti.

Andiamo indietro nel tempo così, quando solo una elite poteva permettersi una certa qualità di vita: istruzione, sanità ecc ... Ecco cosa intendo quando delude i suoi figli, cioè è il mondo occidentale che scopre la fine dell'utopia.

Allora il fatto di andare fuori dai propri confini, per rispondere alla crisi, non è nemmeno più esatto dirlo. Si per ovviare alla sua sovrapproduzione ma anche gli altri paesi producono, solo che mettiamo le barriere e ci inventiamo il commercio solidale. Ridicolo.

Ecco allora il terzo punto di cui parlo, il conflitto con le altre culture, che si traduce in una violenza dato che tu devi, per creare degli sbocchi, costringere gli altri ad essere come te. Non puoi vedere telefonini ai pigmei, se non adottano il tuo stesso sistema di vita e culturale.

Oltre alle violenze culturali, abbiamo una rinascita neocoloniale con le guerre attuali, che non sono al risposta all'11 settembre come qualche signore ci racconta ma a sua volta una risposta violenta ad una pressione per tutto quello che ho detto, ad opera di una parte del mondo meno sviluppato che non accetta questa espansione, che mentre prima si faceva scudo con il marxsismo, oggi caduto in disgrazia, si butta nell'integralismo islamico. Anche in Sud America, se ne parla poco, sorgono bande armate islamiche. Grande cambiamento nella terra che è stata simbolo della lotta del marxismo contro lo yankee.

Apro una parentesi, non so se avete sentito l'ultimo discorso del braccio destro e maestro di Bin Laden, quando dice più o meno<<a noi proprio non interessa il vostro mondo corrotto, dove le vostre donne sono trattate da oggetti ... ecc ...>> E' l'essenza dello scontro culturale che il capitalismo provoca con la sua espansione. Era da aprirci davvero un dibattito. Chiusa parentesi.

Quindi questa espansione non è per risolvere la crisi ma è per prolungare la vita del meccanismo. Da una parte entra in conflitto violento con le altre parti del mondo, dove spunta fuori la matrice religiosa (islam) che sostituisce il dogma marxista, alla quala i poveri si affidano. Dall'altra invece di risovere la sua crisi, risolvendo le sue contraddizioni interne le esporta fuori. Ecco perchè insisto nel dire che trovare nuovi sbocchi in realtà gli serve solo per sopravvivere, non per risolvere la sua crisi. O comunque è un mezzo sbagliato, pure fosse in buona fede.
Come esempi di esportazione delle contraddizioni, cito i più grandi, sono Cina ed India.

Ricchezza concentrata, povertà diffusa. Non so, si dovrebbe vedere fra qualche decennio. Avremo 3 mld di persone (tra Cina ed India), che consumeranno come noi ? E le risorse ?
Un'altra cosa che viene poco discussa è che in Cina, il capitalismo ci ha detto <<Signori io della democrazia, ne posso anche fare a meno, mi basta deregulation e mano d'opera a buon mercato>>.

Interessante anche questo.

Poi scrivo qualcosa sulla scuola
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Vecchio 21-02-05, 20:56   #5 (permalink)
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http://www.cidi.it/documenti/appello_Cultura.html


Al mondo della cultura
Un appello del Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti
sulle “Indicazioni nazionali per la scuola”


Chi considera la cultura una risorsa per tutti, garanzia di convivenza democratica e motore dello sviluppo del Paese, non può che allarmarsi di fronte alla pochezza, alla superficialità e all’assenza di pluralismo culturale con cui sono state improvvisate dal governo le Indicazioni nazionali per i piani di studio personalizzati: un documento che, per quanto transitorio, viene imposto con dubbi strumenti giuridici alla scuola dell’obbligo, scuola di tutti, e frettolosamente prescritto all’editoria scolastica.
La stessa strada sta per essere intrapresa per la scuola secondaria superiore.

Compito della scuola è promuovere conoscenza e senso critico, offrendo a tutti e a ciascuno strumenti culturali capaci di durare nel tempo, orizzonti di senso e bussole per affrontare la complessità del mondo, per far fronte ai nuovi saperi e alle nuove responsabilità, per tenere saldi i comuni valori della convivenza.
Il rinnovamento dei contenuti e delle competenze che la scuola deve consegnare alle nuove generazioni non può che essere il risultato di un confronto lungo, articolato e ricco tra diverse posizioni ideali e culturali, sintesi di ciò che la società vuole costruire per sé e per il suo futuro nell’alveo dei principi costituzionali.
Le indicazioni curricolari per la scuola devono dunque essere condivise e di alto profilo culturale in quanto garanzia essenziale di cittadinanza attiva e responsabile.

Le “Indicazioni” volute dal ministro Moratti invece, prive del necessario respiro culturale e progettuale, sono state pensate in pochissimo tempo, in chiuse stanze, da poche persone, che non hanno cercato, né accolto osservazioni, critiche, punti di vista diversi, né hanno tenuto conto delle migliori pratiche scolastiche, dell’esperienza di chi nella scuola opera, delle competenze del vasto mondo della cultura e della ricerca.

È la prima volta che questo accade nella storia della scuola della Repubblica.

Sono indicazioni linguisticamente sciatte, culturalmente approssimative, lacunose, prive di rigore scientifico, di coerenza metodologica, di organizzazione interna, che omettono volutamente capisaldi indiscussi del sapere contemporaneo e che, con gli impropri e continui richiami alla formazione spirituale e religiosa degli allievi, veicolano un'idea ‘di parte’ della conoscenza e dell'uomo e un principio educativo discriminante, in una scuola che, in quanto pubblica, ha il dovere di rispettare scelte personali in materia etica e religiosa.
Le lunghe liste di obiettivi offrono invece una visione riduttiva dei processi di apprendimento come puro accumularsi di nozioni e abilità, in una concezione tutta piegata sul controllo moralistico dei comportamenti, sulle richieste della famiglia “committente”, sulla precoce determinazione dei destini individuali.

Tali indicazioni, insieme alla riduzione delle risorse pubbliche e alle restrizioni normative, rischiano di far arretrare irreparabilmente la nostra scuola, interrompendone lo sviluppo degli ultimi decenni e allontanandola dall’Europa.

Non si può rimanere indifferenti.

Quali siano oggi le conoscenze necessarie per vivere, lavorare, continuare ad apprendere è questione talmente importante e decisiva che dovrebbe investire la società intera ed essere frutto del lavoro paziente di commissioni pubbliche, qualificate, pluraliste, i cui esperti siano riconoscibili e le cui elaborazioni siano sotto gli occhi di tutti, nel quadro di un vasto e approfondito dibattito culturale.


La scuola ed il suo progetto educativo e culturale devono tornare ad essere res publica,
questione che tutti coinvolge e tutti appassiona e impegna.


Le prime adesioni
Carlo Bernardini, Gilberto Corbellini, Tullio De Mauro, Giulio Giorello, Umberto Guidoni, Margherita Hack, Dacia Maraini, Paolo Sylos Labini, Luigi Spaventa, Sergio Zavoli
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Vecchio 25-02-05, 22:48   #6 (permalink)
Men che commendevole
 
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Citazione:
Originalmente inviato da Mister B

Non si può rimanere indifferenti.


.....è una riforma voluta da una classe dirigente mediamente mediocre per ottenere un'Italia mediamente mediocre e meramente acquiescente.
Se si riflette sul solo fatto che non c'è nemmeno un soldo a bilancio per farla, si capisce che è soltanto un iniquo tentativo di asservimento della scuola alla politica di governo, i cui unici effetti passeranno inutilmente sulla pelle dell'attuale generazione dei docenti di questo Paese.
Leggo oggi due news del ministro:

1) "..dal 2008 avremo finalmente il docente laureato per tutti i cicli dell'istruzione...... L'Europa ci invidia la scelta ........"

2) "..200.000 precari della scuola saranno assorbiti a tempo indeterminato".


Non commento. Dico soltanto che le bugie in contrasto andrebbero quantomeno differite nel tempo.
E che la seconda ha soltanto fini elettorali. Di molto bassa levatura. Culturale.



.
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Vecchio 02-03-05, 22:57   #7 (permalink)
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Originalmente inviato da Luigina.bs
Mi piacerebbe sapere come faranno dal momento che l'attuale riforma prevede l'eliminazione dell'educazione tecnica nella scuola media e perciò di 17000 docenti di questa materia, oltre agli insegnanti tecnico pratici dei laboratori delle scuole superiori (27000) a meno che non li considerino nel n° dei futuri 200000 precari. Forse molti non sanno che è stato abolito il ruolo nelle scuole di ogni ordine e grado e chi ha superato con fatica regolari concorsi è stato declassato a insegnante a tempo indeterminato.
Il guaio è che per rimediare ai danni che farà in futuro questa riforma non basterà cambiare governo, perché purtroppo l'opposizione non offre proposte concrete alternative, ma si limita a fare critica non costruttiva.

E' vero che le forze politiche hanno sempre mostrato di tenere conto della scuola prevalentemente nelle occasioni elettorali per la sola caratteristica di essere questo un grande serbatoio. Ma nella bozza di programma dell'opposizione il sostanziale azzeramento dell riforma Moratti ha preso ormai una posizione stabile. Questa volta sono in gioco principi che trascendono gli interessi immediati della categoria.
Mi auguro sia davvero così nell'interesse di tutti.
Ciao.
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Vecchio 03-03-05, 13:02   #8 (permalink)
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Originalmente inviato da Flamenco
E' vero che le forze politiche hanno sempre mostrato di tenere conto della scuola prevalentemente nelle occasioni elettorali per la sola caratteristica di essere questo un grande serbatoio. Ma nella bozza di programma dell'opposizione il sostanziale azzeramento dell riforma Moratti ha preso ormai una posizione stabile. Questa volta sono in gioco principi che trascendono gli interessi immediati della categoria.
Mi auguro sia davvero così nell'interesse di tutti.
Ciao.
solo questo sarebbe un buon motivo per privatizzare tutto, ovviamente riducendo le tasse, ovvero rendendo detraibile (e non deducibile) al 100% quanto pagato per la scuola privata.

il fatto è NESSUNO STATO può dare la scuola che vogliamo, perchè alla fine danno un prodotto standard uguale per tutti, inevitabilmente questo scontenta molti! altro che interesse di tutti!
se ci fosse vera concorrenza e non l' "obbligo" di usare le scuole pubbliche (ossia, si può andare alle private, pagando però due volte: tasse e retta)
seguendo per forza i programmi ministeriali, spesso politicamente pilotati (vedi silenzio sulle foibe).

Faccio notare come lo Stato paternalista (come quasi tutti quelli moderni "occidentali") non faccia altro che sottrarre COERCITIVAMENTE risorse alla popolazione, sotto forma di tasse e inflazione (che è prodotta dalle banche centrali) restituendole sotto forma di servizi, al NETTO DELLE SPESE PER IL PROPRIO SOSTENTAMENTO, non a caso li Leviatano tende sempre a crescere e ad aumentare il proprio potere: chissà perchè nessun politico lancia mai l'idea di privatizzare le scuole, sarà per il ministero in meno?

lo so che è un argomento impopolare, ma non è così, alla fine le stesse risorse, se lasciate alla popolazione e senza il prelievo dell'onerosa parcella per la malagestio pubblica, otterrebbero un risultato più efficiente, consentendo infatti ai singoli di usarle per scegliere la scuola, l'ospedale, i servizi ecc più adeguati alle PROPRIE esigenze e non quelle della MASSA IMPERSONALE degli elettori!

Ultima modifica di skipper1971 : 03-03-05 alle ore 13:07
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Vecchio 03-03-05, 22:41   #9 (permalink)
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La cattiva gestione della cosa pubblica va evitata. Quando accade va sanzionata. Non bisognerebbe mai rinunciare a quest'idea.
Nè bisognerebbe mai dimenticare che è anche il principio della solidarietà sociale che fa grande uno stato democratico. Specialmente nei servizi di pubblico interesse.
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Vecchio 04-03-05, 09:12   #10 (permalink)
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Originalmente inviato da Flamenco
La cattiva gestione della cosa pubblica va evitata. Quando accade va sanzionata. Non bisognerebbe mai rinunciare a quest'idea.
Nè bisognerebbe mai dimenticare che è anche il principio della solidarietà sociale che fa grande uno stato democratico. Specialmente nei servizi di pubblico interesse.
è impossibile evitare la cattiva gestione, sia nel pubblico sia nel privato. La differenza è che nel privato se c'è concorrenza l'inefficiente viene espulso dal mercato a beneficio dei consumatori
il pubblico invece ha in pratica il monopolio e perciò può offrire il (dis)servizio che vuole (ciò non toglie che ci siano cose buone anche nel pubblico), atro che sanzioni! che facciamo, multiamo la scuola pubblica (ridicolo, i soldi che ha sono quelli delle tasse!)? o cacciamo l'insegnante? o il ministro? facciamo una bella riforma-restauratrice?
quello che dici sulla solidarietà sociale è corretto, soltanto che nessuno ha mai stabilito che sia esclusiva dello stato, ci sono migliaia di cittadini che fanno volontariato in libere organizzazioni non pubbliche, se le risorse sottratte loro con le tasse e incamerate dal sistema per autoalimentarsi e pagare il debito fossero disponibili, farebbero probabilemnte molto di più e molto meglio.
uno stato che governa tutto e pensa e provvede al bene di tutti è irrealizzabile per questioni pratiche, perchè dovrebbe istantaneamente e automaticamente conoscere e soddisfare i bisogni di tutti, (e in questo paradiso non si capisce chi dovrebbe poi provvedere in pratica a soddisfarli visto che, come immagino, nessuno avrebbe voglia di lavorare gratis per farmi vivere da pascià alle Maldive), quindi per realizzarlo occorrerebero risorse infinite istantaneamente disponibili
lo scambio di risorse finite tra esseri umani per migliorare il proprio benessere è la base delle azioni umane, se esistesse solo lo "stato" non ci sarebbe nessuno con cui fare questo scambio, e credevo che il tribunale della storia avesse già archiviato il caso ...........
"pubblico interesse" è un ossimoro, perchè esiste solo l'interesse dei singoli e solo loro sanno quale sia, il pubblico interesse non interessa a nessuno!
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