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Vecchio 09-01-07, 08:40   #101 (permalink)
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I giovani sono lo 0,05%. I «cervelli»? Qualcuno torna, ma gli atenei non se ne accorgono

Università, sotto i 35 anni solo nove docenti su 18.651

di SERGIO RIZZO e GIAN ANTONIO STELLA

ROMA - Buon per lui che non la ingoiò, Paolo De Coppi, l'esca messa all'amo della leggina «Rientro dei cervelli». Peggio per l'Italia e buon per lui che se ne restò all'estero, a studiare le cellule staminali fino alla clamorosa scoperta finita ieri sulle prime pagine di tutto il mondo. Quelli che tornarono, adescati dalla prospettiva di entrare nelle università superando barricate burocratiche, trincee baronali e ragnatele sindacali, si ritrovano infatti a rimpiangere il posto perduto in America, Olanda o Germania e a fare i conti con le solite vecchie regolette corporative di un sistema abnorme. Dove due numeri dicono tutto: su 18.651 docenti di ruolo, quelli con meno di 35 anni (l’età di De Coppi) sono 9: lo zero virgola zero cinque per cento. Al contrario, quelli con più di 65 anni sono 5.647: il 30,3%.
Eppure lo sanno, quelli che governano il mondo universitario. Sanno che Enrico Fermi prese il premio Nobel a 37 anni, Renzo Piano progettò il Beaubourg a 34, Federico Faggin inventò il microchip a 30, Bill Gates fondò la Microsoft a 30, Larry Page e Sergei Brin sbaragliarono i colossi di Internet con Google quando ne avevano solo 25. E insomma sanno che l’esperienza è fondamentale e la saggezza è un dono dell’età e magari possono pure invocare Giuseppe Tomasi di Lampedusa che pubblicò Il gattopardo quando era anzianotto ma per certe cose, soprattutto nei campi della scienza, c’è un’età dell’oro. Ed è quella che certi giovani geni italiani, se non se ne vanno prima, passano in coda alla porta di questo o quel barone sperando che venga loro lanciato un tozzo di contrattino da poche centinaia di euro.
I numeri del ministero (ufficiali e aggiornati al primo gennaio 2007 e dati al Corriere sulla base dei codici fiscali) sono lì, impietosi. E dicono che negli ultimi 22 anni i docenti di ruolo negli atenei statali sono più che raddoppiati: da 8.454 del 1985 ai 18.651 di cui dicevamo. Solo che la moltiplicazione delle cattedre non ha visto affatto in prima fila i giovani. Le «torte» statistiche che pubblichiamo, riprese da un intervento degli studiosi Stefano Zapperi e Francesco Sylos Labini e aggiornate per la parte italiana coi dati d’oggi, dicono che contro il nostro umiliante 0,05% i cattedratici sotto i 35 anni sono il 7,3% in America, l’11,6% in Francia, il 16% nel Regno Unito. E che al contrario gli anziani oltre i 65 anni scendono al 5,4% in America, all’1,3% in Francia, all’1% in Inghilterra. Onestamente: è mai possibile che la fascia più numerosa degli «ordinari» italiani (1.048 persone) abbia 60 anni e cioè due più dell’età media dei rottami umani ancora nostalgicamente iscritti al partito comunista russo? E fossero solo i cattedratici! Pare impossibile ma tra i 18.150 associati, gente comunemente associata (scusate il gioco di parole) a chi è in carriera e aspetta di passare di ruolo, la fascia di età più affollata è la stessa: 60 anni. Quelli che hanno già spento la 65? candelina sono 1.758. Cioè 683 in più degli under 40. Quanto ai 21.639 ricercatori, le cose vanno meglio. Ma certo non al livello dei Paesi più avanzati.
Un problema scientifico o culturale. Ma non solo. Basti dire che, stando al rapporto sullo stato dell’Università, la spesa per il personale non docente, calcolata l’inflazione, è leggermente calata (un miliardo 851 milioni di euro) così come sono calati del 10,8% i soldi sborsati per i beni durevoli, cioè gli investimenti. Ma il personale docente nel 2004 (oggi la cifra si è ulteriormente impennata) è costato 4 miliardi e 495 milioni di euro, con un aumento reale sul 2001 del 9,3%.
E meno male che sui conti non gravano più i politici. In Parlamento, tra ricercatori, associati e ordinari (solo Prodi e Gerardo Bianco si dichiarano «in pensione», altri se la cavano con formule più o meno ambigue) ce ne sono 93: un decimo di deputati e senatori. Dal 31 marzo 1993 non possono più incassare il doppio stipendio. Ma degli antichi privilegi che i baroni-parlamentari si erano concessi qualcosa resta: la possibilità, per i docenti più anziani, di andare fuori ruolo, continuando a incassare lo stipendio e a risultare a carico del sistema universitario ma senza più l’obbligo di fare una sola ora di lezione o di ricerca. Una regalia feudale via via modificata nella soglia di accesso finché la Moratti (evviva) l’ha abolita. Per il futuro, però. Intanto, riceveranno ancora lo stipendio (150 mila euro lordi gli ordinari, 110 mila gli associati) la bellezza di 1.012 «fuori ruolo» nel 2007, 1.372 nel 2008 e 1.888 nel 2009.
In questo contesto (aggravato da una litania di scandali di concorsi pilotati e baroni che lasciano in eredità la cattedra ai figli o ai nipoti come fosse un comò fino al caso estremo di Bari dove in un corridoio tutti i docenti avevano lo stesso cognome) cosa fareste nei panni di un giovane che vuole insegnare o fare ricerca? A migliaia hanno risposto: via! Finché alla fine di gennaio del 2001 il governo Amato varò il programma «Rientro dei Cervelli». Che, tentando per la prima volta di arginare la fuga di tanti studiosi sparsi in mezzo mondo, offriva agli esuli di rientrare con un contratto (a tempo pieno) iniziale di tre anni in cui lo Stato si faceva carico dello stipendio e per il 90% di un progetto di ricerca proposto dal candidato.
Il governo di centrodestra confermò e rilanciò. Scrivendo a chiare lettere, nei decreti successivi del 2003 e del 2005, che l’obiettivo era offrire «ai giovani ricercatori italiani impegnati all’estero, l’opportunità di un definitivo rientro nel proprio paese». Chiaro? «Definitivo». Questo era l’impegno preso dall’Italia con gli italiani che avevano lasciato posti spesso di grande prestigio e grandi stipendi: l’offerta di avere un posto «de-fi-ni-ti-vo» senza che si andassero a infognare nelle beghe bottegare di certi atenei. Un impegno che la Moratti ribadì ancora il 10 maggio scorso, spiegando che dopo «l’inserimento in Italia con contratti a termine di oltre 460 studiosi, è stata data quest’anno priorità alla loro stabilizzazione».
Sapete com’è finita? Che l’ambizioso programma, costato 52 milioni, si è infranto contro mille distinguo, mille cavilli burocratici, mille intralci procedurali. Tizio, Caio e Sempronio sono dei genii? Sarà. Ma bisogna vedere anche se tutti i moduli sono a posto, quanto vale in Italia la qualifica che avevano in America e poi i titoli e le carte e i timbri… Risultato: dei 460 faticosamente riportati in Italia, finora sarebbero stati richiesti ufficialmente dagli atenei italiani solo in una cinquantina e avrebbero superato le forche caudine del Cun (Consiglio universitario nazionale) solo in dieci. E il bello è che non possono manco tentar la carta dei concorsi: sono bloccati dal 2003 in attesa delle nuove regole. Auguri. O good bye ...

Fonte: Corriere della Sera di oggi
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Vecchio 09-01-07, 09:37   #102 (permalink)
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e c'è chi davanti ad una prospettiva di incrementare
la privatizzazione del sistema scolastico a danno del pubblico
perde tempo a pensarci sù....
roba da matti.....o da comunisti....decidete voi
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Vecchio 15-01-07, 15:08   #103 (permalink)
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All'università di Lecce il numero dei dipendenti addetti a mansioni tecniche e amministrative supera il numero degli insegnanti (non è sorprendente dato che lo statuto dell'università prevede che il personale amministrativo abbia il 20% dei voti nell'elezione del rettore). Avendo bruciato tutte le risorse in una dissennata politica di assunzioni, il rettore è stato costretto a sospendere il riscaldamento (nelle aule, non certo negli uffici amministrativi, dove il riscaldamento funziona anche il pomeriggio, quando le stanze sono deserte). Pochi in città sembrano preoccupati dello stato della loro università: i figli della buona borghesia salentina studiano a Bologna, a Torino, a Milano. All'università di Lecce sono rimasti i figli di chi non può permettersi di mandarli al Nord. Chi è più di sinistra? Chi vuole riformare l'università, oppure chi nella Finanziaria ha imposto di stanziare più fondi per il rinnovo dei contratti dei dipendenti pubblici?
.
della serie anche i ricchi piangono....sì col cap-zo !!!
tutto l'articolo: http://www.corriere.it/Primo_Piano/E...giavazzi.shtml
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Vecchio 19-01-07, 09:53   #104 (permalink)
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La mafia dei baroni

di Davide Carlucci, Gianluca Di Feo e Giuliano Foschini

Metodi da Cosa Nostra. Per gestire il potere negli atenei. Bari, Bologna, Firenze: tre inchieste sui concorsi. Già decisi prima del bando. A favore di parenti e allievi. Ecco i risultati choc delle inchieste delle procure sui professori

Mafia. Il guaio è che non sono solo i magistrati a usare questo termine. Adesso anche i docenti più disillusi citano il modello di Cosa nostra come unico riferimento per descrivere la gestione dei concorsi nelle università italiane. Proprio nei luoghi dove si dovrebbe costruire il futuro, prospera una figura medievale capace di resistere a ogni riforma: il barone. Un tempo i suoi feudi erano piccoli, poteva controllare direttamente vassalli e valvassori, mentre doveva piegarsi davanti a un solo re, lo Stato. Ora invece il numero dei docenti e degli atenei è esploso. C'è da corteggiare aziende e fondazioni, mentre spesso bisogna anche fare i conti con le Regioni. Così l'ultima generazione di baroni per mantenere intatto il potere ha rinunciato a ogni parvenza di nobiltà accademica e si è organizzata secondo gli schemi dell'onorata società. Questo raccontano gli investigatori di tre procure che hanno radiografato l'assegnazione di decine e decine di poltrone negli atenei di tutta Italia, dalle Alpi alla Sicilia. Un terremoto con epicentro a Bari, Firenze e Bologna che vede indagati un centinaio di professori. E che ha messo alla luce gli stessi giochi di potere in tutti gli atenei scandagliati. Scrive il giudice Giuseppe De Benectis: "I concorsi universitari erano dunque celebrati, discussi e decisi molto prima di quanto la loro effettuazione facesse pensare, a cura di commissari che sembravano simili a pochi 'associati' a una 'cosca' di sapore mafioso". Rincarano la dose i professori Mariano Giaquinta e Angelo Guerraggio: "'Sistema mafioso' vuole dire 'cupole di gestione' delle carriere e degli affari universitari, spesso camuffate come gruppi democratici di rappresentanza o gruppi di ricerca".

Se i giovani più promettenti emigrano non è solo questione di risorse; se la ricerca langue e i policlinici sono sotto accusa, la colpa è anche del 'sistema'. Che fa persino rimpiangere il passato: "Una volta si parlava di 'baroni'. Adesso i numeri (anche dei docenti) sono cresciuti. Al posto del singolo barone ci sono i clan e i loro leader, che non necessariamente sono i migliori dal punto di vista della ricerca...", scrivono sempre Giaquinta e Guerraggio, docenti di matematica che hanno appena pubblicato un saggio coraggioso intitolato 'Ipotesi per l'università'. E continuano: "La situazione non sembra migliorata: baroni per baroni, sistema mafioso per sistema mafioso, forse i vecchi 'mandarini' sapevano maggiormente conciliare il loro interesse con quello generale. La difesa delle posizioni conquistate dal 'gruppo' riusciva, in parte, a diventare anche fattore di progresso. Sicuramente più di quanto accada adesso".

Cattedre immortali
Come nelle cronache del basso impero, i nuovi baroni non si limitano a spadroneggiare nei loro castelli, ma creano alleanze con altri signorotti, in modo da proteggersi l'un l'altro e dilagare nell'immunità. Eppure ci sono state prese di posizione dirompenti, come quella di Gino Giugni, che nell'estate del 2005 denunciò in una lettera aperta ai professori di diritto del lavoro "la gestione combinata nella selezione dei giovani studiosi". Il padre dello Statuto dei lavoratori chiedeva che "tutti i colleghi di buona volontà" unissero il loro impegno "per riportare serenità, trasparenza, e ancor più equità nelle scelte accademiche". Raccolse un plauso tanto ampio quanto generico. Insomma, nessuno ebbe il coraggio di fare un nome o denunciare un concorso specifico. Oggi Giugni spiega a 'L'espresso' di non essere pentito di quella sortita. Da vecchio socialista si sforza di mantenere un ottimismo di principio, ma ammette: "Da quello che mi raccontano, temo che non sia cambiato proprio nulla". La razza barona infatti gode di un privilegio tra i privilegi: quello dell'immortalità accademica. Gli effetti concreti dell'intervento della magistratura sono limitati. Se non totalmente inutili: le sentenze non riescono a scalfire le poltrone. Ai tempi biblici della giustizia penale si sommano le controversie civili e amministrative, con ragnatele di ricorsi incrociati. Alla fine, persino il baronetto riesce quasi sempre a conservare il feudo ereditato dal padre in violazione d'ogni legge. Il caso più assurdo è quello del concorso di otorinolaringoiatria bandito nel 1988: ci sono state dieci sentenze, confermate pure dalla Suprema corte, centinaia di articoli di giornali, almeno quattro libri e una decina di interrogazioni parlamentari. Il professor Motta senior è stato condannato, eppure il professor Motta junior continua a detenere legalmente quel posto da 18 anni. Se l'immortalità è garantita anche nell'immoralità in caso di giudizi definitivi, facile immaginare il colpo di spugna che calerà con l'indulto sugli ultimi scandali universitari. Tutte le accuse di abuso in atti d'ufficio, il reato classico delle selezioni addomesticate, verranno spazzate via: resteranno solo le più gravi, quelle per le quali viene contestata anche l'associazione per delinquere, la corruzione o la concussione.

Il burattinaio e il santino
L'indulto potrebbe anche sbiancare l'inchiesta partita dall'università più antica, quella che ha preso di mira l'eccellenza dell'eccellenza: i vertici di medicina interna e gastroenterologia del Sant'Orsola di Bologna, che hanno partecipato alle ricerche dei vincitori dell'ultimo Nobel. Partendo da una storiaccia di viaggi premio e di presunte mazzette elargite da una casa farmaceutica, le Fiamme Gialle si sono imbattute nelle manovre per manipolare tutti i concorsi italiani del settore. Le intercettazioni disposte dal pm Enrico Cieri per un anno sono riuscite a cogliere in diretta la genesi delle gare, pilotate passo passo per garantire la vittoria dei prescelti. Prima si decideva la composizione delle giurie, poi ai commissari veniva inviato il 'santino' ossia il curriculum del predestinato.

A questo punto, il bando veniva disegnato su misura. Mister X aveva una specializzazione in microbiologia? Diventava requisito fondamentale. Eventuali sfidanti non graditi si facevano da parte, quasi sempre con le buone concordando una futura designazione. In caso di contrasti, interveniva il 'burattinaio': così veniva chiamato dagli intercettati Ettore Bartoli, 70 anni, cattedra a Novara ma potenti agganci nella capitale. Di lui i professori Corinaldesi e Vaira dicono che "è quello che ha sulle spalle tutta Italia", che "è molto ingranato a Roma", che "è come le vacche sacre", che "si fotte l'Italia". Gli inquirenti hanno incriminato 12 concorsi di medicina interna svolti a Bologna, Verona, Brescia. Ma ci sono cataste di indizi che riguardano altre regioni e che potrebbero dare vita ad altre inchieste. Nessun favore ai parenti: in questo circuito i candidati da promuovere hanno curriculum di rispetto. No, al Sant'Orsola la logica è diversa: si tratta di potenziare la squadra. Perché per una cattedra, come dichiara la preside Maria Paola Landini in un'intercettazione, "serve mezzo milione di euro" e non si può correre il rischio che finisca alla persona sbagliata. Aggiunge uno degli inquirenti: "Abbiamo ascoltato uno dei prof che motiva la necessità di imporre i suoi uomini per creare una 'squadra d'attacco' e ottenere così più fondi, pubblici e privati".

Insomma, un modello all'americana. Come ha spiegato la Landini, che ha rinunciato alle dimissioni dopo la solidarietà di tutti i professori: "C'è la convinzione diffusa che il concorso universitario corrisponda a una procedura di valutazione comparativa. Ma quello è solo uno dei criteri. Conta in ogni disciplina la valutazione dei docenti su quelli che a livello nazionale sono i giovani migliori". La preside davanti ai pm ha respinto le accuse e parlato di "coptazione concertata". Che per gli inquirenti si traduce comunque in una violazione della legge penale. Peccati veniali che possono venire risolti dal codice etico che Bologna (vedi scheda) ha appena introdotto? Il procuratore capo Enrico De Nicola non è d'accordo. Senza entrare nel merito delle indagini, si ancora ai principi di uguaglianza sanciti dalla Costituzione e dichiara a 'L'espresso': "Non credo nel ricorso ai codici etici senza sanzioni. Credo nella cultura delle istituzioni : qui si tratta di applicare la legge che parla di eguaglianza nella valutazione dei rapporti. Sono principi che non possono venire sostituiti dalla cultura individualistica e corporativistica". De Nicola, elogiando la qualità dell'università bolognese, ritiene che anche le deviazioni più piccole vadano perseguite: "Altrimenti si corre il rischio di arrivare a una degenerazione persino nei posti migliori, di trovarci con un ordinamento minato dal cancro dell'illegalità diffusa, che in quanto tale non si manifesta e diventa più pericolosa". Adesso l'istruttoria è praticamente chiusa: gli investigatori della Finanza stanno completando gli ultimi interrogatori, poi la Procura presenterà le richieste di giudizio. Gli indagati sono 70, inclusi luminari di livello internazionale: sono accusati di abuso in atti d'ufficio e falso ideologico. Nel loro rapporto le Fiamme Gialle ritengono che una decina di professori, i 'burattinai' che tiravano le fila delle commissioni, abbia formato una vera 'cupola' e ipotizzano per loro il reato di associazione per delinquere: una posizione che dovrà poi essere valutata dal pm. Intanto tutti gli indagati, a partire da Bartoli, hanno respinto le contestazioni.

La cupola e Big Pharma
Negli atti della Procura emiliana comincia a delinearsi un interesse delle grandi aziende a condizionare le cattedre. I fondi stanziati per la ricerca non possono essere usati per creare nuovi posti da ordinario, ma servono per quelli da ricercatore. E in questo modo pesano sugli organigrammi. L'industria ha bisogno di individuare gli 'opinion leader', i professori con maggiori potenzialità a cui affidare la sperimentazione e la pubblicizzazione dei prodotti: per questo il marchio di atenei d'eccellenza era fondamentale. Ma il futuro della spartizione rischia di essere sempre più condizionato dalle strategie di Big Pharma. Nell'inchiesta più sconvolgente, quella della Procura di Bari sulla 'cupola di cardiologia', emergono numerosi indizi dell'influenza dei capitali aziendali nel mercato delle nomine. Al telefono gli indagati parlano addirittura di pagamenti di un grande imprenditore per far promuovere il suo medico di fiducia. Ci sono poi le sponsorizzazioni alle associazione specialistiche, viste spesso dagli inquirenti come alter-ego della 'cupola'. Discutendo della disputa per alcuni uffici chiave, il primario pisano Mario Mariani annuncia al telefono che "la Società italiana di cardiologia ha creato la Fondazione... che è la più importante d'Italia perché raccoglie tutti i fondi. E m'ha designato presidente. Allora: Collegio presidente so' io, la Fondazione il presidente so' io. Ecco io lo stermino in tre minuti, perché in Italia non si muove foglia di cardiologia che io non voglia". Mariani, arrestato nel 2004, viene indicato dal gip come il dominus delle gare di cardiologia. Per inciso: la Fondazione in questione venne creata nel 2003 per volontà, tra gli altri, di Calisto Tanzi ed Emilio Gnutti.

Affari di cuore
Le intercettazioni sulla 'cupola di cardiologia' ricostruiscono un feuilleton spietato, in cui si ricorre a qualunque trucco per insediare parenti e accoliti. Nel mirino alcuni maestri della disciplina, registrati mentre pilotano cattedre e borse di studio da Brescia a Palermo. Il protagonista principale dei nastri è Paolo Rizzon, trevigiano diventato primario a Bari. Il mandato di cattura lo ritrae come un personaggio da commedia all'italiana. Viene ascoltato mentre trama per ottenere una composizione favorevole della commissione che dovrà valutare suo figlio. Poi concorda anche il tema dell'esame e lo segnala prontamente al rampollo. E quando scopre che l'erede non riesce a reperire nemmeno la documentazione indicata ("Ho guardato su Internet, non c'è niente"), si muove persino per procurargli il testo. E pensare che nello stesso periodo in un'intervista a 'Repubblica' il barone respingeva le critiche di nepotismo: ""Chi si lamenta spesso è poco bravo". La Rizzon story mostra risvolti boccacceschi, con triangoli sessuali e scambi di amanti e una terribile componente di vera mafia. Secondo gli atti, a un candidato 'da eliminare' che vuole presentare un ricorso, viene trasmesso questo messaggio: "Il professore ha fatto avere il tuo indirizzo a due mafiosi per farti dare una sonora bastonata". Un modo di dire? Non proprio. I due bravi di ispirazione manzoniana hanno nome, cognome e curriculum criminale pesante. Con loro il professore conduce numerosi affari, inclusi 'commerci di reperti archeologici'. Degno di nota, il dialogo tra l'illustre cardiologo e uno di questi figuri - da lui definito 'boss dei boss' - a cui chiede di recuperare l'auto rubata nel cortile della facoltà. Salvo scoprire il giorno dopo che l'utilitaria non era stata portata via: il docente si era semplicemente dimenticato di averla posteggiata altrove.

Bari offerta family
È come essere a un matrimonio, a una festa di famiglia: c'è il padre che ha appena messo a contratto la figlia, nella facoltà di cui è preside, senza alcun concorso (Vito e Giulio Maria Gallotta). C'è il vecchio professore di medicina (Riccardo Giorgino) che sta giudicando il cognato (Sebastio Perrini) di suo figlio Francesco. A uno stesso tavolo potrebbero sedersi otto invitati della stessa famiglia (Antonella, Fabrizio, Francesco Saverio, Giansiro, Gilberto, Lanfranco, Manuela e Stefania: tutti Massari), stesso cognome, stesso mestiere: professore universitario, facoltà di Economia. Il grande ricevimento si tiene all'Università di Bari, il luogo italiano per eccellenza dove il mondo accademico e gli affetti familiari tendono a fondersi. Nulla che sia stato dichiarato illegale. La Procura, però, vuol capire sin dove si sono spinti i sentimenti. E in un anno e mezzo ha aperto 18 inchieste. Gli otto Massari rappresentano per Bari (e probabilmente per l'Italia) un record assoluto. Seguono a ruota a quota sei i Dell'Atti e i Girone, capitanati dall'ex rettore Giovanni. Il proliferare di figli e dunque di cattedre ha provocato non pochi problemi alle casse dell'ateneo: stretta la cinghia, lo scorso anno non è stato bandito nemmeno un concorso da professore. Nel 2005 furono più di cento. E la parentopoli barese alimenta feroci sarcasmi. A Medicina, è scritto in alcune delle denunce anonime che riempiono le scrivanie della Procura, è scoppiato il 'caso Ottanta': è la somma di Antonio e Nicola Quaranta, padre e figlio. Il primo, eletto preside, ha lasciato due mesi fa al secondo (34 anni appena) la direzione della scuola di specializzazione. Era l'unico candidato. Tradizione questa assai diffusa: solo alla meta anche Pierluigi Passaro, fresco di nomina a ricercatore in gestione delle imprese. Il concorso era stato bandito dalla facoltà nella quale insegna suo padre, Marcello.

Prova statistica
Di nuclei familiari pullulano anche gli atenei siciliani, ma parentopoli non è solo una questione meridionale. Un professore di economia agraria, emigrato in California dopo avere tentato invano di vincere una cattedra in patria, si è tolto il gusto di una vendetta da Edmond Dantès. Usando la scienza: Quintino Paris con una lunga analisi statistica ha dimostrato come le nomine dei commissari fossero anomale. Il suo esposto è diventato la mappa con cui gli investigatori di Firenze si sono mossi negli atenei. Trovare la rotta è facile: basta seguire i cognomi. Così Nicola Marinelli, figlio del rettore, vince il concorso per un posto da esperto di economia agraria nella facoltà di medicina. Economia agraria a medicina? Che c'azzecca? Per il preside Gianfranco Sensini "è una scelta dettata da necessità di interdisciplinarietà". E quando Sensini è stato poi accusato dai pm di Bari per un altro concorso, il rettore-padre gli ha rinnovato "piena stima". Quanto all'indagine penale, il preside ha detto di essere tranquillo: "Mi metto a disposizione della magistratura". E l'inchiesta sulla 'cupola di economia agraria'? Di stirpe in stirpe, si è imbattuta in Mario Prestamburgo, ex sottosegretario del governo Dini: lui è ordinario a Trieste, la figlia non lontano. Le Fiamme Gialle hanno sostenuto che si muovesse assieme a una vera e propria corte, con due vassalli più fidati e altri tre collaboratori: insomma, un vero barone. Una ricostruzione negata dall'ex parlamentare, che ha querelato gli accusatori.

Il magnifico dei magnifici
La Toscana è terra di proteste dure. E di tradizioni familiari. Martedì 16 con un gesto clamoroso il rettore Marinelli ha annullato l'inaugurazione dell'anno accademico contro i tagli del governo. Ai tempi della Moratti a guidare la rivolta c'era il suo collega di Siena. Anche lui con un figliolo in ateneo. Una vicenda che Piero Tosi, presidente dei rettori italiani, ha pagato a caro prezzo: un anno fa il gip lo ha sospeso dall'incarico. Scrive il giudice Francesco Bagnai: "Mentre Tosi doveva decidere se rispettare una legge dello Stato oppure violarla e contribuire così con un atto illegittimo a nominare il professor Caporossi a un importante incarico, quest'ultimo intanto si adoperava affinché il figlio del rettore salisse in cattedra". E quando la grana rischia di scoppiare, si muove pure il direttore amministrativo dell'ateneo senese, "non tanto per convincere l'altro candidato a non presentarsi al concorso a cui partecipava Gian Marco Tosi, quanto piùttosto per spingerlo a non presentare denunce". Ovviamente, oltre alle cattedre anche i panni sporchi devono restare in famiglia. E i meriti? Sono un'opinione. Che può venire travolta dal volere della 'cupola' anche nelle gare per i centri d'eccellenza, come quella del Sant'Anna di Pisa. Commentava il solito primario Rizzon: "Qua è dura l'aria, perché noi stiamo bocciando il candidato loro che è il meglio...". Lo stesso docente che magnificava la sua capacità di selezione mirata: "Fare giudizi in modo tale da fregarne tutti tranne uno o due non è facile. Io però ne sto uscendo fuori con una bella lingua italiana. Mi sto divertendo...".

Fonte: L'espresso
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Vecchio 19-01-07, 12:38   #105 (permalink)
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Rincarano la dose i professori Mariano Giaquinta e Angelo Guerraggio: "'Sistema mafioso' vuole dire 'cupole di gestione' delle carriere e degli affari universitari, spesso camuffate come gruppi democratici di rappresentanza o gruppi di ricerca".


forse queste parole, vi sono sfuggite...
Quali sono i gruppi democratici di rappresentanza?
Quali sono i più conosciuti gruppi di ricerca in questo paese?
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Vecchio 19-01-07, 12:48   #106 (permalink)
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più privato, più privato, più privato
e ancora..
più privato, più privato, più privato ecc. ecc.
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Vecchio 19-01-07, 17:39   #107 (permalink)
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Originalmente inviato da ramirez
più privato, più privato, più privato
e ancora..
più privato, più privato, più privato ecc. ecc.
E il socialcomunista ti risponde ... ma il privato se ne "apPROFITTA" ... ha un profitto che e' male .......

La parola profitto anche nel nostro dizionario ha un connotato negativo (approfitta).

Quando invece e' evidente a (quasi) tutti che e' solo ed esclusivamente un fenomeno positivo.
klaus_roma non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 19-01-07, 17:46   #108 (permalink)
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curva dei tassi

qualcuno di voi mi potrebbe indicare un sito dove trovo la curva dei tassi d'interesse aggiornata? Grazie
luck non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 20-01-07, 19:45   #109 (permalink)
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Education in New York

Teach us, Mr Mayor
Jan 18th 2007 | NEW YORK
From The Economist print edition

As mayors become leaders of school reform, cities look to New York

WHEN Adrian Fenty became mayor of Washington, DC, this month, he immediately announced a plan to take over the city's schools. He is not the first to propose such a scheme, and will not be the last. Although in most cities schools are run by an elected board, this is changing fast. Boston's mayor began the trend of “mayoral control” in 1991: it has spread to Cleveland, Chicago and a dozen other cities and counties, including Los Angeles, where it is now the subject of a court battle. But it is Michael Bloomberg, who took charge of New York's school system—the nation's largest—in 2002, who has become the paradigm of the mayor-educator.


Bloomberg blazes the trailThe sad state of city schools has never been plainer, thanks to testing required by No Child Left Behind, George Bush's 2002 education law. In 2005 51% of fourth-graders in big cities scored “below basic” on a standard reading test, compared with a national average of 38%. Mayors are eager to step in, well aware that bad schools not only harm students, but drive away the middle class and make cities less competitive. But what can mayors do that school boards cannot?

Mr Bloomberg, who gave his state-of-the-city address on January 17th, offers an answer. His power over schools has made him directly accountable for them, streamlined organisation and allowed him to make New York a test-bed for reform. It has also, some say, demonstrated the dangers of letting a mayor's power go unchecked.

As Mr Bloomberg campaigned for mayor in 2001, it was clear that New York's school board was failing its 1.1m students. The board, removed from the city's budget process, had little control over school finances. The consequences were dire. Many high schools were losing more than half their students before graduation. Mr Bloomberg promised change.

With the central school-board disbanded, the mayor got to work. He appointed as his education “chancellor” Joel Klein, a former top trust-buster at the federal Department of Justice. Together, they dissolved the city's 32 school districts and replaced them with ten regions. They chose a uniform curriculum for reading, writing and maths. And they began to close large high schools and open small ones in their place. Mr Bloomberg set up 15 small high schools in 2002, and got money from the Bill & Melinda Gates Foundation in 2003 to help open 169 more.

Two years after seizing control, Messrs Bloomberg and Klein began a push to give more power to certain schools. Management scholars such as William Ouchi, of the University of California, Los Angeles, argued that decentralisation had saved American businesses; it could save schools too. In 2004, New York began opening schools where principals have more control over everything from budgets to staffing. If a principal does not meet the mayor's targets, he can be fired.

Last spring, 322 principals, a fifth of the total, joined this “empowerment” programme.

Many parents, teachers and experts—not to mention the mayor—say the reforms are a triumph. Last year Mr Bloomberg's first crop of small high-schools had a graduation rate of 78%, compared with 58% city-wide. The empowerment schools have also shown signs of success, with better rates of attendance and grades.
But some who favoured mayoral control in 2002 now complain that Mr Bloomberg is a dictator, hastily imposing plans after little public input. The uniform curriculum for reading and maths was poorly chosen, argues Diane Ravitch, a professor at New York University. Randi Weingarten, head of the teachers' union, describes teachers using egg-timers to try to follow rigid lesson plans. The effect of the uniform curriculum is unclear. Elementary school students have performed well in some local tests, but their scores in national exams have hardly budged.
Mr Bloomberg's small-schools initiative has also drawn criticism. When the mayor closed big schools to open small ones, many displaced students simply crammed into other schools nearby. David Bloomfield, a professor at Brooklyn College, argues that although the small schools are promising, the rush to open them has placed too great a strain on larger schools, where most students are still enrolled. One Brooklyn high school has as many as 46 teenagers to a class.

Yet the mayor, when faced with complaints, has usually forged ahead. He proved particularly autocratic in 2004, when he announced a plan to keep failing students from advancing to the next grade. A similar scheme in the 1980s did not raise achievement levels and was deemed a failure. But when members of Mr Bloomberg's advisory board opposed the policy, he sacked them. Mr Klein argues that critics' inability to block change is a good thing. City schools, he says, need “bold, tough leadership”. In his state-of-the-city address, the mayor announced yet more reforms, tackling everything from teacher tenure to funding. He plans to disband his ten regions, and give principals even greater autonomy by letting them choose between different methods of support.

Education scholars generally agree that mayors can help failing districts, but they are starting to utter warnings. Last summer the editors of the Harvard Educational Review warned that mayoral control can reduce parents' influence on schools. And they pointed to Mr Bloomberg's aggressive style as an example of what not to do. All this must be weighed up by the New York state legislature in 2009, when mayoral control is up for renewal—or scrapping.
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Vecchio 27-01-07, 14:30   #110 (permalink)
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Insieme ai licei tornano gli Istituti tecnici e professionali, con interventi
contro la dispersione. Le scuole diventano Fondazioni e potranno ricevere donazioni
Via libera alla 'rivoluzione Fioroni'
Superiori, cancellata la riforma Moratti
Ecco tutte le novità. I commenti del ministro e del viceministro Bastico

di SALVO INTRAVAIA



Cancellata di fatto la riforma Moratti al superiore: ritornano gli istituti gli tecnici e i professionali. E ancora, scuole equiparate dal punto di vista fiscale alle Fondazioni, riforma degli organi collegiali e qualifiche professionali triennali con relativo albo nazionale. E' in arrivo per la scuola italiana una vera rivoluzione. Il cosiddetto pacchetto Fioroni, contenuto nel provvedimento sulle Liberalizzazioni (il cosiddetto decreto Bersani) è stato approvato ieri sera dal Consiglio dei ministri.
La riforma ruota su due assi fondamentali: agevolazioni fiscali a favore delle istituzioni scolastiche e potenziamento dell'area tecnico professionale della scuola superiore. Tutte le novità sono contenute in due distinti provvedimenti: un decreto-legge e un disegno di legge.

Riforma della scuola superiore. "Gli istituti tecnici e professionali tornano di serie A" è il primo commento del ministro della Pubblica istruzione, Giuseppe Fioroni. Il governo ha stralciato dalla strutturazione in otto licei della scuola superiore disegnata dal governo Berlusconi quelli tecnologici ed economici. Nell'ordinamento scolastico italiano resteranno dunque gli attuali istituti tecnici e i professionali che saranno a loro volta oggetto di una consistente rivisitazione. La riforma in questione riguarda le scuole che destano le maggiori preoccupazioni in relazione agli alti tassi di dispersione scolastica registrati. E dove trovano posto oltre un milione e 400 mila studenti (il 55 per cento del totale, al superiore). Saranno 'accorciati i percorsi' scolastici, in termini di monte ore annuo, e diminuiranno anche le discipline. Ma 'la rivoluzione - ha spiegato Fioroni - è quella dei Poli tecnico-professionali' che prevede l'istituzione dei istituzioni tecnico-professionali, uno per ogni provincia'. Si tratta di organismi scolastici complessi che al loro interno comprenderanno gli attuali istituti tecnici e professionali, 'strutture formative per il conseguimento di qualifiche triennali - e diplomi professionali spendibili a livello nazionale ed europeo - e Istituti tecnici superiori': gli attuali corsi post diploma Ifts (di istruzione e formazione tecnico superiore). L'obiettivo è di colmare un gap di professionalità che costringe ogni anno le imprese italiane a cercare 'senza trovarli, 500 mila giovani con qualifiche tecnico-professionali e 80 mila super periti'.

Le scuole come le Fondazioni. Le scuole italiane, che in base all'ultima Finanziaria riceveranno direttamente - senza cioè più passaggi intermedi - nelle loro casse le somme che costituiscono il cosiddetto Fondo d'istituto, saranno equiparate dal punto di vista fiscale alle Fondazioni 'per consentire le stesse agevolazioni di incentivi delle Fondazioni e per destinare nuove risorse all'innovazione didattica e al miglioramento del patrimonio edilizio'. Attualmente il Fondo permette alle scuole italiane di 'personalizzare' l'offerta formativa: attività integrative, corsi pomeridiani, corsi di recupero ed altro. Uno dei primi effetti di questa rivoluzione sarà la possibilità, finora espressamente vietata per le scuole, di ricevere già da quest'anno donazioni da parte di soggetti privati: persone fisiche, onlus e imprese che non potranno in alcuno modo entrare negli organismi decisionali. Ma nel corso della lunga discussione l'esecutivo ha pensato anche a un fondo perequativo per le scuole delle regioni meno fortunate. Si pensa infatti che saranno le istituzioni scolastiche del Nord a ricevere il maggior numero di donazioni. Il fondo compensativo eviterà la creazioni di scuole di serie A e di serie B.

Riforma degli Organi collegiali. E per rendere più efficace la gestione delle scuole, oltre alle novità inserite nel cosiddetto decreto Bersani, il governo ha approvato una delega al ministro Fioroni che entro 12 mesi dovrà mettere mano alla riforma degli organi collegiali d'istituto, fermi alla versione del 1974. Sarà riformata la composizione del Consiglio d'istituto: l'organismo che gestisce gli aspetti economici e organizzativi delle scuole autonome. Attualmente del Consiglio fanno parte, in proporzioni diverse, docenti, genitori, alunni (solo al superiore) e personale non docente. Oltre al dirigente scolastico, membro di diritto, in futuro, le scuole potranno prevedere 'la possibilità di far partecipare agli organi collegiali e rappresentanti delle autonomie locali, delle università, delle associazioni, delle fondazioni, delle organizzazioni rappresentative del mondo economico, del terzo settore, del lavoro e delle realtà sociali e culturali presenti sul territorio'. Stessa cosa per i Collegi dei docenti (che gestiscono gli aspetti didattici) che potranno dotarsi di un Comitato tecnico: u gruppo di insegnanti che avranno il copmpito di supportare e monitorare la corretta attuazione del Pof: il Piano dell'offerta formativa.

La nuova scuola. Si tratta di una vera e propria rivoluzione copernicana che mira ad una maggiore vicinanza tra il mondo della scuola, le realtà presenti nel territorio e il mondo del lavoro. "Abbiamo gettato le basi della scuola che vogliamo", commenta a caldo il viceministro, Mariangela Bastico che continua: "Con l'obbligo a 16 anni, la riforma dei tecnici e dei professionali e l'integrazione dell'area post diploma abbiamo smontato e cambiato una parte fondamentale della riforma Moratti, evitando la svalorizzazione dell'istruzione tecnico e professionale". Il tutto evitando la deriva degli istituti professionali che secondo il disegno morattiano sarebbero dovuti passare alle regioni.

(25 gennaio 2007)
Claudio50 non  è collegato   Rispondi citando
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