Torna indietro   Forum di Finanzaonline.com > Approfondimenti di Finanza > Macroeconomia

Vai al forum
Rispondi
 
Strumenti discussione Valuta discussione Modalità visualizzazione
Vecchio 30-11-04, 16:32   #81 (permalink)
Member
 
L'avatar di Manzo
 
Data registrazione: Mar 2000
Messaggi: 106,624
Popolarità: 42949686
Manzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond repute
Competitività, analisi di un crollo


MARCO PANARA


La Finlandia ha una pressione fiscale pari al 46 per cento del prodotto interno lordo, l’Italia pari al 42 per cento. Eppure nella classifica dei paesi più competitivi elaborata dal World Economic Forum la Finlandia è al primo posto e l’Italia al quarantasettesimo. Nelle prime posizioni della classifica ci sono Svezia e Danimarca che hanno una pressione fiscale vicina al 50 per cento, e ci sono anche Stati Uniti e Giappone che ce l’hanno sotto il 30 per cento del pil, nonché il Regno Unito, l’Olanda e la Germania che l’hanno tra il 37 e il 40. Un po’ più avanti nella classifica della competitività troviamo al ventitreesimo posto la Spagna con una pressione fiscale del 35 per cento e, al ventisettesimo, la Francia, con una pressione fiscale del 45 per cento.
Diversi sono anche i trasferimenti per la sicurezza sociale in percentuale del prodotto interno lordo: la Finlandia, prima per competitività, trasferisce il 16,8 del pil e l’Italia, quarantasettesima, il 17 per cento, come Svezia (terza per competitività) e Danimarca (quinta), meno di Germania (tredicesima) e Francia (ventisettesima), assai di più del 12 per cento di Stati Uniti e Olanda e del 13,5 del Regno Unito.
Se utilizziamo la pressione fiscale e i trasferimenti sociali sul pil come parametri semplificati del modello sociale, ne possiamo dedurre che la competitività di ciascun paese non dipende dal modello adottato. Si può essere competitivi all’americana così come all’europea o alla giapponese: quello che conta non è il modello ne la pressione fiscale, ma la qualità del modello e come vengono spesi i soldi dei cittadini. Messo da parte il problema del modello, che spesso viene portato avanti come uno scudo per difendere le proprie inadempienze, entriamo un po’ più in profondità nell’analisi della competitività e delle sue componenti. Il World Economic Forum arriva alla classifica generale attraverso quattro indici: del livello tecnologico, della qualità delle istituzioni, della situazione macroeconomica e della competitività del business. La Finlandia è nelle prime tre posizioni in tutti e quattro gli indici, gli Stati Uniti sono primi nel livello tecnologico e nella competitività del business ma sono assai più indietro nella qualità delle istituzioni e nella situazione macroeconomica. Il miglior piazzamento dell’Italia è il trentaquattresimo posto nell’indice di competitiva del business.
Dietro ciascuno di questi indici ci sono una serie di parametri che vengono analizzati e confrontati paese per paese. Si va dal rating del paese al numero di cellulari per abitante, dal peso dei monopoli alla fuga di cervelli, dall’indipendenza dei giudici all’accesso a internet dalle scuole, dal trattamento salariale delle donne alla tutela degli azionisti di minoranza. In parte sono dati pubblicati dalle fonti ufficiali, in parte le valutazioni sono il risultato di un sondaggio effettuato tra i business leaders di ciascun paese (96 gli italiani).
In quasi tutte le voci la posizione dell’Italia è scoraggiante. Siamo nei primissimi posti solo per l’utilizzo dei telefoni cellulari, per tutto il resto siamo dal ventesimo in giù, con posizioni imbarazzanti (oltre l’ottantesimo posto) nella qualità delle leggi e dei regolamenti, nelle pari opportunità, nella qualità e quantità del prelievo fiscale e della spesa pubblica, nelle pratiche contabili e di auditing, nella trasparenza dell’azione di governo, nella criminalità organizzata, nell’accesso al mercato del lavoro e nel rapporto tra salario e produttività.
Non ne esce bene nessuno: né il governo né il parlamento, non le imprese e non i sindacati, non la pubblica amministrazione e neanche la magistratura.
Nessuno dei problemi e delle difficoltà che questa indagine sulla competitività mette in evidenza è nato ieri, ma c’è un fatto che deve far riflettere: in quella stessa classifica nel 2001 l’Italia era al ventiseiesimo posto e in tre anni è scivolata velocemente al quarantaseiesimo, con un peggioramento che non ha paragoni non solo tra i paesi del G7 ma anche tra quelli Ocse. Il crollo è stato simultaneo in tutti gli indici, quello tecnologico (dal 31° al 50° posto), quello della qualità delle istituzioni (dal 27° al 48°), quello della situazione macroeconomica (dal 23° al 38°).
L’analisi di questi dati ha due facce. La prima riguarda la tecnologia: è evidente che il livello tecnologico dell’Italia è oggi migliore rispetto a quello di tre anni fa, ma mentre noi camminavamo piano molti altri paesi correvano e ci hanno superato. Poiché la competitività si misura in rapporto agli altri, muoversi non basta se gli altri vanno assai più veloce. La seconda faccia dell’analisi riguarda le istituzioni e la situazione macroeconomica: in questi settori non è una questione di velocità relativa ma di peggioramento netto.
L’indice della competitività dovrebbe bastare a costringerci a riflettere seriamente sui rischi che il benessere degli italiani sta correndo, ma vale la pena di dedicare un po’ di attenzione anche a un altro indice altrettanto istruttivo, elaborato anch’esso dal World Economic Forum, che misura l’adeguamento agli obiettivi di Lisbona (fissati dal Consiglio dell’Unione Europea nel marzo del 2000).
I paesi sono 15 (non ci sono ancora i nuovi entrati) e, per citare alcune posizioni, la Finlandia è prima anche qui, seguita da Danimarca, Svezia e Regno Unito. La Germania è sesta, la Francia ottava, la Spagna dodicesima. Poi c’è l’Italia e, dopo l’Italia, Portogallo e Grecia. I parametri utilizzati sono la società dell’informazione, l’innovazione e la ricerca e sviluppo, la liberalizzazione del mercato, le industrie a rete, i servizi finanziari, le aziende, l’inclusione sociale e lo sviluppo sostenibile. In nessuno di questi parametri siamo vicini a Francia o Germania, stiamo appena meglio della Spagna nella società dell’informazione e nello sviluppo sostenibile, meglio dell’Irlanda (ma peggio del Portogallo) nelle industrie a rete.
Essendo difficile sostenere che il World Economic Forum sia un covo di faziosi e i 96 capo azienda italiani che hanno risposto alle domande sulla competitività un drappello di sovversivi, forse sarebbe il caso di prendere questi campanelli di allarme sul serio, perché in gioco non c’è l’orgoglio nazionale ma il tenore di vita dei cittadini e la qualità non solo della nostra economia ma anche della nostra democrazia.
Ci sono tempi nei quali pochi anni di malgoverno lasciano delle tracce, e ce ne sono altri nei quali i danni risultano assai più profondi e le chine da risalire terribilmente più ripide.
I tempi nostri sono questi ultimi.

segue tabella

http://www.freeforumzone.com/viewmes...=18245&idd=772
Manzo non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 01-12-04, 23:28   #82 (permalink)
Member
 
L'avatar di Manzo
 
Data registrazione: Mar 2000
Messaggi: 106,624
Popolarità: 42949686
Manzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond repute
Programmi di evasione - di Marco Travaglio
Martedì, 30 novembre 2004

Mentre il ministro odontoiatra Calderoli lancia la taglia e l’ingegner ministro Castelli ripristina il taglione, lo statista di Milanello si occupa di tagli. Ovviamente falsi per le tasse e veri per i servizi. Tutto ciò naturalmente gli è possibile grazie al suo monopolio sudamericano sulla tv. Se ci fosse un minimo d’informazione, qualcuno tirerebbe fuori il leggendario Contratto con gl’italiani, siglato sulla scrivania di ciliegio chez Vespa l’8 maggio 2001, e gli rinfrescherebbe la memoria.


Invece l’insetto di Porta a Porta ha prudenzialmente ritirato lo scrittoio in magazzino e ci intrattiene su argomenti di grande attualità come i risorti dal coma, i matrimoni felici, il pigiama della signora Franzoni e le avventure di Wanna Marchi e famiglia, sempre in ossequio al principio che, nel suo salotto, non s’invitano indagati.

Nel Contratto si promettevano due aliquote (33% per i miliardari e 23% per tutti gli altri), mentre la storica, epocale riforma appena annunciata ne prevede quattro. Si promettevano tagli alle tasse per 40 miliardi di euro, mentre siamo a 6.5. Si prometteva di dimezzare la disoccupazione, che allora era all’8 per cento, e oggi è all’8 per cento, ma peggiorerà grazie al taglio di 75 mila dipendenti del pubblico impiego.

Per fingere di rispettare una promessa, se ne tradisce un’altra. Il Contratto, poi, prometteva “città più sicure” col dimezzamento dei reati, grazie all’apposito poliziotto di quartiere: a Napoli la camorra non ha mai riso tanto. Prometteva pure aumenti per tutti i pensionati, invece sono arrivate mancette per pochi intimi. Prometteva anche grandi opere a strafottere, mentre non c’è una lira e ne sono state finanziate meno di un decimo (leggere, per credere, il nuovo libro di Ivan Cicconi, “Le grandi opere del Cavaliere”, Koinè).

Si prometteva, infine, che se uno dei cinque obiettivi fosse stato mancato, il Cavaliere si sarebbe ritirato dalla politica. Infatti, avendone mancati cinque su cinque, ha deciso di restare. Sarebbe ingeneroso, però, parlare di fallimento su tutta la linea. C’è almeno una categoria a cui le tasse sono state ridotte, anzi abolite: quella degli evasori. Un condono fiscale all’anno, un condono edilizio all’anno, la sanatoria per i capitali illegalmente accumulati ed esportati, i falsi in bilancio legalizzati.

E poi, per evitare che gli evasori si sentano dei vermi, la benedizione urbi et orbi con beatificazione della frode fiscale durante l’ultima visita del premier alla Guardia di Finanza: “Evadere o eludere sopra il 33% è etico”. Una volta era la Guardia di Finanza a visitare Berlusconi, ora è Berlusconi che visita la Guardia di Finanza. Come passa, il tempo. Certo, l’evasione e il falso in bilancio rimangono facoltativi, ma presto si provvederà a renderli obbligatori.

Onde evitare che qualcuno faccia il furbo pagando le tasse al solo scopo di screditare gli altri. Resta da convincere l’amico Bush, che da questo orecchio ancora non ci sente. Lui, dopo aver alzato a 25 anni di galera la pena per il falso in bilancio, ha dichiarato guerra all’evasione fiscale. Al punto da mettere una taglia su chi non paga le tasse e da affidarne la scoperta e la repressione, col recupero del maltolto, ad agenzie di “sceriffi privati”.

I quali – racconta il Corriere - busseranno alla porta dei furbi e, con argomenti piuttosto persuasivi, gli faranno sputare il dovuto. In quel mondo a parte che è l’Italia, invece, il governo combatte gli onesti. Li rapina. Li convince che sono fessi. Li istiga a delinquere. Da noi l’evasione fiscale è sui 150 miliardi di euro annui: se tutti pagassero le tasse, la riduzione fiscale non sarebbe 23 volte più di questa miseria di 6.5 miliardi di euro. Ma se, puta caso, un Calderoli o un Castelli proponessero in consiglio dei ministri una taglia sugli evasori, sarebbe come parlare di corda in casa dell’impiccato.

Il premier e i suoi cari, infatti, hanno il record dei processi per frode fiscale. L’altro giorno Milano Finanza pubblicava un’indiscrezione su uno dei trecento summit di governo dedicati alle tasse: “Momento di grande imbarazzo al vertice di palazzo Chigi. Berlusconi stava spiegando a tutti che una riduzione fiscale per i contribuenti più ricchi è indispensabile, mentre Fini e gli altri osservavano che in qualche misura la riduzione delle aliquote più basse produce effetti pure su chi ha redditi molto alti. ‘Che c’entrano i tagli alle aliquote basse?”, ha replicato il premier: “Qui stiamo parlando dei redditi alti, che versano il 45% di quanto guadagnano allo Stato”.

Nell’imbarazzo generale, Siniscalco ha dovuto riassumere al premier il meccanismo progressivo della tassazione, spiegando che gli scaglioni hanno effetto anche sui redditi maggiori: ‘Se uno guadagna 100 mila euro, sui primi 7500 non paga niente, poi fino a 15 mila paga il 23%, da 15 a 29 mila il 29%, da 29 a 32.600 il 31%, da 32.600 a 70 mila il 39%. E solo qui, sui restanti 30 mila, scatta l’aliquota massima del 45%”. Berlusconi, a questo punto, avrebbe detto: “Capisco.

È che il 740 me l’hanno sempre fatto i commercialisti (fra i quali un certo Tremonti, ndr)...”. Ecco: come si pagano le tasse lui non lo sa. Sa come non si pagano.

Marco Travaglio

Fonte: Unità
28.11.04
Manzo non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 03-12-04, 00:31   #83 (permalink)
Member
 
L'avatar di Manzo
 
Data registrazione: Mar 2000
Messaggi: 106,624
Popolarità: 42949686
Manzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond repute
Michele Santoro per Il Riformista




1 - Per fare un albero ci vuole un fiore. Per fare una trasmissione televisiva basta un po' di *****. Un telefilm come "Saranno famosi” veniva prodotto con costi molti alti. Ad esso lavoravano registi, attori, cantanti, ballerini, sceneggiatori, montatori, direttori delle luci. Oggi, per entrare nella casa del “Grande fratello”, non devi conoscere a memoria nemmeno la vispa Teresa.

Può toccarti di dover scopare in diretta; ma non sei obbligato a prestazioni megagalattiche e, soprattutto, non devi mostrare attributi come quelli di Rocco Siffredi. Soltanto scorreggine, regolari defecazioni e, blob, la melma preziosa del Reality Show si spalma omogenea sulle reti, invadendo qualsiasi programma. E se sei in crisi d'astinenza la puoi trovare a qualsiasi ora del giorno e della notte sul canale dedicato di Sky.


(Fedro lo scorreggione)


2 - ESTASI. Ma domenica scorsa, ragazzi, che orgia! Sull'Uno ci proponevano di decidere quale fosse l'edizione migliore dell'Isola dei famosi: se quella dell'anno scorso o quella di quest'anno. Sul Cinque chiedevano chi volessimo buttare giù dalla torre tra il primo e l'ultimo “Grande fratello”. E' già accaduto ai tempi della Bella epoque che i petomani si esibissero perfino davanti a re e a regine. Ma questa non era un concertino di flautolenze. Era un crescendo di rutti e **********, una convention con coriandoli di escrementi, un vomito continuo sulle prime file in estasi.

E, mentre il pubblico in studio non riusciva a trattenere gridolini di piacere, Maurizio Costanzo e Mara Venier si muovevano con gli stivali nella melma accennando qualche moina tratta dal mestiere più antico del conduttore. Poi, però, rinunciavano e si arrendevano ai vecchi e nuovi concorrenti: alla diarrea della marchesa de Blanque, alla rumorosa stitichezza di Antonella Elia, alla inarrestabile lava di Adriano Pappalardo.


(Pappalardo sull'Isola)


3 - BUDINO. Dal salotto di casa sua, il quarto uomo più potente del pianeta si godeva questo miracolo italiano. Una sua creatura. La tv che non costa niente e che trasforma i rifiuti in ricchezza. La tv che non ha più bisogno di star. Bonolis e Scotti; la Palombelli e Schifani; la Gardini e Bondi; Daniela Santanché con il tanga. Tutti naufraghi in un mare di *****.

E Rutelli e Fassino? Staranno al sicuro da un'altra parte? Il quarto uomo più potente del mondo si apprestava a consumare la cena con animo allegro. Assaggiava con moderazione, senza svuotare il piatto di risotto agli asparagi e le scaloppine ai funghi, sorseggiando un mezzo bicchiere di vino rosso di sua produzione. Ma, alla fine lasciava che il budino al cioccolato galleggiasse nel grande piatto, guarnito di zucchero a vela, intatto. Non aveva più fame e il dolce non lo mangiò.


Dagospia 02 Dicembre 2004
Manzo non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 05-12-04, 01:28   #84 (permalink)
Member
 
L'avatar di Manzo
 
Data registrazione: Mar 2000
Messaggi: 106,624
Popolarità: 42949686
Manzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond repute
La fotografia del Censis
E' finita l'era delle illusioni
di LUCIANO GALLINO

VOLENDO riassumere in una battuta la situazione del paese che emerge dal rapporto del Censis, si potrebbe dire che esso è afflitto da una crescente insicurezza socio-economica. Discutere se questa sia autentica oppure illusoria non ha molto senso. Se le persone sono giunte a sentirsi insicure, guardano con pessimismo al futuro prossimo, non hanno fiducia nella classe politica che in quel futuro dovrebbe guidarle, si ha un bel sventolare sotto i loro occhi tutte le statistiche disponibili per dimostrare che stanno meglio come non mai in passato - un caso che forse non si attaglia al nostro paese - ma il loro senso d'insicurezza non si ridurrà d'una virgola.

Gli stati d'animo collettivi hanno la stessa durezza della materia; se si vuole modificarli, non conviene ignorare questa loro proprietà.

Bisogna provare a trasformarli, a lavorarli, con utensili politici adeguati. Di certo non nasce dal nulla, l'insicurezza socio-economica. Vi contribuiscono fattori particolari e condizioni storiche. I primi sono avvertiti da tutti, e a mano a mano che si concatenano destano inquietudini crescenti. Ci sono i figli che non trovano lavoro, o trovano soltanto occupazioni saltuarie e malpagate. La fabbrica che da mezzo secolo dava lavoro in città e che improvvisamente chiude, licenziando qualche centinaio di lavoratori, perché qualcuno che sta a Trömso o a Boca Raton così ha deciso. I piccoli negozi che spariscono, inghiottiti dai supermercati, che però dopo qualche tempo chiudono anche loro perché il volume d'affari non regge: lasciando nel paese un deserto. Gli amici Rossi che avevano investito i loro risparmi in obbligazioni ed hanno perso tutto. L'innovazione tecnologica in fabbrica o in ufficio che da un giorno all'altro ti mette davanti alla necessità di cercare un altro lavoro o di passare le notti per aggiornarti. Gli immigrati che certo sono utili però non si sa mai. La famiglia dove tutti i membri sono stressati, a cominciare dalla donna che fa tre lavori in uno, col risultato che a forza di discutere ad un certo punto ciascuno se ne va per conto suo e da una famiglia di quattro persone vengono fuori altrettante famiglie con un solo membro.


Ciascuno più libero, ma di certo più insicuro. Si moltiplichino per alcuni milioni simili esperienze, che molti fanno di persona, altri sentono raccontare da parenti e amici, altri ancora vedono in tv, e l'insicurezza diffusa degli italiani comincia a trovare qualche spiegazione.

A determinare la quale concorrono peraltro nel profondo anche fattori storici. Coloro che hanno oggi trent'anni o più sono vissuti in un'epoca, l'hanno respirata, nella quale coesistevano due grandi sistemi di sicurezza sociale, anche se non si poteva godere dei benefici di entrambi.

Uno era quello inventato dai conservatori inglesi durante la guerra, quindi perfezionato e sviluppato sul continente dal capitalismo renano, dai nostri governi a maggioranza democristiana, dal dirigismo dei francesi che supera indenne ogni cambio di orientamento politico. L'altro sistema era quello offerto a est dai paesi del socialismo reale, sperimentato direttamente da pochissimi, mitizzato e vagheggiato da molti perché lo si credeva più esteso, più protettivo, in una parola erogatore di maggiori sicurezze alle classi sociali che in precedenza ne avevano avute ben poche.

Da una dozzina d'anni e più il sistema di sicurezze che prometteva il socialismo reale è scomparso, insieme con i regimi che lo sostenevano. Il sistema europeo, il modello europeo di sicurezza socio-economica, è palesemente sotto attacco da parte di quasi tutti i governi Ue.

Con metodo, con rigorosa perseveranza, in ciascun paese della Ue un giorno se ne smonta un pezzo, l'indomani si riduce il perimetro delle sue prestazioni, quindi si privatizzano le sue funzioni adducendo cause ora reali ora pretestuose. A volte per motivi legittimi, altre volte per motivi che è bene il pubblico ignori. Come poteva mai illudersi, la politica, che la repentina scomparsa di un sistema di sicurezza sociale pur solo immaginato, ma concretamente esistente per oltre quarant'anni appena al di là dei confini dell'Europa disegnati dalla guerra, e il correlativo sgretolamento - per ora parziale, ma nelle intenzioni totale - del sistema occidentale, non incidesse in profondità nell'animo delle persone, stratificando in esso ispidi sedimenti d'insicurezza sociale ed economica?

Naturalmente tutto ciò, i fattori storici e quelli contingenti e quotidiani, significa che non siamo soli. L'insicurezza socio-economica che il Censis ha rilevato in Italia attanaglia anche i tedeschi come i francesi, i britannici come gli olandesi o gli svizzeri. La letteratura sulla globalizzazione dell'insicurezza socio-economica è amplissima.

Peraltro sulla politica questo tema non pare aver avuto finora alcuna presa, in nessun paese. Non senza ragione, poiché una politica che ponesse al proprio centro il compito di produrre più sicurezza socio-economica in tempi che di giorno in giorno sembrano alla maggior parte delle persone sempre meno sicuri, dovrebbe fare i conti con il fatto che essendo globale il problema, anche i tentativi di soluzione dovrebbero essere faticosamente cercati a livello globale. Al minimo a livello europeo. Magari prima che tale forma di insicurezza ricominci a svolgere il ruolo cui ha sempre adempiuto da un secolo e passa a questa parte. Quello di cattiva consigliera.


(4 dicembre 2004) repubblica
Manzo non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 09-12-04, 23:10   #85 (permalink)
Member
 
L'avatar di Manzo
 
Data registrazione: Mar 2000
Messaggi: 106,624
Popolarità: 42949686
Manzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond repute
SPRECOPOLI/2 – FELTRI CHIAMA, TRAVAGLIO SCRIVE: “I POLITICI CORSARI HANNO QUASI TUTTI CAMBIATO MESTIERE. E I PARTITI CORSARI NON ESISTONO PIÙ: SI SONO SEDUTI TUTTI A TAVOLA (MA IL BELLO ARRIVERA’ CON LA DEVOLUTION…)





Lettera di Marco Travaglio a Libero

Signor Direttore, ci eravamo lasciati qualche mese fa quasi ai materassi, dopo che lei mi aveva accusato assurdamente di voler coprire lo scandalo Parmalat per chissà quali mie losche connivenze con la sinistra (ora spero che la mia espulsione da tutte le feste dell’Unità per aver detto e scritto certe cose parli da sè). Le confesso dunque che la sua telefonata dell’altro giorno per chiedermi di commentare su Libero la vostra inchiesta sugli sprechi negli enti locali mi ha un po’ sorpreso. Avevo quasi deciso di lasciar perdere, quando un Guardasigilli sciocchino e un ex vicedirettore del Giornale ancor più sciocchino mi hanno dato dell’ “intellettuale di sinistra”. Nel dubbio se querelarli per “intellettuale” o per “di sinistra”, ho deciso di accogliere il suo invito.

Credo che abbia ragione Giampaolo Pansa: come già Affittopoli, anche Sprecopoli coglie nel segno perché scoperchia «un Vajont di nefandezze, etiche e di stile, se non giuridiche». Un Vajont trasversale, visto che «non esistono più barriere alle schifezze e sinistra e destra sono già omologate nell’impresa di spendere e spandere, con stupida arroganza». Ha ragione anche Antonio Di Pietro - che quando scrive di queste cose si rivela ben più fine del rozzo poliziotto che molti vorrebbero accreditare - nell’illustrare l’ “ingegnerizzazione” del sistema Tangentopoli negli ultimi anni.

Gli sprechi di comuni, province e regioni, su su fino al governo nazionale (con i consueti inciuci per tener buona l’opposizione sulle leggi di spesa) non sono una novità. Ma di novità ne contengono più d’una. La prima è che, nei consigli comunali, provinciali e regionali, ma spesso anche in Parlamento, non li denuncia più nessuno.

Quando ho cominciato a fare il giornalista, come vicecorrispondente da Torino per il Giornale di Montanelli, mi divertivo un mondo a fare le pulci ai bilanci delle varie giunte, con l’aiuto di due maghi dell’opposizione (qualcuno, allora, c’era): il missino Marco Zacchera e il verde Pasquale Cavaliere, due cani sciolti che, non avendo mai approfittato di una lira pubblica, potevano permettersi quelle battaglie corsare, sgradite tanto alla maggioranza quanto all’opposizione.

A Milano c’erano i De Corato, i Rizzo, i Veltri, seguiti dai leghisti (non tutti). E ogni tanto qualche tombino saltava. Mi appassionava soprattutto il capitolo viaggi & gemellaggi, che vedeva consiglieri e assessori granturismo di ogni colore perennemente in giro per il mondo a spassarsela a spese del contribuente con la scusa di improbabili missioni diplomatiche, umanitarie, ma soprattutto enogastronomiche. Mai che si recassero in Lituania o in Albania. Sempre ai tropici, e sempre nella stagione migliore.

La seconda novità è che quei trucchetti da rubagalline per andare in ferie con rimborso a pie’ di lista si sono col tempo affinati, e oggi pagheremmo volentieri di tasca nostra qualche viaggetto a lorsignori, se solo si limitassero a quello, rinunciando alla giungla di “consulenze” plurimiliardarie che si sono trasformate in un sistema aggiuntivo e abusivo di finanziamento pubblico, oltre a quello che, in barba al referendum del 1991, i partiti si regalano di anno in anno con il sistema truffaldino descritto l’altroieri da Di Pietro.

Ma oggi - terza novità - la figura dell’oppositore-oppositore, dello spulciatore di bilanci, dell’annusatore di mazzette e affini è estinta, anche perché i politici corsari hanno quasi tutti cambiato mestiere, o s’è fatto in modo di farglielo cambiare. E i partiti corsari non esistono più: si sono seduti tutti a tavola. Restano alcuni giornali e giornalisti corsari, ma appena azzannano un osso c’è subito chi urla al giustizialismo o ti piazza una bella causa civile per risarcimenti miliardari, per cui trovare qualcuno disposto a mettere nero su bianco un nome e un cognome è diventata un’impresa.

Anche perché, fra i consulenti più rinomati e trasversali, ci sono sempre più spesso dei giornalisti (Maurizio Costanzo “consiglia” la provincia di Roma su come farsi bella per la modica cifra di 150 milioni di lire all’anno e pare che faccia altrettanto per il comune di Genova, dopo aver prestato la sua preziosa opera alla Pivetti e a mezza leadership del centrosinistra, ma è solo il capostipite di una lunga stirpe).

La quarta novità è che dilapidare il denaro pubblico non è più reato. Pochi se ne sono accorti, anche perché la “riforma” passò con maggioranza bulgara del 95% (destra e sinistra a braccetto): ma nel 1997 l’abuso d’ufficio non patrimoniale - cioè il reato che comprendeva lottizzazioni, concorsi truccati, favoritismi, nepotismi, sperperi assortiti che con contemplano nulla in cambio, o almeno non lo lasciano trasparire - è stato depenalizzato, mentre quello patrimoniale (difficilissimo da dimostrare) è punito con pene talmente irrisorie che non consentono intercettazioni per acquisire le prove, nè custodia cautelare per tutelarle, nè i tempi necessari per arrivare a sentenza prima che scatti la prescrizione.

Quindi la sua indignazione contro le Procure inerti dinanzi a Sprecopoli va girata al Parlamento, che le ha appositamente disarmate per salvare quell’orda di amministratori locali multicolori che rischiavano la galera (e in alcuni casi ci erano pure finiti) per le loro malversazioni. Molti di loro, una volta miracolati, sono tornati al loro posto, altri non se ne sono mai andati, altri ancora sono stati promossi deputati o ministri e ora se la tirano da assolti, da povere vittime di errori giudiziari, solo perchè i fatti commessi non sono più previsti dalla legge come reato.

La quinta e ultima novità non c’è ancora, ma arriverà presto, non appena la devolution sarà legge dello Stato. Quante volte ci siamo sentiti ripetere che il federalismo è la panacea di tutto, perché avvicina le decisioni ai cittadini garantendo un controllo più accurato su come vengono spesi i loro soldi. Quel che sta accadendo nelle varie regioni d’Italia, dalla Sicilia al Piemonte, con l’approvazione dei nuovi statuti è il degno antipasto di ciò che ci riserva il futuro. L’assalto alla diligenza, la moltiplicazione dei pani e dei posti, fra consulenti, consiglieri supplenti, poltrone e strapuntini che spuntano come funghi per sistemare portaborse, amici, amanti, candidati trombati. Ce n’è per tutti, infatti non protesta nessuno.

Il Sole-24 ore ha calcolato i costi spaventosi in più che comporterà la devolution: dal governo, a parte alcuni suoni gutturali del cosiddetto ministro Calderoli, non è arrivata nessuna replica di senso compiuto. Chi, in buona fede, aveva sperato nel federalismo farebbe bene a scendere con i piedi per terra e a rammentare che siamo in Italia, un paese che riesce sempre a corrompere qualunque buona idea: l’esperienza del maggioritario insegna, o dovrebbe insegnare.

Ho l’impressione che questa devolution non devolverà un bel nulla. Aggiungerà poltrone a poltrone, uffici a uffici, stipendi a stipendi, scandali a scandali, sperperi a sperperi. Avremo venti regioni a statuto speciale al posto delle attuali cinque, più l’amministrazione centrale che non retrocederà nemmeno di un palmo. Se è vero che l’occasione fa l’uomo ladro, le occasioni si moltiplicheranno per venti.

Non so lei, direttore. Ma io, quando sento parlare di devolution, penso alle facce dei venti “governatori” e dei non si quanti ministri che dovranno gestirla. Poi, non avendo il porto d'armi, non metto mano alla fondina. Ma al portafoglio sì, per controllare di averlo ancora. Così divento un centralista sfegatato, bismarkiano, crispino. I prefetti di Giolitti, ci vorrebbero, altro che devolution. La devolution è una boiata pazzesca.



Dagospia 19 Agosto 2004
Manzo non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 14-12-04, 11:19   #86 (permalink)
Member
 
L'avatar di Manzo
 
Data registrazione: Mar 2000
Messaggi: 106,624
Popolarità: 42949686
Manzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond repute
04-12-2004
La riforma vista dall'Europa
Carlo Altomonte


La riforma fiscale varata dal Governo insieme alla Legge finanziaria sta producendo un ampio dibattito nel paese sulla opportunità della manovra, sulla sua efficacia in termini di stimolo all’economia e sulla sua effettiva copertura. Gran parte del dibattito ruota attorno agli ultimi due elementi (vedi Tito Boeri e Riccardo Faini su lavoce.info, 22-11-2004), con posizioni differenziate. Vi è tuttavia un ulteriore aspetto della riforma, relativo alla opportunità di una riduzione fiscale in un contesto europeo caratterizzato da tensioni sul fronte della finanza pubblica e da bassa crescita.

In violazione del Patto?

È evidente che una manovra che, in teoria, goda di coperture strutturali e trasparenti soddisferebbe (sicuramente) il requisito della tenuta dei conti pubblici (il parametro del 3 per cento del deficit sul Pil) e garantirebbe (forse) qualche decimale di crescita in più.
Tuttavia, in assenza di tali elementi, la manovra potrebbe generare crescita, dunque essere efficace, ma portare l’Italia a violare il Patto di stabilità. Oppure potrebbe lasciarci entro i margini del 3 per cento, ma rivelarsi inutile a stimolare l’economia. O entrambe le cose. Da qui, i dubbi di alcuni sulla sua opportunità rispetto a usi alternativi delle risorse, legati al sostegno alla competitività delle imprese. È del tutto illusorio pensare che future coperture della riforma fiscale possano derivare da sforamenti del Patto di stabilità e crescita europeo che ci consenta di violare, sia pure di poco, il limite del 3 per cento del deficit rispetto al Pil. Una violazione unilaterale da parte dell’Italia verrebbe immediatamente sanzionata dalle agenzie di rating internazionale, a ragione del fatto che l’Italia è di gran lunga il paese con il debito pubblico più elevato nell’area dell’euro, e uno dei più elevati del mondo.
Recenti studi empirici (1) hanno mostrato che qualunque peggioramento del rating internazionale sul debito pubblico si traduce, nei paesi in via di sviluppo, in un aumento dello spread sui tassi di interesse di circa il 3 per cento. Anche ipotizzando per l’Italia un aumento pari a circa un terzo di tale valore, in ragione della partecipazione all’area dell’euro, questo vorrebbe comunque dire maggiori spese in conto interesse pari ad almeno 3 miliardi di euro a partire dal 2005, cioè circa la metà dell’aggiustamento varato con la recente riforma fiscale, facendo una stima conservativa. (2) Quali che siano i numeri, i parametri strutturali di finanza pubblica non rendono comunque razionale per l’Italia violare il Patto di Stabilità e crescita, al contrario di altri paesi caratterizzati da indebitamento molto inferiore. In aggiunta, sempre la ricerca empirica mostra che il peggioramento del rating di un paese in una determinata regione tende a tradursi, sia pure in misura minore, in un aggravio degli spread dei paesi vicini.
L’Italia si troverebbe dunque a pagare anche il costo politico, oltre che economico, di una violazione unilaterale del Patto. D’altro lato, si potrebbe argomentare, esiste la possibilità di una revisione generalizzata delle regole, che consentano dunque margini più elastici di finanza pubblica agli Stati.
L’ultima proposta della Commissione (settembre 2004) prevede che tale flessibilità si applichi prevalentemente ai paesi con debito pubblico basso (inferiore al 60 per cento del Pil), al fine di garantire comunque la solidità della finanza pubblica nell’area dell’euro. L’Italia vorrebbe invece rimuovere questa clausola. Anche ipotizzando che un peggioramento dei saldi di finanza pubblica "garantiti" da un accordo politico di revisione del Patto sia visto meno negativamente dai mercati (cosa per nulla scontata), la probabilità di tale scenario è molto bassa. Per "flessibilizzare" il Patto nella direzione auspicata dall’Italia occorre non già il possibile accordo di qualche paese (Germania o Spagna che sia), ma l’unanimità dei voti di venticinque paesi al Consiglio. Francamente, non si capisce perché un paese con i conti pubblici in ordine debba rischiare un peggioramento del proprio rating internazionale esclusivamente per fare un piacere all’Italia, visto che la flessibilità sul Patto potrebbe ottenerla comunque. O meglio, in una fase di rinnovo delle prospettive finanziarie dell’Unione (e dunque dei nuovi fondi strutturali), anch’esse decise all’unanimità, il costo di una concessione all’Italia in questo senso potrebbe essere per il nostro paese elevatissimo.

La questione della competitività

Una seconda riflessione riguarda più in generale il tema della competitività. È infatti diffusa la convinzione che il Governo, con questa riforma fiscale, abbia fatto una scelta precisa per destinare risorse a favore delle famiglie ai danni della competitività per le imprese, ormai lasciate al loro destino. Si tratta di una visione miope. Come dimostrato dal recente Rapporto Kok (ottobre 2004) sulla attuazione dell’agenda di riforme strutturali in Europa (la cosiddetta strategia di Lisbona), i ritardi maggiori sulla strada della competitività nell’Unione derivano dal mancato funzionamento dei mercati, non dalla assenza di risorse pubbliche a favore degli investimenti produttivi: è un problema di offerta aggregata, non di domanda. In altre parole, mentre non si è per nulla certi che sei miliardi aggiuntivi di spesa pubblica in ricerca e sviluppo o infrastrutture producano tutti effetti immediati e positivi, è ampiamente dimostrabile che misure volte a stimolare il contesto competitivo in cui operano le imprese (una seria legge sui fallimenti, una riforma in senso liberale degli ordini professionali, l’apertura del mercato bancario alle fusioni e concentrazioni con l’estero, una più flessibile riforma degli ordinamenti universitari, maggiore concorrenza nei servizi di rete, e così via.) avrebbero effetti immediati e positivi sulla competitività. Magari a un costo politico elevato per alcuni, ma, con buona pace della riforma fiscale, a un costo economico pari a zero e nell’interesse generale del paese.



(1) Kaminsky e Schmukler (2002), World Bank Research Paper No. 2678

(2) Ipotesi di un punto percentuale di interesse in più sui circa 300 miliardi di euro di titoli del debito pubblico che l’Italia deve rinnovare nel 2005 (dati del ministero del Tesoro). Tale cifra esclude il maggiore onere che si determinerebbe sulla quota di titoli del debito pubblico indicizzati ai tassi di interesse, e gli eventuali oneri sui rinnovi futuri del debito.


la Voce
Manzo non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 17-12-04, 23:23   #87 (permalink)
Member
 
L'avatar di Manzo
 
Data registrazione: Mar 2000
Messaggi: 106,624
Popolarità: 42949686
Manzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond repute
INVITO DA INTESACONSUMATORI
A SPEGNERE IL CELLULARE DALLE 12 ALLE 14
Telefonini: domani
primo sciopero europeo
Autostrade più care dal 1° gennaio, i consumatori insorgono:
gli aumenti sono ingiustificati, possono provocare un effetto trascinamento anche in altri settori regolati da tariffe

17 dicembre 2004

ROMA. Primo sciopero europeo dei telefonini, domani, dalle 12 alle 14. L'invito a spegnere il cellulare per protestare contro il caro tariffe, il caro sms, la mancata trasparenza nel settore della telefonia e i sospetti di «cartello» tra le principali compagnie telefoniche arriva da Intesaconsumatori che ha predisposto una guida ad hoc allo sciopero.

Il primo sciopero europeo dei cellulari inizia dunque alle ore 12 (in Italia, all'estero nello stesso lasso di tempo a seconda del fuso orario),e, secondo il vademecum, più si riuscirà a non utilizzare il telefonino più alto sarà il danno inferto alle compagnie telefoniche. Quindi, prima regola da seguire, quella di «attivare sul proprio telefonino la sveglia pochi minuti prima o utilizzare le alternative funzioni di promemoria» e, in caso di urgenza reale «si può sempre utilizzare il telefono di rete fissa».

Tariffe autostradali più care dal 1° gennaio 2005. Sulla rete gestita da Autostrade Spa, riferiscono fonti ministeriali, gli aumenti saranno infatti del 2,50%. Per le altre 22 concessionarie autostradali, gli incrementi
sono in fase di calcolo, ma potrebbero oscillare in un range tra
il 2% e il 2,5%.

Per Autostrade, l'incremento scaturisce dalla somma algebrica dei vari fattori previsti nel quadro del quarto atto aggiuntivo stipulato dalla società con l'Anas nel 2004.

L'inflazione programmata è pari a una quota dell' 1,6%; il differenziale tra inflazione programmata e inflazione reale risulterebbe pari allo 0,77% mentre il 'Delta', vale a dire la quota legata al miglioramento della qualità sarebbe pari all'1,33%; e ancora, il livello di efficientamento risulta pari a 1,20% mentre il fattore legato agli investimenti è pari a
+0,18% e si riferisce, a quanto si apprende, all' investimento
finora effettuato sulla Milano-Bergamo.

L'ultimo aumento delle tariffe in ordine di tempo sulla rete gestita da Autostrade risale al 1° luglio scorso con un +2,26%.

Adiconsum esprime la propria «contrarietà» all'aumento dei pedaggi autostradali dal primo gennaio 2005.

Si tratta, scrive l'associazione dei consumatori in una nota, «di aumenti ingiustificati, poiché quello delle autostrade è un settore in cui l'aumento del traffico comporta un aumento di risorse significativo.

L'aumento dei pedaggi autostradali è oltremodo pericoloso perché
può provocare un effetto trascinamento con conseguenti rincari anche in altri settori regolati da tariffe. Adiconsum chiede al Ministero delle infrastrutture e dei trasporti di intervenire per sospendere questi aumenti».

«I consumatori - conclude la nota - lamentano inoltre una scarsità di investimenti in tema di sicurezza stradale a fronte di tariffe che sono fra le più care d'Europa».

la stampa
Manzo non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 20-12-04, 00:57   #88 (permalink)
Member
 
L'avatar di Manzo
 
Data registrazione: Mar 2000
Messaggi: 106,624
Popolarità: 42949686
Manzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond repute
Natale in casa Italia
di Rinaldo Gianola

Si avvicina Natale. Berlusconi ha imposto il voto di fiducia al Senato per far approvare la sua Finanziaria e farà altrettanto alla Camera nei prossimi giorni. Il Parlamento, però, ha salvato Previti dalla galera e anche il condannato Dell’Utri ha chiesto un identico favore al Premier. Intanto nella vita reale del Paese accadono alcuni fatti. Eccoli.
1) Il presidente della Confindustria, Luca di Montezemolo, dice che la situazione economica non è mai stata così grave dal dopoguerra. Un deputato di Forza Italia gli risponde che è arrabbiato perché non lo hanno nemmeno invitato al vertice Fiat-General Motors. E il collega Perini che guida gli industriali milanesi rimbrotta il suo presidente: «Non si parla così altrimenti chiudiamo le aziende».
2) La famiglia Lucchini sta per vendere la sua azienda siderurgica ai russi della Severstal, amici di Putin. Luigi Lucchini, già re del tondino, ex presidente della Confindustria, ex presidente della Montedison, azionista del Corriere della Sera e di Mediobanca non ce la fa più. Oberato dai debiti, per anni ha detto di essere contrario alla quotazione in Borsa delle aziende famigliari. Invece di assumere bravi manager ha sempre fatto tutto in famiglia: affidava l’azienda al figlio, alla nuora, ai parenti e agli amici. E poi, per sfidare i sindacati, diceva che lui «Investiva in scioperi». I cavalli dei cosacchi, non dei soviet ma di Putin, entreranno a Brescia. Questa è davvero roba forte.
3) La Barilla, simbolo del successo della food valley italiana nel mondo, decide di chiudere tre impianti al Sud, buttando fuori i lavoratori. Il sindacato chiede una trattativa per discutere la ristrutturazione. L’azienda dice no. Ma Guido Barilla, il progressista, è andato in piazza a Parma il 30 novembre per vedere lo sciopero generale. «Voglio capire» disse. Avrà capito?
4) Le Acciaierie di Terni perderanno il reparto magnetico. La ThyssenKrupp, proprietaria dell’azienda, aveva firmato nei mesi scorsi un accordo col governo per mantenere aperto il settore, garantendo produzioni e occupazione. Adesso, anche se ha ottenuto ricchi benefici da parte delle istituzioni italiane, ci ha ripensato e ha deciso di trasferire il reparto altrove. C’è qualcuno in grado di fare rispettare gli accordi ai tedeschi?
5) Un Tribunale ha decretato il fallimento di Finmatica, famosa azienda di software. Il suo fondatore Pierluigi Crudele, il “Bill Gates di Salerno”, non è riuscito a salvare la sua creatura che mantiene il record del maggior rialzo (il 700%!) nel primo giorno di quotazione in Borsa. Anche le banche si sono allontanate. C’è un’inchiesta della magistratura.
6) La Fiat, che una volta rappresentava il 5% del Pil nazionale, chiude un anno molto difficile. Dal 20 dicembre tutti in cassa integrazione i dipendenti dell’auto. E altre settimane di stop forzato sono state anticipate per gennaio e febbraio. La «mediazione» per sciogliere pacificamente l’accordo con General Motors assomiglia in realtà a una guerra. E si è aperto anche un fronte francese con il colosso dell’energia Edf per il controllo della Edison. I sindacati chiedono un intervento del governo, almeno per capire dove va uno dei maggiori gruppi industriali del Paese. Il governo se ne frega.
7) Sindacati e Confindustria chiedono maggiori risorse per la ricerca, lo sviluppo, l’innovazione dei prodotti, delle imprese. Tutti d’accordo: grandi convegni e ottimi dibattiti. E poi che cosa succede? Tronchetti Provera fa il giochino e mette assieme Telecom e Tim, un’operazione puramente finanziaria per salvarsi il posto. Intanto alla Bnl i «nuovi» della Confindustria come Diego Della Valle, da una parte, e Caltagirone con i palazzinari della seconda Repubblica dall’altra, si danno battaglia a suon di miliardi. Anche la Bnl ha i suoi debitori di riferimento.
Buon Natale.

unità
Manzo non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 20-12-04, 00:59   #89 (permalink)
Member
 
L'avatar di Manzo
 
Data registrazione: Mar 2000
Messaggi: 106,624
Popolarità: 42949686
Manzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond repute
Si parla di ambiente. L’Italia dorme
di Valerio Calzolaio

Il negoziato sul clima e` affare di specialisti. I cittadini fanno fatica a capire.
Come si puo' "negoziare" il cambiamento climatico?
Se ci sono attivita' umane che scaldano, inquinano, turbano e`meglio saperlo, controllarle, limitarle. Se gli scienziati dicono che producono danni irreparabili alla qualita' della vita sul pianeta e, nel medio lungo periodo, mettono a rischio la vita stessa e' meglio fare di tutto per evitarlo. Questo non e' negoziabile. E allora? Gli scienziati lo hanno detto e ripetuto. Tre chilometrici studi di una struttura permanente di migliaia di ricercatori di tutti i Paesi. Confermati tutti i giorni. L'altro ieri a New York da esperti dell'ONU e del World Watch Institute, rispetto al blocco delle correnti marine calde. Ieri dal CNR italiano sull'anticipo della spaccatuca del pack in Antartide. Che "trattative" volete svolgere?
I rappresentanti dei governi sembravano aver capito e deciso : prima cominciano a ridurre le emissioni di anidride carbonica quelli che hanno gia' scaldato e inquinato di piu' (convenzione di Rio e protocollo di Kyoto1), poi continuano tutti, con specifiche e differenziate responsabilita`, regole multilaterali e patti bilaterali (Kyoto2).
Le dinamiche cause-effetti sono tante, i fattori tantissimi, i meccanismi complessi, ad intuirlo ci arrivano tutti. C'e' un lungo approfondimento tecnico da fare, capiamo. Il fatto e' che ognuno approfondisce solo l'eccezionalita' delle proprie condizioni di vita e chiede che gli impegni internazionali trattino di tutto ma non dei propri cambiamenti. Cosi' burocrazie autoreferenziali sono mantenute dai governi per studiare come il " negoziato " non riguardi cambiamenti al proprio stile di vita nazionale, agli interessi di chi produce e consuma energia, risorse, mobilita' in (propria) patria. Il "negoziato" rischia di essere eterno. Lo si e' visto anche qui a Buenos Aires. Come al solito, l'ultima notte si e' trattato ad oltranza, la mattina del sabato siamo ancora a discutere. Un compromesso si e' trovato: gli USA non sono riusciti a bloccare il processo. Si svolgera' a maggio un seminario su tutti gli sviluppi futuri. L'undicesima conferenza delle parti (189) e la prima riunione dei soli Paesi del protocollo (130!) si svolgeranno nel prossimo novembre. Continuano i lavori degli altri organismi e la sperimentazione dei meccanismi flessibili. E, intanto, entra in vigore il protocollo di Kyoto. Questa e' la cosa importante, destinata a modificare praticamente stili, processi, equilibri. Il governo italiano ha fatto orecchie da mercante (ha una nota predisposizione, in proposito). Il segmento "ministeriale", il vertice di 80 ministri apertosi mercoledi' con un duro attacco del presidente argentino agli USA si e' chiuso venerdi' senza l'intervento dell'Italia. Il nostro ministro contro l'ambiente e' stato qui 3 giorni, un sottosegretario una settimana. Nessuno dei due ha preso la parola: l'Italia e' scomparsa! Il ministro e' arrivato, ha tenuto una conferenza stampa, balbettando una confusa posizione, dalla quale e' emerso solo che non vorremmo obblighi dopo il 2012. Se almeno si fosse messo nelle condizioni di rispetare quelli gia' presi per i prossimi 7 anni! Se almeno avesse fatto capire che nessuno nega la necessita' di ridurre le emissioni almeno del 50% entro il 2050! Se almeno avesse spiegato perche' gli USA investono in efficienza energetica e in fonti rinnovabili piu' di Berlusconi che vorrebbe solo copiarli! Addirittura le sue dichiarazioni sono state interpretate dal centrodestra rimasto in Italia come l'abbandono di Kyoto1, aspirazione segreta e inconfessabile, che il ministro qui ha ovviamente smentito, con l'ennesima contraddittoria dichiarazione. Cosi' ieri l'Italia e' tornata sul podio del miglior "fossile" con una motivazione che contesta esplicitamente il nostro ministro. E durante l'assemblea dei parlamentari europei molti ormai citano la posizione italiana come la piu' ambigua, isolata, pericolosa. Perche`l'Europa al protocollo di Kyoto ci ha creduto e ci crede davvero. Ha approvato varie direttive vincolanti, integrative per lo spazio comunitario, incisive come il patto di stabilita' (e per ragioni piu' sostenibili). Invece che adeguarsi, il governo Berlusconi ha cercato di aggirarle e da domani (lunedi' e martedi') a Bruxelles il Consiglio Ambiente dovrebbe mettere in mora i 4 paesi (fra i quali l'Italia) in ritardo per la borsa europea dei fumi. A Buenos Aires abbiamo avuto la conferma di un "movimento" profondo negli organismi internazionali. Solo alcuni dei "Paesi in via di sviluppo" hanno combustibili fossili, non possiamo considerarli un fronte unico. Cina, India, Brasile (come per il WTO) sono sempre piu' autorevoli, si faranno coinvolgere solo se i grande "inquinatori" continueranno a ridurre le proprie emissioni. L'Europa c'e', ha una strategia, incide. L'Italia di Berlusconi e Fini aggiunge un'altra brutta figura internazionale. Il negoziato continuera`ancora a lungo.


unità
Manzo non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 21-12-04, 10:59   #90 (permalink)
Member
 
L'avatar di Manzo
 
Data registrazione: Mar 2000
Messaggi: 106,624
Popolarità: 42949686
Manzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond reputeManzo has a reputation beyond repute
CONTRORDINE
Te piace `o presepe?
ALESSANDRO ROBECCHI
Cercando di farmi irradiare dallo spirito natalizio, come consigliato dai maggiori organi di stampa, decido di fare il presepe. Ecco la spietata cronologia di una giornata dedicata alla famiglia e ai sacri valori che ci dividono dalla suburra musulmana. Ore 11,40 - Un comitato di pastorelli mi comunica che con la nuova finanziaria chi va in pensione non verrà rimpiazzato. Prendo atto con disappunto e valuto le alternative: fine della pastorizia nel mio presepe, oppure reperimento di nuove risorse, magari rinunciando a manutenzione strade e illuminazione pubblica.

Ore 12.07 - L'arrotino con la sua baracchetta (che di solito sistemo vicino alla grotta) aderisce al condono edilizio e si presenta con una struttura multipiano, con lago privato e approdo per i sommergibili. Non posso oppormi perché i lavori di ristrutturazione e ampliamento sono stati affidati al Sisde.

Ore 12.21 - Primi tumulti nelle zone montagnose: i forestali del presepe minacciano di incendiare il muschio e di bloccare l'autostrada.

Ore 12.25 - Renato Brunetta assicura che va tutto bene e mostra delle sue tabelle dipinte a mano e cosparse di porporina.

Ore 12.45 - I garzoni del fabbro mi comunicano che dopo le 17 devono correre a lavorare nei campi, perché con il loro contrattino co.co.co non ce la fanno e devono arrotondare.

Ore 12.50 - Mastella dà le dimissioni.

Ore 12.51 - Mastella ritira le dimissioni

Ore 13.05 - Giuseppe scopre che grazie alla revisione degli estimi catastali l'Ici sulla grotta è più che raddoppiata e che le utenze - acqua gas e luce - costano più dell'anno scorso.

Ore 13.25 - Non trovo nello scatolone la baracchetta delle operaie tessili. Eppure era qui! Cerco meglio.

Ore 14.10 - Renato Brunetta assicura che siamo in netta ripresa e mostra delle sue tabelle fatte di campanellini e trainate dalle renne.
Ore 14.37 - Un rumoroso corteo di operaie tessili mi informa che la loro baracchetta è stata delocalizzata e trasferita in Cina. Ore 14.42 - Massimo D'Alema mette in guardia dal rischio di farsi prendere dal radicalismo, mentre è ovvio che bisogna conquistare voti al centro.

Ore 14.47 - I forestali si fanno prendere dal radicalismo e magicamente dalla finanziaria escono soldi per loro.

Ore 15.01 - I due piccoli pescatori sul lago incantato di carta stagnola fanno secco un benzinaio nella magica terra di Padania. Vengono arrestati, nonostante la spaventosa omertà che regna nella zona.

Ore 15.17 - Buone notizie. Tutte le statuine morte per esacloruro di vinile apprendono che i termini di prescrizione per chi li ha ammazzati sono dimezzati.

Ore 16.28 - Tutti i negozianti del presepe protestano contro i numerosi furti di generi alimentari da parte dei pensionati e dei disoccupati del presepe, che sono ormai moltissimi.

Ore 16.41 - Il re magio Melchiorre viene fermato alla frontiera, pestato come un tamburo, rinchiuso in un centro di prima accoglienza, poi caricato su un aereo e rispedito in Africa a bastonate.

Ore 16.50 - Renato Brunetta annuncia che la situazione tende al bello stabile e mostra certe sue tabelle fatte di marzapane con uvetta e pistacchio.

Ore 17.01 - Il re magio Baldassarre annuncia che non verrà perché la compagnia aerea low cost che lo ha portato a Porto Rico è fallita e non lo può riportare indietro. Forse si rifarà una vita da quelle parti.

Ore 17.05 - Il falegname del villaggio chiude bottega. Si trasferisce in un presepe di Timisoara dove la mano d'opera costa meno.

Ore 17.23 - Massimo D'Alema ammonisce la sinistra di non farsi male da sé e di seguire la via riformista.

Ore 17.35 - Finiti i fondi pubblici. La stella cometa è stata venduta dallo stato a un consorzio privato che chiederà un pedaggio per poterla guardare.

Ore 17.40 - Ok, **********, faccio l'albero.

(alessandro robecchi)
manifesto
Manzo non  è collegato   Rispondi citando
Rispondi

Segnalibri
Annunci 4wnet

Strumenti discussione
Modalità visualizzazione Valuta questa discussione
Valuta questa discussione:

Regole messaggi
Tu non puoi inviare nuove discussioni
Tu non puoi replicare
Tu non puoi inviare allegati
Tu non puoi modificare i tuoi messaggi

Il codice BB è Attivato
Le faccine sono Attivato
Il codice [IMG] è Attivato
Il codice HTML è Disattivato
Trackbacks are Disattivato
Pingbacks are Disattivato
Refbacks are Disattivato

Vai al forum


Tutti gli orari sono GMT +2. Adesso sono le 06:11.

Powered by vBulletin® versione 3.8.7
Copyright ©2000 - 2012, Jelsoft Enterprises Ltd.
Search Engine Optimization by vBSEO 3.6.0

Chi siamo- Pubblicità- Contatti- Disclaimer- Mappa- Credits
© 2000-2012 Browneditore S.p.A. - Tutti i diritti riservati. Prima di utilizzare anche parzialmente i contenuti di questo sito, vogliate cortesemente consultare il disclaimer.