![]() |
| Home | | | Notizie | | | Mercati | | | ETF | | | CFD | | | Forex | | | Forum | | | Quotazioni | | | Servizi | | | Approfondimenti | | | Education | | | Meteo |
|
|
|
|
#131 (permalink) |
|
Member
Data registrazione: Mar 2000
Messaggi: 106,624
Popolarità: 42949686 ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() |
Un povero paese
GALAPAGOS Agennaio le aziende italiane ufficialmente in crisi (Cig, mobilità, licenziamenti collettivi e via dicendo) erano 3.310; dodici mesi fa erano quasi 2 mila di meno. Dal punto di vista dell'occupazione, il 15% dei dipendenti delle imprese con più di 20 dipendenti rischia il posto di lavoro. E' crisi nera, ma il governo oggi varerà (forse) una leggina sulla competitività che non serve a nulla: pochi soldi, poche idee e molto confuse. Oggi a Roma sfilano i lavoratori della Fiat: protestano per una situazione sempre più drammatica. Un caso industriale che meglio di altri spiega la crisi italiana e le nefandezze del governo. Ci sono paesi come la Spagna, la Germania e la Francia che producono molte più auto (nei rispettivi paesi) di quelle che immatricolano. Ovviamente non tutta la produzione soddisfa la domanda interna, però i numeri sono lo stesso di tutto rilievo. Nel panorama europeo fa eccezione l'Italia: produce poco più del 50% delle vetture che vengono immatricolate nel paese. Questo non significa, ovviamente, che la Fiat copra il 50% del mercato, visto che è al di sotto del 30%, ma serve a dare una misura concreta del grado di dipendenza dall'estero di un settore nel quale non sono i costi - soprattutto quello del lavoro - ma la qualità a fare la differenza. Prendiamo la Germania: ha enormi difficoltà economiche e di finanza pubblica, però il «sistema paese» regge e riesce ancora a non far smantellare lo stato sociale. Regge, perché, nonostante gli alti costi del lavoro è - come dimostrano i dati sul commercio estero in fortissimo surplus - competitivo e incrementa l'export, mentre in Italia la quota del commercio estero frana. E' chiaro che la differenza è tutta nella combinazione tra qualità dei prodotti, tecnologia e innovazione che la Germania seguita a offrire e che sono quasi totalmente assenti in Italia. Da noi la domanda è sostenuta, il risparmio è forte, la creatività non manca. Ma tutto questo non basta. Il pil non cresce perché manca il contributo dell'industria. Piangersi addosso lamentando l'invasione di prodotti cinesi a basso costo non serve: ai paesi emergenti occorre dare spazio di crescita, anche se il dumping sociale è malvagio, ma non per i risvolti economici come sostengono molti, ma per i riflessi sulla vita delle persone. Il problema non è qualche cinese che fugge da Prato, come ci ha fatto sapere ieri la stampa, ma le migliaia di lavoratori che rischiano il posto di lavoro per la cecità governi e imprenditori che hanno seguitato a perseguire un modello «low cost», strizzando il lavoro, quando era evidente che il futuro era (per i comparti aperti alla concorrenza internazionale) solo nell'innovazione di prodotto e non di processo. Non è casuale che il gruppo Prada chiuda uno stabilimento in Germania per trasferirsi non in Asia o nell'Est Europa, ma per tornare in Italia. Ieri a Roma in Cgil, alla presentazione di un bel libro di Carla Cantone, Guglielmo Epifani ha tenuto una lezione (quasi teorica) per far comprendere i problemi della competitività. Con una premessa: in Italia non c'è crisi di domanda. Le politiche di sostegno della domanda (keynesiane, come si diceva una volta) sono oggi inutili. Anche se non sono inutili le politiche che servono a migliorare la distribuzione del reddito. Il problema è che servono politiche di sostegno dell'offerta (da non confondere con la supply side economics) per rilanciare la produzione su basi innovative. Insomma, in Italia non si consuma poco. Anzi: le classifiche internazionali sulle vendite di auto e telefonini sono la dimostrazione che i consumatori italiani sono agguerriti e spendaccioni. Ma mancano prodotti italiani nei settori che contano in una società industrializzata. Oggi i lavoratori Fiat non sfilano solo per il loro posto di lavoro e per il loro stipendio - in ogni caso sarebbero nella ragione - ma perdono un'altra giornata di paga per urlare che senza l'industria, senza la Fiat che è l'esemplificazione dell'industria, un paese è senza futuro. manifesto |
|
|
|
|
|
#132 (permalink) |
|
Member
Data registrazione: Mar 2000
Messaggi: 106,624
Popolarità: 42949686 ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() |
I soldi gettati nello Stretto
Un dossier di Legambiente: le Ferrovie pagheranno 4 miliardi di euro per passare sul Ponte CARLO LANIA ROMA Chissà come sarà felice l'esercito di pendolari che tutti i giorni si danna la vita aspettando un treno. Un milione e duecentomila persone che ogni mattina, pioggia o sole, è costretta a percorrere il tragitto che lo separa dal lavoro su carrozze vecchie e maleodoranti, ma soprattutto sempre in ritardo. E chissà come saranno felici i macchinisti dei treni, quelli che scioperano invocando sicurezza per loro stessi e per i passeggeri e che invece sono costretti a viaggiare controllando a vista i binari, nella speranza di vedere in tempo se il semaforo è rosso perché sennò finisce come a Crevalcore, dove appena due mesi fa un treno di pendolari prese in pieno un merci che marciava nella direzione opposta facendo una strage. Chissà come saranno felici tutti nel sapere che, quando il Ponte sullo Stretto di Messina sarà finalmente finito, loro continueranno a fare la solita vita da schifo, ma in compenso i treni impiegheranno pochi minuti per attraversare il tratto di mare che divide la Sicilia dalla Calabria. E sì perché con i 100 milioni di euro che le Ferrovie si sono impegnate a pagare alla Società Stretto di Messina come canone annuo per 30 anni, si potrebbero - ad esempio - comprare 86 nuovi treni per il trasporto regionale, oppure mettere in sicurezza ben 400 chilometri di binari con un sistema automatico di frenatura (Scmt) che interviene in caso di mancato rispetto di un semaforo. Un sistema che avrebbe potuto evitare una tragedia come quella di Crevalcore. Quattro miliardi di euro, più di 100 milioni di euro l'anno per 30 anni. E' la «tassa» che, a partire dal 2012, Rfi dovrà pagare per poter passare sul Ponte in base a quanto stabilito nella convenzione firmata dal governo con la Società Stretto di Messina. A denunciarlo è stata ieri Legambiente chiedendo se davvero tanti soldi non si potrebbero spendere in maniera più utile. Scontata la risposta: «Prima del Ponte, ma molto prima c'è davvero tanto da fare» ha spiegato il presidente dell'associazione Roberto Della Seta, che ha ricordato come il 36% delle rete ferroviaria è ancora senza elettricità, mentre ben il 63% delle tratte è a binario unico. E la situazione è peggiore proprio nelle regioni meridionali. «Ma le priorità di investimento nei prossimi anni - ha proseguito Della Seta - sono quelle fissate dal Piano dell'Alta velocità ferroviaria, e rimangono solo le briciole per potenziare la rete esistente». La riprova è nei 6,4 miliardi di euro investiti nel 2004 nelle infrastrutture ferroviarie, ben 4 dei quali sono andati all'Alta velocità, che rappresenta appena un decimo delle rete, e solo 2,4 per tutto il resto. Solo chi non conosce la situazione della rete ferroviaria italiana, spiega in un dossier l'associazione ambientalista, può pensare che il Ponte rappresenti davvero una priorità per i trasporti nel Mezzogiorno. Ben altre e ben più urgenti sono infatti per Legambiente le opere da mettere in cantiere. Oltre alla carenze già citate, basti gettare lo sguardo alla situazione dei collegamenti tra capoluoghi di provincia nel Sud Italia: 6 ore e 43 minuti è il tempo necessario per percorrere i 455 chilometri che separano Bari da Reggio Calabria (velocità media 67 km/h); 7 ore e 51 minuti per arrivare da Lecce a Catanzaro (385 chilometri, con tre cambi, a una velocità media di 51 km/h), per non parlare delle 8 ore e 15 necessarie da Ragusa a Palermo (308 chilometri, 3 cambi, 37 km/h) e addirittura delle 9 ore e 40 (con 4 cambi) necessarie per coprire i 370 chilometri che dividono Trapani da Siracusa a una velocità media di 38 chilometri all'ora. Tempi da Medioevo dei trasporti, che pure vengono ignorati dal governo deciso a proseguire nella realizzazione del Ponte. Eppure, denuncia Legambiente, i soldi delle ferrovie potrebbero essere investiti in modo migliore. Due anni di tassa, ad esempio, sarebbero sufficienti a installare il sistema di frenata automatico (Scmt) sulle linee Lecco-Monza e Bergamo-Monza, oppure a potenziare la linea Mantova-Cremona-Lodi. Ma anche a completare il raddoppia dei binari sulla tratta Pacara-Foggia installando contemporaneamente anche lì l'Scmt, o realizzare il raddoppio della Caserta-Foggia. E un solo anno basterebbe a elettrificare e rendere più sicura la Potenza-Foggia, ma anche a comprare 86 nuovi treni per il nodo di Napoli. Solo esempio di quanto si potrebbe fare con quattro miliardi di euro che le Ferrovie si preparano invece a buttare giù dal Ponte. manifesto |
|
|
|
|
|
#133 (permalink) |
|
Member
Data registrazione: Mar 2000
Messaggi: 106,624
Popolarità: 42949686 ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() |
23.03.2005
Punto primo del programma: mai più un condono Entra nel vivo la lunga marcia della Fabbrica di Prodi, «luogo di partecipazione e di scambio di idee». Così la definisce Pier Luigi Bersani, reduce dal primo summit della Quercia dedicato al programma elettorale, a cui ha partecipato lo stesso segretario Piero Fassino. «Non facciamo una Fabbrica e neppure il programma Ds - dichiara Bersani - Raccogliamo le idee a partire dal lavoro che è stato fatto al Congresso, e in altre sedi e le selezioniamo». Insomma, è di un tassello di quel puzzle complesso - frutto del confronto di tutta le forze dell’Unione - da cui far emergere il nuovo «manifesto» elettorale, con un obiettivo ambizioso: (ri)costruire un alfabeto della cittadinanza. Il messaggio di fondo non sarà una «rivincita su Berlusconi - spiega l’esponente della Quercia - Spero che dopo le regionali il nostro risultato sarà tale che noi a quel punto non dobbiamo voltare le spalle al Paese e guardare Berlusconi, ma dobbiamo voltare le spalle a Berlusconi e guardare al Paese e lanciare un messaggio positivo di alternativa». Nessun contratto con gli italiani? Non ci saranno 4-5 punti da presentare agli elettori? «Sui punti centrali si deciderà assieme. Per ora abbiamo cominciato una discussione generale. Sicuramente si dovrà trovare un punto di equilibrio tra innovazione e rassicurazione. L’Italia ha bisogno di cambiare e anche di essere rassicurata, perché è spaesata. Oltre a questo dovremo dare l’idea di uno sforzo collettivo, da tradursi in una proposta che contenga il senso dell’alleanza tra forze vive e reali del Paese. Questi due punti ci portano già a dare un possibile tratto del volto dell’alternativa che proponiamo: non potrà essere una rivincita su Berlusconi». Molti si chiedono quante leggi saranno cancellate se il centrosinistra andrà al governo. «È talmente evidente ormai che alcune di queste leggi non stanno portando a risultati, che si cancellano da sole. Vorrei ricordare che questo è il primo anno di applicazione della legge Biagi ed è il primo anno in cui c’è minor incremento degli occupati. Non sarà colpa della legge Biagi, ma non potremo dire che la Biagi è miracolosa. Altro esempio: mentre discutiamo di competitività, noi abbiamo in crisi gli istituti tecnici, che perdono iscritti e professori. Ancora: alle medie si studia meno inglese di prima. È evidente che ci sono state operazioni ideologiche che vanno smantellate. Ma noi non proponiamo alla gente: arriviamo per cancellare. Al contrario diciamo: arriviamo per fare». Altro punto centrale? «Noi dovremmo rilanciare in forme nuove un presidio di responsabilità collettiva e sociale sulla distribuzione del reddito e della produttività del sistema. Ci vuole un dialogo serrato su questo tra governo e forze sociali». Questi due temi chiamano in causa soprattutto le tasse. «Non solo le tasse, anche tante altre cose: le tariffe, l’andamento dei contratti, l’impatto con le nuove tecnologie, la questione degli affitti. O riusciamo a sostenere i redditi, o altrimenti un minimo di rassicurazione sociale o di rilancio dei consumi non lo otteniamo. Sulla competitività ci sono da cancellare le rendite di posizioni presenti nel Paese. Da noi i soldi vanno, o meglio le munizioni vanno a chi non è sul fronte. Basta guardare i bilanci delle imprese: i soldi vanno a Eni, Enel, Telecomunicazioni. Gli altri, che si confrontano sul mercato globale, fanno bilanci pessimi. La redistribuzione dev’essere radicale, anche sul fronte fiscale». Non rischiate di trovarvi con l’erba già tagliata dagli sgravi di Berlusconi? «Certamente ridurre le tasse è desiderabile, ma a certe condizioni. Primo: che siano preservati i servizi fondamentali. Secondo: che il finanziamento della riduzione venga dalla lotta all’evasione o all’elusione. Terzo: che la riduzione vada a vantaggio di chi ha di meno e non di chi ha di più. Non esiste che si dà zero euro a chi ne guadagna 12mila l’anno e 500 a chi ne guadagna 200mila: non può esistere in via di principio. Su questo punto dobbiamo riprendere il tema dello spirito civico e della fedeltà fiscale, del pagare meno e pagare tutti. Questo vuol dire parole d’ordine impegnative, come ad esempio: “mai più un condono”». Sulle politiche industriali? «Inutile ricordare che la produzione industriale italiana è in crisi profonda anche rispetto ai partner europei. Bisogna ripartire da zero, ponendoci in una nuova prospettiva, che è quella di chiederci: quali campioni nazionali immaginiamo? Quali driver? Attorno a questi pilastri si può costruire un nuovo sistema di rilancio». Sulla Costituzione come ci si muoverà? «Agli italiani dovremo spiegarla così. Nessun costituzionalista è d’accordo con questo pasticcio. Se tutti i meccanici d’Italia dicono che la macchina non va, bisognerebbe fermarsi un attimo prima di mettersi in moto. Su questa base dobbiamo attrezzarci al referendum». Altro punto caldo è l’Europa: quale rapporto immaginate? «L’Europa sarà l’oggetto del prossimo scaricabarile. Per il centrodestra è diventata l’origine di tutti i nostri guai, con delle falsificazioni che vengono prese per buone anche dalla Tv. Quando Berlusconi definisce “ominidi” quelli di Eurostat perché hanno ricontabilizzato le Fs, qualcuno dovrebbe dirgli che anche i francesi le contabilizzano così. Indubbiamente l’Europa è criticabile. Ma noi la critichiamo perché ce n’è poca: non è tollerabile che nella nuova dimensione mondiale, dove devi discutere con la Cina, senza l’Europa come attore geopolitico non competeremo mai». Ma la destra accusa Prodi di aver giocato in Europa contro l’Italia. «Ah sì? Beh, adesso c’è Barroso, se il presidente della Commissione è davvero così potente, perché non chiedono a lui di difenderci?». unità |
|
|
|
|
|
#134 (permalink) |
|
Member
Data registrazione: Mar 2000
Messaggi: 106,624
Popolarità: 42949686 ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() |
Offerta pubblica cercasi
LEONARDO PASSARELLI Il dibattito che si è aperto su il manifesto riguardo alla natura della crisi economica italiana è interessante ed è opportuno che sia stato impostato su basi non accademiche o accademicistiche: francamente l'attacco di Luigi Cavallaro a Galapagos mi è sembrato inconsistente nel contenuto - del tutto sterile, come rilevato dallo stesso Galapagos in prima replica - e inaccettabile nella forma, incomprensibilmente arrogante. Che la crisi italiana sia di carattere profondamente strutturale e quindi non superabile con tradizionali politiche di rilancio della domanda effettiva di tipo keynesiano trova ormai concordi - anche se con analisi, proposte e implicazioni politiche diverse - il sindacato, i partiti della sinistra, la Banca d'Italia e la stessa Confindustria. Ciò non significa che non siano necessari anche interventi volti a rafforzare la domanda aggregata, ma, come correttamente sottolineato da Ferrari e Romano nel loro intervento del 25 marzo scorso, un rilancio della domanda interna per consumi e investimenti si tradurrebbe in buona parte in aumento delle importazioni (è noto che i consumi italiani crescono quasi esclusivamente nei settori dei prodotti elettronici e della telefonia, laddove le nostre imprese sono assenti). Occorre quindi un cambiamento della struttura settoriale dell'industria italiana, un riposizionamento strategico nella mappa della divisione internazionale del lavoro. Condivido pressoché in toto le considerazioni di Ferrari e Romano; ma quali sono le cause del declino industriale italiano? Vorrei soffermarmi in particolare sulla bassa propensione al rischio imprenditoriale e all'innovazione, che ha ridotto competitività e dinamicità del sistema Italia. A sua volta la bassa capacità/volontà di innovare/crescere è imputabile a una serie di fattori, tra cui i principali mi sembrano: l'alto e crescente indice di vecchiaia della popolazione, l'estrema frammentazione del sistema produttivo, le carenti capacità imprenditoriali e manageriali, l'arretratezza e la farraginosità degli apparati burocratico-amministrativo e giudiziario, la bassa dotazione di infrastrutture, l'insufficiente azione di sostegno dell'innovazione d'impresa da parte del sistema bancario, la scarsissima integrazione tra università, centri pubblici di ricerca e imprese. Mi sembra che una linea di azione finalizzata a rimuovere le cause del declino comporti necessariamente una politica di massiccia presenza pubblica nell'economia che: 1) non combatta l'immigrazione, ma la consideri una risorsa per la rivitalizzazione socio-economica del paese; 2) sopperisca alle conclamate carenze imprenditoriali/manageriali con una presenza diretta e attiva nelle imprese, anche al fine di aumentarne le dimensioni medie e rafforzarne le capacità di innovazione e di mercato; 3) provveda a una concreta semplificazione amministrativa e normativa; 4) adegui le infrastrutture veramente utili al paese (non certo il ponte sullo stretto) attraverso un aumento delle spese in conto capitale, contenendo quelle correnti (senza indebolire lo stato sociale) e reperendo risorse attraverso una riforma del sistema fiscale in senso più progressivo (anche con l'introduzione di una patrimoniale); 5) faciliti la comunicazione banca/impresa anche mediante la lotta all'evasione fiscale, da cui potrebbero derivare, oltre che maggiori risorse per lo sviluppo, anche trasparenza dei bilanci e diminuzione delle asimmetrie informative tra banche e imprese (le banche dovranno comunque modificare filosofie e politiche creditizie); 6) individui misure di stretto collegamento e simbiosi (scambio di idee, progetti e applicazioni con risorse finanziarie) tra imprese e centri di ricerca. Insomma, considerato il fallimento del nostro mercato ******** (un misto di liberismo selvaggio e di ampie sacche di monopolio privato e inefficienza), bisogna riaffermare con forza la necessità di un reale controllo sociale della produzione. Mi sembra che questo riguardi, in definitiva, sia le politiche di domanda che la supply side economics. manifesto |
|
|
|
|
|
#135 (permalink) |
|
Member
Data registrazione: Mar 2000
Messaggi: 106,624
Popolarità: 42949686 ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() |
«L'estrazione di petrolio ha raggiunto il suo limite»
Intervista allo scienziato Andrea Martocchia: «Nel mondo se ne discute apertamente, in Italia si sta zitti» FR. PI. Andrea Martocchia è un astrofisico che lavora all'Osservatorio astronomico di Strasburgo, membro del «Comitato scienziate-scienziati contro la guerra» e della sezione italiana dell'Aspo (Association for the Study of Peak Oil, www.aspoitalia.net/), associazione che riunisce scienziati ed esperti di varie discipline (fisici, geofisici, economisti, ecc) e che monitora a livello globale i problemi energetici; quelli petroliferi, in particolare. Goldman Sachs, il 31 marzo, ha rivisto le proprie stime sul prezzo del petrolio nei prossimi anni, fissando un nuovo limite-shock: 105 dollari al barile. Cosa sta succedendo nella produzione petrolifera? La notizia vera sta nel fatto che sia Goldman Sachs a dirlo. Che stia sopraggiungendo una crisi petrolifera non è più un segreto per nessuno. La novità è che ne parli un'agenzia egemone, tra le poche che determinano i mercati globali e le scelte dei governi. Soprattutto dopo l'occupazione dell'Iraq, l'imminenza del «picco» nella produzione petrolifera è stata riconosciuta e commentata in sedi importanti. Cito solo i dossier dell'Economist e di National Geographics, gli articoli di Paul Krugman sul New York Times e di Yves Cochet su Le Monde. Le compagnie petrolifere rassicurano però sulla disponibilità di greggio per i prossimi 40 anni. Il problema non è la disponibilità, ma l'impossibilità di aumentare la produzione. Per la prima volta nella storia ci troviamo davanti a una situazione per cui la produzione non può più crescere. E' spigato benissimo da Nicholas Sarkis su Le Monde Diplomatique (luglio 2004) o da un ex consigliere Usa, Matthew Simmons, che in febbraio ha ricordato come «l'estrazione saudita ha già raggiunto il massimo». Perché i paesi produttori non riescono ad aumentare la produzione? Si estrare petrolio già dappertutto. Ma la Terra ha una superficie finita; già tutta esplorata, a questo scopo. Si dice: occorrono più investimenti, per andare più in profondità, avere più efficienza per i pozzi esistenti. E' possibile, ma c'è un problema di costi. Ed è inoltre assodato che, anche su piazze petrolifere importanti, si riesce a produrre di più in percentuali minime, mentre la domanda cresce esponenzialmente. I cinesi, su questo piano, stanno appena accendendo i motori. Insomma, sarebbe l'ennesima dimostrazione della «curva di Hubbert». E' proprio questo il punto. La produzione petrolifera finora è stata sempre in crescita. Adesso siamo evidentemente al picco. A seconda delle stime, tra 20 o 30 anni la curva non potrà che essere a un livello inferiore a oggi. C'è chi ritiene che il picco sia già stato superato, altri che sta per esserci, altri ancora che è più lontano. Ma tutti concordano nel dire che entro il 2050 saremo certamente oltre il picco, anche tenendo conto delle stime ottimistiche più estreme. L'Aspo, che è un'associazione di ricercatori, lo prevede nel giro di pochissimo tempo. I governi, su questo problema, racciono. Sottovalutano la situazioni o non hanno soluzioni a breve? Non credo minimamente che i governi non ne siano al corrente. Può essere vero, ma solo in parte, in Italia; dove gli imprenditori hanno da sempre un'idea davvero strana di «interesse nazionale». In Francia, dove lavoro, c'è attenzione a moderare i toni, per non creare allarmismo inutile. Ma il problema del superamento dell'economia fondata sul petrolio è posto apertamente sui media più importanti, sui bollettini del Cnr. Quando il prezzo del greggio oscilla, i media francesi menzionano come causa l'impossibilità o la difficoltà di aumentare la produzione. Quelli italiani chiamano in causa un attentato in Iraq, oppure un incidente a una raffineria. Nessuno, qui, parla di questo limite strutturale», né chiarisce le dinamiche di lunga durata. Non è perciò credibile che nelle grandi sedi, dove si fa la politica internazionale, non se ne sia parlato; e anche a lungo. Si parla delle fonti alternative. Quali sono immediatamente sfruttabili? Quali richiedono investimenti e ritorni a lungo termine? E' universalmente riconosciuto che bisogna investire per avviare il prima possibile una produzione senza combustibili fossili. Il nucleare può essere una soluzione-ponte, ma di breve durata. E' opportuno investire su energie sostenibili, disponibili in loco, che non richiedano l'accesso a paesi che hanno la disgrazia di possederle, con il seguito di guerre e orrori che vediamo tutti i giorni. Occorre investire in sole, geotermia, acqua, maree, ecc. L'idrogeno prodotto da fonti fossili (gas, carbone) sposta il problema, ma non lo risolve. Bisogna capire che c'è un limite. Che la crescita infinita è impossibile fisicamente. Il che non vuol dire rinunciare allo sviluppo. Il risparmio energetico, per esempio, non vuol dire andare indietro. Significa solo arrestare la crescita di consumi dissennati, ad alto spreco di fonti energetiche non rinnovabili. manifesto |
|
|
|
|
|
#136 (permalink) |
|
Member
Data registrazione: Mar 2000
Messaggi: 106,624
Popolarità: 42949686 ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() |
12.05.2005
Noi, la generazione del flop di Oliviero Beha Caro Direttore, ce l’ho con Mario Monicelli,ce l’ho con Pietro Ingrao, ce l’ho con Elio Toaff, ce l’ho con Vittorio Foa. E ce l’avrei con Norberto Bobbio, e ce l’avrei con Guglielmo Petroni e con il suo bellissimo «Il mondo è una prigione» scritto sessant’anni fa, ma più attuale delle cose d’oggi, se non se ne fossero già andati. Ce l’ho con loro, di testa e di cuore, perché con la loro presenza nella vita o «soltanto» nelle opere misurano la pochezza della mia generazione, una «floppy floscia, alla lettera) generation» che disarma e disamora. Giorni fa, alle celebrazioni/commemorazioni di Monicelli che gli hanno fatto pubblicamente evocare le “esequie” in un’auto-epigrafe vergata di ironia, mi sono ritrovato per l’ennesima volta in questo periodo a disagio etico-generazionale. Monicelli, nell’occasione di un libro/conversazione su di lui (di Sebastiano Mondadori, per i tipi de «Il Saggiatore»), parlava di sé, del suo cinema, dell’Italia del secondo dopoguerra “in un altro modo”. Il suo sodale Furio Scarpelli, lo sceneggiatore principe che anagraficamente lo pedina, diceva di come nel loro lavoro «si divertissero e si impegnassero», atteggiamenti che non rintraccia nei suoi colleghi di oggi. E Francesco Rosi gli teneva bordone. E tutti i novantenni, o tendenzialmente novantenni, di spicco secondo differenti caratteristiche di temperamento, cultura e professione mi pare si riconoscano in tale disamina. Certo, un Monicelli prende le distanze - come ha fatto del resto in tutta la sua vita - dalla retorica del «si stava meglio quando si stava peggio», delle nostalgie passatiste, del considerarsi unici e irripetibili pur se ognuno coi suoi contorni fortunatamente lo è anche nelle stagioni disgraziate dei cloni. Certo, nessuno può davvero escludere che fra trenta o quarant’anni non staremo/starete a ricordare, magari con un chilo di spettacolarizzazione in più, qualcuno della mia “floppy generation”. Ma davvero immaginate su un palco un Giuliano Ferrara con le stimmate politico-esistenziali di, che so, Pietro Ingrao? E se ci fossero ancora, per la serie «la vita delle opere» in assenza fisica degli autori, un Pasolini o un Calvino da ascoltare in pubblico, penseremmo che tra qualche decennio la loro eredità sarebbe degnamente rappresentata da Adriano Sofri (a proposito, Adriano, che ci facevi in tv intervistato da Costanzo sulle tue pendenze sentimentali? eri davvero tu, o un incubo notturno senza Chopin?) o da Alessandro Baricco? E in politica spicciola Giorgio La Malfa attiene a suo padre? E tra i leader dell’Unione qualcuno ricorda anche solo nello sguardo Enrico Berlinguer? E faccio di tutto per rimuovere dai miei scenari mentali un paragone tra Andreotti e Berlusconi... E negli altri campi, nel confronto stiamo messi diversamente? Meglio Andrea Barbato o Bruno Vespa, in attesa di Giorgino? E Cattelan ci fa rimpiangere Messina, o Lucio Fontana, oppure nessuno dei due? E potremmo continuare a esercitarci così, a 360 gradi, sull’Italia di oggi e quella di ieri, a partire da quell’Italia della Ricostruzione evocata a più riprese dal presidente Ciampi. Certo, forse quanto a stilisti e cuochi in questa cucina/fucina italiana siamo in crescita esponenziale, mentre per Coppi e Pantani (ahimé), e Rivera e Totti come è noto «non si possono fare paragoni»... Allegria e impegno, dicono questi novantenni resistenziali in tutte le pieghe del senso di questa Resistenza: sono due voci sufficienti a misurare il presente della mia generazione? Forse sì, perché immediatamente riferibili alla leggerezza dell’essere e al pieno contro vuoto delle domande cardine dell’esistenza. Ma non per caso debbono essere combinate, queste voci, per non disperdere l’integrità dell’individuo e del suo stare con gli altri. Ebbene, dov’è questa allegria nella recita collettiva di un Paese sbandato in cui i cattivi attori della “floppy generation” hanno fatto gli incendiari prima e i pompieri poi ma sempre per finta, badando nella sostanza soltanto al potere e ai suoi ammennicoli, al denaro e allo status principesco o straccione che ne consegue? E che allegria hanno trasferito questi padri “al mercato” ai loro figli “sul mercato”? Un’allegria non autentica, spenta, irreale, un’allegria appunto impossibile a ridursi a merce, e quindi fuori marketing. E l’impegno? Oggi sembra una bestemmia. Per la generazione dei Monicelli o degli Ingrao, che ne filma o ne parla ancora in un certo modo, era naturale pensare agli altri, ragionare per tutti specie per i più deboli pur con la caterva di errori che questo atteggiamento ideale fa rischiare e certamente ha comportato. Per i miei coetanei invece sembrano discorsi fuori dal mondo, lontanissimi da quella modernità di guscio che affidano a un chip o a un bit in più. E nella retorica spesso truffaldina dei comportamenti, si sta infrangendo contro l’inerzia e l’ignavia del potere per il potere anche il mitico “nuovismo”. Ne scriveva giorni fa Giuseppe De Rita su Il Corriere della Sera, concludendo con amarezza sociologica quasi istituzionale: «Per risuscitare i significati, della vita e della speranza, comuni il fattore decisivo è l’alchimia della memoria». Benone. Mentre il referendum sulla fecondazione si accinge a svelare drammaticamente la superficialità e la pusillanimità intellettuale con cui si guarda a una questione fondamentale per l’individuo e la collettività, ragionando ed esternando invece per lo più in termini di speculazione politico-elettorale immediata, eccoci qui, con la mia cara “floppy generation” ramificata dappertutto senza apparenti radici da nessuna parte, ad abbeverarci alla vita e alle opere, e alla memoria, della “bontà mascherata” di Mario Monicelli, della visionarietà artigianale di Furio Scarpelli, dello spessore senza aggettivi di Pietro Ingrao. Sì, lo so, per rimanere al cinema dietro premono a buon diritto Nanni Moretti, o Marco Tullio Giordana, e altri meno noti che magari vorrebbero essere allegri e impegnati, come forse sarebbe un loro/nostro diritto e dovere. Ma, nel frattempo, con i monumenti si sgretola anche solo l’ipotesi di essere all’altezza di chi ci ha preceduto. Con i quali, come ho subito confessato, ce l’ho, ce l’ho davvero... Dal sito www.olivierobeha.it |
|
|
|
![]() |
| Segnalibri |
| Strumenti discussione | |
| Modalità visualizzazione | Valuta questa discussione |
|
|
| Chi siamo- Pubblicità- Contatti- Disclaimer- Mappa- Credits | ||
| © 2000-2012 Browneditore S.p.A. - Tutti i diritti riservati. Prima di utilizzare anche parzialmente i contenuti di questo sito, vogliate cortesemente consultare il disclaimer. | ||