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Vecchio 10-09-03, 15:47   #81 (permalink)
fa del bene e scorda
 
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ci spiegheresti come mai non hai postato lunedi' 8/9?????????

per la visione antidepressiva forse urge un ricorso all'allontanamento dal monitor

in 4 o 5 anni possono cambiare molte " posizioni " economiche
nel frattempo continua a postare
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Vecchio 10-09-03, 15:59   #82 (permalink)
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Scritto da devil1
ci spiegheresti come mai non hai postato lunedi' 8/9?????????

per la visione antidepressiva forse urge un ricorso all'allontanamento dal monitor

in 4 o 5 anni possono cambiare molte " posizioni " economiche
nel frattempo continua a postare
pensi che posto quando ci sono ribassi?

perchè non prendi un grafico e non controlli uno per uno i miei post... poi mi dici se posto solo nei giorni di ribasso ...
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Vecchio 15-09-03, 10:50   #83 (permalink)
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DENARO DI CARTA
E TIRANNIA

di US Equity & Macro LAB per WSI

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14 Settembre 2003 22:51 NEW YORK

Durante le testimonianze tenute da Alan Greenspan al Congresso Usa e di fronte alla Commissione Economica, Ron Paul si rivela sempre uno dei pochi in grado di capire a fondo le cause dei recenti problemi economici. I suoi interventi e le sue domande al Presidente della Fed hanno costantemente a cuore la questione monetaria. A tal proposito egli non esita a richiamare esplicitamente la teoria economica austriaca e i suoi principali economisti: Von Mises, Rothbard e il premio Nobel Hayek.
Il cinque settembre scorso, Ron Paul ha tenuto un lungo discorso davanti al Congresso esponendo in maniera organica la questione monetaria. Dal titolo Paper Money and Tyranny, esso rappresenta a nostro avviso uno dei testi migliori per riuscire a comprendere a fondo la questione monetaria, le sue implicazioni sugli odierni problemi dell'economia americana e, più in generale, sull’economia e lo sviluppo economico.

Il discorso parte riprendendo quel Gold and Economic Freedom scritto nel 1966 da Alan Greenspan. Lo approfondisce e lo sviluppa nel contesto economico attuale. La critica alla Fed è feroce. La questione di una moneta sana è trattata brillantemente nei suoi tre aspetti principali: morale, politico ed economico. La chiarezza con cui vengono esposte le minacce correnti alle libertà economiche è sbalorditiva. Le accuse di manipolazione del prezzo dell’oro da parte delle banche centrali sono nette e sorprendenti. La minaccia deflazionistica avanzata negli ultimi tempi dalla Fed è rivelata nella sua infondatezza. L’intero discorso è decisamente elettrizzante.

Essendo anche estramente vicino e coerente con i temi trattati in questa sede, offriamo con grande piacere la traduzione della prima parte del testo-saggio di Ron Paul, a cui gradualmente faremo seguire la traduzione integrale.

Ogni passaggio merita estrema attenzione e si pone come un riferimento fondamentale per riflettere sull’evoluzione economica del recente passato, di quella che ci attende nei prossimi anni.

________________________________________ ________

Paper Money and Tyranny

HON. RON PAUL OF TEXAS IN THE HOUSE OF REPRESENTATIVES September 5, 2003

http://www.house.gov/paul/congrec/co...3/cr090503.htm

Traduzione di Roberta Panizzoli

Nel corso della storia tutte le grandi repubbliche hanno avuto cura di una moneta sana, una unità monetaria, cioè, costituita da una merce-materia prima con caratteristiche di purezza e giusto peso. Laddove ciò si è realizzato, le civiltà hanno raggiunto livelli di maggiore benessere e le libertà si sono affermate con maggior vigore. Più una società tende verso condizioni di minore libertà, più è probabile che la moneta stia venendo svalutata e che il benessere economico dei suoi cittadini stia diminuendo.

Diversi anni prima di diventare responsabile della scandalosa diluizione del dollaro americano, in qualità di Presidente della Federal Reserve, Alan Greenspan scrisse del legame tra moneta sana, prosperità e libertà. Nel suo saggio “Gold and Economic Freedom” (The Objectivist, luglio 1966), Greenspan comincia con le seguenti parole: “L’avversione quasi isterica nei confronti del gold standard è un atteggiamento che unisce tutti gli uomini di governo. Essi sembrano percepire… che l’oro e le libertà economiche siano inseparabili.” E più avanti dichiara che: “sotto il regime del gold standard, un sistema bancario si impone come il protettore della stabilità economica e di una crescita equilibrata.” In modo sbalorditivo, l’analisi di Greenspan sul crash del 1929, e sul modo con cui la Fed accelerò la crisi, ripercorre parallelamente la situazione attuale che stiamo vivendo sotto la sua direzione. Sempre in quel saggio, Greenspan spiega: “L’eccessivo credito pompato dalla Fed si riversò sul mercato azionario dando avvio a un incredibile boom speculativo.” E ancora: “nel 1929 gli squilibri dovuti alla speculazione erano diventati dirompenti e ingovernabili dalla FED”. Infine conclude scrivendo: “ In assenza del gold standard è impossibile proteggere i risparmi dalla confisca realizzata attraverso l’inflazione”. Egli spiega il “segreto meschino” che accomuna i fautori dei governi forti e della carta moneta non convertibile, identificando nel disavanzo della spesa pubblica uno “schema per attuare una invisibile confisca della ricchezza.” Tuttavia oggi ci ritroviamo con un sistema monetario puramente cartaceo, gestito quasi esclusivamente dallo stesso Alan Greenspan che così correttamente era riuscito sia a denunciare il ruolo della Fed durante la Depressione che a riconoscere la necessità di una moneta sana.

I Padri fondatori di questa Nazione, e fino agli anni trenta anche la gran parte dei cittadini americani, disdegnavano la carta moneta, rispettavano la moneta merce-materia prima e disapprovavano il controllo monopolistico di una banca centrale sulla produzione di moneta e sui tassi di interesse. Ironia della sorte, l’abuso del gold standard, le abitudini della FED di generare credito negli anni venti e i danni che provocò negli anni trenta, non solo ci portarono alla Grande Depressione ma ebbero come effetto quello di prolungarla. Tuttavia, la colpa di quelle sofferenze fini con l’essere scaricata sulla moneta sana che avevamo allora. Questa é la ragione per cui la gente non sollevò obiezioni quando Roosevelt e i suoi amici statalisti confiscarono l’oro e svalutarono il dollaro, facendoci entrare nell’età delle valute cartacee non convertibili con le quali oggi si dibatte l’economia internazionale.

Se come afferma Greenspan una moneta sana e le libertà sono inseparabili, e la carta moneta porta alla tirannia, ci si dovrebbe chiedere per quale motivo essa sia così ben gradita dagli economisti, dalla comunità economica, dai banchieri e dagli uomini di governo. La spiegazione più semplice é che l’uomo tende sempre a cercare il conforto della ricchezza con il minor sforzo possibile. Questo desiderio é alquanto positivo quando in una società capitalista esso induce al duro lavoro e all’innovazione. La produttività aumenta e il livello di vita migliora per tutti. Questo processo ha permesso oggi, alle classi meno abbienti dei paesi capitalisti, di usufruire di lussi neanche disponibili alle famiglie reali del passato.

Tuttavia questa tendenza a ricercare il benessere e le comodità con il minor sforzo possibile viene spesso abusata. Essa spinge qualcuno a credere che attraverso certe manipolazioni della moneta, il benessere possa diventare più facilmente accessibile per tutti. Coloro che credono nella moneta cartacea non convertibile ritengono spesso che il benessere possa essere aumentato facendo a meno del dovuto lavoro e dell’innovazione. Essi arrivano anche a credere che i risparmi e il controllo dei tassi di interesse da parte del mercato non solo siano inutili, ma che rappresentino anche un ostacolo alla crescita economica. L’interesse per la libertà è rimpiazzato dall’illusione che i benefici materiali possano essere raggiunti attraverso la moneta cartacea non convertibile, piuttosto che con il duro lavoro e l’ingegnosità. I benefici percepiti diventano sempre più motivo di preoccupazione rispetto al mantenimento delle libertà. Ciò non significa che i sostenitori della moneta cartacea si siano imbarcati in una crociata per promuovere la tirannia. Sebbene il risultato tenda ad essere proprio questo, il fatto è che essi credono di aver trovato la pietra filosofale e un’alternativa moderna alla sfida per trasformare il piombo in oro.

I nostri Padri Fondatori avevano capito a fondo la questione e ci misero in guardia contro la tentazione di ricercare il benessere e la fortuna senza il lavoro e i risparmi su cui invece si fonda una reale prosperità. James Madison, ad esempio, ci mise in guarda dagli “effetti pestilenziali della carta moneta”. I Fondatori, infatti, ben si ricordavano dei danni causati dal Dollaro Continentale. George Mason della Virginia affermò di provare un “odio mortale nei confronti della carta moneta.” Il delegato della Convenzione Costituzionale Oliver Ellsworth del Connecticut pensò che la convenzione potesse rappresentare “una occasione favorevole per chiudere e sprangare la porta davanti alla carta moneta”. Pressoché tutti i delegati della Convenzione consideravano pericolosa la carta moneta, e questa fu la ragione per cui la Costituzione limitò l’autorità del Congresso in materia dichiarando come unici mezzi legali di pagamento l’oro e l’argento. La carta moneta fu vietata e non venne autorizzata alcuna banca centrale. Oltre alle ragioni economiche in favore dell’utilizzo di una moneta onesta, Madison argomentò anche ragioni morali. Spiegò che la carta moneta distruggeva “la necessaria fiducia tra gli esseri umani, la necessaria fiducia nei consigli pubblici, nell’industria, nei costumi della gente e nel buon nome del governo repubblicano”.

I Padri Fondatori erano ben consapevoli delle ammonizioni della Bibbia verso pesi e misure disonesti, verso l’argento alterato e il vino annacquato. Nel corso della storia la questione della moneta é stata una questione tanto morale quanto economica o politica.

Persino con questa storia alle spalle e con la seria perplessità espressa dai Padri Fondatori, le barriere alla carta moneta sono state fatte a pezzi. La Costituzione é rimasta la stessa, ma non viene più applicata alla questione della moneta. Una volta, durante il dibattito sull’entrata in guerra in Iraq, mi spiegarono che non c’era bisogno di una dichiarazione di guerra poiché essa sarebbe stata “futile” e che la parte della Costituzione che trattava delle facoltà decisionali del Congresso sulla guerra era “anacronistica”. In maniera simile, pare che sia “anacronistico” anche il potere costituzionale del Congresso sulla moneta limitato dalla stessa Costituzione alla coniatura e ai giusti pesi.

Se davvero la nostra generazione è in grado di sostenere le ragioni a favore della carta moneta, emessa da una banca centrale non autorizzata, sarebbe d’uopo perlomeno rispettare la Costituzione ed emendarla in modo corretto. Ignorare la Costituzione per compiere un atto pernicioso é nocivo sotto due punti di vista. In primo luogo, svalutare la moneta comporta danni smisurati a livello economico. In secondo luogo, attuare tale svalutazione senza rispettare la legge mina l’intero edificio della nostra repubblica costituzionale.

Sebbene al momento la necessità di una moneta sana non sia una questione urgente per il Congresso, essa è qualcosa che non può essere ignorata poiché il nostro sistema basato sulla carta moneta sta causando dei seri problemi economici. In realtà, pur scontrandoci quotidianamente con le conseguenze arrecate da questo sistema, non riusciamo a vedere la connessione tra i nostri problemi economici e i danni orchestrati dalla Federal Reserve.

Tutte le grandi religioni insegnano l’onestà in materia di moneta, e i difetti economici della carta moneta erano ben conosciuti quando venne scritta la Costituzione, dobbiamo quindi cercare di capire per quale motivo un’intera generazione di americani ha accettato la carta moneta senza esitare, senza porsi delle domande. La maggior parte degli americani é ignara della natura e dell’importanza della moneta. Per quanto riguarda coloro che detengono il potere, invece, o essi sono stati tratti in inganno da false nozioni oppure si rendono ben conto che il potere di creare moneta è un potere di cui in effetti godono mentre mettono all’ordine del giorno il welfare nel proprio paese e l’impero all’estero.

La moneta é una questione morale, economica e politica. Poiché l’unita monetaria stabilisce qualsiasi transazione economica, dai salari ai prezzi, dalle tasse ai tassi di interesse, é estremamente importante che il suo valore venga stabilito in modo onesto dal mercato senza che banchieri, governi, politici o la Federal Reserve manipolino il suo valore al fine di servire interessi particolari.

La questione morale dovrebbe essere la più facile da comprendere, tuttavia a Washington, quasi nessuno pensa alla moneta in questi termini. Sebbene ci sia una crescente e meritata sfiducia nel governo, la fiducia nella moneta e nelle capacità di gestione della Federal Reserve rimane molto forte. Nessuno accoglierebbe un falsario in città, eppure la nostra banca centrale é autorizzata a falsificare senza che ci sia alcuna seria supervisione da parte del Congresso.

Quando il governo può riprodurre l’unità monetaria, sia essa carta moneta o registrazione elettronica, a suo piacimento e senza considerarne i costi, esso si mette sullo stesso piano morale del falsario che stampa valuta illegale. In tutti e due i casi si tratta di frode.

Un sistema fondato sulla moneta cartacea non convertibile dà potere e autorità a coloro che controllano la produzione di nuova moneta e a coloro che per primi hanno accesso ai soldi o al credito appena originati. Il costo insidioso e finale si riversa invece su vittime non identificate, spesso ignare delle cause della loro sfavorevole condizione. Questo sistema di saccheggio legalizzato (sebbene non costituzionale) permette a un gruppo di persone di trarre profitti a scapito di un altro. Si realizza un vero e proprio trasferimento di ricchezza dai poveri e dal ceto medio alle classi finanziariamente privilegiate.

In molte società il ceto medio é stato letteralmente spazzato via dall’inflazione che accompagna la carta moneta non convertibile. Nelle prime fasi del ciclo inflazionistico, l’aumento del costo della vita e la perdita di posti di lavoro colpiscono un segmento della società, laddove invece la classe imprenditoriale trae beneficio ricorrendo con facilità all’indebitamento. Uno scaltro operatore di borsa o un costruttore edilizio possono guadagnare milioni nella fase di boom del ciclo economico, mentre i poveri e coloro che percepiscono uno stipendio fisso non riescono a stare al passo con l’aumento del costo della vita.

La moneta non convertibile é immorale anche perché permette al governo di finanziare una legislazione a favore di interessi speciali che altrimenti dovrebbe essere pagata con le imposte dirette o tassando le imprese produttive. Questo trasferimento di ricchezza si attua senza prendere direttamente i soldi dalle tasche dei cittadini. Ciascun dollaro creato diminuisce il valore dei dollari in circolazione. Coloro che hanno lavorato sodo, pagato le tasse e risparmiato per i tempi difficili vengono maggiormente colpiti poiché quei dollari perdono valore e fruttano bassi interessi a causa dalla politica accomodante della Federal Reserve. L’accesso facile al credito aiuta gli investitori e i consumatori che non si fanno scrupoli nell’indebitarsi e magari nel dichiarare bancarotta.

Se uno considera lo stato assistenziale e il militarismo come sbagliati e immorali, dovrebbe anche capire che l’autorizzazione a stampare moneta permette di realizzare queste politiche molto più facilmente di quanto avverrebbe se le stesse dovessero essere finanziate immediatamente con le imposte dirette.

Stampare moneta, che letteralmente significare inflazionare, non é altro che un sinistro e perverso sistema di tassazione occulta. E’ ingiusto e ingannevole e perciò fortemente osteggiato dagli autori della Costituzione. Questa é la ragione per cui né al Congresso, né alla Federal Reserve, né al potere esecutivo, è concessa alcuna autorità di amministrare il sistema monetario corrente.
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Vecchio 08-10-03, 15:05   #84 (permalink)
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QUATTRO IPOTESI PER CAPIRE DOVE PORTA IL RIALZO

di Giuseppe Turani

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7 Ottobre 2003 23:19 MILANO

Dopo qualche giornata andata storta, le Borse di tutto il mondo si sono concesse una giornata di festa. Con il Nasdaq e gli altri indici americani che volavano e con le Borse europee che, per una volta, hanno preso il giusto vento nelle vele e sono volate anche loro. Motivo? Il piu' clamoroso errore di tutti i tempi di analisti e esperti.
Per venerdi' scorso erano attesi i dati sull'occupazione e da tutte le parti era stato detto che sarebbe stata una mezza catastrofe. Venerdi', spiegavano gli esperti, l'America ci dira' che ha bruciato qualche altro migliaio di posti di lavoro, in settembre. Da un minimo di 25 mila, secondo gli ottimisti, a un massimo di cento mila, secondo i pessimisti.

Ma sorpresa, e' stato comunicato ufficialmente che gli occupati sono aumentati di quasi 60 mila unita'. E' stato come iniettare adrenalina in malati che non aspettavano altro. Via di colpo tutti i cattivi pensieri, via ogni prudenza, e tutti sotto a comperare. Senza piu' badare a p/e o altri rapporti. L'importante era comprare, prima si faceva e meglio era.

E infatti gli indici hanno preso il volo, e anche i prezzi dei singoli titoli. I pessimisti sono scomparsi dalla scena (uccisi dal dato sull'occupazione) e gli ottimisti hanno occupato l'intera scena dei mercati. Qualcuno, via e-mail, ha fatto sapere al vostro cronista che da ora in avanti mandera' i suoi commenti da luoghi molto ameni: Caraibi, isole greche, Parigi, ecc.: "Sto guadagnando talmente tanto ha scritto e guadagnero' ancora talmente tanto che da ora in avanti faro' tutto solo da luoghi di vacanza".

A sera inoltrata, dopo la chiusura dei mercati, sono cominciate pero' le riflessioni. E, come sempre, sono riflessioni complicate, perennemente sul filo dell'ansia. Piu' d'uno i motivi di perplessita'.

1 - Il primo riguarda proprio i dati sull'occupazione. Si tratta di numeri sempre un po' ballerini. In agosto, ad esempio, c'erano stati quasi 100 mila posti di lavoro in meno, ma adesso sono stati dimezzati. E nei conti del 2003 ci sono altri 100 mila "lavoratori" del mese di marzo che non si sa ancora bene dove mettere: se fra gli occupati o se fra i disoccupati. Qualcuno aggiunge, poi, che nel dato di settembre c'e' di mezzo anche un po' di stagionalita' e che quindi va preso molto con le molle e, soprattutto, va studiato molto bene e con molta cura prima di arrivare a conclusioni affrettate.

2 - Il secondo motivo riguarda l'eterno problema di chi opera in Borsa, sia esso uno scalper privato o un broker professionale. Ammesso che in America ci sia la ripresa e ammesso che le cose vadano meglio, non e' che i prezzi di oggi delle Borse hanno gia' scontato tutto cio'? Insomma, abbiamo puntato sulla ripresa e abbiamo indovinato. Ma a questo punto i nostri prezzi incorporano gia' questo fatto. Non ci possono mica essere due riprese. Insomma, piu' di tanto i listini non possono salire e qui di strada ne abbiamo gia' fatta tanta. Forse, e' il momento di fermarsi, di incassare un po' di guadagni e di andare al mare.

Ma contro queste posizioni ragionevoli ci sono anche quelle di chi invece pensa che siamo solo agli inizi di una lunghissima stagione di rialzi. Il vostro cronista, ad esempio, ha ricevuto alcune e-mail in cui si e' suggerito chiaramente un parallelo: c'e' stata la stagione (bellissima) 1991-2000, adesso e' cominciata quella 2003-2010. Non si puo' dire che ci sia in giro, per le Borse, gente che sogna un Nasdaq di nuovo a quota 5200, ma forse c'e' gente che gia' lo vede sopra quota 3000. Il 50 per cento e oltre in piu' di dove e' arrivato fino a oggi. Come al solito, da una parte ci sono i prudenti, dall'altra gli estremisti del rialzo. E e' dallo scontro di questi due gruppi che si giochera' il futuro dei mercati.

3 - Ci sono poi due scadenze in arrivo. La prima e' quella del dato sul Pil americano del terzo trimestre. Questa volta analisti e economisti sono ottimisti. Prevedono infatti che sara' un dato-boom: nel terzo trimestre del 2003 l'America dovrebbe aver messo insieme una crescita del Pil compresa fra il 4 e il 5 per cento. E anche questo, dicono gli ottimisti, dara' nuovo gas ai listini. Sara' la dimostrazione, continuano, che in America non c'e' la ripresa, ma un vero e proprio boom. L'inizio di una stagione ancora meglio di quella clintoniana degli anni Novanta. E allora perche' fermarsi? Via tutti a comprare. Tanto fra tre mesi i titoli saranno ancora piu' in alto.

La seconda scadenza e' quella dei report delle varie aziende sui risultati del terzo trimestre. Si dovrebbe cominciare proprio la settimana prossima. Saranno, si dice, dati buoni, collocati nella parte alta delle attese. Pero', si aggiunge, saranno gli stessi dati a dimostrare che siamo in presenza di discreti miglioramenti e non di un boom che ricordi anche solo vagamente quello intorno all'anno 2000. Quindi, prudenza. Ma, come abbiamo gia' detto, ci sono quelli che gia' sognano un intero decennio di boom economico e di Borsa. E a fermarli non saranno certo, a questo punto, i ragionamenti di qualche economista.

C' e' solo da sperare che le grandi banche d'affari e i grandi Fondi diano una mano a fermare gli entusiasmi troppo spinti e a riportare un po' di buon senso sui mercati.

4 - Infine, c'e' il solito ragionamento sull'eccessivo uso di droghe da parte dell'economia americana. E sulla possibilita', quindi, che essa finisca per rotolare da qualche parte, di colpo. Senza preavviso. Ma a questo, per ora, sembra proprio non pensare piu' nessuno.
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Vecchio 12-10-03, 12:42   #85 (permalink)
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DOLLARO DEBOLE
FINE DI UN'ERA

di Alfonso Tuor

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11 Ottobre 2003 17:12 LUGANO


Molti ritengono che la debolezza del dollaro sia unicamente un fenomeno temporaneo proprio di ogni moneta che alterna sui mercati dei cambi, per svariati motivi, periodi di forza a periodi di debolezza. Questa chiave di interpretazione, oggi sicuramente predominante, addebita l’attuale calo del valore del dollaro ad una politica deliberatamente voluta da Washington con l’obiettivo, da un canto, di rafforzare la ripresa statunitense e, dall’altro, di ridurre il preoccupante disavanzo commerciale che ormai supera il 5% dell’intero Pil statunitense.

Quindi, la caduta del dollaro, per quanto dolorosa possa essere, non è che un sintomo di una fase congiunturale dell’economia mondiale, durante la quale gli Stati Uniti fanno pagare al resto del mondo il costo di aver vissuto negli ultimi anni al di sopra dei loro mezzi in base al principio, caro a Washington, secondo cui «il dollaro è la nostra valuta, ma è il vostro problema». E in effetti il calo del valore del dollaro si traduce in un deprezzamento del valore dei crediti concessi dagli stranieri a Washington e, quindi, in un trasferimento dei costi a carico di coloro che comprando obbligazioni, azioni americane o investendo negli Stati Uniti hanno di fatto finanziato il disavanzo americano.

Secondo alcuni, il problema non esiste neppure, poiché se la ripresa americana si confermerà forte, riprenderanno ad affluire negli Stati Uniti enormi quantità di capitali stranieri, che permetteranno di continuare a finanziare il disavanzo commerciale statunitense producendo addirittura il risultato di far salire il valore del biglietto verde. Insomma in soldoni, nulla di nuovo sotto il sole.

Questa chiave di lettura rischia di trascurare alcuni fenomeni strutturali che fanno ritenere che, al di là degli aspetti congiunturali, stiamo molto probabilmente assistendo al progressivo sgretolamento di un sistema monetario internazionale fondato sul dollaro. Molti fattori inducono a ritenere che non stiamo solo assistendo al calo del valore del dollaro, ma al declino dell’egemonia della valuta statunitense. Innanzitutto, il calo del dollaro non è un fenomeno degli ultimi mesi, ma degli ultimi trent’anni.

Infatti, dall’inizio degli anni Settanta, quando la dichiarazione di Nixon di inconvertibilità del dollaro in oro ci ha fatto entrare nell’era dei cambi flessibili, il dollaro si è mosso in un’unica direzione, ossia al ribasso, all’interno di un canale discendente, in cui ha stabilito massimi e minimi sempre decrescenti. La debolezza del dollaro è dunque un fenomeno strutturale che periodicamente viene oscurato da rimbalzi del biglietto verde, che comunque non hanno mai avuto la forza di far salire il valore della moneta americana al di sopra del livello massimo raggiunto nella precedente fase di ascesa.

In secondo luogo, il declino dell’egemonia del dollaro è dovuto alla perdita di peso relativo dell’economia statunitense a causa della crescita dell’economia europea e al crescente peso di quelle asiatiche. Quindi, il dollaro è passato da una situazione di incontrastata egemonia ad una realtà in cui deve fare i conti con la concorrenza di almeno un’altra moneta (l’euro) e mezzo (ossia lo yuan cinese). E questo cambiamento comincia a pesare, poiché molti paesi arabi si sono messi ad usare l’euro quale strumento di pagamento e perché ora anche la Russia di Putin sembra intenzionata a definire in euro il prezzo del petrolio, ossia della principale materia prima del mondo.

Il terzo motivo è che è andato in frantumi il paradigma economico e politico su cui gli Stati Uniti hanno cercato nell’era dei cambi flessibili di ridefinire la loro leadership economica e finanziaria. Esso consisteva nel fare degli Stati Uniti, e in particolare di Wall Street, il centro nevralgico del sistema finanziario internazionale capace di attrarre i capitali di tutto il mondo e, quindi, in grado di finanziare il disavanzo americano e nel contempo di dirigere i flussi internazionali dei capitali. In contropartita dell’afflusso di una buona parte dei risparmi del resto del mondo, gli Stati Uniti si erano assunti il ruolo del «consumatore di ultima istanza dell’economia mondiale» con il risultato di diventare l’unica vera locomotiva dell’economia mondiale (secondo l’FMI, il contributo americano alla crescita mondiale è stato negli ultimi anni superiore al 75%).

Il crollo delle borse ha inferto un duro colpo a questo modello di sviluppo «americanocentrico» e ha riportato all’ordine del giorno la questione del dollaro. Infatti, l’inaridirsi degli afflussi di capitali stranieri non si è tradotto in una rovinosa caduta del valore del dollaro, poiché è stato per il momento parzialmente compensato dagli acquisti di dollari da parte delle banche centrali dei paesi asiatici, ma questi interventi non sono bastati per far diminuire le preoccupazioni sulla sostenibilità del deficit commerciale americano e del suo crescente debito estero.

Sui mercati dei cambi si stanno giocando contemporaneamente due partite tra loro strettamente intrecciate. La prima consiste nello stabilire quali paesi e in che misura dovranno pagare il risanamento degli squilibri americani. La seconda partita è se il riassorbimento di questi squilibri potrà essere concordato oppure, come sembra, sarà il frutto di forti strappi e, quindi, se la crisi del modello su cui si è fondata l’economia negli ultimi anni sarà superata attraverso uno sforzo congiunto dei Grandi del mondo oppure se sfocerà, come sembra oggi molto probabile, in una nuova forma di protezionismo attraverso la formazione di grandi blocchi economici e commerciali regionali.

Per questi motivi le convulsioni attuali del dollaro devono essere viste come l’espressione di una crisi del paradigma economico e politico dominante negli anni Novanta e anche come la dimostrazione che non è ancora finita l’opera di pulizia dei mercati finanziari iniziata nel marzo del 2000. All’appello manca ancora lo scoppio della bolla del dollaro, che era parte integrante e fondamentale di quell’euforia.
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Vecchio 12-10-03, 16:45   #86 (permalink)
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Effexor..e' fantastico..
comincia con 37,5 mg. al giorno e poi dopo 3 o 4 settimane
75 mg. al giorno.
E' l'antidepressione piu' favoloso

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Vecchio 27-10-03, 21:33   #87 (permalink)
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Recrudescenza della Credit Bubble



(26/10/03) Prima di riprendere i nostri lavori riteniamo opportuno rivisitare brevemente la chiave di lettura principale, tramite la quale in tutti questi mesi abbiamo curato i nostri commenti e le nostre analisi, valutandola alla luce degli sviluppi più recenti.

All’incirca due anni fa, come punto di partenza della nostra ricerca ponemmo un’economia americana fortemente sbilanciata nei propri aggregati, non ancora in grado di riemergere, a differenza di quello che allora sostenevano le analisi e le opinioni di mainstream, dal rallentamento economico che aveva interessato i primi tre trimestri dell’anno 2001. Identificammo la causa di quegli squilibri nella più forte espansione creditizia di tutti i tempi. Il materializzarsi della bolla speculativa del mercato azionario, per dimensioni e capitali coinvolti ben superiore a tutti i casi precendenti, aveva di gran lunga contribuito ad aggravare gli squilibri prodotti nel corso del boom. Coerentemente all’analisi austriaca del ciclo economico, tali squilibri avrebbero dovuto portare a un necessario riaggiustamento delle variabili coinvolte attraverso un periodo di recessione ed eventualmente di depressione economica.

Per quanto negli ultimi tre anni le naturali forze economiche abbiano effettivamente spinto lungo questa direzione, l’opposizione di forti politiche monetarie e fiscali è riuscita nell'intento di realizzare almeno due chiari obiettivi.

Il primo è stato quello di evitare che un disordinato processo di correzione del mercato azionario potesse causare al sistema economico uno shock difficilmente gestibile. Il secondo è stato quello di contenere al minimo, caratterizzandolo tuttavia in maniera estremamente anomala, il periodo di recessione economica che non solo sarebbe stato naturale attendersi alla luce delle analisi compiute, ma che sarebbe stato anche necessario per ripristinare quelle condizioni economiche in grado di poter dare vita a nuovo ciclo espansivo.

Tuttavia, questo pesante interventismo nei processi dinamici di mercato, pur avendo alleggerito i costi generalmente richiesti da una fase di post-boom, non ha risolto gli squilibri e i problemi analizzati a suo tempo. Li ha invece aggravati ulteriormente, amplificandoli ed estendendoli all’intero sistema economico mondiale, secondo una direzione mai sperimentata in precedenza.

All'interno di un sistema monetario puramente cartaceo, capace di estendere oltre i limiti tradizionali le proprie promesse di pagamento legate alla creazione della propria moneta fiduciaria e di tutti i suoi derivati, questo nuovo corso di sviluppo è stato favorito e reso possibile da due fattori principali:

• il virtuoso, benché in tal caso malamente impiegato, processo di globalizzazione economica da un lato,

• le sorprendenti risorse di un sistema finanziario sempre più aggressivo e prolifico di innovazione, dall’altro.

In questo contesto, pertanto, la nostra chiave principale di lettura è rimasta ancora estremamente valida e quindi pressochè immutata. Non solo, coinvolgendo oramai un caso di portata ben più ampia e profonda di quello originariamente preso in considerazione, l'indagine che abbiamo modo di sviluppare di giorno in giorno ha sicuramente trovato stimoli nuovi e decisamente più interessanti .

Allo stesso tempo, l’approfondimento della teoria economica Austriaca (di Menger, Bohm Bawerk, Von Mises, Hayek, Rothbard per citarne solo gli esponenti storici più rilievanti), è divenuta primaria fonte di arricchimento per le nostre analisi, tale da porsi non solo come indispensabile punto di riferimento ma anche come nuovo e diretto campo di indagine da percorrere accanto al nostro consueto lavoro. Siamo sicuri che nel prossimo futuro, anche e soprattutto al di fuori di questo modesto spazio, la teoria economica Austriaca sia destinata a ricevere molta più considerazione di quella purtroppo riservatagli fino ad oggi.

I principali campi di investigazione pratica finora seguiti in questa sede, ai quali si sono affiancati e continueranno quindi ad affiancarsi con maggiore intensità contributi di natura teorica, possono essere suddivisi in quattro grandi aree: mercato azionario, mercato dei tassi, mercato valutario ed economia reale. Vediamo di ripercorrerli velocemente alla luce degli sviluppi intervenuti nelle ultime settimane.

Come prossimamente avremo modo di analizzare più in dettaglio, ancora una volta la ripresa economica americana si presenta come una ottima operazione di cosmetica che trova da un lato le proprie basi sul massiccio ricorso all’indebitamento e, dall'altro, il proprio forte nelle componenti consumi e spesa pubblica. Per il resto essa rimane caratterizzata da una bassa crescita del reddito, dalla persistenza di un alto livello di disoccupazione (non ingannino a tal proposito le statistiche americane di natura ben differente da quelle europee e soggette peraltro a continue revisioni al ribasso dei dati forniti in precedenza) e dalla carenza di investimenti tangibili sul territorio americano.

La spinta che sembra avere rilanciato l’economia americana (e che le impedisce allo stesso tempo quei riaggiustamenti propedeutici a una nuova sana fase di crescita) viene alimentata quindi dal consumo del reddito futuro e dal consumo del reddito straniero, come continuano a confermare rispettivamente la crescita esponenziale del debito domestico e l’enorme deficit delle partite correnti. Allo stesso tempo essa riesce a realizzarsi grazie alla espansione della credit bubble che nel corso degli ultimi dodici mesi ha avuto modo di sperimentare una nuova e straordinaria fase di crescita assimilabile, e per certi versi ancora più potente ed efficace, di quella degli anni novanta.

All’atto pratico questa intera dinamica si traduce per gli americani in un consumo di ricchezza superiore a quello realmente prodotto, ovvero in un impoverimento graduale sia degli operatori economici domestici che della struttura economica interna, la sopravvivenza della quale, in assenza di altri aggiustamenti, continua a spingere verso l’esportazione in terra straniera (India e paesi asiatici) sia dei posti di lavoro che degli investimenti reali. Un istinto alla sopravvivenza ben poco lungimirante che si priva delle stesse fonti di reddito future necessarie al proprio sostegno e che riflette la chiara volontà di continuare a vivere ben al di sopra dei propri mezzi e delle proprie possibilità.

E’ stata l’imprevedibile accelerazione della credit bubble, favorita dall’innovazione ma consentita dall’assenza di ogni vincolo di controllo sul sistema monetario cartaceo, ad avere permesso per la prima volta nella storia il prolungamento spazio-temporale del boom di natura creditizia sperimentato negli anni novanta, i cui effetti e le cui conseguenze saranno da esaminare contestualmente secondo due piani di ricerca, quello interno al sistema economico americano dove essa stessa ha origine e quello esterno, a livello di economia globale, sul quale inevitabilmente si ripercuote.

Dopo avere portato a valutazioni estreme sia il mercato obbligazionario che il mercato immobiliare, a livello domestico l'espansione della credit bubble è riuscita quest'anno a rilanciare una nuova fase di ottimismo e fiducia che sul mercato azionario si è tradotta velocemente nell'emersione di fenomeni speculativi del tutto analoghi a quelli di fine anni novanta.

A livello globale essa ha avuto il virtuoso effetto di riuscire a moltiplicare e quindi a riversare la propria liquidità praticamente su ogni altro sistema economico, con effetti spesso non dissimili a quelli sperimentati internamente, persino nelle economie fino a un anno fa considerate a rischio.

Due fattori sono potenzialmente in grado di arrestare lo sviluppo di questa pericolosa recrudescenza della credit bubble. In primo luogo la discesa del dollaro, oramai in un ben definito canale ribassista, e in secondo luogo il rialzo dei tassi di mercato, processo iniziato, come già visto, all’inizio di questa estate. Tuttavia in entrambi i casi si è assistito alla pronta opposizione di forze artificiali che pur riuscendo ad appianare le cose (in altre parole, ad evitare il peggio) hanno continuato ad impedire al mercato il proprio ruolo di aggiustamento e correzione degli squilibri in essere.

Per quanto riguarda il dollaro, così come a suo tempo la FED era riuscita a gestire l'ordinata discesa del mercato azionario, il sostegno dei paesi asiatici è stato e continua ad essere determinante nella ordinata discesa del dollaro. Come si è effettivamente riscontrato durante l’anno in corso, l’acquisto di dollari da parte dei paesi asiatici con un surplus commerciale verso gli USA, in misura tanto maggiore quanto più esso tende a perdere valore, mantiene in effetti un profilo costi benefici che ancora tende dalla parte di questi ultimi. Il senso di questa attività in forte perdita (si pensi come parallelo alla infelice posizione di un acquirente di azioni che continua a mediare al ribasso un titolo in caduta libera) trova infatti un corrispettivo più che adeguato nei benefici che ne derivano in termini di produzione e vendita dei propri prodotti al consumatore americano.

Nel complesso questo rapporto continua a sostenere lo sviluppo disarmonico di una economia mondiale sempre più marcatamente squilibrata tra paesi produttori e paesi consumatori. Comune denominatore di tutti i partecipanti a questa netta divisione dei ruoli una valuta sempre più debole ma sempre più presente destinata a perdere ulteriore terreno sia nei confronti delle altre valute che verso le principali materie prime. Come era prevedibile, infatti, il dollaro continua a perdere potere d’acquisto su quasi tutti i mercati a danno di tutti i partecipanti al gioco, tranne naturalmente l'emittente originario della moneta fiduciaria in questione. I problemi a nostro avviso emergeranno quando questi danni cominceranno a superare i benefici del consumatore americano, costretto presto o tardi a reinserire la parola risparmio nel proprio dizionario, o quelli del produttore asiatico, costretto presto o tardi a valutare i rischi associati alla propria egoistica generosità.

Per quanto riguarda invece i tassi di interesse, le naturali spinte verso una riduzione effettiva della liquidità, oltre ad essere state contenute dalle dinamiche del punto precedente, hanno presto trovato una soluzione nella iperattività delle agenzie americane impegnate nel settore dei mutui immobiliari. Il violento strappo al rialzo dei tassi di mercato, che a luglio aveva colto di sorpresa molti operatori, ha avuto modo in questi mesi di forzare la mano della FED verso un rialzo dei tassi di breve periodo, come oramai sconta tutta la curva implicita nella strip di futures dell’euro-dollar deposit. Le aspettative in merito a tale futuro restringimento del credito hanno avuto già avuto qualche ripercussione sugli aggregati monetari, come dimostra il trend al ribasso registrato nelle ultime settimane (-37 B pari a un -1.9% annualizzato della M3 nelle ultime 12 settimane), tuttavia esse hanno trovato un contrappeso ancora più significativo proprio ad opera delle agenzie Fannie Mae e Freddie Mac.

Come riporta Doug Noland nel suo ultimo Credit Bubble Bulletin, queste due agenzie di sponsorizzazione governativa che operano nel mercato dei mutui immobiliari sono riuscite di recente a sostituire il ruolo della FED come principale creatore di nuova liquidità e prestatore di ultima istanza: nel trimestre che va da luglio a settembre Fannie Mae e Freddie Mac hanno complessivamente aumentato i propri Retained Mortgage Portfolios di ben 160 B di dollari (+46% annualizzato), di cui ben la metà solo nel mese di settembre. Una iniezione di liquidità non registrata dagli aggregati monetari che ha più che compensato la contrazione degli stessi.

In questo secondo caso i problemi emergeranno all’effettivo materializzarsi del rialzo dei tassi di interesse da parte della FED, quando i diversi operatori alla ricerca sia di nuova liquidità che di strategie di copertura del rischio potrebbe creare non pochi problemi a un sistema finanziario pesantemente e unidirezionalmente esposto al rischio di interesse attraverso gli attuali 140 trilioni nominali di strumenti derivati in essere. Tanto più che queste dinamiche inevitabilmente si intrecceranno con quelle legate al processo di svalutazione del dollaro.

In conclusione, il prolungato sostegno della credit bubble al formarsi di aspettative che vanno oltre le reali possibilità del sistema economico, nonché le dinamiche reali messe in moto dallo stesso processo di accelerazione della credit bubble, hanno posto nuovamente le basi per un downturn economico ancora più pericoloso del precedente, nel quale gli spazi per l’interventismo a salvataggio del sistema finanziario ed economico saranno molto più ridotti rispetto a quelli disponibili tre anni fa, e questo a fronte di squilibri ben maggiori di quelli di allora.
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Vecchio 27-10-03, 21:58   #88 (permalink)
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Il rischio effettivamente c'è...

...non mi sembra che vogliano governare stanno solo procrastinando, è stato fatto di tuitto per dar fiato alla ripresa, ma il pericolo maggiore sono i derivati....
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Vecchio 27-10-03, 22:06   #89 (permalink)
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se scoppiasse la bolla dei derivati ( tocchiamo ferro) il sistema bancario occidentale sarebbe polverizzato...

basta pensare a banche del calibro di jp morgan che hanno un' esposizione nei derivati ( i dati precisi non li so) da far rabbrividire...
lucrezio non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 27-10-03, 22:19   #90 (permalink)
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Scritto da lucrezio
Recrudescenza della Credit Bubble



(26/10/03) Prima di riprendere i nostri lavori riteniamo opportuno rivisitare brevemente la chiave di lettura principale, tramite la quale in tutti questi mesi abbiamo curato i nostri commenti e le nostre analisi, valutandola alla luce degli sviluppi più recenti.

All’incirca due anni fa, come punto di partenza della nostra ricerca ponemmo un’economia americana fortemente sbilanciata nei propri aggregati, non ancora in grado di riemergere, a differenza di quello che allora sostenevano le analisi e le opinioni di mainstream, dal rallentamento economico che aveva interessato i primi tre trimestri dell’anno 2001. Identificammo la causa di quegli squilibri nella più forte espansione creditizia di tutti i tempi. Il materializzarsi della bolla speculativa del mercato azionario, per dimensioni e capitali coinvolti ben superiore a tutti i casi precendenti, aveva di gran lunga contribuito ad aggravare gli squilibri prodotti nel corso del boom. Coerentemente all’analisi austriaca del ciclo economico, tali squilibri avrebbero dovuto portare a un necessario riaggiustamento delle variabili coinvolte attraverso un periodo di recessione ed eventualmente di depressione economica.

Per quanto negli ultimi tre anni le naturali forze economiche abbiano effettivamente spinto lungo questa direzione, l’opposizione di forti politiche monetarie e fiscali è riuscita nell'intento di realizzare almeno due chiari obiettivi.

Il primo è stato quello di evitare che un disordinato processo di correzione del mercato azionario potesse causare al sistema economico uno shock difficilmente gestibile. Il secondo è stato quello di contenere al minimo, caratterizzandolo tuttavia in maniera estremamente anomala, il periodo di recessione economica che non solo sarebbe stato naturale attendersi alla luce delle analisi compiute, ma che sarebbe stato anche necessario per ripristinare quelle condizioni economiche in grado di poter dare vita a nuovo ciclo espansivo.

Tuttavia, questo pesante interventismo nei processi dinamici di mercato, pur avendo alleggerito i costi generalmente richiesti da una fase di post-boom, non ha risolto gli squilibri e i problemi analizzati a suo tempo. Li ha invece aggravati ulteriormente, amplificandoli ed estendendoli all’intero sistema economico mondiale, secondo una direzione mai sperimentata in precedenza.

All'interno di un sistema monetario puramente cartaceo, capace di estendere oltre i limiti tradizionali le proprie promesse di pagamento legate alla creazione della propria moneta fiduciaria e di tutti i suoi derivati, questo nuovo corso di sviluppo è stato favorito e reso possibile da due fattori principali:

• il virtuoso, benché in tal caso malamente impiegato, processo di globalizzazione economica da un lato,

• le sorprendenti risorse di un sistema finanziario sempre più aggressivo e prolifico di innovazione, dall’altro.

In questo contesto, pertanto, la nostra chiave principale di lettura è rimasta ancora estremamente valida e quindi pressochè immutata. Non solo, coinvolgendo oramai un caso di portata ben più ampia e profonda di quello originariamente preso in considerazione, l'indagine che abbiamo modo di sviluppare di giorno in giorno ha sicuramente trovato stimoli nuovi e decisamente più interessanti .

Allo stesso tempo, l’approfondimento della teoria economica Austriaca (di Menger, Bohm Bawerk, Von Mises, Hayek, Rothbard per citarne solo gli esponenti storici più rilievanti), è divenuta primaria fonte di arricchimento per le nostre analisi, tale da porsi non solo come indispensabile punto di riferimento ma anche come nuovo e diretto campo di indagine da percorrere accanto al nostro consueto lavoro. Siamo sicuri che nel prossimo futuro, anche e soprattutto al di fuori di questo modesto spazio, la teoria economica Austriaca sia destinata a ricevere molta più considerazione di quella purtroppo riservatagli fino ad oggi.

I principali campi di investigazione pratica finora seguiti in questa sede, ai quali si sono affiancati e continueranno quindi ad affiancarsi con maggiore intensità contributi di natura teorica, possono essere suddivisi in quattro grandi aree: mercato azionario, mercato dei tassi, mercato valutario ed economia reale. Vediamo di ripercorrerli velocemente alla luce degli sviluppi intervenuti nelle ultime settimane.

Come prossimamente avremo modo di analizzare più in dettaglio, ancora una volta la ripresa economica americana si presenta come una ottima operazione di cosmetica che trova da un lato le proprie basi sul massiccio ricorso all’indebitamento e, dall'altro, il proprio forte nelle componenti consumi e spesa pubblica. Per il resto essa rimane caratterizzata da una bassa crescita del reddito, dalla persistenza di un alto livello di disoccupazione (non ingannino a tal proposito le statistiche americane di natura ben differente da quelle europee e soggette peraltro a continue revisioni al ribasso dei dati forniti in precedenza) e dalla carenza di investimenti tangibili sul territorio americano.

La spinta che sembra avere rilanciato l’economia americana (e che le impedisce allo stesso tempo quei riaggiustamenti propedeutici a una nuova sana fase di crescita) viene alimentata quindi dal consumo del reddito futuro e dal consumo del reddito straniero, come continuano a confermare rispettivamente la crescita esponenziale del debito domestico e l’enorme deficit delle partite correnti. Allo stesso tempo essa riesce a realizzarsi grazie alla espansione della credit bubble che nel corso degli ultimi dodici mesi ha avuto modo di sperimentare una nuova e straordinaria fase di crescita assimilabile, e per certi versi ancora più potente ed efficace, di quella degli anni novanta.

All’atto pratico questa intera dinamica si traduce per gli americani in un consumo di ricchezza superiore a quello realmente prodotto, ovvero in un impoverimento graduale sia degli operatori economici domestici che della struttura economica interna, la sopravvivenza della quale, in assenza di altri aggiustamenti, continua a spingere verso l’esportazione in terra straniera (India e paesi asiatici) sia dei posti di lavoro che degli investimenti reali. Un istinto alla sopravvivenza ben poco lungimirante che si priva delle stesse fonti di reddito future necessarie al proprio sostegno e che riflette la chiara volontà di continuare a vivere ben al di sopra dei propri mezzi e delle proprie possibilità.

E’ stata l’imprevedibile accelerazione della credit bubble, favorita dall’innovazione ma consentita dall’assenza di ogni vincolo di controllo sul sistema monetario cartaceo, ad avere permesso per la prima volta nella storia il prolungamento spazio-temporale del boom di natura creditizia sperimentato negli anni novanta, i cui effetti e le cui conseguenze saranno da esaminare contestualmente secondo due piani di ricerca, quello interno al sistema economico americano dove essa stessa ha origine e quello esterno, a livello di economia globale, sul quale inevitabilmente si ripercuote.

Dopo avere portato a valutazioni estreme sia il mercato obbligazionario che il mercato immobiliare, a livello domestico l'espansione della credit bubble è riuscita quest'anno a rilanciare una nuova fase di ottimismo e fiducia che sul mercato azionario si è tradotta velocemente nell'emersione di fenomeni speculativi del tutto analoghi a quelli di fine anni novanta.

A livello globale essa ha avuto il virtuoso effetto di riuscire a moltiplicare e quindi a riversare la propria liquidità praticamente su ogni altro sistema economico, con effetti spesso non dissimili a quelli sperimentati internamente, persino nelle economie fino a un anno fa considerate a rischio.

Due fattori sono potenzialmente in grado di arrestare lo sviluppo di questa pericolosa recrudescenza della credit bubble. In primo luogo la discesa del dollaro, oramai in un ben definito canale ribassista, e in secondo luogo il rialzo dei tassi di mercato, processo iniziato, come già visto, all’inizio di questa estate. Tuttavia in entrambi i casi si è assistito alla pronta opposizione di forze artificiali che pur riuscendo ad appianare le cose (in altre parole, ad evitare il peggio) hanno continuato ad impedire al mercato il proprio ruolo di aggiustamento e correzione degli squilibri in essere.

Per quanto riguarda il dollaro, così come a suo tempo la FED era riuscita a gestire l'ordinata discesa del mercato azionario, il sostegno dei paesi asiatici è stato e continua ad essere determinante nella ordinata discesa del dollaro. Come si è effettivamente riscontrato durante l’anno in corso, l’acquisto di dollari da parte dei paesi asiatici con un surplus commerciale verso gli USA, in misura tanto maggiore quanto più esso tende a perdere valore, mantiene in effetti un profilo costi benefici che ancora tende dalla parte di questi ultimi. Il senso di questa attività in forte perdita (si pensi come parallelo alla infelice posizione di un acquirente di azioni che continua a mediare al ribasso un titolo in caduta libera) trova infatti un corrispettivo più che adeguato nei benefici che ne derivano in termini di produzione e vendita dei propri prodotti al consumatore americano.

Nel complesso questo rapporto continua a sostenere lo sviluppo disarmonico di una economia mondiale sempre più marcatamente squilibrata tra paesi produttori e paesi consumatori. Comune denominatore di tutti i partecipanti a questa netta divisione dei ruoli una valuta sempre più debole ma sempre più presente destinata a perdere ulteriore terreno sia nei confronti delle altre valute che verso le principali materie prime. Come era prevedibile, infatti, il dollaro continua a perdere potere d’acquisto su quasi tutti i mercati a danno di tutti i partecipanti al gioco, tranne naturalmente l'emittente originario della moneta fiduciaria in questione. I problemi a nostro avviso emergeranno quando questi danni cominceranno a superare i benefici del consumatore americano, costretto presto o tardi a reinserire la parola risparmio nel proprio dizionario, o quelli del produttore asiatico, costretto presto o tardi a valutare i rischi associati alla propria egoistica generosità.

Per quanto riguarda invece i tassi di interesse, le naturali spinte verso una riduzione effettiva della liquidità, oltre ad essere state contenute dalle dinamiche del punto precedente, hanno presto trovato una soluzione nella iperattività delle agenzie americane impegnate nel settore dei mutui immobiliari. Il violento strappo al rialzo dei tassi di mercato, che a luglio aveva colto di sorpresa molti operatori, ha avuto modo in questi mesi di forzare la mano della FED verso un rialzo dei tassi di breve periodo, come oramai sconta tutta la curva implicita nella strip di futures dell’euro-dollar deposit. Le aspettative in merito a tale futuro restringimento del credito hanno avuto già avuto qualche ripercussione sugli aggregati monetari, come dimostra il trend al ribasso registrato nelle ultime settimane (-37 B pari a un -1.9% annualizzato della M3 nelle ultime 12 settimane), tuttavia esse hanno trovato un contrappeso ancora più significativo proprio ad opera delle agenzie Fannie Mae e Freddie Mac.

Come riporta Doug Noland nel suo ultimo Credit Bubble Bulletin, queste due agenzie di sponsorizzazione governativa che operano nel mercato dei mutui immobiliari sono riuscite di recente a sostituire il ruolo della FED come principale creatore di nuova liquidità e prestatore di ultima istanza: nel trimestre che va da luglio a settembre Fannie Mae e Freddie Mac hanno complessivamente aumentato i propri Retained Mortgage Portfolios di ben 160 B di dollari (+46% annualizzato), di cui ben la metà solo nel mese di settembre. Una iniezione di liquidità non registrata dagli aggregati monetari che ha più che compensato la contrazione degli stessi.

In questo secondo caso i problemi emergeranno all’effettivo materializzarsi del rialzo dei tassi di interesse da parte della FED, quando i diversi operatori alla ricerca sia di nuova liquidità che di strategie di copertura del rischio potrebbe creare non pochi problemi a un sistema finanziario pesantemente e unidirezionalmente esposto al rischio di interesse attraverso gli attuali 140 trilioni nominali di strumenti derivati in essere. Tanto più che queste dinamiche inevitabilmente si intrecceranno con quelle legate al processo di svalutazione del dollaro.

In conclusione, il prolungato sostegno della credit bubble al formarsi di aspettative che vanno oltre le reali possibilità del sistema economico, nonché le dinamiche reali messe in moto dallo stesso processo di accelerazione della credit bubble, hanno posto nuovamente le basi per un downturn economico ancora più pericoloso del precedente, nel quale gli spazi per l’interventismo a salvataggio del sistema finanziario ed economico saranno molto più ridotti rispetto a quelli disponibili tre anni fa, e questo a fronte di squilibri ben maggiori di quelli di allora.

Come faccio a convincermi che il problema sia negli Usa, quando noi perdiamo il 50% e loro il 20%? Le statistiche, i dati, ok ... ma i soldi parlano chiaro! Noi il dax il cac siamo nella melma. Loro, si piccola correzione. (e non facciamo i furbi a nominare il nasdaq chwe corrispode nemmeno lontanamente al nuovo mercato ital). Ma come facciamo a pensare ai loro guai quando siamo noi ad avere "il morto in casa" (come si suol dire)?
Dateci l'economia americana !!!
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