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#11 (permalink) |
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Data registrazione: Mar 2000
Messaggi: 22,448
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se vogliamo la scuola austriaca ha un sito proprio con tanto di articoli che possono essere ricevuti giornalmente
http://www.vonmises.org/default.asp hanno senz'altro ragione ma per quanto riguarda la tempistica e l'andamento dei mercati anche loro si sono accorti che i tempi possono essere lunghissimi prima che questi aggiustamenti abbiano luogo il problema della moneta cartacea che viene creata dal niente senza alcun ancoraggio a seconda delle necessità è un elemento periocoloso per la stabilità; tanto è vero che la Fed pensa che la deflazione non sia un problema perchè tanto loro se succedesse stamperebbero quanto vogliono......quindi inflazione garantita nel medio-lungo ergo vediamo dove va il dollaro e quindi anche le borse gli argomenti che trattano sono molto interessanti anche se da quello che dicono uno non dovrebbe credere nella ripresa economica US perchè ancora da correggere gli squilibri: debito famiglie e statale bilancia pagamenti capacità di utilizzazione bassissima e quindi investimenti a venire scarsi |
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#12 (permalink) | |
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Rogito ergo sum
Data registrazione: Mar 2001
Messaggi: 1,870
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la realtà è questa... i mercati se ne possono fregare per un po' ma prima o poi i conti con l'oste si fanno sempre.... |
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#13 (permalink) | |
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Mi gioco la testa
Data registrazione: Oct 1999
Messaggi: 1,718
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L'hai scritto te ??
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!!!!!
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#14 (permalink) | |
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Data registrazione: Apr 2003
Messaggi: 108
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#16 (permalink) | |
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Data registrazione: Nov 2002
Messaggi: 12,851
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Re: L'hai scritto te ??
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#17 (permalink) | |
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Member
Data registrazione: Nov 2002
Messaggi: 12,851
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#18 (permalink) |
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Member
Data registrazione: Nov 2002
Messaggi: 12,851
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Shock da dollaro
(1/05/03) Oggi il dollaro ha toccato nuovi minimi nei confronti dell’euro mentre il Dollar Index ha rotto il precedente supporto che si collocava intorno a 97.5. Dal gennaio del 2002 il dollaro ha perso quasi il 20% del proprio valore nei confronti delle sei valute verso le quali viene misurato il Dollar Index e il 30% nei confronti dell’euro. Da inizio del 2003 il Dollar Index ha ceduto quasi il 5%, oltre il 6% verso l’euro. Dal 12 marzo, giorno in cui le borse hanno invertito il trend ribassista, il dollaro ha persino ceduto il 17% nei confronti del real brasiliano, il 5,5% verso il peso messicano, il 10% contro la valuta argentina. Si stima che gli stranieri detengano circa 8 trilioni di dollari in asset americani e le perdite che stanno accusando a causa della svalutazione del dollaro sono molto elevate. Forse non è un caso che, nonostante il rialzo delle borse e la fiducia che sembra riemergere dopo il conflitto iracheno, il dollaro stia cedendo ulteriore terreno nei confronti delle altre valute. Per non sopportare il rischio di ulteriori perdite in conto valuta, chi continua a finanziare il crescente deficit delle partite correnti americano si trova infatti costretto a coprire il rischio di tasso di cambio. In altre parole vende dollari a termine mettendo pressione al biglietto verde. Nonostante la forza delle borse e la tenuta delle obbligazioni tali pressioni stanno spingendo il dollaro in una fase ribassista che sta trovando una pericolosa accelerazione. Il deficit delle partite correnti ammonta oramai al 5% del GDP e per essere finanziato necessita di un flusso quotidiano di risparmi stranieri al ritmo di 60 milioni di dollari l’ora, quasi un miliardo e mezzo al giorno. Il prolungato e massiccio squilibrio nelle partite correnti ha contribuito a creare uno squilibrio altrettanto massiccio nella globale allocazione dei capitali. La dipendenza della bolla americana dai capitali stranieri, infatti, ha privato e continua a privare altri sistemi economici delle risorse necessarie per una espansione economica armonica e sostenibile, non dipendente nella sua totalità dalla spesa del consumatore americano. I risparmi stranieri hanno finanziato in passato la bolla azionaria subendo come ricompensa una inattesa e infelice distruzione di ricchezza. Da tre anni stanno continuando a finanziarie la sempre più massiccia espansione della credit bubble, il cui punto di forza è rappresentato oramai dal settore immobiliare. Probabilmente anche questo secondo finanziamento finirà col risolversi in un'altra infelice distruzione di ricchezza. Convinti dal successo temporaneo della propaganda sulla nuova ripresa economica, gli stranieri sembrano non temere questa eventualità. Tuttavia, la diffidenza che li spinge adesso a coprirsi dal rischio di cambio tramite la vendita di dollari a termine, rischia di minare alla base il successo di quelle ottimistiche aspettative. In valore assoluto, l’ammontare di risparmi stranieri richiesti per finanziare la credit bubble americana sta diventando sempre più ingente e insostenibile. Non possiamo sapere quale sia la soglia del deficit che finirà con l’assorbire tutti i risparmi del pianeta, forse il 7% come stimano gli editori di The Daily Reckoning, ma possiamo intuire che se il trend ribassista del dollaro non si fermerà, gli stranieri smetteranno di gettare i propri risparmi nel buco nero dell’inflazione creditizia americana molto prima del raggiungimento di quella soglia. Cosa succederà al verificarsi di questa eventualità è qualcosa che forse già da tempo turba i sogni del finora onnipotente Alan Greenspan. In valore percentuale, la soglia del 5% del deficit delle partite correnti si rivela estremamente critica e in altre circostanze il suo superamento ha portato rapidamente all’evolversi di una situazione di instabilità in grado di generare una fuga di capitali stranieri superiore al controllo della banca centrale e quindi una crisi generalizzata del sistema bancario. La trappola della liquidità nella quale si ritrovano oggi gli USA non è pertanto paragonabile a quella giapponese proprio per la dipendenza dai capitali stranieri che attualmente sta indebolendo il dollaro. Si tratta invece di una situazione ben peggiore che trova nel biglietto verde il proprio cardine, intorno al quale ruota il rischio di uno traumatico shock economico. Come abbiamo ripetuto più volte, i paralleli portano a pensare più alla recente esperienza dell’Argentina che non a quella giapponese. Un ottimo articolo di Jim Willie dal titolo “Japan, Argentina, Weimar, or Muddle?” analizza proprio queste analogie ed espone con estrema chiarezza la possibilità che il termine della trappola americana della liquidità sfoci in una nuova repubblica di Weimar, con un’iperinflazione rampante e a nostro avviso estendibile rapidamente a tutto il pianeta. “We are appoaching the Keynesian Monetarist end game” scrive nello stesso articolo Willie, ovvero: “ci stiamo avvicinando alla fine del gioco keynesiano monetarista”. Solo 22 centesimi di crescita vengono generati oggi per ogni dollaro di nuovo credito creato nel sistema economico americano mentre una porzione sempre più significativa del GDP è dedicata al pagamento degli oneri finanziari relativi a un debito in crescita esponenziale. La voce degli economisti austriaci, a lungo ignorata, ha sempre messo in guardia dai rischi a cui avrebbero portato le politiche fiscali e monetarie basate sulle rispettive teorie keynesiane e monetariste. Nonostante la totale negazione delle autorità ufficiali e degli analisti di regime (tranne Stepeh Roach di Morgan Stanley), il sistema economico è sottoposto a una serie di squilibri crescenti che non hanno precedenti e che caratterizzano la continua espansione finanziaria, a servizio e sostegno della Credit Bubble, come "una partita persa in partenza con una posta in gioco molto alta" (Doug Noland: "it's a losing game with very high stakes"). In questa precaria situazione, una ulteriore caduta del dollaro spingerebbe le economie verso uno shock economico globale. Si può pertanto fare finta di niente come si è tornati a fare dai primi di marzo, ma solo a rischio di dover essere poi costretti a fare i conti con la realtà delle cose senza un sufficiente preavviso e una adeguata preparazione finanziaria. |
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#19 (permalink) |
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Rossonero a vita
Data registrazione: Feb 2002
Messaggi: 8,562
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Ci sono i mercati emergenti che possono riassorbire le posizioni di squilibrio americano. Comunque sia , da sempre penso che la politica economica europea , più equilibrata e saggia , sia migliore. In America vivono ogni giorno sul filo del rasoio, fanno operazioni finanziarie ( tipo indebitamenti con azioni a garanzia ) che nessuno qua farebbe. Inoltre , consumano molto e risparmiano poco.
E' vero che il loro consumo sta reggendo in piedi anche noi ( pesa i 2/3 del pil ) ma è anche vero che se non riprendono gli investimenti delle imprese , da quel lato hanno già dato. La soluzione è avere altri grossi sbocchi per tutta l'offerta di mercato, che possono essere i mercati emergenti. |
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#20 (permalink) |
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Member
Data registrazione: Apr 2003
Messaggi: 705
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Il caso giapponese non ha proprio insegnato niente?
Questi economisti iperliberisti dovrebbero guardare che cosa hanno realizzato le loro teorie in Giappone ed invece di chiamare keynes solo quando c'è da tirare in ballo la trappola della liquidità dovrebbero ristudiarlo da capo anche quando si parla di inflazione e deficit pubblico. La Fed ha tentato di risolvere il problema recessione attraverso una politica monetaria espansiva. Negli ultimi 20 anni aveva funzionato, poichè si erano sempre verificate crisi finanziarie e le crisi finanziarie possono essere risolte con un abbassamento dei tassi. Una crisi dell'economia reale, invece è più dura da estirpare, specialmente se ci troviamo all'indomani dello scoppio di una bolla speculativa. Greenspan ci ha tentato, ma i risultati sono stati modesti. Questo tentativo, però ha comportato tassi reali vicini allo 0 ed una situazione vicina a quella descritta da Keynes come trappola della liquidità. Fin qui gli errori se di errori si tratta, ma poi quali ricette? Se vogliamo rifarci alle teorie keynesiane dobbiamo ammettere che al contrario dei giapponesi gli americani le stanno applicando. Deficit spending (meno tasse + spesa pubblica), ritorno all'inflazione attraverso l'aumento della massa monetaria e l'ndebolimento del cambio (dopo lo scoppio di una bolla speculativa il sistema economico, per tornare in equilibrio dovrà affrontare o una fase deflattiva o una fase inflattiva e vi assiicuro che è meglio la seconda). I giapponesi non vollero l'inflazione e si trovano ancora invischiati con una deflazione sistemica e con tassi reali negativi da oltre un decennio. Gli Usa vogliono rialzare i tassi perchè comprendono che non possono resistere a lungo con tassi così bassi; per farlo debbono prima rilanciare l'economia reale (anche a costo di portare i tassi a 0) attraverso l'azione combinata delle politiche fiscali e monetarie espansive ed attraverso il meccanismo inflattivo (un'inflazione il più possibile controllata potrà comportare un innalzamento progressivo dei tassi nominali, mantendo quasi inalterati i tassi reali). Da qui ne discende che oggi sia Greenspan che l'amministrazione Bush sembrano aver preso la giusta direzione ed i mercati manifestano un leggero ottimismo. Ai posteri l'ardua sentenza. |
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