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#32 (permalink) |
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Member
Data registrazione: Mar 2008
Messaggi: 5,444
Popolarità: 42949677 ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() |
La realtà è che queste due istituzioni continuano a dare consigli agli Stati e i loro economisti se ne vanno in giro a testa alta.
La realtà da sola evidentemente non basta. Occorre che tale realtà venga messa sulla carta perché questa gente venga inchiodata alle sue responsabilità. |
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#33 (permalink) |
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Tutto non è che fumo
Data registrazione: Sep 2003
Messaggi: 7,756
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Il Premio per l’Economia
Il Nobel a Krugman Tra università e giornali B asterà un Nobel per l'economia per trasformare Calimero-Krugman nel «principe azzurro» di Barack Obama? L'accademia di Stoccolma ha deciso ieri di premiarlo per un'originale teoria del commercio internazionale concepita nel 1979 quando l'economista, oggi 55enne, era fresco di laurea. Già nel '91 quel lavoro, davvero innovativo, gli valse la medaglia assegnata dall'associazione degli economisti al più promettente dei giovani talenti. Da allora molto è cambiato: Paul Krugman continua a insegnare commercio e politica monetaria a Princeton. SEGUE DALLA PRIMA Ma da quasi vent’anni la sua notorietà è legata, più che alla sua produzione accademica, all’intensa attività di pubblicista e di polemista. Dal 1999, quando ha iniziato a scrivere due editoriali alla settimana per la pagina delle analisi del New York Times , Krugman è pian piano divenuto il commentatore più seguito dai lettori dell’America «liberal». E anche il più odiato dai conservatori. Come tutti i polemisti, però, il professore di Princeton si è fatto molti nemici anche nella sua parte politica. Soprattutto tra gli altri economisti democratici che lo considerano troppo radicale o di scarso spessore accademico. E, un po’ lo invidiano perché ha denunciato prima di altri i limiti della ricetta liberista, sia dal lato degli equilibri sociali che da quello della tenuta del sistema finanziario. E’ una ruggine vecchia di una quindicina d’anni: durante la campagna del ’92 Bill Clinton si servì molto del giovane economista che due anni prima aveva pubblicato «L’era delle aspettative decrescenti», brillante saggio che annunciava un «cambio di stagione» dopo i decenni della società «affluente». Ma, una volta eletto, Clinton portò alla Casa Bianca economisti come Robert Reich, Larry Summers e Laura Tyson, lasciando Krugman a terra. Lui non la prese bene: per anni punzecchiò gli «usurpatori» nei suoi editoriali. Durante la recente battaglia delle primarie si è, però, di nuovo schierato dalla parte dei Clinton. Sarà per questo, sarà perché anche gli strateghi del candidato democratico non lo amano, fatto sta che dalle parti di Obama quella di Krugman è una presenza sbiadita. Alcune sue idee vengono utilizzate nel programma economico per la Casa Bianca e sul New York Times lui continua a sparare a zero contro il tandem McCain-Palin oltre che contro Bush (attaccato su tutto nel 70% degli oltre 500 articoli pubblicati nell’arco di otto anni). Fatto sta che nelle riunioni dei consiglieri economici di Barack, la figura barbuta dell’economista di Long Island si vede poco. Certo, anche gli altri economisti reclutati da Obama sono ex del clan dei Clinton. Ma, a differenza di Krugman, non hanno mai attaccato sulla stampa il senatore dell’Illinois. Lui, invece, per mesi e mesi ha giudicato le proposte di Hillary migliori di quelle del suo sfidante (ad esempio su sanità e welfare), costringendo la campagna di Obama a inviare ai giornali risentite precisazioni. Infortuni inevitabili per chi è abituato a dare giudizi taglienti. Un paio di mesi fa aveva trasformato un’analisi dei tormenti nel mondo conservatore in un epitaffio: «Il partito repubblicano, che una volta era considerato il partito delle idee, ora è diventato il partito della stupidità». E pochi giorni fa aveva definito la ricetta-Paulson per arginare la crisi (appoggiata più dai democratici che dai repubblicani) «pura roulette russa finanziaria». Chi di spada ferisce di spada perisce: Internet è da tempo piena di «blog» anti Krugman. Ieri scrivevano che le notizie da Stoccolma sono sbagliate: a Krugman hanno dato il Nobel per la «fiction», non per l’economia. O invitavano a premiare John Maynard Keynes: «Tanto ormai la regola di non dare riconoscimenti postumi è saltata: Krugman non è più un economista da almeno dieci anni». Polemiche che non interessano gli accademici di Stoccolma: si sa, loro premiano sempre lavori ben «stagionati». Ma hanno anche un’anima progressista, vivono nel Paese che per primo ha salvato il suo sistema bancario con un intervento pubblico e di certo, come fu qualche anno fa per Stiglitz, apprezzano in un economista, oltre alla raffinatezza dell’analisi scientifica, anche la capacità di divulgazione. La pensano così anche i suoi «fan» che lo definiscono il «nuovo Galbraith». Cosa che non deve renderlo felice, visto che a suo tempo Krugman aveva liquidato proprio Galbraith come un semplice «imprenditore della politica», un divulgatore senza rigore scientifico. Ma Galbraith non ha avuto il Nobel, Krugman adesso sì. Basterà a farlo rientrare nel grande giro? Massimo Gaggi Fonte: Corriere della Sera di oggi |
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