Perché il neo-liberismo ha trionfato - Pagina 11
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Prima 91011

  1. #101

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  2. #102
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    Citazione Originariamente Scritto da luciano sibio Visualizza Messaggio
    Per rimanere nella stessa area: Danimarca ha cambio fisso con l'euro da quando è stato introdotto e come libertà economica sta in posizione 12.
    Irlanda è nell'euro e sta in posizione 6.

    Non mi sembrano paesi dove la gente sta male. Pil difficile da esaminare.

    Ricordo che l'indicatore generale Heritage si chiama LIBERTÀ ECONOMICA, e prende in considerazione tutti quegli indicatori che, secondo Heritage, contribuiscono alla libertà economica. Non altro.
    Ultima modifica di Sency; 19-07-18 alle 22:20

  3. #103

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    Citazione Originariamente Scritto da San Siro Visualizza Messaggio
    Nessuno.

    In un'economia aperta non puoi adottare politiche di gestione della domanda.

    Al massimo puoi mettere in piedi politiche mercantiliste (Cina, Germania, ecc.) che arricchiscono i paesi (cioè le élite) ma non le persone.
    ma difatti in questione c'è anche il mercato globale e la sua attuale organizzazione o meglio assenza di organizzazione e di standard.
    Forse ti sei distratto e ti sono sfuggiti i passaggi attuali di trump.
    Comunque a tutt'oggi,mercato globale o no,la principale fonte di cescita nei paesi occidentali è la domanda interna,compresa la germania.

    da un testo dell'economista Marco Fortis

    Nell'esperienza storica delle economie avanzate mature, il contributo della domanda interna alla crescita del Pil è stato ed è tuttora assolutamente preponderante rispetto a quello della domanda estera netta. Volendo fare un paragone automobilistico, si potrebbe dire che le economie avanzate negli ultimi decenni sono somigliate a delle autovetture con un motore ibrido. Nella nostra similitudine la domanda interna corrisponde all'alimentazione tradizionale del motore ibrido, che, allo stato delle odierne tecnologie, è quella che continua a dare il maggior apporto alla guida.
    Mentre la domanda estera netta corrisponde all'alimentazione elettrica, che è sostanzialmente ausiliaria e fornisce un contributo utilissimo ed apprezzabile ma nel complesso relativamente marginale. Ciò è quanto si può effettivamente osservare nella dinamica del Pil, misurata anno su anno, di quasi tutti i Paesi più sviluppati, perlomeno nelle fasi cicliche espansive degli ultimi 20 anni.
    Se poi si cerca di tracciare un bilancio di lungo periodo, si osserva che il contributo della domanda estera netta addirittura si annulla o diventa negativo per la maggior parte delle nazioni avanzate, come se la trazione elettrica non fosse nemmeno entrata in funzione e fosse stata solo una zavorra che ha appesantito l'economia, aumentando il suo indebitamento con l'estero. Ciò è quanto si può rilevare nella dinamica dei 28 Paesi membri dell'Ue nel periodo che va dal 1995 al 2008, precedente la crisi attuale. In tale periodo, infatti, la crescita cumulata del Pil in termini reali è stata generata per ben 16 delle economie dell'Ue (tra cui quattro delle 5 principali, cioè Gran Bretagna, Francia, Italia e Spagna) dalla sola domanda interna, che è aumentata molto più del Pil (soprattutto in Paesi con crescenti disavanzi correnti come Grecia, Portogallo, Cipro, Spagna).
    Per altre 8 nazioni europee che hanno parzialmente sfruttato la "trazione elettrica" dell'export netto, il "motore tradizionale" della domanda interna ha comunque rappresentato oltre l'80% dell'aumento cumulato del Pil. Restano dunque solo 4 Paesi in tutta la Ue, cioè delle eccezioni, nei quali la domanda interna nel periodo 1995-2008 ha contribuito per meno dell'80% alla crescita complessiva, essendo stato in tali 4 Paesi superiore alla media europea l'apporto della domanda estera netta. Si tratta di 2 nazioni piccole e poco significative, Malta e Lussemburgo, di una nazione media, l'Austria, e solo di una nazione grande, la Germania. Nel caso di quest'ultima il contributo cumulato della domanda domestica alla crescita del Pil durante il periodo 1995-2008 è stato appena del 58%, la percentuale più bassa dell'Ue. Una rilevante parte restante della crescita, solo in questo isolato caso, è venuta dalla domanda estera netta, cioè dall'export al netto dell'import, specialmente dal momento in cui è partito l'euro, evento che ha straordinariamente avvantaggiato Berlino. E, comunque, a dimostrazione che la domanda estera netta da sola non basta per crescere molto, il Pil della Germania, nonostante la sua competitività esterna, è stato assieme a quello italiano quello aumentato di meno tra i grandi Paesi sviluppati – non solo europei ma del mondo intero – fino al 2008.
    Durante il successivo periodo di crisi 2009-2013, poi, le economie Ue che hanno avuto un aumento cumulato del Pil reale rispetto al 2008 si contano a malapena sulla punta delle dita di una mano. Tra quelle che sono cresciute, sia pure di poco, vi è la Germania, il cui Pil, tuttavia, questa volta è aumentato solo per merito della domanda interna, dunque non per effetto della competitività esterna, come molti pensano. Mentre chi è entrato in una forte e prolungata recessione, come i Paesi "periferici", la Spagna o l'Italia, deve l'arretramento dell'economia esclusivamente al crollo della domanda interna, essendo quella estera addirittura migliorata sia per il calo dell'import sia per l'aumento dell'export.*
    In sostanza, se la domanda interna "tira" cresce il Pil, se essa cade il Pil invece arretra e con esso l'occupazione, senza che l'export netto possa far molto per compensare la situazione. Su lunghi archi temporali, nella buona e nella cattiva sorte è sempre principalmente l'andamento del mercato interno che decide il destino delle economie. Essere competitivi sui mercati internazionali aiuta, soprattutto migliora la posizione estera netta e rende i Paesi finanziariamente più solidi, ma non è sufficiente per innestare la marcia di una crescita accelerata, come dimostra la debole espansione della stessa economia tedesca, sia prima sia durante la crisi attuale.
    Questa lezione della storia stride con la ricetta che la Commissione Europea propone per ritrovare la via della crescita: una ricetta che si basa principalmente su troppo rigore fiscale concentrato in poco tempo (a discapito della domanda interna) accoppiato ad un forte recupero di competitività esterna, un mix che si pensa erroneamente possa essere la soluzione di tutti i mali, mentre ci sta portando diritti alla deflazione.
    Siamo tutti d'accordo che una crescita della domanda interna sostenuta da un eccessivo indebitamento privato e pubblico (come quello praticato nel recente passato da Spagna, Irlanda, Grecia, Portogallo, ma anche da USA e Gran Bretagna) costituisce un modello di sviluppo squilibrato, sanzionato negativamente nei fatti dallo scoppio della "bolla" immobiliare-finanziaria e dalle sue terribili conseguenze. Il rigore finanziario, se praticato con razionalità, non è assolutamente in discussione. Così come non è ovviamente in discussione la necessità per gli Stati di tagliare le spese improduttive e di fare le opportune riforme.

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