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Vecchio 15-01-12, 09:20   #1 (permalink)
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Why most CEO capiss 'na gott.

Qualche tempo fa ne ho trovata una dimostrazione davvero mirabile, quasi more geometrico.

Ovviamente il discorso vale anche per i padrun italiani.

Prima di sottoporvela, però, darei spazio alle vostre, di dimostrazioni.

Magari riuscite a trovarne una ancora più sintetica ed elegante.
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Vecchio 15-01-12, 13:25   #2 (permalink)
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Vedo che nessuno ha avanzato proposte.

Bene, visto che ho aperto il thread, comincio io.

In occasione della morte di Steve Jobs, gli articoli di commento, il più elogiativi, sono stati davvero tanti.

Uno ha attirato la mia attenzione; è apparso sul Corriere, un'intervista a Jody Vender, col titolo "In Italia nessuno avrebbe investito sulle sue idee", (tranne, è sottinteso, lui, presentato nell'occhiello come "pioniere del venture capital".)

Nella intervista Vender afferma che, l'anno scorso, negli Usa, gli investitori privati hanno finanziato quasi 62.000 idee.

E' chiaro dove voglio arrivare?

E' evidente che di queste 62.000 idee, il 99% riguarda settori che già esistono, i quali sono presidiati da decine, forse centinaia di imprese, cioè i soggetti che per primi dovrebbero essere interessati a queste proposte innovative.

Immagino già l'obiezione. Ma si tratta, appunto, di idee innovative, direte, mentre queste imprese hanno già una loro identità che le qualifica come più o meno tradizionali.

Certo, ma visto che parliamo di idee nuove in settori che già esistono, una persona ingenua come il sottoscritto pensa che i migliori giudici della validità di tali idee siano proprio coloro che in questo settore ci lavorano, e che in alcuni casi hanno addirittura contribuito a creare.

Insomma, uno nato ieri penserebbe ingenuamente che una persona che avesse un'idea nuova - ad esempio, un nuovo principio che migliora il funzionamento degli aspirapolvere - vada a sottoporlo ad un'azienda di aspirapolvere. E che questa, udite udite, lo adotti!

Beata ingenuità.

Evidentemente se vi sono 62.000 persone che hanno sottoposto con successo la loro idea a degli investitori, vuol dire che queste 62.000 persone (più molte altre i cui progetti non sono stati finanziati) hanno trovato la porta sbarrata presso le aziende che di tale innovazione avrebbero potuto giovarsi.

Chiunque abbia avuto a che fare con le aziende, non si stupisce di questo. Anche se la mia esperienza è limitata all'Italia, non ho mai visto un'azienda aperta alle innovazioni. (A meno che l'innovazione non venga in mente a loro. Allora, anche se è una boiata, non c'è verso di fermarli...)

Le ragioni sono diverse, ma chiunque sia l'interlocutore la sostanza non cambia. Il padrone, se c'è, ha in genere notevoli limiti culturali. Le altre figure sono semplicemente pedine del gioco politico e si preoccupano di minimizzare i rischi, non certo di aumentarli portando avanti un progetto che prevede margini di fallimento.

Gli americani, che sono gente pratica, hanno aggirato il problema con i garage financing e i venture capital.

Noi, invece, il problema non lo abbiamo neanche messo a fuoco.
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Vecchio 15-01-12, 17:32   #3 (permalink)
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Qualche tempo fa ne ho trovata una dimostrazione davvero mirabile, quasi more geometrico.

Ovviamente il discorso vale anche per i padrun italiani.

Prima di sottoporvela, però, darei spazio alle vostre, di dimostrazioni.

Magari riuscite a trovarne una ancora più sintetica ed elegante.
Quando ho letto il primo post ho pensato "ecco qua uno che pensa di capire tutto lui"....

...poi ho letto il secondo e mi sono detto "noooo impossibile....uno che scrive queste cose è evidente che sa anche lui di non capire niente"
AcciaioIT non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 15-01-12, 18:55   #4 (permalink)
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Quando ho letto il primo post ho pensato "ecco qua uno che pensa di capire tutto lui"....

...poi ho letto il secondo e mi sono detto "noooo impossibile....uno che scrive queste cose è evidente che sa anche lui di non capire niente"
Perfetto.

Per il principio del terzo escluso, risulta che quello che ha capito tutto sei tu.

Illuminaci.
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Vecchio 15-01-12, 23:13   #5 (permalink)
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Segnalo interessante articolo a riguardo:

Quando è il CEO in persona a chiedere scusa | Tech Fanpage
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Vecchio 16-01-12, 09:59   #6 (permalink)
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Perfetto.

Per il principio del terzo escluso, risulta che quello che ha capito tutto sei tu.

Illuminaci.
Guarda, io personalmente parto sempre dal presupposto di essere ignorante (nel senso che ignoro) su una materia e quindi prima di formulare giudizi o pareri cerco di documentarmi.

Sul caso specifico esiste ampia casistica (teorica e pratica) sul tema dell'innovazione. Sul caso specifico dei tuo commenti:

1. Il fatto che siano state finanziate 62 mila aziende non significa nulla. Quante sono state le innovazioni totali generate dal sistema? Quale percentuale le 62 mila finanziate rappresentano. Per tua informazione la maggior parte delle innovazioni sono generate dalle grandi imprese, soprattutto se in continuità di prodotto/settore (il tuo esempio dell'aspirapolvere)

2. Esistono innovazioni e/o idee di business che hanno senso solo su piccola scala, e quindi seppur interessanti in sè non giustificano l'attenzione di una grande azienda e/o di una multinazionale. I motivi possono essere diversi: coprono una piccola nicchia di mercato, richiedono competenze molto specialistiche e/o strutture di business piccole ma molto focalizzate, ecc...

3. C'è ampia casistica che dimostra che le innovazioni ti tipo disruptive per essere di successo, richiedono piccole strutture aziendali, in quanto in organizzazioni grandi e complesse tendono ad essere trascurate in quanto contribuiscono poco al raggiungimento degli obiettivi manageriali (fatturato, margine, ecc...).

4. L'investimento nelle innovazioni è per sua natura, almeno in parte, di tipo di tipo probabilistico (cioè finanzio 100 per avere 3-4 successi veri), soprattutto gli investimenti cosiddetti early stages (o peggio ancora se parliamo di angel investors). Quindi delle famose 62 mila aziende finanziate non sai quante avranno successo. Una grande azienda non ha la capacità di gestire questa complessità e quindi preferisce lasciar fare al mercato ed eventualmente comprare poi l'innovaizone di successo più avanti. Questa soluzione sembra più costosa ma in realtà non lo è, anche perchè la focalizzazione generata dalla gestione in una piccola realtà tipicamente migliora il tasso di successo di una innovazione. Un esempio di questo trend è la dismissione dei centri di ricerca farmaceutici, sostituiti da imprese biotech.

Si potrebbe continuare a lungo.

Il punto però è che prendere un'articolo su una cosa e dedurre, senza nessuna base reale, che c'è qualcuno di stupido che non fa quello che deve fare, denota solo ignoranza sui meccanismi di business fondamentali.

Quindi il mio suggerimento è di documentarsi prima di lanciare giudizi lapidari sulle capacità professionali di qualcuno.
AcciaioIT non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 16-01-12, 11:29   #7 (permalink)
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Originalmente inviato da AcciaioIT Visualizza messaggio
Guarda, io personalmente parto sempre dal presupposto di essere ignorante (nel senso che ignoro) su una materia e quindi prima di formulare giudizi o pareri cerco di documentarmi.

Sul caso specifico esiste ampia casistica (teorica e pratica) sul tema dell'innovazione. Sul caso specifico dei tuo commenti:

1. Il fatto che siano state finanziate 62 mila aziende non significa nulla. Quante sono state le innovazioni totali generate dal sistema? Quale percentuale le 62 mila finanziate rappresentano. Per tua informazione la maggior parte delle innovazioni sono generate dalle grandi imprese, soprattutto se in continuità di prodotto/settore (il tuo esempio dell'aspirapolvere)

2. Esistono innovazioni e/o idee di business che hanno senso solo su piccola scala, e quindi seppur interessanti in sè non giustificano l'attenzione di una grande azienda e/o di una multinazionale. I motivi possono essere diversi: coprono una piccola nicchia di mercato, richiedono competenze molto specialistiche e/o strutture di business piccole ma molto focalizzate, ecc...

3. C'è ampia casistica che dimostra che le innovazioni ti tipo disruptive per essere di successo, richiedono piccole strutture aziendali, in quanto in organizzazioni grandi e complesse tendono ad essere trascurate in quanto contribuiscono poco al raggiungimento degli obiettivi manageriali (fatturato, margine, ecc...).

4. L'investimento nelle innovazioni è per sua natura, almeno in parte, di tipo di tipo probabilistico (cioè finanzio 100 per avere 3-4 successi veri), soprattutto gli investimenti cosiddetti early stages (o peggio ancora se parliamo di angel investors). Quindi delle famose 62 mila aziende finanziate non sai quante avranno successo. Una grande azienda non ha la capacità di gestire questa complessità e quindi preferisce lasciar fare al mercato ed eventualmente comprare poi l'innovaizone di successo più avanti. Questa soluzione sembra più costosa ma in realtà non lo è, anche perchè la focalizzazione generata dalla gestione in una piccola realtà tipicamente migliora il tasso di successo di una innovazione. Un esempio di questo trend è la dismissione dei centri di ricerca farmaceutici, sostituiti da imprese biotech.

Si potrebbe continuare a lungo.

Il punto però è che prendere un'articolo su una cosa e dedurre, senza nessuna base reale, che c'è qualcuno di stupido che non fa quello che deve fare, denota solo ignoranza sui meccanismi di business fondamentali.

Quindi il mio suggerimento è di documentarsi prima di lanciare giudizi lapidari sulle capacità professionali di qualcuno.
Eccellente risposta.

Sul punto 1 hai ragione. Non so quanto pesano quei 62.000 tentativi di innovazione sul totale delle innovazioni generate in house.
Se rappresentassero, che so, il 5%, non avrebbero un peso rilevante. Sarebbero solo un canale in più, senz'altro utile ma non decisivo.

Sul punto 2 non sono molto convinto. Non ci sono solo le multinazionali; penso che anche negli Usa ci siano aziende un po' di tutte le taglie. Per una ragione che ancora non conosciamo (la mia infatti è solo un'ipotesi) quelle 62.000 idee non hanno trovato agganci nella realtà produttiva già esistente.

I punti 3 e 4 ci portano nel cuore del problema, ovvero che per tutta una serie di ragioni, che secondo me sono riassumibili in questioni di pura comodità ed evitamento dei rischi, i manager preferiscono spendere 100 acquisendo una giovane impresa di successo che 20 per tentare di metterne in piedi 3 o 4.

Il nocciolo del problema è che non sono soldi loro. I manager sono avversi al rischio e preferiscono giocare sul sicuro anche se spendono di più.

L'ondata di acquisizioni e di fusioni di questi ultimi 10-15 anni si è tradotta in una serie di fallimenti spaventosi. Non sono infrequenti i casi in cui le due imprese messe insieme capitalizzano meno di entrambe le imprese prese singolarmente.

Prendiamo un settore che un po' conosco, il settore dei beni di consumo di massa.
Come si arriva a performances di questo livello?

A 12,50 euro per azione, con una spesa di 1,83 miliardi di euro (debiti compresi), la Barilla compra la Kamps, la più grande azienda panificatrice d'Europa. http://www.repubblica.it/online/economia/kamps/kamps/kamps.html

Barilla cede le panetterie Kamps
Al momento non sono ufficialmente disponibili particolari sul valore dell'operazione che non dovrebbe discostarsi molto da circa 50 milioni di euro, secondo rumor di mercato riportati da Il Sole 24 Ore-Radiocor.

http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2010-08-12/barilla-cede-panetterie-kamps-080455.shtml?uuid=AY46t7FC

Con il fatto che i manager vivono con l'unico obiettivo di sopravvivere in una giungla ostile; in tutto questo l'interesse dell'impresa è solo qualcosa di molto incidentale.
Come è possibile che un'azienda spenda cifre stratosferiche per un'acquisizione e poi, una volta portata a termine, scopre che dell'azienda acquistata non sa che farsene?
Per me sono avvenimenti del tutto normali, conoscendo come avvengono i processi decisionali nelle aziende.
E' appena uscito un libro intitolato "Twilight manager" in cui l'autore illustra la sua esperienza nel mondo della consulenza strategica. Ovvero, come un gruppo di neolaureati senza esperienza interloquiva col top management di mega aziende dicendo loro cosa dovevano fare e cosa non dovevano fare.
I risultati, in genere, erano piuttosto scadenti. Ma la cosa interessante era che questi giovani consulenti facevano esattamente il lavoro per cui i top manager venivano profumatamente pagati.
L'autore del libro non dice perché si è creato questo gigantesco mercato sul nulla, anche se fra le righe lo si può capire.
Sono pochissimi i manager che hanno il coraggio di sbagliare da soli. La maggior parte preferisce eliminare la possibilità che le scelte sbagliate di oggi vengano considerate come degli errori ex post. E se tali scelte sono state prese con l'avallo delle più importanti società di consulenza del mondo, allora è tutto a posto.
San Siro non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 16-01-12, 12:08   #8 (permalink)
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Sul punto 2 non sono molto convinto. Non ci sono solo le multinazionali; penso che anche negli Usa ci siano aziende un po' di tutte le taglie. Per una ragione che ancora non conosciamo (la mia infatti è solo un'ipotesi) quelle 62.000 idee non hanno trovato agganci nella realtà produttiva già esistente.
Mi sembra naturale che chi ha un'idea innovativa cerchi di sfruttarla come titolare di una nuova azienda, piuttosto che consegnarla a un'azienda esistente e ricevere in cambio, se va bene, un aumendo di stipendio o un'assunzione.
Cicala è  collegato   Rispondi citando
Vecchio 16-01-12, 12:36   #9 (permalink)
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Mi sembra naturale che chi ha un'idea innovativa cerchi di sfruttarla come titolare di una nuova azienda, piuttosto che consegnarla a un'azienda esistente e ricevere in cambio, se va bene, un aumendo di stipendio o un'assunzione.
Osservazione interessante.

Che però non inficia il mio discorso di fondo, e cioè che le aziende si lasciano sfuggire occasioni di innovazione a buon prezzo. Infatti quando compreranno la start up ormai consolidata spenderanno molto di più.

E poi chi finanzia le start up non lo fa certo gratis. Anzi. Impiegando capitale di rischio (mentre invece un'azienda già del ramo avrebbe l'opportunità di una più corretta valutazione del nuovo business) penso che esigerà molto, in termini di remunerazione, dalle imprese che avranno successo.
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Vecchio 16-01-12, 23:04   #10 (permalink)
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Se rappresentassero, che so, il 5%, non avrebbero un peso rilevante. Sarebbero solo un canale in più, senz'altro utile ma non decisivo.
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Sul punto 2 non sono molto convinto. Non ci sono solo le multinazionali; penso che anche negli Usa ci siano aziende un po' di tutte le taglie. Per una ragione che ancora non conosciamo (la mia infatti è solo un'ipotesi) quelle 62.000 idee non hanno trovato agganci nella realtà produttiva già esistente.
Ma tipicamente le aziende medio/piccole fanno poca ricerca. E comunque molte idee vengono generate fuori dalle aziende, ad esempio nelle università Ad esempio i fondatori di Google erano 2 ricercatori di Stanford. L'MIT è una fucina di brevetti incredibile. C'è un fortissimo legame tra università e private equity che finanzia nuove aizende. Non si capisce perchè uno con una idea geniale debba andare da un'azienda invece di fondare la propria di azienda

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I punti 3 e 4 ci portano nel cuore del problema, ovvero che per tutta una serie di ragioni, che secondo me sono riassumibili in questioni di pura comodità ed evitamento dei rischi, i manager preferiscono spendere 100 acquisendo una giovane impresa di successo che 20 per tentare di metterne in piedi 3 o 4.

Il nocciolo del problema è che non sono soldi loro. I manager sono avversi al rischio e preferiscono giocare sul sicuro anche se spendono di più.

L'ondata di acquisizioni e di fusioni di questi ultimi 10-15 anni si è tradotta in una serie di fallimenti spaventosi. Non sono infrequenti i casi in cui le due imprese messe insieme capitalizzano meno di entrambe le imprese prese singolarmente.
I numeri non sono assolutamente questi, almeno non i tutti settori. Nel farmaceutico ad esempio la comparsa del fenomeno biotech ha portato ad abbassare i costi della ricerca, pur generando risultati eccezionali (mappatura DNA, molecole derivate dall'ingegneria genetica).
Ma anche imprese come Google, che fanno dell'innovazione il loro cavallo di battaglia, spesso comprando aziende. E questo non è un indicatore di scarse capacità del management.
Sul tema della gestione dell'innovazione ti consiglio un ottimo libro divulgativo, che spiega, con un focus sulle tecnologie disruptive, perchè devono essere gestite creando piccole unità di scopo, fuori dall'azienda principale

http://www.amazon.com/Innovators-Dil...6751157&sr=8-4

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Prendiamo un settore che un po' conosco, il settore dei beni di consumo di massa.
Come si arriva a performances di questo livello?

A 12,50 euro per azione, con una spesa di 1,83 miliardi di euro (debiti compresi), la Barilla compra la Kamps, la più grande azienda panificatrice d'Europa. http://www.repubblica.it/online/economia/kamps/kamps/kamps.html

Barilla cede le panetterie Kamps
Al momento non sono ufficialmente disponibili particolari sul valore dell'operazione che non dovrebbe discostarsi molto da circa 50 milioni di euro, secondo rumor di mercato riportati da Il Sole 24 Ore-Radiocor.

http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2010-08-12/barilla-cede-panetterie-kamps-080455.shtml?uuid=AY46t7FC

Con il fatto che i manager vivono con l'unico obiettivo di sopravvivere in una giungla ostile; in tutto questo l'interesse dell'impresa è solo qualcosa di molto incidentale.
Come è possibile che un'azienda spenda cifre stratosferiche per un'acquisizione e poi, una volta portata a termine, scopre che dell'azienda acquistata non sa che farsene?
Per me sono avvenimenti del tutto normali, conoscendo come avvengono i processi decisionali nelle aziende.
E' appena uscito un libro intitolato "Twilight manager" in cui l'autore illustra la sua esperienza nel mondo della consulenza strategica. Ovvero, come un gruppo di neolaureati senza esperienza interloquiva col top management di mega aziende dicendo loro cosa dovevano fare e cosa non dovevano fare.
I risultati, in genere, erano piuttosto scadenti. Ma la cosa interessante era che questi giovani consulenti facevano esattamente il lavoro per cui i top manager venivano profumatamente pagati.
L'autore del libro non dice perché si è creato questo gigantesco mercato sul nulla, anche se fra le righe lo si può capire.
Sono pochissimi i manager che hanno il coraggio di sbagliare da soli. La maggior parte preferisce eliminare la possibilità che le scelte sbagliate di oggi vengano considerate come degli errori ex post. E se tali scelte sono state prese con l'avallo delle più importanti società di consulenza del mondo, allora è tutto a posto.
Ma questi commenti mi sembrano da qualunquismo. In tutte le professioni ci sono i bravi e i meno bravi. Anche tra i CEO ci sono quelli bravi e quelli meno.
Ciò non significa che siamo tutti scarsi come dici tu.
Tra parentesi, per scrivere un libro sui fallimenti del management, basta prendere i casi di un corso di turnaround management universitario. Ma ci sono anche altrettante storie di successo clamorose.
E ci sono la maggioranza di casi di CEO che portano a casa la pagnotta generando il giusto valore per gli azionisti. Non esiste nessuna professione in cui sono tutti geni.
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