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the micro one
Data registrazione: Sep 2000
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la globalizzazione: purtroppo é poca
un articolo dell'economista Tommaso Padoa-Schioppa pone nella corretta luce, a mio modesto parere, il tema attualmente preso di mira dalla miope contestazione anti-global, e ne definisce obiettivi e strumenti (da costruire), ribadendo la personale convinzione che solo la vera internazionalizzazione di informazione ed economia rappresenti "la" risposta per il futuro sostenibile dell'umanità, sotto il grande ombrello liberale della "libertà entro precise (giuste) regole"; quelle regole che da che mondo é mondo consentono, quando vi sono e sono giuste, la migliore convivenza possibile, dalla famiglia ad una Nazione, da un forum virtuale all'intero Pianeta.
Come può l’arte di governo dare giustizia sociale, benessere, civile sicurezza se la realizzazione di questi beni non si esaurisce più nell’ambito dei singoli Stati, cui essa rimane confinata? Ecco la domanda fondamentale che la globalizzazione ci pone. E l’onesta risposta è: «Non lo sappiamo ancora». Non lo sanno né i governanti né i manifestanti convenuti a Genova. Per molti problemi non abbiamo soluzione; per altri, della soluzione abbiamo il principio, ma non le modalità; quando conosciamo principio e modalità la realizzazione è, allo stato attuale, spesso impossibile. La difficoltà confonde la mente. Quando i problemi sono acuti e le soluzioni non chiare, cresce il rischio di azioni affrettate che portano danno anziché rimedio. Non si può dimenticare che ingenti doni di cibo fecero crollare l’agricoltura di Paesi affamati, immiserendone ancor più le popolazioni. Per grandi che siano le differenze economiche e sociali entro gli Stati, quelle su scala mondiale sono ancor più drammatiche. Oggi ne soffriamo come un tempo soffrivamo della miseria nella strada accanto, perché passando dai nonni, ai padri, ai figli la coscienza di chi sia il nostro prossimo si è dilatata. La televisione ci fa riconoscere un fratello nel volto scavato di un africano o di un fuggiasco. Alla compassione si accompagna una nuova responsabilità. Il nodo centrale di Genova (come quello di Nizza, pochi mesi fa, per l’Europa) è che l’economia, travalicate le frontiere politiche, manca di governo. I governi legittimi non sono efficaci, quelli efficaci non sono legittimi. Il G8 riesce talora a governare il mondo, ma non è percepito come legittimo. La tensione che ne deriva è avvertita con forza dai fautori come dai nemici della globalizzazione, dall’una come dall’altra parte delle transenne poste dalla polizia per separare i partecipanti alle riunioni. Affinché la tensione si allenti occorre che il campo politico e il campo economico-sociale dell’attività umana, pur distinti e separati, avvicinino i loro perimetri. I modi sono due: tornare indietro, riducendo il raggio dell’economia; oppure andare avanti, allungando il raggio della politica. Tornare indietro sarebbe dannoso soprattutto per i poveri del mondo. E’ la via del tribalismo, del nazionalismo, della miseria. Non si può ignorare che la questione sociale fu aggravata, non risolta, con la soppressione del mercato e la chiusura delle frontiere; che progresso tecnico e commercio internazionale abbiano enormemente ridotto l’area della fame nel mondo; che il terzo- mondismo inteso come ideologia alternativa abbia portato tirannia, disuguaglianza e povertà. Oggi che la tecnologia dei trasporti e delle comunicazioni rende arduo ogni tentativo di isolare un Paese, tornare indietro richiederebbe ancor più repressione e crudeltà che in passato. Andare avanti significa cercare modi ad un tempo efficaci e legittimi per fare fronte ai mali mondiali della povertà, della disuguaglianza, dell’ingiustizia, dell’oppressione politica. Quei modi vanno inventati, così come dovettero essere inventati nel passaggio dai villaggi alle città, ai piccoli poi ai grandi Stati, fino all’Unione europea di oggi. Modi efficaci. Significa innanzi tutto rafforzare le istituzioni internazionali, perché solo esse hanno per missione l’interesse del mondo. Di esse (Nazioni Unite, Fondo monetario internazionale, Organizzazione mondiale del Commercio, Organizzazione mondiale della Sanità) occorre accrescere autorità, risorse, capacità d’intervento, indipendenza. Bisogna renderle capaci di decidere anche quando non tutti sono d’accordo. Oggi sono spesso viste con ostilità sia dai governi, che difendono poteri nazionali, sia dagli anti-global , che le accusano di non rispondere alle sfide. Ma se non rispondono è perché sono troppo deboli. Mi ha colpito l’invettiva di un manifestante al telegiornale: «Va soppressa l’Omc (Organizzazione mondiale del commercio), un potere praticamente illimitato, sovrannazionale». Magari fosse un potere sovrannazionale! La vera questione è che l’Omc non ha il potere d’imporre le regole che dovrebbero accompagnare ogni libertà economica. Animato da ottime intenzioni, quel manifestante chiedeva al mondo di tornare indietro nel momento stesso in cui si qualificava come cittadino del mondo. La globalizzazione impaurisce anche perché è vista come una soppressione dell’identità locale. Ma noi in Italia sappiamo bene che il sentirsi fortissimamente vicentini, e quindi tradizionalmente avversi ai veronesi, non impedisce di sentirsi veneti né, come veneti, italiani. Anzi, più si scende (fino al livello della famiglia), più forte è il senso di appartenenza. In politica ciò significa riconoscere che forme di governo superiori non sopprimono, oggi, le inferiori; pongono solo fine al potere assoluto degli Stati nazionali. Perché non considerarlo un progresso se persino la Chiesa considera oggi una provvidenza la fine del proprio potere temporale? Diversamente dal mondo, l’Europa ha saputo costruire insieme la libertà e le sue regole: una medesima legislazione non solo permette ma anche regola la circolazione di beni, capitali, servizi e persone. Una simile capacità di costruzione parallela non esiste su scala globale. Modi legittimi. Significa andare oltre la legalità dei trattati internazionali ed elaborare prime forme di democrazia mondiale. Sulla terra ci sono 200 Stati sovrani, circa 6.000 lingue. Alla radice della democrazia sta la persona, non lo Stato. Ma forme di democrazia mondiale ricondotte alla persona vanno pensate ex novo. I governi di molti Stati sono autoritari; ma neppure riunendo quelli democraticamente eletti si assicura una vera democrazia mondiale, perché ciascuno di essi ha per missione l’interesse nazionale. Un giovane mi ha chiesto: «Se il G8 è il governo del mondo, chi è l’opposizione?». Non c’è per il mondo, come invece esiste per l’Europa, un parlamento eletto dove l’opposizione sia presente. I dimostranti di Genova esprimono il bisogno d’opposizione che è proprio di ogni processo politico. Essi hanno poca legittimità ma, come reggitore del mondo, non ne ha molta neppure il G8. Nessuno sa ancora come organizzare una democrazia planetaria. Rafforzare le istituzioni globali, articolare il potere su più livelli, inventare la democrazia su scala mondiale. Sono punti sui quali l’Europa ha dato il buon esempio nella seconda metà del secolo, così come aveva dato il cattivo esempio nella prima. Sia culturalmente sia politicamente oggi l’Europa è più preparata ad accettare questi principi di quanto lo siano gli Stati Uniti d’America; e se mesi fa li avesse realizzati più compiutamente a Nizza, oggi essa sarebbe, nella vicina Genova, modello di un più civile ordinamento mondiale. Tocqueville scrisse che le crisi della democrazia si superano con più democrazia. La crisi della globalizzazione si supera con più globalizzazione. È una gara contro il tempo: il pericolo del ritorno indietro è grave, come fu ritorno indietro la fine dell’illusoria pace dei primi anni del XX secolo, fine voluta e salutata da manifestanti entusiasti. Tommaso Padoa-Schioppa |
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AKA luigir
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Padoa-Schioppa che concorda con i Radicali... Ohibo'! che sta succedendo.
io da elettore "anche" dei radicali, invece non potrei concordare meno con Bonino e Compagni. Non sono contro la Globalizzazione, sono contro questa globalizzazione, sono contro quegli Organismi che P-S menziona perche' estremamente politicizzati e nelle mani dei Paesi ricchi. Quel manifestante contro il WTO potevo esserlo io, Liberale e Socialista e non c'e' nulla di scioccante se questo WTO scende a patti coi Talebani per far passare un oleodotto in territorio afghano in nome del petrolio. un WTO che ammette la Cina nonostante i controlli delle nascite obbligatorie e l'abuso di diritti umani, un WTO che ha ancora un sistema di Veti, l'ultimo quello di oggi degli USA per l'ingresso dell'IRAN... non parliamo delgi altir che mi da' il voltastomaco slo a pensarci.. Tutti Santi e tutti bravi questi nostri politici moderni e tutti preoccupati per il bene di tutti i poveri del mondo che continuano ad aumentare. Andare avanti globalizzando ancora di piu' quando si e' intrapreso un binario sbagliato sembra a me solo un errore. Oggi anche Buttiglione ha portato avanti le stessissime tesi di Padoa-Schioppa (GR Parlamento) ma nonostante ci possa essere del vero nelle loro parole credo che se non si conosce ancora il metodo per andare avanti basta fermarsi o rallentare. Buttiglione, nello stesso intervento, parlava di Forma di Stato Europea e diceva che non bisognava correre molto verso il Federalismo, anceh se lui e' favorevole alla soluzione Scroeder, altrimenti si torna indietro e ci si fa male visto che non siamo ancora preparati. Allo stesso tempo invece invitava poi a spingere sull'acceleratore della globalizzazione, anceh se non conosciamo ancora tutti i meccanismi ed a lui non piace eccessivamente, perche' non ci si puo' fermare e tornare indietro... Quindi SI al Federalismo pero' meglio di NO e NO alla globalizzazione pero' meglio di SI'... interessante... |
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#5 (permalink) |
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Member
Data registrazione: Jan 2001
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"Mi basta sentire qualcuno parlare sinceramente di ideale ,di avvenire, di filosofia, sentirlo dire "noi" con tono risoluto, invocare gli "altri" e ritenersene l'interprete, perchè io lo consideri mio nemico". E.M.Cioran
condivido quanto sopra. ciao GL |
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#6 (permalink) |
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the micro one
Data registrazione: Sep 2000
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Dal crollo del Muro a Seattle
la nuova ideologia globalista Lucio Caracciolo (Repubblica) "UN MONDO diverso è possibile", statuisce il Genoa Social Forum. Slogan apparentemente banale. Preso alla lettera, è un'ovvietà - da quando esiste, il mondo non fa che cambiare. Ma questa parola d'ordine ha un significato profondo, di cui forse gli stessi autori non sono perfettamente consapevoli. Sancisce la fine di una grande illusione, nata quasi dodici anni fa, quando un bel mattino ci svegliammo senza più Muro di Berlino. Molti pensarono, dissero e scrissero che sotto i nostri occhi stava nascendo il migliore dei mondi possibili. Un pianeta di liberi, di democratici e domani, chissà, anche di eguali. Un Occidente mondiale. Erano così ricchi di promesse, quei giorni. Il capo della superpotenza trionfante, George Bush padre, recuperava senza accorgersene un motto di hitleriana memoria, comunicandoci l'obiettivo di un "Nuovo Ordine Mondiale". Il leader dell'impero sconfitto, Mikhail Gorbaciov, enunciava intanto un "nuovo pensiero" per un mondo basato su princìpi etici universali, non più sui rapporti di forza. Si affermava una nuova filosofia della storia. L'idea che il cammino dell'umanità abbia un senso. A questo senso fu dato un nome: "globalizzazione". Sulla globalizzazione si è esercitata una pubblicistica sconfinata, sia apologetica sia polemica. Eppure è difficile trovare due autori che ne diano la stessa definizione. Spesso non la definiscono affatto, ne accettano il (vaghissimo) senso comune. Recentemente, un politologo dell'Università del Galles, Ian Clark, ha lodato nel suo "Globalizzazione e frammentazione" (il Mulino) la "flessibilità" di un concetto la cui "utilità teorica è oggetto di forte contestazione". Un termine talmente lasco da "essere inserito entro quadri teorici altrimenti incompatibili". Ne vediamo la prova a Genova dove, per curioso paradosso, sia gli otto Grandi che molti dei loro contestatori si professano fautori della globalizzazione. Anzi, la considerano un dato di natura, come le stagioni, la pioggia o il vento. Ma la globalizzazione che hanno in testa Vittorio Agnoletto o Luca Casarini è probabilmente opposta a quella vagheggiata da George W. Bush o da Silvio Berlusconi. Meglio, è "diversa". Forse è impossibile definire la globalizzazione in modo univoco. Ciò nonostante - o anzi proprio per questo - essa ha prodotto una potente ideologia. Più efficace di qualsiasi interpretazione "scientifica" del mondo. Molti di coloro che erano in piazza a Seattle e che oggi assediano la "zona rossa" hanno preso sul serio l'ideologia globalista. Hanno davvero creduto ai filosofi che annunciavano la "fine della storia"; agli economisti che teorizzavano la "fine del ciclo"; ai politologi che decretavano la "fine dello Stato nazionale". Sottili intese come trionfo del Bene sul Male, quantomeno del meglio sul peggio. È vero che le dure repliche della storia non hanno tardato a manifestarsi, rammentandoci che la guerra non è stata espunta dal novero delle attività umane, che la crescita economica perenne e lineare non esiste e che alcune decine di nuovi Stati o staterelli colorano i planisferi post-Ottantanove mentre l'accademia continua a sfornare trattati sulla "fine delle frontiere". Le ideologie, si sa, sono resistenti ai fatti. Ci vuole molto, molto tempo prima che la percezione di eventi imprevisti o spiacevoli intacchi la nostra cognizione del reale. I manifestanti di Genova vengono da culture ed esperienze estremamente varie. Ma sono tutti figli della grande speranza che ha percorso l'Occidente (un po' meno il resto del mondo) dopo il crollo dell'Impero del Male. La speranza che democrazia e libertà potessero diventare patrimonio dell'umanità. La speranza in un pianeta di pari opportunità. Una speranza che appartiene forse al nostro codice genetico e non può essere mai totalmente sradicata dal nostro orizzonte. Dodici anni dopo, questa è una speranza delusa. La colpa, secondo gli anti-G8, è del carattere selvaggio e disumano che il liberal-liberismo ha impresso alla globalizzazione. Più concretamente, aziende multinazionali, istituzioni internazionali come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario e l'Organizzazione del Commercio, Stati nazionali più o meno potenti, Usa in testa, sono accusati di aver profittato della fine della guerra fredda non per esportare libertà e benessere, ma per affermare un nuovo "Impero". Il dominio del Nord ricco e americanizzato sul Sud povero e sfruttato. Se globalizzazione può voler dire tutto e il contrario di tutto, se può incarnare le speranze di progresso come raffinate strategie neocoloniali, il confronto fra Grandi e popoli di Seattle non porterà molto lontano. Rischia semmai di tralignare in commedia - speriamo non tragedia - degli equivoci. Ogni movimento ha una forte produzione simbolica, certo. E ogni istituzione alla ricerca di consenso ha bisogno di propaganda. Ma qualche ancoraggio al principio di realtà potrebbe favorire il dialogo fra istituzioni e contestatori. Partendo dal fatto che le promesse dell'ideologia globalista - come mostra Luciano Gallino in un suo saggio su Globalizzazione e diseguaglianze (Laterza) - non hanno ridotto le distanze fra ricchi e poveri su scala planetaria. Se è vero, ad esempio, che il rapporto fra il 20% più ricco e il 20% più povero della popolazione mondiale è passato in trent'anni da 30 a 1 (1960) a 60 a 1 (1990). O che l'86% dei decessi mondiali da Aids avviene in Africa, ma il 95% delle spese mediche per combattere quel virus riguarda il 5% della popolazione (gli occidentali più fortunati). Sono fatti duri. Inaccettabili. Dei quali noi ricchi popoli del Nord siamo certamente corresponsabili. Ma per modificarli occorre anzitutto maggiore sobrietà. Da parte dei governanti, che scoprono il "dialogo" a poche settimane dal vertice, con intenti spesso strumentali. E da parte dei "popoli di Seattle", i quali inclinano verso un moralismo che di per sé esclude qualsiasi confronto: "Noi siamo i popoli. Gli altri sono i cattivi" (Rete contro G8). Per discutere davvero, vale la pena di sgombrare il campo da qualche equivoco e da qualche eccesso di demagogia. Solo tre esempi. Primo: a forza di ripeterlo, alcuni manifestanti sembrano sinceramente convinti che il G8 sia o pretenda di essere il "governo mondiale". In realtà, non è nemmeno un'istituzione, pur esibendone a tratti la pompa. I suoi documenti finali si risolvono spesso in generiche raccomandazioni, illeggibili e non lette. La funzione di tali vertici è (o era) di permettere uno scambio di idee a tu per tu fra i leader di alcuni Stati importanti, più o meno democratici - i quali stentano a governare i rispettivi paesi, figuriamoci se possono imbracare il mondo! Secondo: a forza di criticare la globalizzazione - o di invocarne una "diversa" - si è diffusa l'idea che in qualche incerto passato l'Africa o altre regioni povere vivessero un'età dell'oro, stroncata dal colonialismo e poi dal neocolonialismo. E che quindi lo sviluppo o il desviluppo del Terzo Mondo dipendano essenzialmente da fattori esterni, a prescindere dai vincoli storici, ambientali, politici e culturali. Addirittura, che ci sia un rapporto diretto fra aiuti e sviluppo. Ammesso e non concesso che sia possibile controllare la destinazione degli aiuti in paesi che non dispongono delle minime strutture istituzionali e sono afflitti da rapaci "élite" tribali. Terzo: così come i Grandi non rappresentano il mondo, i terzomondisti non parlano per i terzomondiali. I dannati della Terra non hanno voce, né diretta né indiretta. Eppoi, siamo sicuri che gli africani la pensino come gli africanisti? È vero che né il G8 né altri club occidentali hanno ricevuto deleghe dagli abitanti dei paesi poveri. Ma le Organizzazioni non governative - talvolta governative nella provenienza dei fondi, e non solo - hanno forse ottenuto un simile mandato? L'elenco potrebbe continuare a lungo. Senza peraltro togliere al movimento un merito essenziale: averci costretto a ripensare al mondo. L'Occidente riscopre un pianeta dimenticato. I popoli di Seattle ci obbligano ad alzare lo sguardo su enormi, disastrate regioni che volevamo dimenticare. O fingere che stessero diventando come noi. |
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AKA luigir
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Cosi' parlo' George W. Bush
"For those who want to shut down trade I say this to them as clearly as I can: You're hurting poor countries" a seguito dei disordini a Genova oggi "Instead of embracing policies that help poor people, you embrace policies that lock poor people into poverty, and that is unacceptable to the United States." Ciao Mr Kartman! |
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#8 (permalink) |
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Data registrazione: Nov 2000
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concordo perfettamente ...
con quanto scritto da schioppa..
vorrei aggiungere un paio di osservazioni personali.... con quale diritto gli occidentali......mi riferisco al movimento antiglobalizzazione..si arrocano il diritto di farsi portavoce dei paesi del terzo mondo.... avete mai visto un africano od un indiano od un asiatico... manifestare al fianco degli antiglobal????....... questa per me é una grande presunzione ideologica tutta occidentale ..al pari del piu becero colonialismo... sarebbe come decidere di pretendere l'abbattimento di un palazzo... senza convocare i diretti interessati..ossia i residenti.... per deliberare in merito.. ..perché non dare voce ai diretti interessati... ???? ...di fatto i movimenti antiglobal non esistono all'interno dei paesi poveri..... e questo la dice lunga.. avete mai visto un coreano del sud ad esempio .... manifestare contro quella globalizzazione che ha reso possibile il miracolo dei paesi del sud-est asiatico aumentando considerevolmente il reddito pro-capite... scusate non voglio infierire ma il paragone con la corea del nord..dove i bambini muiono di fame .... mi viene spontaneo... gli antigliobal fanno una grande confusione fra globalizzazione e ingiustizia sociale.... combattere contro le ingiustizie nel mondo é lecito ma le ingiustizie nel mondo sono sempre esistite.... a prescindere dall globalizzazione... negare la globalizzazione ai paesi poveri significa relegarli nell'isolamento ..... e quindi nella loro povertà.... senza dar loro la possibilità di affacciarsi al mondo e rendersi co-protagonisti del futuro... e poi ancora un'ultima considerazione ... che cosa c'è di piu globalizzante di un pensiero uniformato antiglobalizzante..che di fatto vorrebbe poi si globalizzare il mondo..(secondo una propria visione del mondo antiglobalizzata appunto...)... nella poverta e nel regresso......
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Re: concordo perfettamente ...
Citazione:
La mondialisation. Le nouvel esclavage de l'Afrique. - Jean-Marie Sindayigaya. (L'Harmattan, Paris, 2000, 268 pages, 150 F.) Le cri du coeur, documenté et réfléchi, d'un intellectuel africain qui perçoit, dans le chaos de son continent, l'émergence d'un nouveau monde. (da Le Monde Diplomatique) (mondalisation = globalizzazione) |
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Re: concordo perfettamente ...
Citazione:
Environment and Multilateral Diplomacy Series. (The International Center for Trade and Sustainable Development, ICTSD, 13, chemin des Anémones, 1219 Genève.) Répondant au besoin de mieux informer les décideurs et leaders d'opinion sur la nécessité des pays du Sud de poursuivre un modèle de développement durable, ce livre regroupe différents articles d'auteurs africains et sud-américains, sur des sujets tels que la confrontation entre l'action de l'Organisation mondiale du commerce (OMC) et le développement durable, le rôle de la « société civile », l'impact des structures de commerce sur l'environnement... (sempre da Le monde Diplomatique) |
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