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Data registrazione: Mar 2008
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Letture per il week end
C'era una simpatica rubrica con questo titolo.
L'ho cercata per aggiungere la seguente proposta ma non l'ho trovata, quindi ne ho aperta una nuova, ma i moderatori possono se vogliono riesumarla e aggiungervi questo mio suggerimento. RICH AND POOR IN AMERICA A Reference Handbook di Geoffrey Gilbert ABC-Clio, Santa Barbara 2008 (dall'introduzione) The growing income gap between the richest Americans and the poorest, once barely noticed, is now widely known and debated. Front-page articles in The Wall Street Journal, The New York Times, and many other mainstream news outlets have driven home the unsettling truth that the United States is growing more unequal, at least in economic terms. Some suggest that we are in a new Gilded Age, pointing to concentrations of wealth and income at the very top not seen since the 1920s or earlier. The public tends to focus less on the statistics and more on the glitz: private jets, mega-yachts, and palatial residences. Magazines and television programs are devoted to voyeuristic explorations of the lifestyles enjoyed by billionaires. And while the lifestyles of those at the opposite end of the income distribution sell very few magazines, there are indications that poverty—and the lengthening distance between society’s haves and have-nots—may be reentering the realm of political and policy debate, just in time for a presidential election. This handbook is a primer on the dimensions, the trend lines, the causes, and the consequences of the widening gap between America’s rich and poor. It also considers some of the policy options for slowing or halting the current trend. There are strong differences of opinion about how seriously to take the “stretching out” of the income distribution, with liberals more likely and conservatives less likely to see it as problematic. Valid arguments can be made on both sides, and this book does not prejudge the question of whether the present degree of inequality exceeds what is acceptable or desirable. The real purpose of the book is merely to offer a handy, single-volume guide to an issue that is becoming more prominent with each passing year. For those who are not familiar with the general topic of income and wealth disparity, the best starting point will be chapter 1. It provides background information on inequality trends, defines key terms, and identifies some social issues to which economic inequality has been linked, for example, the health status of rich and poor, the educational opportunities afforded the welloff and those less privileged, and racial-ethnic disparities of wealth and income. It also explores the question of whether it has become more difficult to lift oneself from a lower to a higher income level (or to fall from higher to lower) in the course of a generation. There are indications that growing income inequality coincides with falling income mobility in the United States.* To engage immediately with some of the critical issues and controversies related to the rise of economic inequality, one should go straight to chapter 2. That chapter lays out all of the major explanations for the widening wage gap we have seen in U.S. labor markets: skill-biased technological change, increased trade with the rest of the world, immigration, the long decline of labor unions, and the shrinking value of the minimum wage. It looks at a range of policy changes that might address these developments in the labor market, from pre-school interventions to helping low-income kids build their human capital, to passage of so-called living wage ordinances. The chapter also explores various tax and asset-building policies that have been put forward as ways to modify current inequality trends. Geoffrey Gilbert is a professor of economics at Hobart and William Smith colleges in Geneva, New York. He did his undergraduate work at Dartmouth College and holds a Ph.D. in economics from Johns Hopkins University. The author of two previous handbooks in the Contemporary World Issues series, on world population and world poverty, Gilbert has written extensively on the history of economic thought. * il neretto è mio |
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the micro one
Data registrazione: Sep 2000
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Ringrazio per la riproposizione del mio storico contenitore di riflessione domenicale, ormai credo alla quarta o quinta riedizione. Va bene così, San Siro, altrimenti diventano threads troppo corposi e difficilmente rileggibili. Quanto al tema delle disuguaglianze che presenti, riprendo dal blog di Nicola Porro un interessante test/sondaggio che comprova la diffusa idea liberale in merito. O almeno la mia. Boudon e la giustizia sociale Ho recentemente letto uno studio sociologico fatto da Frohlich e Oppenheimer e riportato da Raymond Boudon. Sono stati scelti due gruppi di cittadini (usa e polacchi) ed è stato loro chiesto di optare per un principio di giustizia sociale al buio (con relativa distribuzione del reddito): 1. seleziona una distribuzione che massimizzi il livello medio del reddito 2. seleziona una distribuzione che massimizzi il livello più basso del reddito (principio della giustizia di Rawls) 3. seleziona una distribuzione che massimizzi il reddito medio e definisca un reddito minimo (dunque questo principio non implica che il valore minimo di reddito sia il più alto possibile come per Rawls, ma che ci sia comunque una soglia minima) 4. seleziona una distribuzione che massimizzi il reddito medio e che stabilisca che le differenze tra i redditi non superino una certa soglia. Nell’esperimento inoltre ai soggetti veniva detto che una volta scelto uno dei quattro principi, loro stessi sarebbero stati posizionati all’interno della distribuzione derivante dal principio scelto, in una delle diverse classe di reddito, ma in modo casuale. In buona sostanza la scelta di ciascuno nel panel avrebbe avuto un impatto sul proprio reddito. Per i componenti del panel la scelta però non sarebbe stata influenzata da interessi personali, poichè il loro livello di retribuzione sarebbe stato determinato in maniera casuale. Ebbene il risultato,largamente vincitore (quasi l'80 per cento sia per gli americani, sia per i polacchi) è stato il principio numero 3. E la secca bocciatura dei principi di giustizia sociale rawlsiani secondo i quali sono da preferire distribuzioni di reddito che massimizzino il reddito minimo, anche a scapito del reddito medio. La lezione che Boudon trae è che gli individui privilegiano, al buio, una situazione di crescita per tutti, ma con un’assicurazione (il reddito minimo per chi corre di meno). E dunque che la distribuzione del reddito prediletta è di tipo meritocratico e non egualitaristico. |
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#4 (permalink) | |
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the micro one
Data registrazione: Sep 2000
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![]() La lezione che Boudon trae è che gli individui privilegiano, al buio, una situazione di crescita per tutti, ma con un’assicurazione (il reddito minimo per chi corre di meno). E dunque che la distribuzione del reddito prediletta è di tipo meritocratico e non egualitaristico. Dav. & Co. sono in netta minoranza.
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#5 (permalink) | |
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The Horror of
Data registrazione: Jun 2009
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Mica tanto una battuta. Il punto è che la formulazione del principio di Rawls è del tutto arbitraria, anzi, sembra costruita a bella posta perché venga bocciata. E' come se io andassi da gente di reddito medio e gli chiedessi: preferisci una distribuzione nella quale chi ha redditi bassi guadagna di più a scapito dei redditi medi e alti o una che lascia le cose così come sono per le classi medie ma prevede una sorta di assicurazione per chi ha i redditi bassi? E' evidente che l'avvertenza rawlsiana "tu non sai in quale delle diverse classi ti troverai" non è così facile da interiorizzare. E' ovvio che il mio modo di ragionare - a qualsiasi classe possa appartenere - tende a permanere perché ormai è diventata un'abitudine. Se vogliamo fare un discorso serio su come effettivamente la gente considera i concetti di equità e giustizia in campo economico bisogna rifarsi alle ricerche di economia sperimentale condotta da Fehr e altri. Lì non si fanno domande astratte ma si creano situazioni in cui le persone agiscono effettivamente come agenti economici, e da lì si deduce quali sono le preferenze soggiacenti. (E gli esperimenti vengono condotti con campioni differenti per classi sociali, culture, ecc.) Il principio ralwsiano è filosofico. Se lo si vuole testare, però, bisogna farlo a partire dai comportamenti, non dalle dichiarazioni di intenti. Su questo punto credo che non ci possa essere dissenso di sorta. |
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