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Vecchio 02-11-11, 16:36   #1 (permalink)
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Il paese che ha inventato il debito

I primi titoli di prestito furono emessi in Italia nel trecento. Da allora il debito non ha fatto che aumentare. Ed è anche per questo che molti continuano ad essere ottimisti.

Dopo centinaia d’anni la porta segreta cigola un po’. Ma è ancora lì, nella stanza delle stampe geografiche di Palazzo Vecchio, a Firenze, dietro un dipinto a olio dell’Italia. “Eccolo, è successo lì”, dice Francesca, la custode. Tutto è cominciato in questa sala, verso la metà del trecento. Qui erano nascosti i libri mastri rilegati in pelle su cui venivano annotati i debiti del comune. Sembra che qualcuno, tra i governanti della città, avesse avuto l’idea di finanziare una campagna militare con i prestiti dei fiorentini più ricchi. Dopo la vittoria (data per scontata) di Firenze, il comune avrebbe restituito tutto con gli interessi. I nomi dei fiorentini che erano costretti a comprare i titoli di debito del governo cittadino venivano registrati nei libri mastri di palazzo vecchio. Pur di non dover imbracciare le armi per difendere la città, i ricchi erano ben felici di mettere mano al portafoglio. E comunque potevano sempre decidere di vendere i titoli.
Il patto tra Firenze e i suoi abitanti più facoltosi ha segnato la nascita del sistema di prestiti al governo e di commercio in titoli di stato. Il mercato dei bond, che oggi ammonta a 50 mila miliardi di dollari (36 mila miliardi di euro) e sta mettendo in ginocchio i governi di tutto il mondo, ha avuto quindi origine in Italia. Il concetto di titolo di debito prese rapidamente piede, e presto le città di Siena, Firenze, Pisa e Venezia si ritrovarono sommerse dai debiti. Da allora le cose non sono cambiate.
“Attualmente spendiamo più per gli interessi sul debito che per l’istruzione”, spiega Matteo Renzi, che come sindaco di Firenze è di casa a palazzo Vecchio. Renzi, che ha 36 anni, è stato eletto grazie alla sua reputazione di “bulldozer” e alla promessa di risanare la città. Il sindaco di Firenze è la faccia giovane del Partito democratico, di centrosinistra. Veste in modo informale e sulla scrivania in legno di quercia ha messo alcuni adesivi della Apple. “I nostri padri sono andati al ristorante e noi abbiamo ereditato il conto da pagare”. Per la città di Firenze il conto ammonta a 518 milioni di euro.

La minaccia più grande
Secondo molti l’Italia rappresenta l’incarnazione dell’incubo dell’eurozona: un paese indebitato fino al collo, con una crescita vicina allo zero e guidato da un uomo accusato di evasione fiscale. Il debito pubblico italiano, secondo in Europa solo a quello della Grecia, ha raggiunto il 120,3 per cento del pil. Inoltre l’Italia registra una crescita demografica tra le più basse in occidente, e questo significa che in futuro il debito peserà sulle spalle di un numero sempre minore di persone. Il 5 ottobre la combinazione di questi fattori ha spinto l’agenzia Moody’s a tagliare il rating dei titoli di stato italiani. Poco tempo dopo Fitch ha fatto lo stesso. Nel 2012 gli interessi sul debito pagati dall’Italia ammonteranno al 5,1 per cento del pil. Solo la Grecia, con il 7,5 per cento, è messa peggio.
Robert Mundell è stato uno dei padri dell’euro. Premio Nobel per l’economia, possiede una proprietà in Toscana, ed è convinto che il debito dell’Italia rappresenti la più grande minaccia per l’eurozona.
L’epoca della “bella vita” degli anni ottanta si basava sul progressivo indebitamento. I partiti politici pompavano enormi somme di denaro nelle casse del povero e arretrato sud del paese, creando agenzie governative e aziende statali per mantenere la pace sociale e contemporaneamente conservare il potere. Ancora oggi il clientelismo, la corruzione e l’evasione fiscale sono i sintomi di quella che viene spesso definita “la malattia italiana”. La pressione costante per raggiungere il compromesso politico ha fatto crescere a dismisura il conto da pagare. Ai giorni nostri la situazione è rimasta invariata, e lo dimostra il fatto che i dieci capoluoghi di provincia più indebitati sono giudati da governi di coalizione.
Il comportamento degli italiani non è migliorato dopo l’introduzione dell’euro. Al contrario, l’Italia ha pensato bene che se non poteva più stampare la propria valuta non restava altro da fare che indebitarsi ulteriormente. Nel paese ci sono circa 3,5 milioni di impiegati, e lo stato usa il 14 per cento del pil per pagare le pensioni dei lavoratori del settore pubblico. In Europa solo la Francia spende di più.
Il clientelismo ha causato una crescita sconsiderata della pubblica amministrazione, soprattutto al sud. I sindaci, i presidenti di provincia e di regione hanno continuato impunemente a contrarre debiti sempre maggiori per proteggere gli interessi delle clientele, garantendo agli “amici” appalti nell’edilizia o posti di lavoro in settori come quello della raccolta dei rifiuti. E, naturalmente, non si sono dimenticati di riempirsi le tasche.
Le parole “banca”, “cassa” e “bancarotta” sono nate in Italia nel tardo medioevo. In origine con il termine “banche” si indicavano i cambiavalute che operavano sulle rive dell’Arno. E’ lì che le famiglie dei Medici, dei Peruzzi e degli Acciaiuoli hanno costruito il loro patrimonio. I ricchi fiorentini erano i primi operatori in un mercato monetario illimitato.
All’epoca il debito del governo aveva un nome sinistro e profetico: monte. Quando il monte non era più sufficiente si rifinanziava con un “monte nuovo”. La banca attiva più antica del mondo è il Monte dei Paschi di Siena, fondata nel 1472. Marco Massacesi, direttore finanziario della banca, racconta che in questi giorni ha difficoltà a prendere sonno. Non c’è da stupirsi, considerando il fatto che secondo gli stress test della fine del 2010 nel portafoglio del Monte dei Paschi ci sono quasi 32,5 miliardi di titoli di stato italiani. Qualsiasi broker londinese non ci penserebbe due volte a definirli “titoli tossici”. “Ma non è per questo che non riesco a dormire”, spiega Massacesi. “Certo, quei titoli non sono più una garanzia come lo erano qualche mese fa. Ma sono molto più preoccupato dalla situazione in Europa”. Massacesi teme soprattutto le conseguenze della crisi greca e l’indecisione dei politici, inclusa la cancelliera tedesca Angela Merkel.
Come tutte le grandi banche italiane, a inizio ottobre anche il Monte dei Paschi è stato declassato dalle agenzie di rating, nell’ambito di una correzione di routine conseguente all’abbassamento del rating del debito pubblico italiano. In realtà la condizione delle banche italiane non è disastrosa come quella del governo. Gli istituti di credito sono stati prudenti, e beneficiano della forte tendenza al risparmio degli italiani. Le banche sono riuscite a sopravvivere alla crisi finanziaria senza praticamente ricorrere all’aiuto del governo, e quasi nessuna possiede una quantità rilevante di titoli di stato greci. Secondo Massacesi, il Monte dei Paschi non dovrà raccogliere nuovi capitali sui mercati internazionali prima della fine dell’anno. “L’anno prossimo vedremo se ci sarà bisogno di nuovi fondi”.

Vendere per salvarsi
L’Italia è il paese al mondo con la più lunga storia di indebitamenti. Il debito pubblico alle stelle e la crescita zero fanno ormai parte dello status quo della politica economica di Roma, e gli italiano hanno superato crisi più gravi di quella in corso.
L’ufficio di Massacesi si trova in un palazzo rinascimentale della città toscana. Fin dal medioevo, nella vicina piazza del Campo si svolge due volte all’anno un famoso palio equestre. Per chi, come il dirigente del Monte dei Paschi, lavora in un ambiente così sfarzoso è difficile immaginare la prospettiva di un crollo imminente.
Massacesi ribadisce che l’Italia non può essere messa a confronto con la Grecia. “Questo è un paese ricco. Gli italiani posseggono un patrimonio dal valore complessivo di ottomila miliardi di euro. Il problema è che la ricchezza è mal distribuita. Ciò di cui abbiamo bisogno è una riforma fiscale”. Il direttore finanziario della banca non ha paura di sembrare un comunista. “Sapete quante volte l’Italia è andata in bancarotta? Solo una, ed è successo dopo la prima guerra mondiale”.
Per tutte queste ragioni Massacesi crede che non bisogna lasciarsi prendere dal panico, ed è convinto che il paese che ha inventato il debito pubblico non crollerà mai sotto il suo peso. Secondo gli analisti londinesi l’Italia, insieme al Portogallo, all’Irlanda, alla Grecia e alla Spagna fa parte del gruppo dei paesi più a rischio, i cosiddetti Piigs. Eppure è difficile trovare qualcuno nel paese che sia seriamente preoccupato delle finanze dello stato. Ogni volta che la questione viene sollevata, gli italiani rispondono quasi sempre allo stesso modo: l’Italia è già riuscita a tirarsi fuori da una montagna di debiti di proporzioni simili a metà degli anni novanta, quando il governo di Romano Prodi ha rimesso in sesto le finanze dello stato, permettendo al paese di entrare nell’euro. In realtà all’epoca il bilancio dello stato era in condizioni sensibilmente peggiori rispetto ad oggi. L’economia stava crescendo, e il governo non era costretto a spendere enormi quantità di denaro per pagare vecchi debiti. Inoltre gli investitori non pretendevano tassi di interesse eccessivamente alti. La verità è che per l’Italia rifinanziare il debito sui mercati internazionali sta diventando sempre più difficile e costoso. Il rendimento dei bond decennali italiani è attualmente al 5,73 pr cento, più del doppio rispetto a quello dei titoli di stato tedeschi (2,15 per cento). Più sono alti i tassi d’interesse offerti agli investitori più aumentano le spese per l’Italia. Di conseguenza i mercati diventano sempre più sospettosi. A questo punto viene da chiedersi se si tratti di un circolo vizioso o di una profezia che si autoavvera.
Marco Valli, capo economista per l’eurozona di UniCredit, spiega che “l’anno prossimo il 20 per cento dei titoli arriverà a scadenza”. Questo significa che un quinto del debito del govenro italiano maturerà nel 2012, e dovrà presumibilmente essere rifinanziato con nuovi prestiti a condizioni meno vantaggiose. Però Valli è convinto che non ci sia motivo di preoccuparsi. “L’Italia ha una maturità media del debito di circa sette anni”. In altre parole i nuovi titoli di stato italiani matureranno – ovvero saranno ripagati – in media tra sette anni.
“Questo implica che l’impatto degli attuali premi di rischio elevati si farà sentire solo a lungo termine. Di conseguenza è più facile gestire la situazione”.
Secondo Valli uno dei maggiori problemi dell’Italia è la rigidità del mercato del lavoro. “Possiamo considerare sostenibile l’attuale livello di debito solo se cominciamo a crescere al ritmo dell’1 per cento all’anno”, conclude.
Non sembra un obiettivo impossibile da raggiungere, ma l’Italia è ferma da più di un decennio, e negli ultimi anni l’economia è cresciuta in media dello 0,2 per cento annuo. Alla fine di settembre Antonio Borges, direttore europeo dell’FMI, ha definito l’economia italiana “l’esempio più preoccupante” di crescita debole in Europa. In Italia l’economia è sostanzialmente al palo e anche la produttività per ore lavorate è più bassa che in altri paesi.
Secondo Mario Draghi, da poco insediato alla presidenza della Banca Centrale Europea (BCE), la crescita zero riguarda “il paese intero, da nord a sud”. A tratti il discorso di commiato di Draghi da governatore della Banca d’Italia è sembrato meno ottimista di un’autopsia.
Spesso la struttura economica dell’Italia viene lodata per la frammentazione in migliaia di piccole imprese a conduzione familiare. Complessivamente, però, questo aspetto rappresenta un deterrente per la crescita. I farmacisti, i notai e gli avvocati cercano in ogni modo di ostacolare le liberalizzazioni, come se si sentissero parte di una confraternita esclusiva. Inoltre, come sottolinea Draghi, bisogna considerare che “le politiche del governo non incoraggiano lo sviluppo, anzi spesso lo ostacolano”.
Il debito dell’Italia sta già divorando il bilancio primario del paese (la differenza fra le entrate e le spese pubbliche, senza considerare gli interessi da pagare sul debito), che senza quel fardello starebbe meglio di quello della Germania. Il governo sta cercando di racimolare fondi in tutti i modi. L’energia elettrica e l’acqua potabile sono sempre più care, e il ricavato dalle imposte sul reddito e sulle vendite è più alto che in Germania. I comuni saranno particolarmente colpiti dai tagli da 54 miliardi di euro per i prossimi due anni approvati recentemente dal parlamento. Le biblioteche chiuderanno e le bollette aumenteranno.
Il governo ha intenzione di arrivare al pareggio di bilancio entro il 2014, ma non ci riuscirà se gli interessi sul debito continueranno a crescere. La verità è che pagare i debiti non è affatto facile, anche se i membri del governo sembrano convinti del contrario. Giulio Tremonti ha detto più di una volta che basterebbe liquidare il patrimonio dello stato per appianare il debito di 1.900 miliardi di euro. Granparte dell’economia italiana è infatti controllata direttamente o indirettamente dallo stato. Tra gli asset del governo ci sono le poste, le ferrovie, una quota della compagnia aerea di bandiera Alitalia e le aziende per la distribuzione dell’energia elettrica e dell’acqua potabile. Tremonti vorrebbe privatizzarne una parte, ma se lo facesse toglierebbe allo stato introiti sostanziosi. Molte aziende pubbliche – come la compagnia Sace, che assicura gli esportatori italiani – sono altamente redditizie.
In realtà l’Italia farebbe molto meglio a sbarazzarsi di tutto quello che ha danneggiato la sua immagine per anni. A partire dal suo premier. Valutando la credibilità del paese, le agenzie di rating prendono infatti in considerazione anche la stabilità del governo e le qualità di chi lo guida. Sotto questo aspetto l’Italia non è certo messa bene.

Tutta invidia
Andrea Monorchio, ex ragioniere dello stato, se ne sta seduto nel suo ristorante preferito vicino a via Veneto. “Squisita, davvero”, dice assaggiando una sogliola del Mediterraneo. Per 13 anni, tra il 1989 e il 2002, Monorchio è stato l’uomo che durante nove diversi governi ha osservato più da vicino la crescita del debito italiano e i peccati fiscali commessi dal paese. Se c’è una persona che conosce il reale stato di salute dell’economia italiana, è senz’altro questo distinto signore di 72 anni. Monorchio preferirebbe non parlare di “certi politici”, perchè non vuole mettere ulteriormente in difficoltà il governo. Ma su un aspetto vuole fare chiarezza: “Vi siete accorti che il nostro debito pubblico corrisponde all’ammontare complessivo delle tasse non pagate?”.
Secondo Monorchio l’Italia può contare su una particolare forma di ricchezza, che sfugge all’occhio dei manager degli hedge fund della City londinese. “Le famiglie italiane posseggono circa 4.800 miliardi di euro in beni immobiliari, di cui il 7 per cento è legato ad un mutuo”, spiega. “Ogni famiglia è proprietaria di una, due o addirittura tre case. E noi dovremmo fare parte dei Piigs? Il 20 per cento di queste risorse basterebbe a rientrare dei 950 miliardi di debito in eccesso secondo i criteri di Maastricht”.
I dati riportati da Monorchio sono impressionanti, ma il vero problema è trovare un modo di sfruttare queste risorse dal punto di vista fiscale. Se per esempio un numero maggiore di italiani ipotecasse la propria casa per acquistare titoli di stato, l’Italia potrebbe eliminare il problema del pagamento degli interessi. In questo modo il debito pubblico verrebbe riportato all’interno del paese e di conseguenza sottratto ai mercati finanziari globali, e sarebbe molto più facile da controllare. Insieme a Prodi e all’ex presidente della repubblica Carlo Azeglio Ciampi, Monorchio ha fatto parte della triade di economisti che ha portato l’Italia nell’euro. E’ il prototipo dell’alto funzionario italiano, mai coinvolto in uno scandalo e animato da un educato disprezzo per i neofiti della politica italiana (e tedesca). Come molti altri politici e banchieri italiani, è convinto che la cancelliera tedesca Angela Merkel sia tra i responsabili dei problemi dell’Italia. La colpa di “Madame No” è stata quella di esitare troppo a lungo.
“Il nostro bilancio primario è positivo”, spiega, “più di quello della maggior parte degli altri paesi dell’eurozona”. In realtà grazie all’alto livello di tassazione, il tesoro italiano incassa più di quanto spenda, ma solo se dall’equazione si elimina il pagamento degli interessi sul debito. Perfino l’FMI ha lodato questo aspetto dell’economia italiana. Alla fine di settembre, in occasione di una conferenza stampa, Antonio Borges ha dichiarato che “l’Italia ha il saldo primario migliore di tutte le grandi economie europee, compresa la Germania”.
Ma questo è solo un modo di vedere le cose. Il mondo sarebbe senz’altro un posto migliore se le economie nazionali non fossero isolate come il ristorante Tullio, vicino a via Veneto. Inoltre le cose andrebbero sicuramente meglio se a Londra e altrove non vivesse quella che Karl Marx definiva una “genia di bancocrati, finanzieri, rentiers, mediatori, agenti di cambio e lupi di borsa”.
E’ per colpa loro e dei loro istinti che i mercati non sono più disposti a considerare gli aspetti virtuosi dell’economia italiana. “In fin dei conti gli inglesi sono semplicemente gelosi di noi”, assicura Monorchio. Poi fa un cenno impercettibile al cameriere, che corre al tavolo. “Il conto, prego”.

Alexander Smoltczyk, Der Spiegel, Germania
tradotto in italiano su Internazionale n.921 e trascritto da me sul FOL.

Ultima modifica di cityboy : 02-11-11 alle ore 17:04
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