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Tre ragioni per avere paura
Anche se i leader europei riusciranno a salvare l’euro, il mondo resterà in pericolo. I paesi emergenti rallentano e gli Stati Uniti insistono con la loro politica fiscale irresponsabile.
Nei periodi bui è naturale cercare un barlume di speranza. Perciò i mercati finanziari, da tempo scossi dalla crisi dell’euro, hanno cominciato a ipotizzare che i leader eurpoei sono stati finalmente costretti a mettere insieme un “grande piano” per salvare la moneta unica. Gli investitori si sono avventurati fuori dal porto sicuro dei titoli di stato per comprare qualcosa di più rischioso, e il prezzo delle azioni è salito alle stelle. I titoli delle banche francesi sono aumentati addirittura del 20 per cento in due giorni. Ma è probabile che questo barlume di speranza svanisca presto, per tre motivi. In primo luogo, nonostante tutti i titoli di prima pagina sulle riunioni del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale a Washington, dal 23 al 25 settembre, i leader europei sono ancora lontani dall’aver trovato un accordo per salvare l’euro. Al massimo si può dire che ora prevedono un piano per l’inizio di novembre. In secondo luogo, anche se la catastrofe europea sarà evitata, le prospettive dell’economia mondiale restano comunque negative, perchè nei paesi ricchi aumentano le misure d’austerità mentre in quelli emergenti la crescita rallenta, incidendo su quella globale. Terzo, ancora una volta gli statunitensi stanno minacciando di frenare la ripresa con la loro irresponsabile politica di bilancio. Messi insieme, questi elementi indicano che stiamo andando in una direzione molto pericolosa. Buona parte della responsabilità va attribuita ai leader dell’eurozona, che resta nell’immediato l’area più a rischio. I discorsi catastrofici fatti dagli statunitensi e dagli altri leader a Washington hanno almeno prodotto un risultato: ora gli europei ammettono che bisogna fare di più. Finalmente hanno individuato le priorità giuste: costruire un muro di protezione intorno ai paesi a corto di liquidità ma solvibili, sostenere le banche europee ed essere molto più decisi con la Grecia. L’idea è di avere un piano pronto per il vertice del G20 che si terrà a Cannes all’inizio di novembre. Ma novembre è lontano, e gli europei non si sono ancora messi d’accordo su come procedere. La Germania, per esempio, pensa che il problema principale siano gli sprechi e quindi rifiuta di aumentare lo European financial stability fund (Efsf), il fondo di salvataggio europeo. Ma per essere credibile il Fondo deve disporre di molti più soldi. I problemi più urgenti, come la ristrutturazione del debito greco e la costruzione di una barriera protettiva intorno all’Italia, richiedono più coraggio politico. La cancelliera tedesca Angela Merkel, il presidente francese Nicolas Sarkozy e gli altri leader europei devono ancora dimostrare di averlo. Le possibilità che lancino un piano abbastanza coraggioso diminuiranno se i mercati si stabilizzeranno. Meno hanno paura, più è probabile che i deboli leader europei approvino ancora una volta un piano che basterà appena per evitare la catastrofe immediata che aggraverà i problemi. Ormai quasi tutto il mondo sta pagando per questa mancanza di coraggio. Lo conferma una situazione economica sempre più cupa. Alcuni indicatori lasciano intendere che l’eurozona sta scivolando nella recessione: le esportazioni della Germania diminuiscono, la pressione fiscale aumenta, la fiducia cala e i problemi delle banche minacciano una stretta creditizia sempre più grave. Anche se la crisi dell’eurozona si risolvesse domani, probabilmente nei prossimi mesi il pil dell’area calerebbe. Un compromesso sul deficit L’economia statunitense va ancora avanti, anche se il crollo del prezzo delle azioni e della fiducia dei consumatori durante l’estate fa pensare che in futuro la spesa sarà ancora più ridotta. La Federal reserve sta cercando, a malincuore, altre forme di sostegno all’economia. Qualunque cosa faccia la banca centrale americana, nel 2012 gli Stati Uniti dovranno affrontare una riduzione del budget pubblico più dura di qualsiasi altro paese, dato che gli sgravi fiscali provvisori e l’assicurazione sulla disoccupazione scadranno alla fine dell’anno. Tutto questo potrebbe cambiare se il congresso tornasse in sé, approvasse il piano per l’occupazione del presidente Barack Obama e accettasse un accordo per la riduzione del deficit a medio termine entro novembre. Se democratici e repubblicani non riusciranno a trovare un compromesso sul deficit, nel 2013 sarà necessario introdurre tagli drastici alla spesa. Nonostante le accuse rivolte all’Europa, anche gli Stati Uniti rischiano di entrare in recessione a causa della politica fiscale e del fatto che sia ai democratici sia ai repubblicani interessa più la posizione in cui si troveranno alle presidenziali del 2012 che i compromessi necessari per allontanarsi da questa rotta pericolosa. E il cuscinetto dei mercati emergenti? Anche quello si sta assottigliando. La loro crescita rallenta (com’era necessario, perchè alcune economie si stavano surriscaldando). Il deprezzamento delle valute e delle azioni dei paesi emergenti dimostra che il panico finanziario può diffondersi anche alla periferia. Alcune economie, come quella cinese, hanno meno margine per rifare un piano di stimolo come quello del 2008-2009 a causa dei debiti prodotti dall’aumento delle spese. La politica monetaria può essere allentata: diverse banche centrali hanno già ridotto i tassi. Ma, nel complesso, i paesi emergenti non potranno contribuire alla crescita globale come hanno fatto finora. Alcuni di questi problemi sono inevitabili. Molti governi hanno meno possibilità di sostenere le economie deboli rispetto al 2008. Un po’ di prudenza da parte delle banche centrali, inoltre, è comprensibile, dato che si sono avventurate sul terreno di una politica monetaria non convenzionale. I governi, invece, non solo non fanno niente, ma aggravano la situazione. Ossessione collettiva Dopo la crisi scatenata dal fallimento della Lehman Brothers, i leader politici hanno fatto più o meno la cosa giusta. Non hanno ottenuto una rapida ripresa per l’occidente, ma dopo una recessione simile era impossibile riuscirci. Oggi, invece, sembra che prendano continuamente decisioni sbagliate. I loro errori sono di diversa natura, ma due in particolare saltano all’occhio. Uno è l’eccessiva importanza che attribuiscono all’austerità fiscale a breve termine rispetto alla crescita. Per rimediare, bisognerebbe prendere decisioni diverse a seconda dei paesi: la Germania dovrebbe spendere di più, mentre la Gran Bretagna dovrebbe semplicemente risparmiare più lentamente. L’ossessione collettiva per l’austerità a breve termine sta danneggiando tutto il mondo sviluppato. Il secondo problema è quello della sincerità. Troppi politici dei paesi ricchi hanno tenuto all’oscuro i loro elettori sulle reali dimensioni del problema. In Germania, dove il tasso di disoccupazione è inferiore a quello del 2008, le persone pensano che la crisi riguardi solo Grecia e Italia. Invece Angela Merkel deve spiegare chiaramente ai tedeschi che il problema riguarda anche le banche tedesche, e che la Germania deve scegliere tra una soluzione costosa e una rovinosa. Negli Stati Uniti i repubblicani hanno fatto un vergognoso ostruzionismo, mentre Obama ha preferito incoraggiare la lotta di classe invece di rafforzare il controllo fiscale. I leader politici non sembrano all’altezza della situazione. Ed è questo il vero motivo per cui dovremmo avere paura. |
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