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Come salvare l'euro
Riporto questo bell'articolo dell'Economist di una settimana fa, tradotto da Internazionale.
![]() Come salvare l'euro Il futuro dell'Unione Europea e la salute dell'economia mondiale sono a rischio. Per uscire dalla spirale negativa della crisi serve un intervento urgente dei governi europei. Quattro cose da fare subito, secondo l'Economist. La crisi dell’euro è diventata così grave, che anche per parlare di salvataggi non fa che alimentare il panico. Gli investitori hanno capito che i leader europei non sono disposti a fare abbastanza. Ma, se non vogliono far crollare la moneta unica, i politici devono convincere il mondo che il loro desiderio di slavare l’euro è più forte delle speculazioni sul suo fallimento. Perchè non è a rischio solo l’euro, ma il futuro dell’Unione Europea e la salute dell’economia mondiale. Fa riflettere sapere che questioni così gravi dipendono dalle decisioni dei politici europei, che continuano a litigare e a sottovalutare il problema. L’unico modo per fermare questa spirale discendente è un atto di suprema volontà collettiva da parte dei governi, che metta in moto delle misure finanziarie per allontanare la crisi e garantire una base più solida al governo della zona euro. Sarà un’operazione costosa. Nessuno si augura un forte intervento sui mercati finanziari o il trasferimento della sovranità nazionale all’Europa. Nessuno si augura un maggior divario tra i 17 paesi della zona euro e gli altri dieci dell’Unione. Ma le alternative sono molto peggiori. Questa è la dura verità che la cancelliera tedesca Angela Merkel deve spiegare ai suoi concittadini. Per salvare l’euro bisogna fare quattro cose, e in fretta. Primo, chiarire quali stati europei sono a corto di liquidità e quali insolventi, per dare un sostegno illimitato ai primi e ristrutturare il debito di quelli che non potranno mai pagare. Secondo, puntellare le banche europee per garantire che siano in grado di sopportare la bancarotta di uno stato. Terzo, la politica macroeconomica della zona euro deve liberarsi della sua mania: preoccuparsi di tagliare le spese trascurando la crescita. Infine, bisogna impedire che questa situazione disastrosa si crei di nuovo. Quest’ultima parte richiederà molto tempo: implicherà nuovi trattati che dovranno essere approvati dai parlamentari e dagli elettori. Le altre cose devono essere decise rapidamente in modo che i governi dell’unione e la Banca Centrale Europea (BCE) agiscano insieme per mettere fine al circolo vizioso del panico, in cui la debolezza delle finanze pubbliche, la fragilità delle banche e le preoccupazioni per la bassa crescita si alimentano a vicenda. Finora la zona euro ha fatto troppo affidamento su due cose: l’austerità e la pretesa che andava tutto bene. La priorità è stata ridurre drasticamente il deficit di bilancio con aumenti delle tasse e tagli alla spesa. Ma questa enorme contrazione fiscale collettiva è controproducente. Spingere economie già indebolite verso la recessione aumenta solo la preoccupazione, sia per il debito sia per le banche europee. E i tagli al bilancio non eliminano la vera causa del disastro, che è la perdita di credibilità. L’Italia è la Spagna non sono sotto attacco perchè la loro situazione finanziaria è improvvisamente peggiorata, ma perchè gli investitori temono che possano essere costrette al default. Questa perdita di fiducia è dovuta al fatto che i leader europei hanno fatto finta che andasse tutto bene. Hanno continuato a negare che Atene fosse insolvente, temendo che una ristrutturazione del debito greco potesse essere contagiosa. Ma negare l’evidenza è servito solo a far perdere credibilità alle promesse degli altri governi. Un salvataggio credibile dovrebbe partire dalla crescita e, dove è inevitabile, da una seria ristrutturazione del debito. L’Europa deve esprimere un giudizio sincero sulla situazione dei singoli paesi. La Germania, che è inequivocabilmente insolvente, dovrebbe subire una svalutazione contabile dura ma ordinata. Il piano per il salvataggio di Atene concordato al vertice di luglio dovrebbe essere buttato via e riscritto. Ma gli altri membri dell’eurozona devono essere difesi con una formidabile potenza di fuoco finanziaria. Tutte le economie in difficoltà, solventi o insolventi, hanno bisogno di un nuovo programma di riforme strutturali e di liberalizzazioni. Liberalizzare i servizi, le professioni e le imprese, ridurre la burocrazia e ritardare i pensionamenti può creare le condizioni per una nuova crescita, e questo è il modo migliore per ridurre il debito. Come impedire il contagio? Un default greco potrebbe creare problemi a molte banche, non solo greche: la scorsa settiamana i mercati hanno preso di mira gli istituti francesi che hanno titoli di stato dei paesi dell’Europa meridionale. Inoltre, i paesi solventi hanno bisogno di un po’ di respiro per approvare le riforme. Per questo bisogna accordarsi su due tipi di provvedimenti: un piano per sostenere le banche, che può richiedere mesi, e l’impegno ad aiutare i governi solventi, che deve essere immediato. La ricapitalizzazione delle banche europee deve essere basata su analisi appropriate, che questa volta dovrebbero includere un’eventuale bancarotta della Grecia. Alcuni istituti di credito forse potranno raccogliere fondi sui mercati azionari, ma i più vulnerabili avranno bisogno dell’aiuto dei governi. L’ideale sarebbe che l’aiuto venisse dal Fondo europeo di stabilità finanziaria (Fesf). Ma sarebbe anche sensato creare un fondo bancario europeo e un’autorità per lo scioglimento delle banche dell’eurozona. Nel frattempo, la Bce potrebbe aiutare le banche impegnandosi a fornire liquidità illimitata per tutto il tempo necessario a uscire dalla crisi e non solo per sei mesi come fa ora. Un sistema di difesa Niente di tutto questo funzionerà se gli europei non creeranno un sistema di difesa intorno agli stati solventi. Questo significa garantire il debito pubblico della zona euro. Spagna e Italia devono complessivamente 2.500 miliardi di euro. Che succederà se un bel giorno i mercati dubiteranno del Belgio o della Francia? Qualcuno ha proposto un sistema di eurobond grazie al quale il debito di ogni paese sarebbe garantito da tutti gli altri. Ma ci vorrebbe molto tempo per garantire che i paesi più spendaccioni non sprechino i soldi degli altri. La soluzione migliore sarebbe fare appello all’unica istituzione che può contrastare una perdita di fiducia collettiva di queste proporzioni. La BCE deve dichiarare che garantisce il debito pubblico di tutti i paesi solventi e che è pronta a mettere in campo risorse illimitate per scongiurare il panico nei mercati. E’ una mossa coerente con il suo obiettivo di garantire i prezzi e la stabilità finanziaria della zona euro. Se i governi sono solventi e la banca può rivendere i bond sul mercato dopo la crisi, questo non significherà monetizzare il debito pubblico. Nel mondo in recessione di oggi, la BCE potrebbe acquistare titoli per miliardi di euro senza far crescere l’inflazione. Anche così, sarebbe comunque un’enorme responsabilità. I funzionari tedeschi della BCE hanno già cominciato a dimettersi per protesta contro i pochi titoli acquistati finora. Temono non solo che un’istituzione così giovane possa perdere credibilità, ma anche che i responsabili della banca centrale, che sono indipendenti ma non sono scelti dagli elettori, possano essere coinvolti nelle decisioni politiche, soprattutto se dovessero dichiarare insolvente uno stato ed estrometterlo. Questi rischi sono reali, ma è molto più importante impedire che si sfasci tutto. Sarebbe stupido difendere il rigore monetario della BCE anche a costo di far fallire l’Italia e causare una depressione globale. Di fronte a questo piano, molti europei potrebbero lamentarsi dicendo che non erano queste le promesse dell’eruo. E’ vero, ma poco importa. Il problema oggi non è se l’euro è stato venduto male o se è stata una pessima idea fin dall’inizio, ma piuttosto se vale la pena salvarlo. Sarebbe meglio rinunciare? Se decidessimo di ridisegnare l’Europa per salvare l’euro, quali sarebbero i costi politici a lungo termine? Un intervento coraggioso. La verità sulla moneta unica è che entrarci è molto più facile che uscirne. In termini legali, l’euro non ha una clausola di uscita. Se la Grecia se ne andasse ignorando la legge, le sue banche subirebbero un assalto: i correntisti si precipiterebbero a ritirare gli euro prima di ritrovarsi con delle nuove dracme svalutate. Atene dovrebbe imporre un controllo sui capitali. Le aziende che fanno affari sui mercati internazionali rischierebbero di fallire perchè non potrebbero più far fronte ai loro impegni, e la pressione sugli altri paesi in difficoltà aumenterebbe. Ecco perché l’Economist è favorevole a ristrutturare il debito greco lasciando però il paese nell’euro. Se invece fosse un paese forte come la Germania a uscire dall’euro, le conseguenze sarebbero altrettanto terribili. La moneta tedesca salirebbe alle stelle, danneggiando gli esportatori tedeschi. Lo scompiglio tra i superstiti della zona euro manderebbe in tilt i mercati dell’esportazione appena le aziende del nord diventassero meno competitive. Le banche e le imprese tedesche vedrebbero improvvisamente svalutato il loro patrimonio in euro fuori dalla zona della nuova valuta forte. E il gruppo dei sei superstiti potrebbe sfaldarsi sulteriormente, perchè l’Italia o la Spagna non vorrebbero avere niente a che fare con la Grecia. Il mercato unico europeo potrebbe crollare e l’Unione Europea potrebbe cominciare a sgretolarsi. Il costo immediato della moneta unica sarebbe sicuramente di migliaia di miliardi di euro. AL confronto, un salvataggio riuscito sarebbe un affare. Se la BCE interverrà in modo coraggioso e credibile potrebbe cavarsela comprando pochi titoli di stato, perchè a quel punto interverrebbero gli investitori. Insomma, sarebbe imprudente rischiare il collasso della zona euro quando un salvataggio a un prezzo ragionevole è ancora possibile. I contribuenti tedeschi potrebbero accettare l’idea che i costi immediati di questo piano di salvataggio sono minori di quelli di un crollo. Ma non sopporterebbero l’idea di tirare fuori dai guai quegli inetti degli italiani e dei portoghesi. Sapendo che dietro i loro titoli di stato c’è la BCE, inoltre, potrebbero non introdurre le riforme necessarie e smettere di rigare dritto. Questo comporta due rischi. Il primo, più immediato, è che i tedeschi infuriati chiedano di sbattere fuori la Grecia dall’euro, spingendo in una situazione di incertezza gli altri paesi. Il rischio a lungo termine riguarda invece “l’Europa allargata”. I fan dell’integrazione politica dicono che l’unico modo per imporre la disciplina è creare gli Stati Uniti d’Europa. E se fosse un’unione fiscale che controlla l’emissione di eurobond? Oppure un nuovo ruolo di vigilanza per i governi della zona euro o, non sia mai, per l’inutile parlamento europeo? Potrebbe anche esserci la possibilità che chi oggi è dentro dia ordini a chi è fuori. I dieci paesi che hanno mantenuto la loro valuta dovrebbero decidere se aderire all’euro o esere esclusi dal nuovo “nucleo centrale europeo”, che in effetti comincerebbe a imporre le scelte politiche. E, trattandosi di Europa, probabilmente i politici eviterebbero di discutere molte di queste cose con i loro elettori. Questo piano di salvataggio parte da un deficit di democrazia che deve essere sanato, se si vuole che i passi in direzione di una più stretta unione fiscale funzionino. Ma ci deve essere un modo in cui i governi virtuosi possono costringere i meno virtuosi a stare in riga senza bisogno di costruire un nuovo enorme superstato federale. Gli olandesi hanno suggerito di eleggere un commissario con il potere di veto sugli eccessi fiscali dei singoli paesi, e in grado di imporre il suo giudizio per legge. Angela Merkel ha ipotizzato di dare alla corte di giustizia europea il diritto di imporre un comportamento corretto. Sono decisioni importanti e, dato che comportano la modifica dei trattati, devono essere accettate anche degli elettori. Ma sono lontane dalla creazione degli Stati Uniti d’Europa. La crisi spiegata ai tedeschi I paesi che sono fuori dall’euro, in particolare, potrebbero comunque essere preoccupati per tutto questo. E’ comprensibile. Ma l’alternativa è il crollo anche del mercato unico e dell’intero progetto europeo. L’euro è arrivato a un punto in cui nessuno può avere quello che vuole, e questo deve essere spiegato ai tedeschi più che a chiunque altro. Negli ultimi diciotto mesi hanno appoggiato a malincuore un mezzo salvataggio dopo l’altro, e il conto e salito. In fondo, le cose importanti sono la fiducia e la credibilità. Che la BCE garantisca per i paesi meno prudenti può non piacere ai tedeschi. Ma lasciare che l’euro crolli è molto, molto peggio. Lo spieghi chiaramente ai suoi elettori, signora Merkel. |
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Cogito ergo sum
Data registrazione: Mar 2007
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L’Europa deve esprimere un giudizio sincero sulla situazione dei singoli paesi. La Germania, che è inequivocabilmente insolvente, dovrebbe subire una svalutazione contabile dura ma ordinata.
forse è stato tradotto male..dice che la germania è INSOLVENTE...allora Great Britain e USA cosa sono??? mah.......... |
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#4 (permalink) |
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Gamma Ray Burst
Data registrazione: Jul 2003
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I debiti pubblici sono tutti insolventi, la differenza tra usa/gb e la germania è che i primi possono stampare moneta mentre la bce può solo fare la guardia al bidone inflazione per mandato e non può garantire nulla.
E' stata voluta così dalle soubrettes europee, mica dai marziani. |
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#5 (permalink) |
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Member
Data registrazione: Mar 2011
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L'articolo sostanzialmente dice che è meglio cercare di mettere subito una pezza alla situazione piuttosto che rischiare un default colossale. Solo la BCE, avendo il potere di emettere la moneta è in grado di garantire il debito di TUTTI i paesi. Ma questo incontra evidenti difficoltà, qualcuno si è anche dimesso. Perchè i "virtuosi" dovrebbero pagare per i PIIGS? E poi anche se si tamponasse la situazione cosa garantisce che non abbia a ripresentarsi in futuro? Si prenda atto che queste domande sono senza risposta e si riconsideri il senso dell'esistenza dell'euro, e a chi davvero conviene questa convivenza.
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