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Vecchio 23-09-11, 12:42   #1 (permalink)
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L'avatar di San Siro
 
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Due tre cose che so delle imprese italiane

(dove chi legge fino in fondo scopre che dietro lo sfogo personale emerge uno dei problemi irrisolti che danneggiano il nostro paese.)

Quando cominciai a lavorare (facevo lavori di contorno in un'agenzia di un esperto pubblicitario) ero giovane e co.glio.ne.
Due episodi capitatimi allora meritano però di essere raccontati.
Il primo riguarda un tale che una multinazionale di elettronica di consumo aveva assunto per dotarsi di una divisione credibile di prodotti hi-fi.
Avevo sentito in giro che molte persone bramavano un certo prodotto e che quando qualcuno andava negli States chiedevano gliene portasse indietro almeno un paio di esemplari. Parlai della cosa al tizio in questione: “Perché non lo importate?”, gli chiesi.
In un minuto mi dimostrò che si trattava di un prodotto di me.rda senza alcun futuro.
Secondo episodio: questa volta è con il padrun che ho a che fare, un vulcanico inventore che si era fatto da sé. Gli proposi di fare una versione manuale, cioè senza motore, del suo ultimo, clamoroso successo, da vendere nei mercati asiatici. Fece un sorrisetto e neppure mi rispose. Poi uno dei suoi dirigenti mi prese da parte e mi disse: “Guardi che l'ingegnere, anche se non sembra, ha apprezzato tantissimo. Perché vuol dire che qui si lavora.”
Ora, io non volevo lanciare nessun tipo di messaggio (“Pensiamo ai suoi prodotti giorno e notte!”), semplicemente mi era venuta in mente un'idea e gliela dissi.
L'azienda in questione ebbe, per altre ragioni, seri problemi e finì nell'orbita di un gruppo più grande. Oggi vivacchia più o meno bene, ma non ha più lanciato un nuovo prodotto da decenni.

Queste due esperienze, con una grande azienda multinazionale (a proposito, volete sapere qual era il prodotto giudicato senza futuro? Il walkman) e una di stampo padronale, mi insegnarono che l'innovazione in Italia era una chimera.
Da allora mi guardai bene dal rilasciare consigli gratuiti.
Ma non potei fare a meno di osservare la realtà intorno a me, notando uno strano fenomeno: i nuovi prodotti che consideravo sbagliati, fallivano invariabilmente dopo poco tempo; e le nuove idee che mi frullavano per le testa venivano sempre, invariabilmente realizzate con successo, a volte anche dopo parecchi anni.

A dir la verità qualche volta illustravo queste idee a dei non addetti ai lavori e non ho mai incontrato, in anni anni e anni, una sola persona che le accogliesse con favore.
Le obiezioni avanzate erano del genere
se funzionasse, qualcuno lo avrebbe già fatto
chi ti dice che la gente lo vuole?
è tecnicamente irrealizzabile (solo pochi giorni fa, mi hanno proposto una variazione su questo tema: “il concorrente è in grado di farlo, la nuova impresa che pensi tu no”, solo che il concorrente è un parvenu e la nuova impresa raccoglie esperienze più che decennali nel settore)
e la cosa che mi colpiva non era tanto la bocciatura, ma che le argomentazioni utilizzate erano le stesse che sentivo usare dagli addetti ai lavori (solo che questi ultimi le travestivano con più malizia).
Interessante dimostrazione che il marketing è un sistema di (non)pensiero ormai trasversale.
A questo proposito, nel periodo internettiano incontrai un tale che aveva lavorato nei “new media” di un grande gruppo televisivo/editoriale italiano.
Mi raccontò della sua partecipazione a riunioni in cui ragazzini di vent'anni urlavano in faccia ad attempati amministratori delegati frasi del tipo “Siete finiti! La marca è morta!”
Mi chiese se ero d'accordo e risposi di no. Le marche erano vive e vegete e lo sarebbero state ancora di più in futuro.
Lo vidi risollevarsi. Anche lui la pensava allo stesso modo ma evidentemente era costretto a nasconderlo.

Tralascio considerazioni di stampo psicologico (sadomasochismo, ribaltamento dei ruoli – chi è abituato a comandare si fa umiliare... - ecc.) e arrivo brevemente ai giorni nostri.
Per notare che poco o nulla è cambiato.
Contatto la società internettiana di punta che dovrebbe rendere super-efficiente la pubblica amministrazione (così giura CorrierEconomia) e prima mi mandano una mail alla mezzanotte perché vogliono conoscere i dettagli di una mia idea, poi una volta che gliel'ho comunicata si rendono irreperibili.
Ladri? Arroganti? Incapaci?
Probabilmente tutte e tre le cose insieme.
Non ho miglior sorte con la celebrata società di venture capital.
Già al primo contatto ho una pessima impressione. Mi sembrano dilettanti allo sbaraglio. Ma sulle testate nazionali sono presentati come il meglio del meglio, una realtà di punta a livello internazionale.
Anche loro, prima vogliono sentire di cosa di tratta e poi non mi rispondono neanche.
Contatto l'associazione di imprese che dicono di voler resistere, e l'unica impressione che ne ricavo è che vogliono resistere sì, ma alle idee e ai cambiamenti.

Arriviamo al nocciolo della questione. Questo non è (solo) uno sfogo personale.
Lo sarebbe se le idee che ho in mente venissero prima o poi realizzate da qualcun altro (non pretendo di avere il monopolio dell'intelligenza) secondo il principio, in genere corretto, che quando un'idea o un'innovazione è nell'aria, prima o poi qualcuno la realizza.
Il punto è che alcune delle idee che ho in mente non riguardano piccole start up, ma imprese che a regime fatturano dal miliardo di euro in su.
Perché non vengono realizzate?
E qui veniamo al punto dolente.
In Italia c'è carenza di figure carismatiche, di veri dirigenti d'azienda, di veri imprenditori.
Alla base, secondo me, c'è un problema culturale.
Manca cioè la cultura nel senso classico del termine.
Questi poveracci che giocano a fare i venture capitalist adottano il modello americano come dei pappagalli (vedi l'intervista a uno di questi, dove mette sull'avviso i fondatori di start up che dovranno rinunciare per anni ai rapporti con mogli, figli, fidanzate, amici) ma non hanno gli strumenti intellettivi, umani e culturali per adattare le nuove tecnologie alla realtà italiana.
E' lì che c'è l'oro. E' a partire da che cosa è realmente l'Italia che si possono mettere in piedi aziende di alto livello, imprese che fattureranno miliardi, non le start up di quattro sciamannati.
San Siro non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 23-09-11, 13:00   #2 (permalink)
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Originalmente inviato da San Siro Visualizza messaggio

..... ma non hanno gli strumenti intellettivi, umani e culturali per adattare le nuove tecnologie alla realtà italiana.
E' lì che c'è l'oro. E' a partire da che cosa è realmente l'Italia che si possono mettere in piedi aziende di alto livello, imprese che fattureranno miliardi, non le start up di quattro sciamannati.

Sono perfettamente d'accordo con te. E potrei rimpinguare il tuo racconto con mille altri esempi conosciuti o vissuti.

La prima risposta che viene spontanea è di realizzare personalmente quelle idee cui accenni, con tutto l'oceano di difficoltà che ne conseguono. Spesso insormontabili e talvolta meno del previsto.

Penso peraltro che il venture capital fatto bene, quindi composto da uno staff che abbia tutte le competenze - manageriali tecniche finanziarie - per sviluppare al meglio iniziative in partnership, sia il mestiere più affascinante e produttivo del mondo.

Parliamone. Magari non in un pubblico forum telematico.

Ciao
microalfa non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 23-09-11, 13:32   #3 (permalink)
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Originalmente inviato da microalfa Visualizza messaggio
Sono perfettamente d'accordo con te. E potrei rimpinguare il tuo racconto con mille altri esempi conosciuti o vissuti.

La prima risposta che viene spontanea è di realizzare personalmente quelle idee cui accenni, con tutto l'oceano di difficoltà che ne conseguono. Spesso insormontabili e talvolta meno del previsto.

Penso peraltro che il venture capital fatto bene, quindi composto da uno staff che abbia tutte le competenze - manageriali tecniche finanziarie - per sviluppare al meglio iniziative in partnership, sia il mestiere più affascinante e produttivo del mondo.

Parliamone. Magari non in un pubblico forum telematico.

Ciao
Più che volentieri.

Adesso starò via per 8-10 giorni, ti contatterò al mio ritorno.

A risentirci.
San Siro non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 23-09-11, 15:09   #4 (permalink)
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l'immobilità di molte aziende italiane è un dato tangibile..

cmq sono curioso anche io della cosa..
-Duca- non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 23-09-11, 15:35   #5 (permalink)
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L'avatar di bobmallo
 
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Invia un messaggio via MSN a bobmallo
curiosità: quale sarebbe l'azienda tanto incensata da corriereconomia?

comunque quoto anche le virgole e i puntini sulle i.
bobmallo non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 23-09-11, 16:16   #6 (permalink)
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In linea generale l'iniziativa personale riguardante qualcosa di sconosciuto e/o potenzialmente innovativo è scoraggiata. Non che l'attitudine opposta sia sempre fruttuosa, però esagerare con il conservatorismo non porta da nessuna parte...
fdg86 non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 23-09-11, 16:24   #7 (permalink)
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ma voi da due o tre storielle che vi sono giunte all'orecchio traete il quadro della situazione dell'imprenditoria di un paese?

come sempre queste critiche giungono da chi non ha mai fatto impresa ed innovazione
romanico non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 23-09-11, 16:35   #8 (permalink)
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Quando cominciai a lavorare (facevo lavori di contorno in un'agenzia di un esperto pubblicitario) ero giovane e co.glio.ne.
Due episodi capitatimi allora meritano però di essere raccontati.
Il primo riguarda un tale che una multinazionale di elettronica di consumo aveva assunto per dotarsi di una divisione credibile di prodotti hi-fi.
Avevo sentito in giro che molte persone bramavano un certo prodotto e che quando qualcuno andava negli States chiedevano gliene portasse indietro almeno un paio di esemplari. Parlai della cosa al tizio in questione: “Perché non lo importate?”, gli chiesi.
In un minuto mi dimostrò che si trattava di un prodotto di me.rda senza alcun futuro.
Secondo episodio: questa volta è con il padrun che ho a che fare, un vulcanico inventore che si era fatto da sé. Gli proposi di fare una versione manuale, cioè senza motore, del suo ultimo, clamoroso successo, da vendere nei mercati asiatici. Fece un sorrisetto e neppure mi rispose. Poi uno dei suoi dirigenti mi prese da parte e mi disse: “Guardi che l'ingegnere, anche se non sembra, ha apprezzato tantissimo. Perché vuol dire che qui si lavora.”
Ora, io non volevo lanciare nessun tipo di messaggio (“Pensiamo ai suoi prodotti giorno e notte!”), semplicemente mi era venuta in mente un'idea e gliela dissi.
L'azienda in questione ebbe, per altre ragioni, seri problemi e finì nell'orbita di un gruppo più grande. Oggi vivacchia più o meno bene, ma non ha più lanciato un nuovo prodotto da decenni.

Queste due esperienze, con una grande azienda multinazionale (a proposito, volete sapere qual era il prodotto giudicato senza futuro? Il walkman) e una di stampo padronale, mi insegnarono che l'innovazione in Italia era una chimera.
Da allora mi guardai bene dal rilasciare consigli gratuiti.
Ma non potei fare a meno di osservare la realtà intorno a me, notando uno strano fenomeno: i nuovi prodotti che consideravo sbagliati, fallivano invariabilmente dopo poco tempo; e le nuove idee che mi frullavano per le testa venivano sempre, invariabilmente realizzate con successo, a volte anche dopo parecchi anni.

A dir la verità qualche volta illustravo queste idee a dei non addetti ai lavori e non ho mai incontrato, in anni anni e anni, una sola persona che le accogliesse con favore.
Le obiezioni avanzate erano del genere
se funzionasse, qualcuno lo avrebbe già fatto
chi ti dice che la gente lo vuole?
è tecnicamente irrealizzabile (solo pochi giorni fa, mi hanno proposto una variazione su questo tema: “il concorrente è in grado di farlo, la nuova impresa che pensi tu no”, solo che il concorrente è un parvenu e la nuova impresa raccoglie esperienze più che decennali nel settore)
e la cosa che mi colpiva non era tanto la bocciatura, ma che le argomentazioni utilizzate erano le stesse che sentivo usare dagli addetti ai lavori (solo che questi ultimi le travestivano con più malizia).
Interessante dimostrazione che il marketing è un sistema di (non)pensiero ormai trasversale.
A questo proposito, nel periodo internettiano incontrai un tale che aveva lavorato nei “new media” di un grande gruppo televisivo/editoriale italiano.
Mi raccontò della sua partecipazione a riunioni in cui ragazzini di vent'anni urlavano in faccia ad attempati amministratori delegati frasi del tipo “Siete finiti! La marca è morta!”
Mi chiese se ero d'accordo e risposi di no. Le marche erano vive e vegete e lo sarebbero state ancora di più in futuro.
Lo vidi risollevarsi. Anche lui la pensava allo stesso modo ma evidentemente era costretto a nasconderlo.

Tralascio considerazioni di stampo psicologico (sadomasochismo, ribaltamento dei ruoli – chi è abituato a comandare si fa umiliare... - ecc.) e arrivo brevemente ai giorni nostri.
Per notare che poco o nulla è cambiato.
Contatto la società internettiana di punta che dovrebbe rendere super-efficiente la pubblica amministrazione (così giura CorrierEconomia) e prima mi mandano una mail alla mezzanotte perché vogliono conoscere i dettagli di una mia idea, poi una volta che gliel'ho comunicata si rendono irreperibili.
Ladri? Arroganti? Incapaci?
Probabilmente tutte e tre le cose insieme.
Non ho miglior sorte con la celebrata società di venture capital.
Già al primo contatto ho una pessima impressione. Mi sembrano dilettanti allo sbaraglio. Ma sulle testate nazionali sono presentati come il meglio del meglio, una realtà di punta a livello internazionale.
Anche loro, prima vogliono sentire di cosa di tratta e poi non mi rispondono neanche.
Contatto l'associazione di imprese che dicono di voler resistere, e l'unica impressione che ne ricavo è che vogliono resistere sì, ma alle idee e ai cambiamenti.

Arriviamo al nocciolo della questione. Questo non è (solo) uno sfogo personale.
Lo sarebbe se le idee che ho in mente venissero prima o poi realizzate da qualcun altro (non pretendo di avere il monopolio dell'intelligenza) secondo il principio, in genere corretto, che quando un'idea o un'innovazione è nell'aria, prima o poi qualcuno la realizza.
Il punto è che alcune delle idee che ho in mente non riguardano piccole start up, ma imprese che a regime fatturano dal miliardo di euro in su.
Perché non vengono realizzate?
E qui veniamo al punto dolente.
In Italia c'è carenza di figure carismatiche, di veri dirigenti d'azienda, di veri imprenditori.
Alla base, secondo me, c'è un problema culturale.
Manca cioè la cultura nel senso classico del termine.
Questi poveracci che giocano a fare i venture capitalist adottano il modello americano come dei pappagalli (vedi l'intervista a uno di questi, dove mette sull'avviso i fondatori di start up che dovranno rinunciare per anni ai rapporti con mogli, figli, fidanzate, amici) ma non hanno gli strumenti intellettivi, umani e culturali per adattare le nuove tecnologie alla realtà italiana.
E' lì che c'è l'oro. E' a partire da che cosa è realmente l'Italia che si possono mettere in piedi aziende di alto livello, imprese che fattureranno miliardi, non le start up di quattro sciamannati.
per quanto riguarda lo specifico caso, visto che rappresenta una parte, importante del mio lavoro, ti consiglierei di procedere ad un esame del tuo modo di presentazione delle idee innovative e di non partire dal presupposto che sia il tuo interlocutore incapace di comprendere la potenzialita' dell'innovazione

non c'e' nulla di piu' difficile che il far comprendere correttamente le potenzialita' di cose nuove, perche' ci si scontra, in italia come all'estero, con la mentalita' conservatrice ed emulatrice dell'interlocutore

probabilmente il tuo modo di esporre le potenzialita' dell'opera non e' sufficiente a far comprendere la valenza del progetto
romanico non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 23-09-11, 16:41   #9 (permalink)
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Quando cominciai a lavorare (facevo lavori di contorno in un'agenzia di un esperto pubblicitario) ero giovane e co.glio.ne.
Due episodi capitatimi allora meritano però di essere raccontati.
Il primo riguarda un tale che una multinazionale di elettronica di consumo aveva assunto per dotarsi di una divisione credibile di prodotti hi-fi.
Avevo sentito in giro che molte persone bramavano un certo prodotto e che quando qualcuno andava negli States chiedevano gliene portasse indietro almeno un paio di esemplari. Parlai della cosa al tizio in questione: “Perché non lo importate?”, gli chiesi.
In un minuto mi dimostrò che si trattava di un prodotto di me.rda senza alcun futuro.
Secondo episodio: questa volta è con il padrun che ho a che fare, un vulcanico inventore che si era fatto da sé. Gli proposi di fare una versione manuale, cioè senza motore, del suo ultimo, clamoroso successo, da vendere nei mercati asiatici. Fece un sorrisetto e neppure mi rispose. Poi uno dei suoi dirigenti mi prese da parte e mi disse: “Guardi che l'ingegnere, anche se non sembra, ha apprezzato tantissimo. Perché vuol dire che qui si lavora.”
Ora, io non volevo lanciare nessun tipo di messaggio (“Pensiamo ai suoi prodotti giorno e notte!”), semplicemente mi era venuta in mente un'idea e gliela dissi.
L'azienda in questione ebbe, per altre ragioni, seri problemi e finì nell'orbita di un gruppo più grande. Oggi vivacchia più o meno bene, ma non ha più lanciato un nuovo prodotto da decenni.

Queste due esperienze, con una grande azienda multinazionale (a proposito, volete sapere qual era il prodotto giudicato senza futuro? Il walkman) e una di stampo padronale, mi insegnarono che l'innovazione in Italia era una chimera.
Da allora mi guardai bene dal rilasciare consigli gratuiti.
Ma non potei fare a meno di osservare la realtà intorno a me, notando uno strano fenomeno: i nuovi prodotti che consideravo sbagliati, fallivano invariabilmente dopo poco tempo; e le nuove idee che mi frullavano per le testa venivano sempre, invariabilmente realizzate con successo, a volte anche dopo parecchi anni.

A dir la verità qualche volta illustravo queste idee a dei non addetti ai lavori e non ho mai incontrato, in anni anni e anni, una sola persona che le accogliesse con favore.
Le obiezioni avanzate erano del genere
se funzionasse, qualcuno lo avrebbe già fatto
chi ti dice che la gente lo vuole?
è tecnicamente irrealizzabile (solo pochi giorni fa, mi hanno proposto una variazione su questo tema: “il concorrente è in grado di farlo, la nuova impresa che pensi tu no”, solo che il concorrente è un parvenu e la nuova impresa raccoglie esperienze più che decennali nel settore)
e la cosa che mi colpiva non era tanto la bocciatura, ma che le argomentazioni utilizzate erano le stesse che sentivo usare dagli addetti ai lavori (solo che questi ultimi le travestivano con più malizia).
Interessante dimostrazione che il marketing è un sistema di (non)pensiero ormai trasversale.
A questo proposito, nel periodo internettiano incontrai un tale che aveva lavorato nei “new media” di un grande gruppo televisivo/editoriale italiano.
Mi raccontò della sua partecipazione a riunioni in cui ragazzini di vent'anni urlavano in faccia ad attempati amministratori delegati frasi del tipo “Siete finiti! La marca è morta!”
Mi chiese se ero d'accordo e risposi di no. Le marche erano vive e vegete e lo sarebbero state ancora di più in futuro.
Lo vidi risollevarsi. Anche lui la pensava allo stesso modo ma evidentemente era costretto a nasconderlo.

Tralascio considerazioni di stampo psicologico (sadomasochismo, ribaltamento dei ruoli – chi è abituato a comandare si fa umiliare... - ecc.) e arrivo brevemente ai giorni nostri.
Per notare che poco o nulla è cambiato.
Contatto la società internettiana di punta che dovrebbe rendere super-efficiente la pubblica amministrazione (così giura CorrierEconomia) e prima mi mandano una mail alla mezzanotte perché vogliono conoscere i dettagli di una mia idea, poi una volta che gliel'ho comunicata si rendono irreperibili.
Ladri? Arroganti? Incapaci?
Probabilmente tutte e tre le cose insieme.
Non ho miglior sorte con la celebrata società di venture capital.
Già al primo contatto ho una pessima impressione. Mi sembrano dilettanti allo sbaraglio. Ma sulle testate nazionali sono presentati come il meglio del meglio, una realtà di punta a livello internazionale.
Anche loro, prima vogliono sentire di cosa di tratta e poi non mi rispondono neanche.
Contatto l'associazione di imprese che dicono di voler resistere, e l'unica impressione che ne ricavo è che vogliono resistere sì, ma alle idee e ai cambiamenti.

Arriviamo al nocciolo della questione. Questo non è (solo) uno sfogo personale.
Lo sarebbe se le idee che ho in mente venissero prima o poi realizzate da qualcun altro (non pretendo di avere il monopolio dell'intelligenza) secondo il principio, in genere corretto, che quando un'idea o un'innovazione è nell'aria, prima o poi qualcuno la realizza.
Il punto è che alcune delle idee che ho in mente non riguardano piccole start up, ma imprese che a regime fatturano dal miliardo di euro in su.
Perché non vengono realizzate?
E qui veniamo al punto dolente.
In Italia c'è carenza di figure carismatiche, di veri dirigenti d'azienda, di veri imprenditori.
Alla base, secondo me, c'è un problema culturale.
Manca cioè la cultura nel senso classico del termine.
Questi poveracci che giocano a fare i venture capitalist adottano il modello americano come dei pappagalli (vedi l'intervista a uno di questi, dove mette sull'avviso i fondatori di start up che dovranno rinunciare per anni ai rapporti con mogli, figli, fidanzate, amici) ma non hanno gli strumenti intellettivi, umani e culturali per adattare le nuove tecnologie alla realtà italiana.
E' lì che c'è l'oro. E' a partire da che cosa è realmente l'Italia che si possono mettere in piedi aziende di alto livello, imprese che fattureranno miliardi, non le start up di quattro sciamannati.
Scusa sansiro, una domanda che forse non ti sei mai fatto: ma perche queste idee non te le realizzi tu?

Hai idee per societa che fatturano miliardi di euro? perche non te le apri tu?

Quando hai pensato di importare i walkman, perche non ti sei aperto una piccola societa di import-export (non sono richiesti milioni di euro per farsela) e non li hai importati tu in italia?

Con questo non voglio difendere la realta italiana (che e penosa). Ma crogiolarsi sul fatto che gli altri non sfruttano le tue geniali idee, quando poi sei tu il primo a non sfruttarle cosa ti fa pensare?

Le mie sono domande, prova a risponderti.
ellegus non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 23-09-11, 21:20   #10 (permalink)
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Originalmente inviato da bobmallo Visualizza messaggio
curiosità: quale sarebbe l'azienda tanto incensata da corriereconomia?

comunque quoto anche le virgole e i puntini sulle i.

Non ricordo il nome, non ci spesi molto tempo. Ma alla fin fine era un'aziendina. Infatti dovetti mandare la mail all'A.D., che mi rispose verso la mezzanotte...
San Siro non  è collegato   Rispondi citando
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