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Data registrazione: Nov 2010
Messaggi: 582
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I mille ostacoli alla ripresa dell'italia
Crescita troppo lenta, debito pubblico altissimo e, soprattutto, una burocrazia opprimente, che fa scappare le aziende straniere e alimenta l'economia sommersa.
![]() Un dipendente della Omap di Firenze. Il titolare dell'azienda dichiara di aver abbandonato l'espansione del suo business, per la troppa burocrazia e tasse elevate. Sei anni fa il colosso svedese dell'arredamento Ikea aveva progettato un megastore da 60 milioni di euro a Vecchiano, vicino Pisa. I sostenitori del progetto dicevano che l'enorme edificio, le nuove strade e la marea di clienti avrebbero portato molti posti di lavoro in questo angolo di Toscana, che ne ha un disperato bisogno, Ma poco dopo, come spesso succede in Italia dove la burocrazia e la politica possono facilmente soffocare l'economia, le cose si sono complicate. Ogni richiesta di autorizzazione presentata da Ikea sembrava richiederne un'altra. Stesso discorso per gli studi sull'impatto ambientale. A maggio del 2011, mentre il sindaco di Vecchiano non aveva ancora deciso se concedere il permesso di costruzione, Ikea ha fatto sapere che avrebbe abbandonato il progetto. Ora che vacilla sull'orlo della crisi del debito, l'Italia non può permettersi altri fallimenti del genere. In caso contrario avrebbe poche speranze di liberarsi dell'impressionante debito che minaccia il suo futuro e quello dell'unione monetaria europea. Secondo gli economisti, l'Italia non deve soltanto favorire gli investimenti di grandi aziende come Ikea, ma anche rimuovere gli ostacoli che soffocano migliaia di aziende di piccole e medie dimensioni che rappresentano la spina dorsale dell'economia nazionale. Mauro Pelatti, proprietario della Omap, un'azienda che produce parti di macchine per la lavorazione dell'acciaio come quelle utilizzate per la fabbricazione della Vespa, dice di aver rinunciato a espandere la sua attività da Pisa a Firenze: "La burocrazia è così pesante, e le tasse sono così alte, che è praticamente impossibile". La crescita italiana è bassissima dalla fine degli anni novanta, quando la produttività è stata superata da quella dei concorrenti asiatici. Poi è arrivata la crisi finanziaria globale del 2007, che ha fatto crollare l'economia italiana di oltre il 6 per cento. Adesso la crescita si è ripresa, ma il Fondo Monetario Internazionale prevede altri dieci anni di stagnazione, con un aumento del pil di solo l'1,4 per cento all'anno. Tra gli ostacoli c'è l'altissimo debito pubblico, secondo solo a quello della Grecia tra i paesi dell'eurozona. Anche se per diversi anni il paese ha avuto un avanzo d bilancio esclusi gli interessi sul debito, e di recente il governo ha messo in piedi una manovra da 48 miliardi per raggiungere il pareggio, oggi lo stato italiano spende il 16 per cento del bilancio per pagare gli interessi. Una somma che aumenterà ulteriormente se gli investitori e i creditori continueranno a temere che l'Italia non sarà in grado di uscire dalla crisi. Attualmente il debito italiano in mano a investitori esteri - circa 800 miliardi di euro - è più alto di quello di Grecia, Irlanda, Portogallo messi insieme. Se l'Italia dovesse cadere, le scosse d'assestamento sarebbero più violente di tutte quelle che la zona euro ha sentito finora. Tra Padova e Pechino La lista dei freni alla crescita del paese è scoraggiante. Tanto per cominciare la classe politica, dal premier Silvio Berlusconi ai sindaci dei comuni, sono presi da vicende politiche che li distraggono dalla situazione economica. Per di più, la produttività è ferma da una decina d'anni. E le imposte sul reddito delle aziende si aggirano intorno al 31 per cento, senza contare le imposte locali. L'economia italiana è anche caratterizzata dalla presenza di un mercato sommerso che costituisce il 20 per cento della ricchezza nazionale, e che esiste in parte a causa delle disfunzioni del mercato legale. L'evasione fiscale sottrae al fisco circa cento miliardi di euro di entrate ogni anno. Pochi credono che il governo possa risolvere alcuni dei problemi principali del paese, come il peso della mafia e l'economia sommersa, ma secondo molti esperti i leader italiani avrebbero mezzi sufficienti per favorire la crescita economica. Un primo passo potrebbe essere la semplificazione di quella burocrazia che fa scappare le imprese straniere e blocca lo sviluppo di migliaia di imprese più piccole. "Solo per avviare un'impresa, di solito devi trattare con dieci o venti autorità diverse", dice Giampaolo Galli, direttore generale di Confindustria. "A quel punto cerchi l'aiuto del governo, ma non lo trovi mai". Ikea si è scontrata con questa realtà quando ha cercato di costruire uno dei suoi megastore nel comune di Vecchiano, in un grande spazio vuoto dove adesso danzano i girasoli. L'azienda svedese ha già venti negozi in tutta Italia, ma Vecchiano ha dimostrato di essere una vicenda particolare. Negli altri casi, da quando ha richiesto un permesso di costruzione a quando ha aperto le porte del centro commerciale, sono passati in media cinque anni. A Vecchiano ne sono già passati sei, nel corso dei quali l'ex sindaco ha continuato a chiedere studi e incontri in municipio. Molti cittadino non volevano un grande magazzino in mezzo alla campagna, e soprattutto il traffico che ne sarebbe derivato. Ma molti altri, dice Anna Pullace, proprietaria della libreria del paese, lo volevano. In una regione colpita da un alto tasso di disoccupazione, Ikea avrebbe portato 350 nuovi posti di lavoro e contribuito a stimolare l'economia dell'area. Sei anni sono stati troppi per Ikea. "Non siamo una ong", dice Valerio di Bussolo, uno dei portavoce dell'azienda in Italia. "Abbiamo bisogno di certezze sui nostri investimenti". Il giorno in cui Ikea ha annunciato di volersi tirare indietro, il presidente della regione Toscana, Enrico Rossi, si è precipitato a offrire il suo aiuto. Ora le città di Pisa e Livorno stanno corteggiando il colosso dell'arredamento, mentre il nuovo sindaco di Vecchiano spera che l'azienda ci ripensi. Ma l'impresa svedese dice che è troppo tardi e che sta considerando l'idea di costruire in una delle città vicine. A due ore di treno a nordest di Pisa c'è Padova, uno dei maggiori centri industriali d'Italia. Anche lì centinaia di piccole imprese a conduzione familiare, che di solito impiegano cinque o sei persone, devono affrontare problemi simili. Mario Carraro è uno dei pochi industriali di Padova che sono riusciti a rompere gli schemi. Anni fa, per affrontare le sfide della globalizzazione, si è concentrato sul miglioramento della tecnologia e della produttività del suo stabilimento, che fornisce trasmissioni per trattori ad aziende come John Deere e Caterpillar. Adesso la sua azienda è quotata in borsa e impiega duemila persone in Italia e altre duemila in Cina e India. L'Italia avrebbe bisogno di un maggior numero di imprese di questo tipo. Ma quando Carraro si guarda intorno, non vede nessuna ripresa. "Un tempo guardavamo queste aziende e dicevamo: piccolo è bello. Ma ora molte stanno morendo". Liz Alderman, The New York Times |
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Data registrazione: Dec 2008
Messaggi: 777
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C'e' di buono su quello che riporti ma una costante si ripete in ogni 3D che esprime questi concetti.
Intanto andrei a distinguere tra aziende che producono e che commercializzano. La continua apertura di baracconi stile Ikea cominciano ad essere superfluE in quanto la gente non ha soldi da spendere. Attenzione soldi da spendere significa che puoi vendere anche l'ossigeno per respirare ma se ti mancano gli eurozzi pensi solo a mangiare. Non sono d'accordo neanche sulle agevolazioni che vengono concesse ai baracconi. Non vedi un commesso neanche a pagarlo e quando c'e' devi prendere il numero per poterci parlare, pertanto numero dei posti di lavoro estremamente esiguo sopratutto in rapporto alle metrature quadrate che utilizzano. Se poi calcoli quanti negozi chiudono a seguito di queste continue aperture e quante persone stanno a casa la cosa si rende ancora piu' insopportabile. Considera che un negozio anche di soli 100 metri quadrati, indipendentemente dalla categoria merceologica da lavoro a: -Titolare/i, uno o 2 commessi, un commercialista che segue la contabilita' piu' personale interno e in altri casi anche 1 magazziniere. Quindi in pochi metri quadrati 5 persone che percepiscono denari da spendere. (specialemente in Italia ) Pagano le tasse,versano iva e contributi. (.. e qualcosa evadono.. ) Concluderei, per la parte commerciale, dicendo che oramai gli spazi per i baracconi sono stati concessi e credono siano sufficenti. Diverso il discorso per il lato produttivo. Qui veramente lo stato deve inventarsi qualcosa da bacchetta magica. Ma questo e' anche il problema di una classe politica/lobby che fa finta di non sentire,non vedere e parlare solo per dire castronerie. In tutto questo mettici questa "NOSTRA GRANDE EUROPA" che fa da cassa di risonanza ai problemi di ogni stato..... la ripartenza e l'ottimismo degli europei puo' ripartire solo quando da Bruxelles parta un progetto comune per scoraggiare o non incentivare tutte quelle aziende che portano le produzioni all'estero o addirittura ci trasferiscono anche i loro baracconi. P.s Sorvolo poi sulla qualita' dei materiali....il sign. Rossi non puo' sapere se la cameretta della ditta X e' migliore di quella della ditta Y. Ma la prima costando meno, perche' venduta nel baraccone, "sembra" anche sia ANCHE la migliore
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Data registrazione: Jan 2002
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Se permetti, Seisul, trovo il tuo discorso tremendamente fazioso in risposta all’articolo postato.
Credo che non sia stato fatto in negazione dell’oppressione e lungaggine riguardanti la burocrazia nostrana. In secondo luogo quel distinguo fra aziende baraccone e produttiva ha un sapore ancor più offensivo e ancor più miope su versante occupazionale. Per non parlare dell’ipotetico sig. Rossi che bisogna prenderlo per mano per illustrargli le caratteristiche dell’azienda X e dell’azienda Y. Il povero minorato, sicuramente, non deve avere come faro il costo del prodotto da acquistare ma tutte quelle dinamiche che permettono il suo utilizzo. |
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