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Data registrazione: Mar 2008
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Trade and Poverty di Jeffrey G. Williamson
Riporto qui di seguito una recensione del libro qui indicato (l'autore non va confuso con John Williamson) davvero interessante e ben fatta.
Avevo già letto diversi suoi articoli su questo stesso argomento, ma questo libro merita perché le sue tesi sono finalmente rese in una forma ampia e completa. L'autore cerca di spiegare come mai la prima globalizzazione abbia ampliato la diseguaglianza fra paesi, un fenomeno che - a saperlo leggere e grazie anche a contributi come questo - caratterizza pure questa seconda globalizzazione. Molto interessante il memento finale del bravissimo recensore e la sua indicazione di lettura (unico neo, Mark Davis non è uno specialista della materia e i suoi metodi di indagine sono propriamente ideali, ma in mancanza di meglio resta un libro importante. Sulla distruzione delle economie agricole asiatiche vi sono dei capitoli molto ben fatti nel monumentale saggio di Myrdal.) This book is a concise summary of a large volume of scholarly work by the foremost scholar of 19th century globalization, Jeffrey Williamson. Williamson's major question is whether or not the pattern of 19th century globalization contributed to the enormous divergence between rich, industrialized nations and the "poor periphery" of the 3rd world. Williamson's conclusion is that it did and he identifies 3 19th century mechanisms contributing to this divergence. The first was de-industrialization. In a nice example of Ricardian comparative advantage in trade, European industrialization resulted in declining costs of manufactures and enormously increased demand for primary products. Coupled with markedly declining transport costs, this encouraged metropolitan specialization in manufacture and peripheral specialization in primary products (grain, mining output, etc.), with a large net loss of proto-industrial manufacturing in the periphery. This pattern also increased inequality in the periphery, eroding or precluding the development of institutions that would favor industrial growth through the empowerment of local elites or colonial overlords who focused on rent-seeking as opposed to industrial or proto-industrial development. Finally, the pattern of industrial core - peripheral primary producer enhanced peripheral susceptibility to volatile commodity price fluctuations which modern experience has shown to inhibit long-term growth. Williamson is careful to specify that the huge expansion of trade in the 19th century globalization did increase economic growth everywhere, as predicted by classic Ricardian theory, but that there were qualitatively different consequences of this growth in the primary producer periphery and the industrial core with the trade boom of globalization markedly reducing the peripheral potential for industrialization and long-term robust growth. This is a short but reasonably dense book. Williamson is summarizing a great deal of prior research which relied on a variety of econometric analyses. He is a solid writer. Some technical terminology is used but its not hard to master. Williamson also presents and relies on a couple of relatively simple but not necessarily intuitive economic models for some of his analysis. These require a bit of effort to understand but are not terribly difficult either. A great deal of the analysis is presented in charts and table which enhance understanding but this is not the usual historical monograph. Considering the volume of information presented, its hard to fault Williamson for not doing more, but some historical contextualization would have been illuminating. The processes he describes were not inevitable and often the result of deliberate and aggressive imperialism and should be placed against the background of successful 18th century mercantilism. I think Williamson may have missed some opportunities to expand the analysis. For example, his arguments about the mechanisms of globalization induced peripheral growth impairment would be strengthened by the existence of an exception that proves the rule. There is such a exception; the 19th century USA. The USA pursued aggressive tariff protection, had stable and relatively powerful governments that invested in education and physical infrastructure, and as David Hounshell has shown, an effective albeit inadvertant Federal industrial R&D policy. The USA had the advantage of being a relatively rich country at the beginning of the 19th century but a relatively favorable starting point doesn't always help as shown by the 20th century experience of Argentina or contemporary Russia. The increasing concentration on primary production in the periphery with the strong tendency to specialize in a few primary products also had other serious consequences such as the desctruction of somewhat diversified peasant agriculture in parts of Asia with increasing risk of famine. For the latter, see Mike Davis' very interesting Late Victorian Holocausts. |
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#5 (permalink) | |
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Data registrazione: Mar 2008
Messaggi: 5,444
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Fra paesi. O fra paesi pesati per popolazione. Nel secondo caso emerge una certa convergenza. Anche se i risultati sono diversi se i redditi sono calcolati per il tasso di cambio attuale o per dollari PPP. Se però prendiamo in considerazione la disuguaglianza all'interno dei paesi e costruiamo una misurazione della disuguaglianza del paese-mondo, cioè di tutte le persone indipendentemente dal loro appartenere a un paese o a un altro, il risultato non va verso la convergenza. Almeno questo risulta da un lavoro di Milanovic che prendeva in considerazione il periodo 1993-98, unico lavoro basato non sui redditi ma sui dati dei consumi. Poi Milanovic ha sviluppato la sua ricerca in altri articoli (in uno di questi stroncava in modo abbastanza convincente il noto articolo di Sala-i-Martin su questo tema) e in un libro uscito di recente, che però non ho ancora preso in mano. In sostanza, sulle disuguaglianze si può prendere il dato che fa più comodo, ma quello che rispecchia davvero il concetto è quello che ha cercato di stimare Milanovic. |
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#6 (permalink) | |
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Data registrazione: Oct 2008
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![]() A me pare abbastanza chiaro che negli ultimi 10-20 anni il pil pro capite sia salito in molti paesi in via di sviluppo più che nei paesi avanzati. Così come mi pare chiaro che moltissimi abitanti di questi paesi abbiano avvicinato il loro tenore di vita a quello dei paesi occidentali. Poi, per carità, ci sono di sicuro paesi rimasti al palo e persone rimaste al palo anche nei paesi che hanno partecipato al giochetto. Ci sono dei paesi poveri che ora sono meno poveri, che si sono effettivamente avvicinati all'occidente. Se poi in Africa rimangono al palo e si moltiplicano in proporzioni fuori da ogni logica parliamo di un altro problema, che in realtà nulla ha a che vedere con i benefici che la globalizzazione ha portato alla maggior parte dei paesi ex poveri (e dei loro abitanti) che vi hanno partecipato. |
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#7 (permalink) | |
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Data registrazione: Mar 2008
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Le disuguaglianze sono le disuguaglianze. Non si scappa. I dati sono quelli. Non ne ho di più recenti perché non mi sono documentato. Ma non sono io a fare trucchi. Mi pare di essere stato abbastanza chiaro nel ricordare che il dato che viene frequentemente ricordato è 1. la disuguaglianza fra paesi 2. pesati per popolazione 3. con redditi tradotti in PPP. E' sono uno dei dati relativo alle disuguaglianze, che dice alcune cose. Del resto, questo dato può stupire solo chi ha rimosso le percentuali di crescita dell'America Latina nel secondo dopoguerra, fantascientifici rispetto agli standard attuali. La Cina stessa, solo con le riforme di Deng, ha raddoppiato il Pil pro capite in dieci anni. Vedo che l'idea che la crescita economica sia iniziata dall'istituzione della WTO e che prima il mondo fosse fermo è dura a morire. |
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#8 (permalink) | |
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Data registrazione: Oct 2008
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Citazione:
Il barbatrucco lo fa l'autore: affermare (o "farti arrivare alla conclusione") che esista un nesso tra l'aumento delle diseguaglianze (così misurato) e la globalizzazione è assolutamente fuorviante. E' fuorviante perchè i paesi (tanti) che hanno partecipato diciamo attivamente alla globalizzazione si sono obiettivamente avvicinati ai paesi occidentali, riducendo quindi le diseguaglianze. Se, misurate così, queste sono aumentate, è perchè ci sono altri paesi che dalla globalizzazione sono in buona parte rimasti fuori, perdendo il treno, e che hanno anche aumentato in modo spropositato la loro popolazione. Così se prima in Africa c'erano 300 mln di morti di fame adesso ce ne sono 1 mld. Mentre Cina, India e molti altri hanno frenato la crescita demografica e si sono molto sviluppati. Solo che la globalizzazione è molto più inerente al secondo fenomeno che al primo: ignorarlo porta a prendere fischi per fiaschi, anche se il primo fenomeno alla fine porta ai dati che citi. |
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#9 (permalink) | |
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Data registrazione: May 2010
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Sono concetti in parte vecchi. Erano stato già lucidamente esposti da Friedrich List, nel diciannovesimo secolo. Alcuni pezzi dei suoi lavori sembrano descrivere lo stato dell'economia dell'UE in quest'ultimo periodo. Ad esempio:
Citazione:
Il "ceteris paribus" è importante: se lo sviluppo demografico procede molto più velocemente dello sviluppo economico, la povertà aumenta, ma ciò è vero sia in un sistema globalizzato che in un sistema autarchico. |
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