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Data registrazione: Mar 2008
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Relazione del Compagno Joseph Stiglitz al Plenum del Partito Comunista
Ecco la relazione del Compagno Joseph Stiglitz tenuta all'ultimo Plenum del Partito Comunista Marxista-Leninista Internazionalista.
Tutti i rivoluzionari in servizio permanente effettivo sono pregati di studiarlo con attenzione e di farne tesoro nella loro pratica quotidiana. Saluti a pugno chiuso. Il Segretario Fondo Monetario, la seconda vita Il Fmi detta le regole per le liberalizzazioni Finalmente, sotto la direzione dl Strauss-Kahn, l'istituzione di Washington si è riapproprlata del ruolo che le compete di Joseph Stiglitz L'annuale meeting di primavera del Fondo Monetario Internazionale è stato importante perché ha segnalato il tentativo di prendere le distanze nei confronti dei suoi stessi presupposti fondamentali, in vigore da tempo, per ciò che concerne il controllo dei capitali e la flessibilità del mercato del lavoro. Pare quindi che sotto la direzione di Dominique Strauss-Khan stia gradualmente emergendo, con grande cautela, un nuovo Fmi. Poco più di 13 anni fa, al meeting di Hong Kong del Fmi del 1997, il Fondo aveva tentato di emendare la propria carta istituzionale. Scopo di questa modifica era guadagnare potere e libertà d'azione per spingere i paesi verso la liberalizzazione del mercato dei capitali. Il momento non poteva essere peggiore: in Asia Orientale si stava preparando a esplodere quella crisi che è stata in buona parte l'esito della liberalizzazione del mercato dei capitali in una regione che, considerato il suo alto tasso di risparmio, non ne aveva alcun bisogno. Quella spinta era stata sollecitata dai mercati finanziari occidentali e dai ministri delle Finanze dell'occidente che sono così fedelmente al loro servizio. La deregulation finanziaria negli Stat iUniti è stata la causa principale della crisi globale scoppiata nel 2008, e la liberalizzazione del mercato dei capitali e del mercato finanziario altrove hanno sicuramente contribuito a diffondere lo shock made in Usa in tutto il mondo. La crisi ha dimostrato che i mercati liberi e senza vincoli non sono efficienti né stabili. Non svolgono neanche un'azione positiva nel fissare i prezzi (basti pensare alla bolla immobiliare), compresi i tassi di cambio (che sono il costo di una valuta in rapporto alle altre). L'Islanda ha dimostrato che reagire alla crisi imponendo controlli sui capitali può aiutare i piccoli paesi a gestirne l'impatto. Anche l'alleggerimento quantitativo attuato dalla Fed ha reso inevitabile la fine dell'ideologia dei mercati esenti da vincoli: i soldi vanno dove i mercati pensano che gli utili saranno maggiori. Con il boom dei mercati emergenti, con America ed Europa in ristagno, era evidente che buona parte della nuova liquidità creata sarebbe riuscita a farsi largo fino ai mercati emergenti. Ciò è tanto più vero se si considera che il canale creditizio americano resta tappato, con molte comunità e molte banche regionali tuttora in situazione precaria. Il conseguente aumento di fondi nei mercati emergenti ha significato che perfino i ministri delle Finanze e i governatori contrari per motivi ideologici a intervenire credono di non avere altra scelta. Tutti i paesi hanno scelto di intervenire in un modo o in un altro per scongiurare che la propria valuta raggiungesse valori alle stelle. Il Fmi ha approvato questi interventi, ma come contentino per coloro che non ne sono ancora convinti ha suggerito di ricorrervi solo come ultima risorsa. Al contrario, dovremmo aver imparato dalla crisi che i mercati necessitano di regole e che i flussi di capitale transfrontalieri sono pericolosi. Simili regole dovrebbero costituire la parte fondamentale di un sistema atto a garantire la stabilità finanziaria. Ricorrere ad essi soltanto in ultima istanza è la ricetta per garantire un'instabilità prolungata. E' disponibile un'ampia gamma di strumenti di gestione dei capitali ed è opportuno che i paesi ne usino un assortimento differenziato. Non sono del tutto efficaci ma sempre meglio che nulla. Un cambiamento ancor più importante di cui dobbiamo prendere atto è il legame che il Fmi ha prospettato tra ineguaglianza e instabilità. La crisi è stata determinata dal tentativo dell'America di rafforzare un'economia indebolita da una disparità crescente per mezzo di bassi tassi d'interesse e regole lassiste: per entrambi questi motivi molti hanno preso capitali in prestito ben oltre i propri mezzi. Occorreranno anni per porre rimedio alle conseguenze dell'eccessivo indebitamento. Ma come ci ricorda un altro studio del Fmi, neanche questo è un comportamento nuovo. La crisi ha messo alla prova alcuni assiomi che imputano la responsabilità della disoccupazione alla rigidità del mercato del lavoro, perché i paesi con salari più flessibili come gli Usa se la sono passata peggio rispetto alle economie dell'Europa settentrionale. Quando i salari si indeboliranno, i lavoratori incontreranno difficoltà a saldare il conto e i problemi dell'immobiliare si aggraveranno. I consumi continueranno a restare contenuti, mentre una ripresa sostenibile non potrà basarsi su un'ulteriore bolla alimentata dal debito. Come l'America prima della recessione era contrassegnata da una grande diseguaglianza, così la crisi odierna e le modalità con le quali è stata gestita hanno portato a una disparità di reddito per le famiglie ancora più rilevante, rendendo la ripresa difficile. L'America si accinge ad affrontare la versione americana del malessere in stile giapponese. Esistono soluzioni per questo dilemma: rafforzare il potere contrattuale collettivo, ristrutturare i mutui, utilizzare il bastone e la carota per far sì che le banche riprendano a erogare prestiti, ristrutturare le politiche fiscali e della spesa per stimolare l'economia tramite investimenti a lungo, mettere in atto politiche sociali che garantiscano opportunità per tutti. Così come stanno le cose, con quasi un quarto del reddito complessivo e il 40% cento della ricchezza statunitense nelle mani dell'1% all'apice della piramide di coloro che percepiscono un reddito, l'America è molto meno una terra di opportunità, perfino rispetto alla vecchia Europa. Per i progressisti, questi eventi spaventosi sono parte della regolare litania di frustrazioni e di giustificata vergogna. La novità è che questa volta 1'Fmi si è unito al coro. Come ha detto Strauss-Khan, «l'occupazione e l'eguaglianza sono le pietre angolari della stabilità economica e del benessere, della stabilità politica e della pace. Ciò sta al centro del mandato del Fmi e deve essere messo al centro dell'agenda politica». Strauss-Khan si sta rivelando un leader perspicace e assennato del Fmi. Possiamo soltanto sperare che i governi e i mercati finanziari diano veramente retta alle sue parole. Repubblica, supplemento Affari&Finanza di lunedì 9 maggio 2011 |
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#3 (permalink) |
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Data registrazione: Mar 2008
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Puoi sempre chiedere che gli venga ritirato.
Basta raccogliere un po' di firme. Potresti però indicarci il passaggio che denota la malattia mentale e potresti dire che che tipo di malattia si tratta? Paranoia? Disturbo bipolare? |
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#5 (permalink) |
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Data registrazione: Nov 2005
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cito dall'art.
La crisi è stata determinata dal tentativo dell'America di rafforzare un'economia indebolita da una disparità crescente per mezzo di bassi tassi d'interesse e regole lassiste: per entrambi questi motivi molti hanno preso capitali in prestito ben oltre i propri mezzi . Vero. Beh termina qui ? Chi ha prestato soldi agli USA ? E come mai Cina, Giappone Germania ecc ecc avevano soldi da prestare al di fuori DEI LORO CONFINI ? non sarebbe stato meglio per tutti se quei soldi fossero stati spesi ENTRO I LORO CONFINI ? Si sarebbe stato meglio !!!!!!!!! E allora i governi di Cina Germania e Giappone non sono incompetenti IN QUANTO NON IN GRADO DI GENERARE SUFFICIENTE DOMANDA INTERNA. . oh sia chiaro se i paesi di cui sopra non ci mettono una pezza la prossima crisi è assicurata... |
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#6 (permalink) | |
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Data registrazione: Mar 2008
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Un prezzo elevato, secondo moltissimi economisti. Solo che molti di loro non hanno accesso ai media. Possono parlare solo i Givazzi, i Boeri, gli Alesina, per i quali va sempre tutto bene perché il sistema torna sempre in equilibrio e tutti ci guadagnano. |
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#7 (permalink) | |
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Data registrazione: Nov 2005
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![]() ![]() non c'entra lA mobilità dei capitali. C'entrano le politiche economiche SBAGLIATE IN QUEI PAESI. E' evidente che i consumatori di quei Paesi NON SONO TRATTATI BENE QUANTO QUELLE ECONOMIE CONSENTIREBBERO. Se io decido di mangiare pane e cicoria (mi ricorda qualcuno) è probabile che la mia famiglia aumenti i risparmi. Sicuro che io stia trattando bene me e i mie familiari ? |
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#8 (permalink) | |
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Data registrazione: Mar 2008
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Credo che da un punto di vista storico non possa essere smentito che la libera circolazione dei capitali abbia creato problemi anche in quei paesi le cui politiche economiche erano state avallate dalle Istituzioni Finanziarie Internazionali. Stiglitz ricorda il caso estremo della crisi del 1997, causata addirittura da tali istituzioni. Tieni conto che la volatilità che si accompagna alla libertà di movimento dei capitali può penalizzare anche paesi che si sono comportati virtuosamente se c'è un'emorragia di liquidità altrove e quindi chi prima ha investito lì decide di disinvestire per tamponare quella specifica falla. |
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#9 (permalink) | |
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Data registrazione: Nov 2005
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preferirebbero collocarsi domesticamente. Certo se le condizioni sono migliori altrove..là volano. |
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#10 (permalink) | |
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Data registrazione: Mar 2008
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Adesso anche la vecchina di 95 anni è diventata un'incallita esportatrice di capitali... |
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