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Vecchio 05-06-11, 09:35   #1 (permalink)
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La germania deve uscire dall’eurozona

Quando fu introdotto l’euro, i politici tedeschi al potere di solito argomentavano, con una certa compiacenza (e con molto disappunto, in particolare, dei britannici) che l’unione monetaria avrebbe alla fine provocato anche un’unione politica. La crisi greca è esattamente il tipo di evento che ci si sarebbe atteso per forzare il passo. Ma, di fronte a una crisi ben definita, il governo della signora Merkel sta evitando di parlare di unione politica, preferendo invece infilare a forza nelle gole dell’elettorato riluttante della Grecia, dell'Irlanda, del Portogallo e della Spagna una cattiva medicina economica. Tutto ciò è diventato economicamente e politicamente insostenibile. Se l’obbiettivo era quello di salvare la moneta comune, forse i politici stavano guardando la cosa in un modo sbagliato. Alla fine, paradossalmente, per salvare l’UEM, la strada meno distruttiva da prendere sarebbe l’abbandono dell’euro dei tedeschi, e non tanto delle nazioni periferiche.

Una delle ragioni più rilevanti per cui l’unità politica e sociale è così importante è che offre le condizioni che facilitano i meccanismi d’aggiustamento quando manca la competitività. La mobilità del lavoro è molto più forte all’interno di un paese che non tra le diverse nazioni. I trasferimenti fiscali transregionali aiutano a facilitare il processo di aggiustamento. L’unità sociale e nazionale rende la volontà di un distacco quasi impensabile e di conseguenza fornisce il collante per mantenere in essere la disciplina dell’aggiustamento.

Nessuno dei paesi prima citati è al momento ben ancorato all’eurozona. E nessuno riuscirà esserlo nel contesto odierno, dove ogni mossa per creare una struttura fiscale transnazionale è continuamente osteggiata dai tedeschi, da loro considerata un cavallo di ***** per consentire ancora salvataggi dei loro partner mediterranei “dalle mani bucate”.

È comunque necessaria una qualche espansione fiscale se si vuole mantenere il progetto dell’euro ancora in vita. Da una prospettiva keynesiana ortodossa, diminuire il deficit di bilancio equivale a una contrazione dell’economia. I keynesiani enfatizzano la prevalenza degli effetti moltiplicatori. I tagli alle spese governative e l’innalzamento delle tasse fanno ridurre le entrate fiscali e la spesa dell’economia domestica. Se il consolidamento fiscale è davvero ambizioso, si può arrivare a una vera recessione.

Quando l’euro fu realizzato, si discuteva pieni di speranza sul fatto che un incremento del commercio e degli investimenti tra le nazioni della zona euro avrebbe creato un’economia veramente unificata, dove i livelli nazionali di produttività e consumo sarebbero alla fine divenuti simili. Era anche previsto, o forse solo sperato, che l’euro avrebbe stimolato una convergenza politica. Usando le stesse banconote e le stesse monete, gli europei avrebbe percepito quanto avessero in comune, sviluppando una lealtà condivisa e cementando l’unione politica.

Gli ideatori di questa moneta speravano anche in una terza forma di convergenza, quella tra le élite e l’opinione pubblica. Sapevano che in alcuni paesi, la Germania in particolare, la gente non condivideva l’entusiasmo delle élite politiche per la creazione dell’euro. Ma speravano che, col tempo, le persone comuni avrebbero compreso il valore della nuova moneta europea. Tutto questo non è poi corrisposto alla realtà dei fatti. Parlando in modo diretto, i mercati oggi credono che i governi abbiano fallito nel trovare un compromesso politico per sostenere la stabilità della moneta unica.

Lo svantaggio principale dell’adozione di una moneta comune in assenza di un’effettiva unità politica è che limita la capacità dei paesi membri di aggiustare uno shock (asimmetrico) utilizzando le politiche fiscali interne per mitigarne l’impatto deflazionistico, così come impedisce di poter usare il tasso d’interesse per lo stesso scopo. L’UEM non funziona e senza un meccanismo di redistribuzione fiscale federale non riuscirà mai a raggiungere una vera prosperità condivisa. Ogni volta che uno shock asimmetrico si abbatterà sull’Europa, le nazioni più deboli cadranno. Cercare di imporre direttive fiscali e austerità all’interno del sistema monetario dell’UEM peggiorerebbe solamente le cose.

L’austerità fiscale che ha accompagnato il periodo di transizione che ha portato all’UEM, mentre i governi lottavano per raggiungere i criteri fissati dal Patto di Stabilità e Crescita, si manifesta ora in un alto tasso di disoccupazione e una crescente sottoccupazione, nella scomparsa delle reti sociali di sicurezza, nel decadimento delle infrastrutture pubbliche e nella comparsa dell’estremismo politico.

A dieci anni dall’introduzione dell’UEM questi problemi, invece che migliorare, si sono aggravati, al contrario di quello che i propugnatori del sistema avevano sperato. In questo momento la Grecia è insoddisfatta e chiede ancora maggiori finanziamenti dall’UE dopo il prestito di 110 miliardi di euro che sembrava più che sufficiente solo un anno fa. Nonostante la forte debolezza dell’economia irlandese, il suo deficit di bilancio rimane ancora attorno al 15% del PIL. Il ministro delle Finanze portoghese ha ammesso che l’economia del suo paese si contrarrà del 2% quest’anno e di un altro 2% il prossimo e queste previsioni sono forse ottimistiche. Il PIL del Portogallo stava già arretrando dell’1% un anno fa, ma le contrazioni consecutive anche nell’ultimo quadrimestre del 2010 hanno messo in dubbio questa possibilità (e per questo i politici portoghesi sono passati a una previsione di un meno 2% del PIL per il 2011 e il 2012). Non ci meravigliamo, quindi, se il Portogallo si unirà alla Grecia e all’Irlanda per cercare di ottenere un’assistenza creditizia dall’EFSF. La crescita reale del PIL italiano era la migliore nello scorso anno con una crescita dell’1,5%, ma questo ritmo ha subito una battuta d’arresto alla fine dell’anno e per questo Moody’s ha recentemente minacciato di abbassare il suo tasso di rating.

E poi abbiamo la Spagna: come ha evidenziato Rob Parenteau (“Spain under Strain”), il recupero della Spagna della fine del 2010 era dovuto principalmente al consumo e le prospettive della spesa dei consumatori non sono viste molto positivamente per il futuro. Il calo della crescita delle vendite al dettaglio, iniziato lo scorso anno, sembra essere accelerato a marzo. L’aumento di alcune imposte e la nuova introduzione di una tassa sul consumo hanno messo la cinghia alle spese dei consumatori. La crisi finanziaria globale rende ancora più difficile per la Spagna migliorare il suo bilancio di conto corrente.

Gli investitori e i politici sono impegnati nel ridurre il deficit fiscale senza prendere in considerazione le conseguenze per i bilanci finanziari e quelli degli altri settori. La cosa certa è che la Spagna ha sempre avuto un deficit del conto corrente, ma non un deficit fiscale. Il deficit fiscale non è altro, in larga misura, che un fenomeno derivato dal brusco cambiamento di rotta delle spese del settore privato una volta che il boom del settore immobiliare spagnolo è crollato e la crisi globale ha iniziato a colpire. Il rapporto tra debiti/entrate del settore privato è un multiplo di quello del governo e nonostante questo tutti gli occhi sono puntati nel contenimento del rapporto tra il debito pubblico e le entrate.
Qualche ulteriore sforzo di ristrutturazione sta per essere attuato e i primi risultati potrebbero venire dalla produzione dei beni di consumo ma, se non verranno realizzati sforzi ancora più eroici per migliorare il tasso di reinvestimento dei profitti delle imprese nell’economia spagnola, la mancata crescita potrebbe avviare un circolo destabilizzante nel momento in cui il tasso di disoccupazione ha già raggiunto il 21%. Questo a sua volta potrebbe colpire l’euro, mentre i consolidamenti fiscali diventerebbero distruttivi in tutta la periferia dell’eurozona. Gli investitori non sembrano apprezzare a pieno la sfida affrontata dalla Spagna nel mantenere un consolidamento fiscale espansivo.

Con tre delle cinque nazioni periferiche in contrazione nell’ultimo quadrimestre del 2010, e una quarta con un mercato in forte rallentamento, diventa sempre più evidente l’insuccesso del consolidamento fiscale espansivo nella periferia dell’eurozona. Tutto questo conferma l’idea che le carte sono già sul tavolo: i paesi della periferia non riusciranno a elaborare una propria via d’uscita dai problemi delle proprie economie.

Prima della creazione dell’UEM, ogni stato membro aveva la sovranità della propria moneta e una propria banca centrale. Ciò significa che non erano limitati dalle entrate e potevano mettere in atto politiche fiscali e monetarie in modo coordinato per meglio servire gli interessi socioeconomici dei loro cittadini.

La classe dirigente tedesca, in particolare, sembra essere incapace di riconoscerlo. L’interpretazione del Cancelliere Angela Merkel, parlando dei mali dell’Eurozona, si focalizza su quello che lei definisce un “debito pubblico eccessivo”:

"Abbiamo una crisi evidente dovuta all’indebitamento. Ma lasciatemelo dire, non c’è una crisi dell’euro. Questa è una crisi del debito. Lasciatemelo ripetere chiaramente ancora una volta. L’euro è la nostra moneta. Ed è molto più di una moneta. È l’incarnazione dell’Europa. Se l’euro dovesse cadere, anche l’Europa cadrebbe. Continueremo a difendere l’euro."

Il che equivale a ignorare l’aspetto fondamentale: non c’è una crisi del debito pubblico senza l’Euro. L’unico motivo per cui l’euro è riuscito a sopravvivere fino a questo punto è perché la BCE ha avuto la funzione di un agente fiscale “assente”, tenendo sotto controllo il mercato delle obbligazioni. Nonostante questo, quando gli acquisti delle obbligazioni della BCE sono calati, la crisi si è intensificata perché la BCE è rimasta l’unica entità dell’UEM ad avere la sovranità monetaria e che può “finanziare fiscalmente” i deficit degli stati membri in modo permanente. Data la resistenza politica della Banca Centrale (in questo sostenuta dai tedeschi) per continuare questi acquisti, la logica che sostiene il sistema monetario continuerà ad assicurare che la crisi in corso si diffonderà in tutta l’Unione.

Questo ha a sua volta messo in discussione se i membri più deboli dell’Eurozona – in particolar modo Grecia e Irlanda – debbano affrontare una ristrutturazione del debito. Christian Noyer della BCE ha di recente spiegato le motivazioni per cui la BCE si oppone a queste ristrutturazioni:

“Se ristrutturiamo il debito greco, ciò significa che la Grecia va in default.”

“E quali sono le conseguenze di un default? Le banche che detengono la gran parte delle obbligazioni greche sono quelle greche. Queste banche verrebbero molto danneggiate. Quando il sistema bancario è distrutto, cosa va fatto per prevenire il collasso del finanziamento dell’economia? Vanno ricapitalizzate le banche. Chi ricapitalizzerà il sistema bancario greco? Lo Stato greco.”

“Ciò significa che lo Stato greco non ci guadagnerà nulla. Investirà nel settore bancario tutto quello che ha ottenuto con la ristrutturazione.”

“E poi ci sono gli assicuratori greci e i fondi pensione” che verranno colpiti. “Questo andrà a pesare sui risparmi del popolo greco e potrebbe causare un calo nella spesa dei consumatori e la crescita greca subirebbe un colpo. Cosa che contrasterà il recupero della Grecia.”

“E allora, cosa succede dal punto di vista dei creditori della Grecia? C’è il settore pubblico europeo, i governi europei e la banca centrale. Questo va a toccare direttamente il contribuente europeo.”

“Se facessimo pagare agli Stati europei, il meccanismo del finanziamento europeo si fermerebbe all’istante. Le nazioni non continuerebbero a mettere sul piatto i soldi dei propri contribuenti quando questi hanno già visto i loro prestiti volatilizzati e le perdite sul denaro che hanno prestato. Questo segnerebbe la fine del sostegno proveniente dagli altri Stati europei.”

“E alle banche centrali, cosa succede? Il debito greco diventerà qualcosa che non vale più niente. Non sarà più considerato abbastanza sicuro per le operazioni del sistema dell’Euro. Questo significa per definizione che, nel caso di una ristrutturazione, diventerà inutilizzabile come collaterale. Se non può essere utilizzato, una gran parte di quello che le banche greche portano come garanzie per il rifinanziamento non potrà più essere usato. E questo significa che il sistema bancario greco non potrà più essere finanziato.”

“E il giorno dopo cosa succederà? La Grecia avrà bisogni di trovare investitori perché lo Stato Greco non passerà dal deficit al surplus dal giorno alla notte. Fino a quando non avrà un surplus primario, la Grecia dovrà prendere a prestito.

Gli investitori internazionali, quei pochi rimasti, hanno già avuto una ristrutturazione. E non si ripresenteranno il giorno dopo, disposti a rifinanziare.”

“Il Sistema Euro non rifinanzierà. Gli stati europei non rifinanzieranno. Il FMI non si muoverà da solo. Nessuno finanzierà la Grecia negli anni a venire. Questo porterà al collasso dell’economia greca. È un film dell’orrore. Questo è il motivo per cui siamo contrari a una ristrutturazione.”

Forse stiamo approcciando la questione dalla parte sbagliata: data la perenne avversione tedesca per i programmi fiscali più allargati di stile pan-europeo, che la sua popolazione continua a considerare nient’altro che salvataggi per gli “irresponsabili mediterranei con le mani bucate”, c’è un altro modo per risolvere la crisi dell’euro.

Che la Germania lasci l’Eurozona. Lasciamo da parte la politica per un istante, anche perché ci sono molti che credono che un’uscita della Germania dall’eurozona comporterà la fine dell’euro perché molte altre nazioni faranno lo stesso. Allora consideriamo questo esercizio solamente da un contesto economico: il probabile risultato di un’uscita della Germania comporterebbe un forte apprezzamento del valore del nuovo marco. In effetti, tutti svaluteranno la propria moneta per fronteggiare la potenza tedesca e il peso della reflazione fiscale sarà a carico dei membri più recalcitranti dell’Unione Europea. La Germania dovrà probabilmente salvare le proprie banche, ma sarebbe più politicamente accettabile a quel punto salvare le banche greche (almeno dalla prospettiva della popolazione tedesca).

Si può essere sicuri che tutto questo non avverrà a costo zero per la Germania, che dovrà salvare il proprio sistema bancario per veder poi distrutto il proprio export. Il marco riconfigurato salirà rapidamente sull’euro e diventerà l’ultima moneta affidabile. Questo mitigherà l’effetto dovuto all’inevitabile deprezzamento del debito denominato in euro, perché l’euro (supponendo che venga mantenuto in essere dai restanti paesi dell’eurozona) cadrà in modo spettacolare. Anche se l’euro scomparisse, la Germania recupererebbe il debito nelle vecchie divise, probabilmente solamente per frazioni del loro precedente valore. E la popolazione tedesca troverà così più giustificabile salvare le proprie banche (come ha fatto nel periodo della riunificazione) che prosciugare i fondi dei contribuenti per ricapitalizzare il sistema bancario di un branco di spendaccioni mediterranei.

Allo stesso modo, una diminuzione del surplus con l’estero della Germania aumenterebbe fortemente il deficit di bilancio (a meno che il settore privato non cominci ad espandersi rapidamente, cosa alquanto dubbia nello scenario da poco descritto) e così la Germania si troverebbe lei stessa a dover affrontare passivi di bilancio sempre più consistenti. Nella situazione tedesca odierna, anche se il paese ha un forte avanzo del conto corrente, sarebbe insufficiente per neutralizzare la forte predisposizione al risparmio del settore privato (che significa avere del deficit). Ma il surplus del conto corrente permette di avere un deficit di bilancio più piccolo di quello delle dei vicini mediterranei “mani bucate” e faciliterebbe la volontà di risparmio netto del settore privato. Come abbiamo già detto, sono proprio le “mani bucate” dei partner commerciali mediterranei che hanno permesso alla Germania di avere consistenti attivi di cassa ed è per questo che ha deficit di bilancio inferiori rispetto a quelli dei cosiddetti paesi PIIGS.

Una volta che il divorzio dall’euro sarà completato, la Germania riotterrà la libertà fiscale. Questo è un qualcosa che i tedeschi dovrebbero festeggiare, perché permetterebbe al proprio governo di avere il vantaggio di essere di nuovo autonomo. Faccia comunque presente che, una volta ritornata al marco, la Germania tornerà a essere l’emittente e non più l’utilizzatrice della moneta, come avveniva con l’euro, e sarà pienamente sovrana per le politiche fiscali e quelle monetarie. Di conseguenza, il governo tedesco potrà superare lo shock esterno provocando forti deficit di bilancio, che aggiungeranno nuovi asset finanziari (in aggiunta ai risparmi non governativi) che saranno disponibili per il settore privato.

La Germania potrebbe anche decidere di non adottare queste iniziative, vista la sua storica resistenza alle politiche fiscali aggressive, ma quanto meno non sarebbe più legata alle restrizioni istituzionali dell’UEM.

Nel frattempo, il resto dell’Eurozona vedrebbe un forte incremento della propria competitività grazie a una (probabile) forte caduta della quotazione dell’euro contro il nuovo marco. Inoltre, l’instabilità politica che ne deriverebbe potrebbe far sì che la BCE si debba trovare pronta a sostenere tutte le obbligazioni per prevenire che si arrivi a una crisi in piena regola, ma ciò incontrerebbe una minore resistenza politica, vista l’assenza della presenza castigante della Germania nell’Unione Europea Monetaria.

Sembra un modo strano di considerare la questione, ma il paradosso in cui siamo suggerisce che l’uscita dell’euro da parte del membro più in salute, invece che dei paesi più deboli, potrebbe essere la migliore soluzione per salvare l’euro, se non si dovesse tornare alle distinte monete nazionali.

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Fonte: To Save the Euro, Germany has to Quit the Euro Zone

25.05.2011
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