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Tempus fugit
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L’India, il suo caccia multiruolo e l’Eurofighter
Monday, 16 May, 2011
di Andrea Gilli L’India sta valutando da alcuni anni quale caccia multiruolo adottare per le sue forze armate. Alla competizione hanno partecipato praticamente solo i Paesi occidentali (più la Russia), visto che sono gli unici che si possono permettere e dispongono di caccia multiruolo avanzati e affidabili. Poche settimane fa, l’India ha decretato che al round finale parteciperanno solo l’Eurofighter prodotto in consorzio da BAe Systems, Alenia e EADS, e il Rafale della francese Dassault. Chiaramente non ci sono rimasti bene gli americani, che avevano in corsa sia l’F-15 che l’F-18, e neppure gli svedesi di SAAB che partecipavano con il loro Jas-39 Gripen. E’ il caso di ragionare brevemente sulle implicazioni di questa scelta. In primo luogo, ora SAAB deve sperare di vincere la competizione in corso in Brasile. Se SAAB perde, allora dovrà abbandonare questo segmento. Certo, nel futuro ci saranno gli aerei senza pilota (UAV), segmento nel quale SAAB è già attiva (SHARC, nEUROn, Skeldar) ma ciò significa che il mercato dei caccia multiruolo pilotati a bordo sarà definitivamente chiuso per l’azienda svedese, e ciò potrebbe voler una drastica ristrutturazione del suo business (non posso dilungarmi, ma il mercato degli UAV sarà molto più ridotto di quello dei caccia multiruolo: se l’Eurofighter è stato prodotto in 700 unità, gli UCAV verranno prodotti in termini di decine).* Lascia più sorpresi la scelta indiana relativamente all’esclusione dei caccia americani. Fareed Zakaria – persona che qui ad Epistemes tendiamo a stimare – imputa la decisione all’assenza di capacità strategiche da parte della leadership indiana. Questi – dice Zakaria – si sono alleati all’URSS durante la Guerra fredda, hanno tenuto in povertà l’India per mezzo secolo, non stupisce che compiano anche questa volta una scelta sbagliata. Possibile. Io propendo per un’altra interpretazione. A chi lavora in questo campo non è sfuggito che la politica d’armamenti indiana funziona secondo la regola 1/3: 1/3 Russia, 1/3 Europa e 1/3 Stati Uniti. Zakaria parla di assenza di strategia. A me pare che il caso dell’esclusione dei caccia multiruolo americani sia invece il frutto di un calcolo altamente strategico. Questa regola dell’1/3 ha un suo perchè, infatti: in primo luogo, permette all’India di differenziare la sua fonte di approvvigionamento, così da ridurre i rischi politici, industriali e militari. In secondo luogo, permette anche di aumentare la posizione negoziale indiana. Poiché nel mercato degli armamenti c’è più offerta che domanda, aprendo tutte le volte la porta a tutti i possibili concorrenti, l’India si garantisce migliori condizioni, sia dal punto di vista finanziario che industriale. A me pare che questa sia l’essenza della strategia, non la sua negazione. Proprio la questione industriale sembra infatti spiegare la scelta di escludere l’F-15 e l’F-18. Nel commercio internazionale di armamenti, la tecnologia ha un ruolo centrale. Di solito questa è sottoposta a severe restrizioni definite in anticipo. Un caccia come l’F-18 monta tecnologie estremamente avanzate nei sensori, nell’automazione, nell’integrazione dei sistemi. Se queste fossero liberamente trasferibili, il Paese acquirente (nel nostro caso, l’India) potrebbe, nell’arco di qualche anno, essere in grado di costruire autonomamente un caccia simile. Dico potrebbe, non potrà, ma il rischio resta. Sia da un punto di vista commerciale che politico (difesa), quest’opzione rappresenta un serio pericolo. E’ per questa ragione che, negli accordi che stipulano il contratto di vendita, questi aspetti sono trattati nel dettaglio e, normalmente, vi sono notevoli ostacoli al trasferimento tecnologico. Tra tutti, gli Stati Uniti adottano la politica più restrittiva (legislazione ITAR). Questa ha due implicazioni: alcune tecnologie vengono trasferite come black-box. Ciò significa che il Paese acquirente non può nemmeno mettere le mani sulle tecnologie che gli Stati Uniti ritengono centrali (di fatto quelle che rendono operativo il velivolo). Ciò ha importanti implicazioni politiche: nell’arco della sua vita, un caccia deve essere mantenuto e riparato. Se l’India non ha accesso alle sue tecnologie chiave, e per la manutenzione e le riparazione deve esclusivamente appoggiarsi agli USA, allora così si rischia di fatto di demandare a Washington parte della propria sovranità nazionale. Per essere più chiari: se un domani Washington decide che l’India non è un partner affidabile, tutta la flotta di F-18 diventa inutilizzabile. Per le altre tecnologie, si solito gli Stati Uniti richiedono che il loro impiego sia condizionale al consenso americano. Ciò significa che se l’India utilizza alcune tecnologie dell’F-18 per un altro sistema d’arma, gli USA devono dare il loro benestare. Lo stesso vale per l’export di questo stesso sistema. Un esempio palese viene dalla fallita vendita di alcuni navi da guerra dalla Spagna al Venezuela. Parte delle tecnologie di controllo montate su quelle navi era di derivazione americana, e così la Spagna si trovò impossibilitata a procedere con la vendita. Acquistando l’Eurofighter o il Rafale, invece, l’India non solo avrà un caccia moderno ma potrà anche disporre più facilmente delle sue tecnologie più avanzate. La ragione è semplice: l‘Europa è talmente affamata di vendere, che le sue restrizioni sono molto minori. Inoltre, alla prossima competizione (sia essa per mezzi di terra o per piattaforme navali) questa scelta potrà essere usata negozialmente per ammorbidire gli americani. Tutto bene, dunque? Più o meno. Da un punto di vista di sicurezza internazionale, l’eccesso di offerta europea nel campo degli armamenti continua a favorire la diffusione di tecnologie militari. Oggi l’Europa trasferisce tecnologie sensibili all’India per assicurarsi le commesse militari (sia che vinca il Rafale o l’Eurofighter). Domani l’India disporrà di queste tecnologie e non avremo modo di dire che uso ne farà. Per dare un semplice esempio: l’India ha ottime relazioni con l’Iran. In secondo luogo, se la vittoria Europea porterà soldi e lavoro agli stabilimenti europei, dall’altra parte questa riduce ulteriormente la pressione ad un consolidamento del settore aerospaziale. Infatti, se per caso SAAB dovesse vincere la commessa brasiliana, e Dassault dovesse vincere la gara indiana, i problemi di eccesso di offerta che vediamo oggi potrebbero esistere ancora fra dieci o quindici anni, con tre operatori Europei in questo mercato (SAAB, Dassault e il consorzio Eurofighter). Economicamente sarebbe un successo, industrialmente sarebbe un disastro. Dall’altra parte, finora il Rafale non ha avuto successo a livello internazionale. Nonostante le pressioni francesi, il Brasile di Lula ha più volte negato di aver scelto questo mezzo. Se per caso, l’Eurofighter dovesse vincere sia in Brasile che in India, allora forse ciò potrebbe favorire l’ecologia di mercato di cui abbiamo tutti bisogno in Europa. Certo, questo consolidamento arriverebbe pur sempre con venti o più anni di ritardo visto che l’Eurofighter rimane comunque nettamente indietro rispetto all’americano F-35 Lightning II Joint Strike Fighter. * UPDATE: nella versione iniziale, non ho menzionato un dato fondamentale. Il Jas-39 Gripen della SAAB monta numerose tecnologie americane. Ciò ha permesso all’azienda di avere un suo caccia multiruolo autonomo, ma ha ovviamente avuto un costo in termini di export. Poichè i vincoli tecnologici per il mezzo sono quasi gli stessi per un aereo americano, molti Paesi trovano poche ragioni per comprare il Gripen. Si veda Richard A. Bitzinger, Towards a Brave New Arms Industry?, IISS Adelphi Paper 356 (London: Routledge, 2003) L’India, il suo caccia multiruolo e l’Eurofighter | Epistemes.org |
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Member
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Non mi stupisce che l’f-15 e l’f-18 siano stati scartati: entrambi i mezzi cominciano ad avere una certa età. Spero che venga scelto l’eurofighter, almeno il consorzio (di cui facciamo parte anche noi) può rientrare degli enormi costi di progettazione e sviluppo.
Ultima modifica di 9999 : 18-05-11 alle ore 00:28 |
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Tempus fugit
Data registrazione: Dec 2006
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Usa, il GAO critica il piano Joint Strike Fighter
Ancora una volta una voce critica richiama l'attenzione dell'opinione pubblica: gli investimenti in mezzi militari del governo statunitense, com'è ben noto, hanno costi stratosferici. E, come se non bastasse, le scadenze non fanno che allungarsi, trascinando con sé le spese...
Ancora una volta una voce critica richiama l'attenzione dell'opinione pubblica: gli investimenti in mezzi militari del governo statunitense, com'è ben noto, hanno costi stratosferici. E, come se non bastasse, le scadenze non fanno che allungarsi, trascinando con sé le spese. Così, i programmi del Dipartimento alla Difesa rischiano di trasformarsi in una voragine che succhia risorse che potrebbero essere preziose per la popolazione dell'economia più sviluppata del mondo. A evidenziare forti elementi critici è una nuova relazione del GAO (US Government Accountability Office). In sostanza è l'equivalente della nostra Corte dei Conti: un ente indipendente che verifica il modo in cui lo Stato americano decide di spendere i soldi dei contribuenti. Sul banco degli imputati è l'F-35 Lightning II, altrimenti detto Joint Strike Fighter (JSF). Si tratta di un caccia multiruolo di quinta generazione, scelto dalla maggior parte dei Paesi, anche in Europa, per sostituire gli aerei da combattimento in aeronautica e in marina. La progettazione e la costruzione sono state affidate a un consorzio industriale costituito da Lockheed Martin, Northrop Grumman e BAE Systems. Per il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, si tratta del programma più dispendioso di sempre. Il costo complessivo è stimato in 385 miliardi di dollari per 2.457 velivoli. Per intenderci, un investimento che da solo vale il 2,7% del Pil statunitense del 2010. Già nel marzo dell'anno scorso il GAO ha formalmente chiesto alla Casa Bianca di rivedere il progetto. E negli ultimi quindici mesi è stata portata avanti una revisione del programma, tuttora in corso, che (si auspica) porterà a obiettivi più realistici. Ed è qui che, di nuovo, interviene il GAO, che nel suo ultimo rapporto mette l'accento su un fattore: il dipartimento alla Difesa ha rivisto al ribasso il suo programma di approvvigionamento di velivoli entro il 2016, ma non ha messo a punto un nuovo piano dei costi. Anzi: la spesa per unità è pressoché raddoppiata. Di fatto, la revisione si traduce in continui ritardi, tempi per il collaudo che si dilatano a dismisura e costi in aumento, a fronte di risultati concreti che restano ancora lontani. Ora il totale delle spese per lo sviluppo è stimato a 56,4 miliardi di dollari entro il 2018: si tratta di uno slittamento di 5 anni sulla tabella di marcia originaria, che corrisponde a un + 26% delle spese. E i dubbi rimangono. Dopo nove anni di sviluppo e quattro di produzione, non si è ancora riusciti a dimostrare che la progettazione del velivolo sia stabile, che i processi produttivi siano maturi e che il sistema - in sintesi - possa dirsi affidabile. Solo il 4% delle potenzialità dei Joint Strike Fighter è stato scientificamente dimostrato da test di volo o in laboratorio. È stato pienamente accreditato come affidabile solo il 3% dei 32 test condotti a terra e tramite simulatori. Mentre lo sviluppo del software resta molto indietro rispetto ai tempi previsti in origine. 25 Maggio 2011 Redazione redazione@valori.it Usa, il GAO critica il piano Joint Strike Fighter - Economia - Valori.it |
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