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La Grecia è fallita. Dimentichiamoci gli otto miliardi
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La Grecia è fallita. Dimentichiamoci gli otto miliardi
Fabrizio Goria
Atene non resiste alla furia dei mercati, la Borsa chiude a -3,5% e si avvicina la ristrutturazione del debito sovrano. Nonostante Bruxelles tranquillizzi gli investitori, per le banche d’affari l’insolvenza di fatto del Governo di Atene è una realtà. E l’Italia potrebbe perdere gli oltre otto miliardi di euro che ha prestato al Pireo. Così, deficit e debito aumenterebbero e Roma potrebbe entrare nel mirino dei mercati finanziari. Intanto, Standard & Poor’s mette sotto osservazione i conti pubblici degli Stati Uniti.
La Grecia ristrutturerà il suo debito. Ormai mancano solo gli ultimi dettagli, ma è certo che Atene non può più sopravvivere nel suo attuale stato. Troppo elevati i rendimenti dei titoli di Stato, troppo lento il consolidamento del debito pubblico, troppe le pressioni tedesche a una veloce risoluzione capace di far voltare pagina ad Atene. A patirne sarà soprattutto chi finora ha versato al Pireo le quote dei 110 miliardi di euro dell’intervento di Ue, Banca centrale europea (Bce) e Fondo monetario internazionale (Fmi). Fra questi, l’Italia. E dopo gli oltre 8 miliardi di euro dati alla Grecia nei mesi scorsi, si prospetta una nuova spesa per il Tesoro. Secondo un calcolo di Goldman Sachs, il nostro Paese dovrà dare almeno 60 miliardi di euro a Bruxelles per la nascita del fondo salva-Stati European stability mechanism (Esm), operativo dal 2013. Erogazioni che, considerata l’attuale crisi dei debiti sovrani, assomigliano sempre più a una mera donazione.
Le tensioni sono ricominciate la scorsa settimana. Nelle sale operative è tornata la voce di un imminente ristrutturazione del debito sovrano di Atene. Il debito pubblico è al 152% del Prodotto interno lordo (Pil), mentre il deficit per il 2010 veleggia oltre quota 10 per cento, una cifra insostenibile dopo i tagli che il Governo di George Papandreou ha dovuto compiere nell’ultimo anno. Anche per questo il premier ha dovuto varare un piano di austerity da oltre 30 miliardi di euro. Nemmeno questo è bastato. E ancora oggi il governatore della Banca di Grecia, George Provopoulos, ha cercato di tranquillizzare i mercati. «Abbiamo chiarito già nello scorso ottobre che quella della ristrutturazione non è un’opzione praticabile, dato che potrebbe avere conseguenze catastrofiche». Eppure, gli investitori non gli hanno creduto.
Sul mercato azionario la giornata di Atene è stata tormentata. La Borsa è arrivata a perdere oltre 3,5 punti percentuali, affossata dai titoli bancari, considerati le prime vittime in caso di ristrutturazione del debito. Ma oltre alle piazze primarie, anche quelle secondarie hanno registrato momenti di agonia. I Credit default swap (Cds), i derivati che assicurano contro il fallimento di un asset, sono schizzati subito ai massimi storici. Sulla piattaforma di Markit sono stati toccati i 1.278 punti base, un livello superiore ai giorni neri del Pireo, quando venne approvato il piano di sostegno congiunto Ue, Bce e Fmi da 110 miliardi di euro. Era il 2 maggio 2010 e i Cds erano a quota 650 punti base. Ora sono il doppio. Questo significa che per assicurarsi contro l’insolvenza di un bond quinquennale emesso dalla Grecia del valore di 10 milioni di dollari, occorre 1,278 milioni di dollari. Nella sola giornata di ieri il valore è aumentato di oltre 100 punti base, uno dei maggiori incrementi intraday mai registrati nell’Eurozona. In sostanza, il default è quasi arrivato.
Analogo il comportamento dei differenziali fra i rendimenti dei titoli di Stato di Atene e i bund tedeschi, storico benchmark di solidità. Il bond con scadenza a due anni ha superato quota 20%, un livello mai sperimentato per un Paese dell’Eurozona. Le emissioni con termine decennale sono con rendimenti oltre il 14%, con un trend in costante deterioramento. Allo stesso modo, il contagio si è avuto anche per le altre economie europee in difficoltà. Dublino e Lisbona, ma anche Madrid e Roma, hanno visto innalzarsi i propri rendimenti sui bond governativi. Colpa della situazione d’incertezza globale. Sì, perché in una giornata già molto pesante sui mercati finanziari dell’Eurozona, è arrivata la tegola di Standard & Poor’s sugli Stati Uniti. La società di rating ha infatti rivisto l’outlook statunitense, portandolo a negativo. La notizia ha fatto schizzare la quotazione dell’oro a 1.500 dollari l’oncia, ennesimo record del metallo giallo.
Il quadro più probabile finora è quello della ristrutturazione. Il taglio previsto ai rimborsi degli obbligazionisti sarà, secondo un report di Lombard Street Research, intorno al 60-70 per cento. «Non vediamo altre soluzioni per porre fine a questa tragedia greca», spiegano gli analisti della casa d’affari londinese. Questa soluzione potrebbe però costar caro soprattutto a Francia e Germania, fortemente esposte al debito ellenico. La Banca dei regolamenti internazionali (Bri) ha calcolato che al 31 dicembre 2010 Atene pesava su Parigi per 83,1 miliardi di dollari, mentre Berlino per 65,4 miliardi. Troppo in caso di ristrutturazione.
Grecia, Irlanda e Portogallo sono già considerate insolventi dalle banche. L’ultima che lo lascia intendere è Société Générale, il colosso francese, che oggi ha parlato apertamente di ristrutturazione del debito della Grecia. «Probabilmente sarà ritardata fino al 2013 o forse oltre», spiega la banca transalpina. Diversa l’idea di Morgan Stanley. La banca americana già sei mesi fa consigliò ai suoi clienti di chiudere le proprie posizioni sulla Grecia. Erano i tempi in cui Atene aveva ancora un rating superiore a quello junk, spazzattura. Tuttavia, i primi segnali della caduta ellenica si verificano quando, un anno fa, il Governo revisionò il deficit 2009 al 13,5% del Pil dal precedente 12,7 per cento. Erano i tempi della scoperta dei magheggi contabili compiuti dalla Grecia in collaborazione con Goldman Sachs, capaci di ridurre agli occhi di Eurostat il reale disavanzo del Paese.
In tutta questa girandola di dichiarazioni, smentite e indiscrezioni, per ora c’è solo una certezza. A patirne di più potrebbe essere proprio l’Italia. Con oltre 8 miliardi di euro forniti alla Grecia, Roma è uno dei maggiori prestatori. Sebbene la l’esposizione non sia al pari di Francia e Germania, 6,8 miliardi di dollari, il rischio di un’esplosione di deficit e debito è concreta. Specie perché i fondi allocati per il risanamento dei conti pubblici di Atene sono di fatto già perduti. Se a questo sommiamo che per il nuovo fondo salva-Stati Esm, che entrerà in vigore dal 2013, l’Italia dovrà sborsare almeno 60 miliardi di euro, pari alla quota di partecipazione nella Bce, il quadro non è roseo per il nostro Paese. L’epidemia della crisi dei debiti sovrani finora ha solo lambito l’Italia. C’è da sperare che continui a essere così.
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La Grecia è fallita. Dimentichiamoci gli otto miliardi | Linkiesta.it
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La Grecia è fallita anche se non lo sa
E ora l’Europa inizia a temere il crack ellenico
Il governo ellenico smentisce le voci di default tecnico sui titoli di Stato ma il mercato sembra dare ragione alle indiscrezioni in senso contrario. Il rischio è che il Paese collassi, trascinando nel baratro il resto del Continente. I Piani di salvataggio non funzionano. E dalla Finlandia spira un nuovo vento di ripensamento
La Grecia è fallita anche se ancora non lo sa. O, per meglio dire, fa elegantemente finta di non saperlo. Atene nega qualsiasi ipotesi di ristrutturazione del debito prefigurando manovre fiscali e piani di sostegno. Ma ora i mercati hanno sfiduciato il Paese e l’Europa attende solo quel verdetto finale che tutti, da qualche tempo, danno oramai per scontato. Da Berlino a Parigi, passando per Bruxelles e Madrid, tutti si preparano al peggio, consapevoli di una reazione a catena che dalla penisola ellenica rischia di gettare nel panico l’intero continente e la sua moneta unica. Per la quale, mai come oggi, il futuro era apparso così tetro.
“La ristrutturazione del debito non è necessaria e né auspicabile” ha spiegato ieri il governatore della banca centrale di Atene George Provopoulos cercando in tutti i modi di mettere a tacere le sempre più inquietanti voci di default tecnico. Ieri, citando una fonte anonima del Fondo monetario internazionale, il giornale locale Eleftherotypia aveva affermato il contrario. Il ministro delle finanze George Papacostantinou, aveva scritto, avrebbe infatti già avanzato una richiesta di nulla osta per il taglio dei rendimenti sulle obbligazioni sovrane. In pratica l’annullamento delle condizioni contrattuali sui titoli di fronte all’impossibilità di onorare l’impegno restituendo il debito. In parole povere la bancarotta nazionale. Provopoulos, come detto, ha smentito tutto. Ma è possibile credergli senza riserve? Secondo gli investitori, evidentemente no.
I tassi di interesse sui bond decennali greci hanno sfiorato oggi quota 14% evidenziando l’ennesimo record nello spread con il bund tedesco. Quelli a due anni viaggiano ormai sul 17% sottolineando così un maggiore rischio di breve periodo. Il costo di assicurazione dei crediti misurato sui Cds (credit default swaps, i derivati che garantiscono un rimborso in caso di fallimento) vale ormai 1.220 punti base, come a dire che per garantire un credito da 10 milioni di euro con Atene occorre sborsarne 1,22. Qualche giorno fa, gli analisti di Markit, insieme a Cma il principale monitor mondiale sui derivati scambiati fuori dalle borse, attribuiva alla Grecia 65 probabilità su cento di fallire entro i prossimi cinque anni. Un dato che non ha eguali al mondo. Provopoulos ammette senza riserve che nel corso di quest’anno il Pil nazionale si contrarrà ancora del 3% peggiorando quindi il rapporto con quel debito da 325 miliardi su cui pesano gli interessi (4,2% annuo) pagati sul finanziamento di emergenza Ue. Si stima che entro il 2013 il debito ellenico possa arrivare ad equivalere al 160% del prodotto nazionale. Oltre due volte e mezzo rispetto al limite massimo del Patto di stabilità.
Il deterioramento dei dati misurato oggi lancia un segnale chiarissimo: la Grecia non ce la può fare nemmeno con l’aiuto del Continente. Ne sono convinti gli analisti, ma anche i Paesi “virtuosi”, con i conti a posto e la legittima voglia di non scaricare sui propri contribuenti il costo di un salvataggio rivelatosi ad oggi perfettamente inutile. Il trionfo elettorale degli euroscettici alle elezioni finlandesi di domenica apre ora un’autentica grana in sede Ue. Helsinki potrebbe boicottare il piano salva Portogallo creando ulteriore tensione sui mercati. Il punto, però, è che nonostante la logica di fondo, il fallimento tecnico di Atene (e poi forse di Dublino, che già è pronta a imporlo sul debito delle banche private, e Lisbona) aprirebbe la strada a conseguenze molto gravi. Vediamo nel dettaglio.
Se la Grecia si dichiarasse insolvente ne farebbero le spese i titolari delle sue obbligazioni, ovvero i Paesi più esposti (Francia e Germania), la Banca centrale europea, e le banche private greche che, guarda caso, sono piene zeppe di titoli di Stato. Il rischio è che il sistema del credito greco crolli generando tensioni sociali inimmaginabili e riproducendo per le strade di Atene le scene già viste un decennio fa a Buenos Aires. Un ulteriore contraccolpo per tedeschi e francesi esposti non solo sui bond sovrani ma anche sui titoli emessi dagli istituti privati ellenici. Di fronte al tracollo, la percezione del rischio contagio peggiorerebbe la situazione delle altre periferie europee sollecitando gli speculatori. Nel mirino degli hedge finirebbe soprattutto la moneta unica in un vortice di deprezzamento forse mai visto.
Oggi l’euro ha toccato i minimi degli ultimi dieci giorni con il dollaro e delle ultime due settimane con lo yen. Ma in caso di forte speculazione la discesa potrebbe accelerarsi. Come se non bastasse la spinta inflazionistica dovrebbe indurre la Bce a proseguire lungo la linea tracciata due settimane fa alzando di mezzo punto il costo del denaro entro la fine del 2011, con ovvie ricadute negative sui prestiti concessi nei mercati nazionali sul fronte dei mutui e non solo. Per i Paesi a forte indebitamento privato sarebbe un problema notevole. E siccome a patire le peggiori conseguenze sarebbe in primo luogo la Spagna, ovvero quella tessera del domino di cui nessuno potrebbe sopportare la caduta, ecco spiegato per quale motivo, già oggi, l’inquietudine in sede europea tocchi preventivamente i livelli di guardia.
E’ prematuro parlare di apocalisse, ma i timori di un forte peggioramento sono più che giustificati. E per l’Europa, chiamata a sopravvivere alla tempesta, si apre ora il difficile capitolo del ripensamento della propria politica anti crisi. Un atto dovuto nella speranza che la tragedia greca non si trasformi in seguito in una tormentata tragedia continentale.
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La Grecia è fallita anche se non lo sa E ora l’Europa inizia a temere il crack ellenico | Matteo Cavallito | Il Fatto Quotidiano
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