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Vecchio 28-03-11, 12:17   #1 (permalink)
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L'America diventerà il granaio della Cina?

Se l’America diventa il granaio della Cina
di Fabrizio Maronta
RUBRICA AMERICA E DINTORNI. Il surplus alimentare degli Usa di fronte all'aumento esponenziale dei consumi di Pechino. I rischi annessi e l'impotenza di Washington.





Mentre in Libia infuria la battaglia, la Cina combatte silenziosamente la sua guerra. Le armi non sono missili e carri armati, ma acqua, piante e grano. Nelle vaste pianure centro-occidentali, cambiamenti climatici e inquinamento stanno facendo avanzare il deserto a passo di carica.

Dal 1950, rileva Lester Brown (presidente dell'Earth Policy Institute) sul Washington Post, oltre 24 mila villaggi sono stati abbandonati, per il micidiale effetto combinato della colossale migrazione verso le città costiere e dell'avanzamento delle dune. Negli ultimi anni, il deserto è arrivato a minacciare Pechino, le cui falde si stanno rapidamente esaurendo e le cui autorità stanno perdendo la battaglia per sfamare una popolazione passata negli ultimi sette anni da 14 a 23 milioni di anime.

Oltre a mangiare di più, con la crescita del benessere i cinesi consumano e guidano di più, contendendo con infrastrutture viarie e industrie lo spazio all'agricoltura: Brown calcola che per ogni milione di auto immesso sul mercato (14 nel solo 2009), vengano cementificati oltre 20 mila ettari di suolo.

A mali estremi, estremi rimedi: il faraonico progetto di rimboschimento – 300 milioni di alberi da piantare nei prossimi anni nell'Hebei, a nordovest della capitale, per arrestare l'avanzata del deserto del Gobi – potrà forse, in prospettiva, contribuire al ripristino di un equilibrio ambientale pesantemente compromesso. Ma non può risolvere l'emergenza: sfamare i pechinesi e i loro connazionali, minacciati in molte zone da analoghi fenomeni di inquinamento e desertificazione.

Nell'immediato, dunque, alla Cina serve un granaio esterno, un paese in grado di produrre ed esportare enormi quantità di granaglie. Quel paese, allo stato attuale, sono gli Stati Uniti. L'anno scorso l'America ha esportato 90 milioni di tonnellate di grano, sufficienti a coprire circa un quinto del fabbisogno cinese (in crescita). Non molto, ma nemmeno poco: e comunque, una quantità ineguagliata da ogni altro produttore singolarmente preso.

Sempre lo scorso anno, la Cina ha importato 2 milioni di tonnellate di grano dagli Usa. Se ne importasse 40 volte tanto, l'America avrebbe uno sbocco assicurato per il suo surplus agricolo, da riversare in un mercato con margini di crescita enormi. Qui sta la grande opportunità. Ma è anche qui che iniziano i problemi, che sono essenzialmente due.

Primo: per Washington, la Cina non è un mercato normale. È anche, incidentalmente, il principale detentore del suo debito pubblico. Ergo, è un cliente con un forte potere di ricatto: il cliente che di solito non si vorrebbe avere. Massicce esportazioni alimentari verso la Cina (succede già con la soia) possono contribuire al riequilibrio della bilancia commerciale, ma potrebbero configurarsi come una scelta obbligata per l'America, che già si vede costretta a sfamare il suo banchiere.

Da qui il secondo problema: l'export agricolo è un business colossale per gli Usa, ma è economicamente vantaggioso per tutti fintanto che gli importatori non entrano in diretta competizione con gli statunitensi, facendo lievitare i prezzi degli alimenti. Per evitare ciò, il mercato interno necessita di un surplus strutturale, che l'America è sempre riuscita a garantirsi, scongiurando l'inflazione alimentare. Che non riguarda solo grano e derivati, ma anche l'allevamento (carne, uova, latte), che necessita di mangimi in quantità.

Essere fornitore “ufficiale” di 1,4 miliardi di cinesi può insomma decretare la fine dell'era del cibo a basso prezzo negli Usa, innescando dinamiche inflazionistiche e tensioni sociali serie. Una vera rivoluzione, in grado di cambiare la struttura stessa del mercato domestico. La Casa Bianca lo sa. Ma sa anche che il suo potere contrattuale è strangolato da 14 mila miliardi di debito pubblico.
(25/03/2011)
Se l’America diventa il granaio della Cina - rivista italiana di geopolitica - Limes



Sempre interessanti queste analisi geo-politico-economiche di Limes.
Birbun non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 28-03-11, 18:28   #2 (permalink)
ridateci il cainano!
 
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Originalmente inviato da Birbun Visualizza messaggio
Se l’America diventa il granaio della Cina
di Fabrizio Maronta
RUBRICA AMERICA E DINTORNI. Il surplus alimentare degli Usa di fronte all'aumento esponenziale dei consumi di Pechino. I rischi annessi e l'impotenza di Washington.





Mentre in Libia infuria la battaglia, la Cina combatte silenziosamente la sua guerra. Le armi non sono missili e carri armati, ma acqua, piante e grano. Nelle vaste pianure centro-occidentali, cambiamenti climatici e inquinamento stanno facendo avanzare il deserto a passo di carica.

Dal 1950, rileva Lester Brown (presidente dell'Earth Policy Institute) sul Washington Post, oltre 24 mila villaggi sono stati abbandonati, per il micidiale effetto combinato della colossale migrazione verso le città costiere e dell'avanzamento delle dune. Negli ultimi anni, il deserto è arrivato a minacciare Pechino, le cui falde si stanno rapidamente esaurendo e le cui autorità stanno perdendo la battaglia per sfamare una popolazione passata negli ultimi sette anni da 14 a 23 milioni di anime.

Oltre a mangiare di più, con la crescita del benessere i cinesi consumano e guidano di più, contendendo con infrastrutture viarie e industrie lo spazio all'agricoltura: Brown calcola che per ogni milione di auto immesso sul mercato (14 nel solo 2009), vengano cementificati oltre 20 mila ettari di suolo.

A mali estremi, estremi rimedi: il faraonico progetto di rimboschimento – 300 milioni di alberi da piantare nei prossimi anni nell'Hebei, a nordovest della capitale, per arrestare l'avanzata del deserto del Gobi – potrà forse, in prospettiva, contribuire al ripristino di un equilibrio ambientale pesantemente compromesso. Ma non può risolvere l'emergenza: sfamare i pechinesi e i loro connazionali, minacciati in molte zone da analoghi fenomeni di inquinamento e desertificazione.

Nell'immediato, dunque, alla Cina serve un granaio esterno, un paese in grado di produrre ed esportare enormi quantità di granaglie. Quel paese, allo stato attuale, sono gli Stati Uniti. L'anno scorso l'America ha esportato 90 milioni di tonnellate di grano, sufficienti a coprire circa un quinto del fabbisogno cinese (in crescita). Non molto, ma nemmeno poco: e comunque, una quantità ineguagliata da ogni altro produttore singolarmente preso.

Sempre lo scorso anno, la Cina ha importato 2 milioni di tonnellate di grano dagli Usa. Se ne importasse 40 volte tanto, l'America avrebbe uno sbocco assicurato per il suo surplus agricolo, da riversare in un mercato con margini di crescita enormi. Qui sta la grande opportunità. Ma è anche qui che iniziano i problemi, che sono essenzialmente due.

Primo: per Washington, la Cina non è un mercato normale. È anche, incidentalmente, il principale detentore del suo debito pubblico. Ergo, è un cliente con un forte potere di ricatto: il cliente che di solito non si vorrebbe avere. Massicce esportazioni alimentari verso la Cina (succede già con la soia) possono contribuire al riequilibrio della bilancia commerciale, ma potrebbero configurarsi come una scelta obbligata per l'America, che già si vede costretta a sfamare il suo banchiere.

Da qui il secondo problema: l'export agricolo è un business colossale per gli Usa, ma è economicamente vantaggioso per tutti fintanto che gli importatori non entrano in diretta competizione con gli statunitensi, facendo lievitare i prezzi degli alimenti. Per evitare ciò, il mercato interno necessita di un surplus strutturale, che l'America è sempre riuscita a garantirsi, scongiurando l'inflazione alimentare. Che non riguarda solo grano e derivati, ma anche l'allevamento (carne, uova, latte), che necessita di mangimi in quantità.

Essere fornitore “ufficiale” di 1,4 miliardi di cinesi può insomma decretare la fine dell'era del cibo a basso prezzo negli Usa, innescando dinamiche inflazionistiche e tensioni sociali serie. Una vera rivoluzione, in grado di cambiare la struttura stessa del mercato domestico. La Casa Bianca lo sa. Ma sa anche che il suo potere contrattuale è strangolato da 14 mila miliardi di debito pubblico.
(25/03/2011)
Se l’America diventa il granaio della Cina - rivista italiana di geopolitica - Limes



Sempre interessanti queste analisi geo-politico-economiche di Limes.
leggendo questo bell'articolo m'è venuto da pensare:

visto che in Italia le risorse alimentari ed energetiche sono praticamente inesauribili (alla peggio abbiamo sempre il Vaticano), dopo aver cinicamente sfruttato l'esodo di svariate decine di milioni di Africani potremo forse contare - se la Provvidenza continua ad assisterci - anche sull'arrivo di qualche centinaio (di milioni) di Cinesi
Andrea4891 non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 28-03-11, 20:18   #3 (permalink)
p = &Cote_Azur; p++
 
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concordo, una bella analisi, semplice e lineare, abbastanza ineccepibile.
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Vecchio 29-03-11, 17:54   #4 (permalink)
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Consigli di vendere tutto e comprare una fazenda in Brasile?

Ultima modifica di Fanaval : 29-03-11 alle ore 18:00
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Vecchio 30-03-11, 00:17   #5 (permalink)
Dr.House è mio amico
 
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La Cina già non è più esportatrice, ma importatrice, in alcuni settori ?
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Vecchio 30-03-11, 12:04   #6 (permalink)
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La Cina già non è più esportatrice, ma importatrice, in alcuni settori ?
di sicuro, oltre al petrolio, importa oro, di cui comunque mi risulta anche la prima produttrice (mi pare sia anche la prima importatrice, ma su questo non giuro)
Andrea4891 non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 30-03-11, 12:06   #7 (permalink)
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di sicuro, oltre al petrolio, importa oro, di cui comunque mi risulta anche la prima produttrice (mi pare sia anche la prima importatrice, ma su questo non giuro)
mi faccia capire. Importare oro è negativo o positivo ?
E perchè ?
ramirez non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 30-03-11, 13:54   #8 (permalink)
da noi è uguale
 
L'avatar di oneone
 
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mi faccia capire. Importare oro è negativo o positivo ?
E perchè ?
per quello che è l'andamento delle quotazioni importare oro è positivo
oneone non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 30-03-11, 19:16   #9 (permalink)
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Originalmente inviato da oneone Visualizza messaggio
per quello che è l'andamento delle quotazioni importare oro è positivo
non è propriamente questo che volevo sentire.
Mi chiedo se il termine 'importare' può essere associato
a 'ORO'.
L'oro è merce ma anche bene rifugio o investimento.
Anche i treasury sono ..investimento.
Ma non ho mai sentito dire che si ..importano.
ramirez non  è collegato   Rispondi citando
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