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Vecchio 23-03-11, 09:38   #1 (permalink)
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Il Brasile rischia una primarizzazione di ritorno dell'economia?

Il «male olandese» ha contagiato il Brasile?
di Carlo Di Franco
RUBRICA BRASILIANA. Una crescita economica da far invidia, un mercato vibrante, una potenza in ascesa. Ma a causa dello sfruttamento delle risorse naturali Brasilia rischia la deindustrializzazione.


Potete scommetterci: passata la sbornia del carnevale e tornati dalle ferie estive, l’argomento del giorno nel dibattito politico-economico prenderà spunto da due notizie apparentemente contrastanti.


Entrambe hanno relazione con i paesi ricchi d’Europa e Nord America, relazione da sempre vissuta con soggezione. La prima notizia riguarda i dati del pil e le relative graduatorie internazionali.



Secondo i dati dell’Istituto brasiliano di geografia e statistica (Ibge), l'economia brasiliana ha chiuso il 2010 con una crescita del 7,5%.



In confronto ad altri 16 paesi, il ritmo di espansione del Brasile perde solo rispetto a Cina (10,3%) e India (8,6%), mentre sorpassa quello di Corea del Sud (6,1%), Giappone (3,9%), Usa (2,8%) e area Euro (1,7%).


La posizione nei ranking internazionali è la novità riportata da tutti i media brasiliani. Secondo Fmi e Banca Mondiale (dati provvisori), il pil brasiliano per parità dei poteri d'acquisto (Ppa) è il settimo al mondo, avendo scavalcato nel 2010 Francia e Regno Unito.



Per chi fosse rimasto ancorato a vecchi schemi, ricordiamo le prime dieci posizioni: Usa, Cina, Giappone, India, Germania, Russia, Brasile, Regno Unito, Francia e Italia.



La graduatoria del pil nominale (quindi non influenzato dal livello dei prezzi interni) non modifica molto le cose: la stampa economica brasiliana ha rilevato in questi giorni che, grazie ad alcune correzioni contabili, il sorpasso sull’Italia dovrebbe essere avvenuto già nel 2010, senza aspettare il 2011, come invece era previsto dal Fmi.



La posizione brasiliana, quindi, sarebbe sempre la settima, guadagnando rispetto alla precedente graduatoria su India e Russia e perdendo su Francia e Regno Unito.



La seconda notizia è nell’inchiesta Brazil’s carnival is “made in China” pubblicata il 6 marzo dal Financial Times. Conformemente ai dati degli importatori tessili, «circa l’80% dei costumi in mostra nei festival del carnevale brasiliano quest'anno è stato importato quasi esclusivamente dalla Cina».


«Dalle creazioni più tradizionali ostentate dalle scuole di samba concorrenti alle maschere indipendenti degli Elvis Presley o Osama bin Laden, la stragrande maggioranza è stata confezionata con poliestere e nylon cinese, oltre a qualche pezzo dalla Corea del Sud», mentre solo 15 anni fa erano interamente di origine locale.



Una fornitrice intervistata tenta una spiegazione: «c'è stata, nel corso degli anni, una mancanza di nuove attrezzature e di investimenti nel settore tessile. La domanda ora è così forte che non si riesce a starle dietro». È uno dei maggiori problemi del Brasile: la «maledizione delle risorse naturali», ovvero il rischio di deindustrializzazione collegato allo sfruttamento di risorse naturali.



È il «male olandese», un fenomeno così chiamato da quando l'Economist nel 1977 utilizzò il termine «Dutch disease» per descrivere il processo di declino del settore manifatturiero nei Paesi Bassi dopo la scoperta di grandi giacimenti di gas naturale. La tesi, in estrema sintesi, è che l’esportazione di grandi quantità di risorse naturali causa un massiccio afflusso di valuta estera.



Il conseguente apprezzamento della valuta locale provoca così una riduzione della competitività esterna dei prodotti del settore industriale, stimola l’importazione di beni stranieri concorrenti e un processo di deindustrializzazione interno.



In Brasile, la preoccupazione per questo fenomeno è emersa negli ultimi anni con la crescita di esportazioni di materie prime agricole e minerali e, in realistica prospettiva, con la possibilità di esportare grandi quantità di biocarburanti (principalmente etanolo) e petrolio, a partire dallo sfruttamento operativo dei giacimenti del Pré-sal recentemente scoperti, che proietteranno il paese tra i massimi produttori mondiali.



Alcuni segnali confermano questa probabilità: il peggioramento della bilancia commerciale industriale, specialmente per i beni di media e alta intensità tecnologica, contemporaneo a una fase di forte crescita economica che si riflette soprattutto in consumo di beni importati.



Con mirabile sintesi mi spiega il Prof. José F. Vinci de Moraes, economista dell’Università Espm: «Noi non possiamo sostenere questo tasso di crescita del 7,5% annuo. Il tasso di investimento ancora non raggiunge il 20% del pil, mentre in Cina, è stato del 41% nel 2010. I consumi non smettono di crescere ma la produzione nazionale non può tenere il passo della domanda, e noi stiamo comprando sempre più prodotti importati, il che spinge al disavanzo esterno, ma aiuta anche a contenere l'inflazione».



Fino agli inizi degli anni Novanta l'economia brasiliana era immune al male olandese, neutralizzato attraverso meccanismi di protezione che compensavano l’apprezzamento del tasso di cambio, reminescenza di un modello di politica industriale “di sostituzioni delle importazioni” che vigeva dagli anni Trenta di Getulio Vargas.



Dalla presidenza Collor de Mello in poi, attraverso la liberalizzazione commerciale e finanziaria e la totale flessibilità dei cambi, il paese ha iniziato a presentare esempi notevoli di deindustrializzazione.



Fattori come l'abbandono delle politiche industriale e commerciale e l’apprezzamento del tasso di cambio (usato come strumento di lotta all’inflazione) hanno condotto il Brasile a tornare su una posizione ricardiana, che riflette la sua dotazione tradizionale di risorse.



L’apprezzamento del cambio del real rispetto al dollaro è notevole: il 56% dal valore medio mensile dall’ottobre 2002 (minimo storico) al febbraio 2011.



Anche i negoziati commerciali del Doha Round seguono questa tendenza. Il Brasile ha l’obiettivo di ottenere da Europa e Stati Uniti la riduzione delle sovvenzioni all'agricoltura. Queste ultime chiedono in contropartita la riduzione sostanziale delle tariffe doganali in settori industriali strategici per il Brasile e ciò potrà esacerbare il processo di perdita di competitività dell'industria.



Elaborando gli aggiornatissimi dati del ministero dello Sviluppo, Industria e Commercio Estero sulla bilancia commerciale di gennaio 2011, si può constatare che in un anno l’export di prodotti primari è aumentato del 64,1%, quello di semilavorati del 35,8%, mentre l’export di manufatti è cresciuto solo del 14%.



Se credete che in un'epoca di crisi e instabilità questo dato possa essere poco significativo e preferite i trend di lungo periodo, considerate che il surplus di 4 miliardi di dollari americani della bilancia commerciale dei soli prodotti manifatturieri del 1992 si è trasformato in un deficit di 9,8 miliardi nel 2007, quando corrispondevano ancora al 52,3% delle esportazioni totali, e nella spaventosa voragine di 70,9 miliardi nel 2010, scendendo al 39,4% del totale.


Bisogna ricordare che grazie ai prodotti primari il paese nel 2010 ha comunque ottenuto un surplus commerciale di 20,4 miliardi di dollari americani. Questa è una sorpresa negativa per quanti ricordano San Paolo come il cuore industriale del Sud America, subcontinente dove spessissimo per molti beni di media tecnologia si potevano leggere le istruzioni solo in portoghese.



Il Brasile ha attraversato un intenso processo di industrializzazione tra gli anni Cinquanta e Ottanta. Nel 1947, l'industria manifatturiera rappresentava il 20% del pil. Nel 1985, ha raggiunto un picco del 36%, quindi ha cominciato a declinare e attualmente il settore partecipa con meno del 16%.



Parte di questa caduta può essere attribuita a cambiamenti nella metodologia di calcolo del pil, mentre lo stesso processo di terziarizzazione (outsourcing) degli anni Ottanta e Novanta provoca lo “spostamento statistico” di molte attività dall’industria ai servizi.



Vero è che l'industria ha perso spazio nel mondo: in generale, quando le economie crescono e si sviluppano, l’industria perde quota nella composizione del Pil.



Ma questo vale specialmente per i paesi più sviluppati dove i servizi nei settori di istruzione, finanze, cultura, tempo libero e tecnologia richiedono una forza lavoro altamente qualificata, mentre in Brasile la struttura dei servizi è ancora basata sul commercio, spesso informale.



Il timore è che la minore partecipazione dell'industria in Brasile sia associata a una “primarizzazione di ritorno”: invece di avanzare verso un'economia basata sui servizi a valore aggiunto più elevati, il paese si starebbe concentrando nella produzione di materie prime e commodities agricole e minerali.



È presto per dare risposte definitive anche perché è un fenomeno ancora limitato nel tempo e sicuramente influenzato dalla crisi globale del 2008: le esportazioni di prodotti finiti (destinate soprattutto a Usa e al resto del continente) sono state duramente colpite, mentre la crescita accelerata dell’economia ha dato impulso alle importazioni.



Non si deve pensare che queste ultime si concentrino solo nei beni di consumo. Al contrario, gli investimenti sono considerevoli e con essi l’acquisto di macchinari e componenti per l'industria.



Uno studio della Banca nazionale di sviluppo economico e sociale (Bndes) calcola investimenti industriali per 220 miliardi di euro fino al 2013, il che significa una crescita del 60% sul triennio precedente (escludendo l'anno della crisi): è la più grande espansione dagli anni Ottanta.



Ma lo studio non confuta l’ipotesi della “primarizzazione di ritorno” dell'economia. Gli investimenti si concentrano nelle filiere legate alla produzione ed esportazione di materie prime. Quasi il 60% delle risorse previste sarà investito nell'industria petrolifera e del gas.



Il settore dell’estrazione mineraria appare al secondo posto con investimenti previsti per oltre il 10% del totale, destinati a soddisfare soprattutto l'appetito dell’industria cinese. Nulla di sorprendente: tra il 2003 e il 2008, la domanda di Pechino di minerali di ferro è cresciuta mediamente del 25% all'anno!



Non tutti sono pessimisti. Il Prof. D. Kupfer, economista dell’Università federale di Rio (Ufrj), vede un cambiamento strutturale all'interno del settore industriale.



I settori petrolchimico, minerario e agro-industriale (a ben vedere quelli dove il paese presenta ricardiani vantaggi comparativi) si rafforzano, mentre segmenti più tradizionali e meno sofisticati, quali calzature, mobili, manufatti metallici, affrontano difficoltà a competere con i concorrenti cinesi. Un tempo esportatori, oggi sono i più esposti al cambio alto e al costo delle inefficienze brasiliane.



I mutamenti nelle correnti dei traffici commerciali internazionali, accelerati ed evidenziati dalla crisi, possono provocare un processo irreversibile di deindustrializzazione se non governati e se il paese accondiscende al “gioco” dell’industria cinese, che propone un inserimento internazionale passivo, in cui il Brasile assume il ruolo di esportatore di materie prime e d’importatore di prodotti finiti.



Qualcosa bisogna fare, ma cosa? Le proposte sono varie: «misure strutturanti» per favorire le esportazioni, come diminuire i tributi su di esse; riduzione di adempimenti burocratici; azioni volte a contrastare la (presunta) concorrenza sleale di merci cinesi, promuovendo misure compensative; politiche volte a deprezzare il real; riduzione dei carichi che gravano sul costo del lavoro.



Il Bndes ha nei giorni scorsi annunciato che investirà 1,7 miliardi di euro in tre linee di finanziamento per l’acquisto di parti, componenti e servizi tecnologici, per l'innovazione e l'acquisizione di beni di tecnologia dell'informazione fabbricati nel paese.


Nessuna di queste misure sembra decisiva, almeno fino a quando non vengano risolti i nodi dello sviluppo brasiliano. Le carenze nell’infrastruttura dei trasporti e della logistica e nella formazione della manodopera; l’assenza di una politica scientifica e dell’innovazione tecnologica e per l’acquisto di macchinari efficienti.



La burocrazia inadeguata, il peso dello Stato e la spesa pubblica irrazionale, tra le cause che alzano i tassi d’interesse e il cambio. Ci vuole tempo, impegno e coraggio per affrontare scelte difficili e a volte elettoralmente rischiose.

(21/03/2011)

Il «male olandese» ha contagiato il Brasile? - rivista italiana di geopolitica - Limes



Un'analisi interessante.
Birbun non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 23-03-11, 11:21   #2 (permalink)
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ipotizzare il futuro è cosa difficile.
il Brasile è ricco di risorse naturali.
Le risorse naturali, una volta vendute, diventano DOLLARI.
Con i dollari posso comprare di TUTTO.
COMPRESA L'INTELLIGENZA CHE NON HO.
O mi volete dire che SE BEN PAGATI ingegneri, fisici, matematici
ricercatori ecc. ecc.
si rifiuterebbero di lavorare in Brasile ?
ramirez non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 23-03-11, 15:11   #3 (permalink)
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ramirez non è necessario pontificare su tutto

e cmq la tua risposta non ha niente a che vedere con il senso dell'articolo che mette in guardia il brasile :

"assume il ruolo di esportatore di materie prime e d’importatore di prodotti finiti."

è già in atto un processo di deindustrializzazione

ma ai ricchi cosa gli frega...loro vendono....
roby. non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 23-03-11, 15:17   #4 (permalink)
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ramirez non è necessario pontificare su tutto

e cmq la tua risposta non ha niente a che vedere con il senso dell'articolo che mette in guardia il brasile :

"assume il ruolo di esportatore di materie prime e d’importatore di prodotti finiti."

è già in atto un processo di deindustrializzazione

ma ai ricchi cosa gli frega...loro vendono....
..nessuno ha previsto ciò che è successo in Nord Africa nè
per la sua gravità quel che è successo in Giappone.
Ed ora arriva uno che GIA' CONOSCE IL FUTURO A TOT ANNI
DEL BRASILE.
Ma per favore.
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Vecchio 23-03-11, 16:22   #5 (permalink)
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..nessuno ha previsto ciò che è successo in Nord Africa nè
per la sua gravità quel che è successo in Giappone.
Ed ora arriva uno che GIA' CONOSCE IL FUTURO A TOT ANNI
DEL BRASILE.
Ma per favore.
non so dove leggi che predico il futuro, io ho solo riportato cose già scritte nell'articolo che TU evidentemente non hai letto, oppure se hai letto non hai capito....e non mi stupisce

inoltre considerato che ci vivo da 10 anni in brasile e ne seguo le vicende, sono argomenti già trattati nella stampa nazionale e di conoscenza dei ministri vari che stanno appunto discutendo quali misure adottare

te capì...
roby. non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 23-03-11, 16:36   #6 (permalink)
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inoltre considerato che ci vivo da 10 anni in brasile e ne seguo le vicende, sono argomenti già trattati nella stampa nazionale e di conoscenza dei ministri vari che stanno appunto discutendo quali misure adottare

te capì...
hai scritto bene: già trattati.
Il bello è che SONO LE COSE NON TRATTATE (nord africa , giappone)
che cambiano il mondo....
ramirez non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 23-03-11, 18:13   #7 (permalink)
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non so dove leggi che predico il futuro, io ho solo riportato cose già scritte nell'articolo che TU evidentemente non hai letto, oppure se hai letto non hai capito....e non mi stupisce

inoltre considerato che ci vivo da 10 anni in brasile e ne seguo le vicende, sono argomenti già trattati nella stampa nazionale e di conoscenza dei ministri vari che stanno appunto discutendo quali misure adottare

te capì...
Articolo molto interessante, che Ramirez evidentemente - stiamo all'ipotesi più favorevole - non deve aver letto neanche di striscio.

Tempo fa lessi un articolo di Stiglitz proprio su questo tema in cui affermava che le misure per contrastarne gli effetti negativi salvaguardando quelli positivi sono state da tempo individuate.

Adesso non ho tempo di rileggerlo e riassumerlo, ma visto che l'argomento ti interessa, te lo posto qui di seguito.



We can now cure Dutch disease
For some nations, natural resoures are a curse - but it needn't be so

Joseph Stiglitz

The Guardian, Wednesday 18 August 2004

There is a curious phenomenon that economists call the resource curse - so named because, on average, countries with large endowments of natural resources perform worse than countries less well endowed.

Yet some countries with abundant natural resources do perform better than others, and some have done well. Why is the spell of the resource curse cast so unequally?

Thirty years ago, Indonesia and Nigeria - both dependent on their oil - had comparable per capita incomes.

Today, Indonesia's per capita income is four times Nigeria's. Indeed, Nigeria's (as measured in constant dollars circa 1995) has fallen.

A similar pattern holds true in Sierra Leone and Botswana. Both are rich in diamonds. Yet Botswana averaged 8.7% annual economic growth over the past 30 years, while Sierra Leone plunged into civil strife. The failures in the oil-rich Middle East are legion.

Economists put forward three reasons for the dismal performance of some richly endowed countries.

First, the prospect of riches orients official efforts to seizing a larger share of the pie, rather than creating a larger pie.

The result of this wealth grab is often war. At other times, simple rent-seeking behaviour by officials, aided and abetted by outsiders, is the outcome.

It is cheaper to bribe a government to provide resources at below-market prices than to invest and develop an industry, so it is no surprise that some firms succumb to this temptation.

Second, natural resource prices are volatile, and managing this volatility is hard. Lenders provide money when times are good, but want their money back when, say, energy prices plummet.

(As the old adage has it, banks only like to lend to those who do not need money.) Economic activity is thus even more volatile than commodity prices, and much of the gain made in a boom unravels in the bust that follows.

Third, oil and other natural resources, while perhaps a source of wealth, do not create jobs by themselves, and often crowd out other economic sectors.

For example, an inflow of oil money often leads to currency appreciation - a phenomenon called the Dutch disease.

The Netherlands, after its discovery of North Sea gas and oil, found itself plagued with growing unemployment and workforce disability (many of those who could not get jobs found disability benefits to be more generous than unemployment benefits).

When the exchange rate soars as a result of resource booms, countries cannot export manufactured or agriculture goods, and domestic producers cannot compete with an onslaught of imports.

So abundant natural wealth often creates rich countries with poor people.

Fortunately, as we have become aware of these problems, we have learned much about what can be done about them.

Democratic, consensual and transparent processes - such as those in Botswana - are more likely to ensure that the fruits of a country's wealth are equitably and well spent.

We also know that stabilisation funds - which set aside some of the money earned when prices are high - can help reduce the economic volatility associated with resource prices.

Moreover, such fluctuations are amplified by borrowing in good years, so countries should resist foreign lenders who try to persuade them of the virtues of such capital flows.

The Dutch disease, however, is one of the more intractable consequences of oil and resource wealth, at least for poor countries.

In principle, it is easy to avoid currency appreciation: keep the foreign exchange earned from, say, oil exports out of the country. Invest the money in the US or Europe. Bring it in only gradually.

But in most developing countries, such a policy is viewed as using oil money to help someone else's economy.

Some countries, notably Nigeria, are trying to implement these lessons. It has proposed creating stabilisation funds and, in future, it will sell its natural resources in transparent, competitive bidding processes.

Most importantly, the Nigerians are taking measures to ensure that the fruits of this endowment are invested, so that as the country's natural resources are depleted, its real wealth - fixed and human capital - is increased.

Western governments can help with common-sense reforms. Secret bank accounts not only support terrorism, but also facilitate the corruption that undermines development.

Similarly, transparency would be encouraged if only fully documented payments were tax deductible. Violent conflict is fed by western governments' massive sales of arms to developing countries. This should be stopped.

Abundant natural resources can and should be a blessing, not a curse. We know what must be done. What is missing is the political will to make it so.
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Vecchio 23-03-11, 19:18   #8 (permalink)
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Stigliz ha detto una capzata ! Si anche lui !
La gente impara dal passato.
Se nel passato chi aveva risorse non le ha sapute sfruttare
creando i presupposti per una successiva crescita economia...
ora tutti hanno letto Stiglitz e probabilmente
eviteranno gli stessi errori ..
O non è forse vero che la massiccia creazione di moneta
da parte della FED che abbiamo visto per aiutare l'economia
E' FRUTTO DI STUDI SULLA CRISI DEL '29 ?
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Vecchio 23-03-11, 22:10   #9 (permalink)
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Stigliz ha detto una capzata ! Si anche lui !
La gente impara dal passato.
Se nel passato chi aveva risorse non le ha sapute sfruttare
creando i presupposti per una successiva crescita economia...
ora tutti hanno letto Stiglitz e probabilmente
eviteranno gli stessi errori ..
O non è forse vero che la massiccia creazione di moneta
da parte della FED che abbiamo visto per aiutare l'economia
E' FRUTTO DI STUDI SULLA CRISI DEL '29 ?
"La gente impara dal passato"

...AHAHAH...bella questa...se non fosse per la tragica attualità....

ramirez solo tu credi a quello che dici...e poi e poi
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