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Data registrazione: Mar 2008
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Per una vera green economy
Si è parlato spesso in questa sezione degli incentivi alle fonti rinnovabili, dando in certi casi per scontato che tali misure andassero nella direzione di un'economia verde o che fossero in qualche modo ispirate a principi ambientalisti. Non è così. Per chiarire meglio, posto questo articolo di Maurizio Pallante e Andrea Bertaglio apparso nel blog che tengono sul sito de Il Fatto Quotidiano. Lo riporto a titolo informativo, invitando ad astenersi dal postare interventi di disturbo privi di contenuto conoscitivo.
Serve un nuovo futuro per la Green Economy Incentivi o meno alle fonti rinnovabili di energia, c’è un elemento che incide pesantemente nel determinare il divario tra il gran parlare delle stesse e l’assoluta insufficienza delle realizzazioni. Un elemento insito nella concezione della green economy come scelta strategica per far ripartire la crescita economica, come fattore di continuità e non di cambiamento rispetto a un sistema produttivo giunto al suo capolinea storico. Ciò che sfugge ai sostenitori della green economy è che la sostituzione delle fonti fossili con fonti rinnovabili implica una ristrutturazione complessiva del sistema energetico. La maggior parte dell’energia non dovrà più essere prodotta in grandi centrali, ma in una miriade di piccoli impianti per autoconsumo collegati in rete per scambiare le eccedenze. Solo in questo modo si potranno risolvere i problemi legati alla discontinuità delle fonti rinnovabili, si potrà minimizzare il loro impatto ambientale, si potranno ridurre le perdite di trasmissione. Di conseguenza, la rete di distribuzione non potrà più essere strutturata su grandi dorsali con derivazioni ad albero, ma dovrà essere reimpostata come una rete di reti locali sul modello di internet. L’opera non è da poco, ma i problemi tecnici che pone non presentano difficoltà insormontabili. Molto più difficili da risolvere sono i problemi politici, perché ciò che si mette in discussione è il potere delle società multinazionali che gestiscono il mercato energetico. Le quali sono disponibili a investire e stanno investendo nelle fonti rinnovabili perché si rendono conto che è inevitabile, ma non possono accettare che l’autoproduzione riduca le loro quote di mercato. Non possono accettare che gli incentivi con cui i governi sostengono il settore vadano a una miriade di auto-produttori anziché a rimpinguare i loro bilanci. Con l’alibi della riduzione dell’effetto serra e della creazione di occupazione nella green economy, i grandi impianti a fonti rinnovabili, oltre a devastare il paesaggio e i terreni agricoli, implementano legalmente con denaro prelevato dalle tasche dei contribuenti gli utili delle grandi aziende energetiche. Con la copertura di tutti i partiti e di alcune associazioni sedicenti ambientaliste. E con la possibilità, sempre presente quando si sostengono con denaro pubblico attività in perdita, che una parte di quel denaro sia dirottata illegalmente in altre tasche dove non dovrebbe arrivare, come alcune operazioni intercettate dalla magistratura lasciano supporre sia accaduto o stesse per accadere. La scelta strategica di spostare l’asse della produzione energetica su piccoli impianti di autoproduzione con scambio delle eccedenze in una rete di reti locali sul modello di internet, si inserisce nella scelta strategica di una politica economica finalizzata a creare occupazione nelle tecnologie che consentono di attenuare la crisi ambientale: l’inversione della tendenza alla globalizzazione e la rivalutazione delle economie locali. La prima reazione agli effetti devastanti della globalizzazione si è avuta nel settore agro-alimentare con la rivalutazione dei prodotti tipici locali, delle cultivar autoctone, della stagionalità, delle cucine tradizionali, delle filiere corte, dei mercati contadini. In questa inversione di tendenza, che ha assunto le connotazioni di un’alternativa globale ai prodotti insapori, avvelenati e destagionalizzati dell’agricoltura chimica, trasformati in cibi standardizzati dall’industria alimentare, trasportati a distanze anche intercontinentali, commercializzati dalla grande distribuzione organizzata, un ruolo decisivo è stato svolto da alcune associazioni di produttori e di acquirenti: i salvatori di semi e i coltivatori biologici da una parte, Slow Food e i gruppi d’acquisto solidale dall’altra. A partire dall’esperienza dei gruppi d’acquisto solidale, la rivalutazione dei modi di produzione tradizionali e la commercializzazione diretta tra produttori e acquirenti si sta estendendo al settore dell’abbigliamento con risultati sorprendenti. Aziende che lavoravano come contoterziste per grandi marchi ed erano costrette dalla concorrenza internazionale a subire condizioni contrattuali che le obbligavano a ridurre il personale, delocalizzare in paesi con manodopera a costi inferiori, utilizzare materiali scadenti e tecniche di lavorazione inquinanti, sono riuscite a liberarsi dal giogo della globalizzazione vendendo direttamente le loro merci ai gruppi di acquisto solidale. Poiché operano a dimensione locale, realizzano prodotti svicolati dalla necessità di adeguarsi alle variazioni imposte in continuazione dalla moda e saltano le intermediazioni commerciali, possono utilizzare materiali qualitativamente superiori e tecniche di lavorazione tradizionali meno inquinanti. Nonostante ciò, riescono a vendere a prezzi molto inferiori a quelli delle grandi marche e al contempo più remunerativi per loro, per cui hanno rilocalizzato e assunto nuovi occupati a eque condizioni contrattuali. Anche nell’esperienza di queste aziende la crescita dell’occupazione non è stata determinata dalla crescita della produttività e dalla ricerca spasmodica di ridurre i costi di produzione per far fronte alla concorrenza internazionale, ma da scelte di carattere qualitativo che comportano la riduzione del consumo di merci, che non sono beni (e, quindi, una decrescita guidata del pil): capi d’abbigliamento confezionati per durare nel tempo, che con un apparente ossimoro potremmo definire di moda durevole; produzione per mercati locali e riduzione del consumo di fonti fossili per il trasporto; uso di materiali e tecniche di lavorazione ecocompatibili; patto tra gentiluomini con gli acquirenti basato sulla trasparenza del prezzo; fidelizzazione della clientela mediante una commercializzazione finalizzata ad accrescere la conoscenza di come è fatto ciò che si compra; vendita diretta senza intermediazioni commerciali. Tutto ciò testimonia la storia breve, ma ricca di futuro, delle imprese nel settore dell’abbigliamento riunite nella rete dei Gas. Una storia riproducibile nel settore dell’efficienza energetica e delle energie rinnovabili. Per una vera green economy. |
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Carità e umiltà
Data registrazione: Mar 2000
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Quella che citi può essere una strada percorribile ed è giusto e saggio tentare di percorrerla. Insieme a tante altre che vale certamente la pena di tentare.
Insomma deve oramai essere chiaro a tutti che le energie rinnovabili sono L'UNICA PROSPETTIVA di lungo respiro di cui il pianeta dispone. TUTTE le energie umane e tutti gli investimenti possibili immaginabili DEVONO essere destinate allo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili. Il perchè non dovrei nemmeno spiegarlo poichè lo capisce anche un bambino. Tuttavia, per completezza del post, lo farò in estrema sintesi. 1) Il metano, il petrolio, il carbone, l'uranio, etc. SONO IN QUANTITA' FINITE. 2) Le suddette fonti energetiche sono inquinanti nel migliore dei casi e mortali nel peggiore. Mi pare non ci sia nient'altro da aggiungere. |
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Carità e umiltà
Data registrazione: Mar 2000
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L'unica possibilità che ha l'umanità sono le rinnovabili!
A volte mi domando come sia possibile che l'umanità non comprenda questa elementare verità. Capisco l'enormità degli interessi in gioco, comprendo la spietata e insanabile avidità di cui sono ammalati quelli del petrolio, del carbone e dell'uranio, ma........caspita! Solo l'energia rinnovabile offre una prospettiva di lungo respiro a questo martoriato pianeta.
Come non comprendere che il petrolio, il carbone, il metano, l'uranio, etc. sono in quantità finite? Come non vederne le controindicazioni? Come non capire che sono profondamente inquinanti e, talvolta, mortali? Che potrebbero anche danneggiare gravemente il pianeta? E infine, visto che siamo in macroeconomia, come non intuire che puntare ESCLUSIVAMENTE sulle fonti rinnovabili potrebbe dare luogo ad una ripresa economica assolutamente epocale? E magari dare anche una mano alla oramai perduta spiritualità umana? |
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Data registrazione: Jan 2009
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Ci rifletto anche io da un po', e l'idea che mi sono fatto è siano una serie di circostanze a generare questa situazione. Da una parte molti hanno una paura nera di guardare in faccia la realtà, perchè questo vorrebbe dire cambiare abitudini di vita e questo spaventa. Per il momento si preferisce mettere la testa sotto la sabbia e fare finta di niente. Dall'altra ci sono giornali e tv che non fanno altro che dare rassicurazioni, che ti dicono "il nucleare non è pericoloso, di petrolio c'è n'è tantissimo" etc etc). Certo è molto più facile e comodo credere a rassicurazioni di questo tipo che non al fatto che dobbiamo darci una mossa. Secondo me il problema risiede in questo punto. Riguardo alla questione economica, sarà proprio quando le rinnovabili diventaranno economicamente appetibili che qualcosa si muoverà, in quanto viviamo in una società che prende le sue decisioni basandosi unicamente su principi econometrici. |
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Data registrazione: May 2001
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Watashi
Data registrazione: Mar 2008
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Secondo me su una cosa il popolo vede sempre meglio dei potenti, tecnici, affaristi, oligopolisti, spacciatori di uranio e vari, è il sentore della sicurezza.
Basta vedere quando nomini la parola nucleare o questo episodio di Fukushima dove miliardi di persone sono in attesa degli sviluppi, invece vedi questi tecnici prezzolati, saltimbanchi, biaciapile delle multinazionali che cercano in tutti i modi di rassicurare la gente e dicono cose senza senso, si contraddicono continuamente e fanno la figura dei pagliacci, tutto per non ammettere che è un problema planetario. Le fonti rinnovabili portano con sè tanti problemi e tra i tanti l'inquinamento ma sono cose che si possono risolvere brillantemente con una sana politica energetica, resta il fatto che tutto passa dalla riduzione dei nostri consumi sia direttamente modellando le nostri abitudini sia indirettamente sfruttano elettrodomestici più efficienti, provvedendo ad una buona coibentazione della casa, cambiando gli infissi e altre cose. Tra l'altro l'Italia che ogni anno perde pezzi di industria e probabilmente andrà verso servizi ed alta tecnologia (ci spero) avrà sempre meno bisogno di grandi apparati energetici mentre il futuro è nella microproduzione di energia sia di comunità sia individuale, ed i pannelli così come l'eolico sono una prospettiva invitante. |
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#7 (permalink) | |
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Data registrazione: May 2001
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ma l'avidità è l'ostacolo insormontabile che non fa ragionare secondo principi evolutivi elementari...... |
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#8 (permalink) |
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Data registrazione: Nov 2008
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Mi piace molto l'idea di fondo e sempre piu' che se ne parli.
Il problema siamo noi, che non riusciamo a svincolarci da logiche "illogiche". Tempo addietro provai a prospettare ad i miei vicini una soluzione come quella del filmato, inutilmente (alcuni mi chiesero persino quanto c'avrei guadagnato e mi caddero le braccia). Quando si e' soli si puo' fare poco ed il potere si sa per mantenersi necessita che si sia divisi. YouTube - Report - Micro-cogenerazione |
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#9 (permalink) |
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Data registrazione: Nov 2005
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io faccio il polemico, mi si consenta.
Da una parte leggo che molte famiglie non arrivano alla 4a settimana e a queste famiglie si chiede di investire il 50% del reddito annuale per installare pannelli fv. (50% del reddito cioè la metà di quei 15.000 euro annui di reddito...o costano di più ? o di meno ? ) |
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#10 (permalink) | |
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Data registrazione: Nov 2010
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Chi ha un minimo di senso pratico, sa che il nucleare attuale è l'esatto opposto della sostenibilità nel lungo termine. Cosa fare dunque prima che finiscano le risorse non rinnovabili (petrolio, carbone, gas) ? -1 Ridurre i consumi grazie alle nuove tecnologie, credo che oramai quasi tutti sappiano che gran parte dei consumi energetici sono dati dalla climatizzazione degli edifici. Bene da diversi anni è obbligatorio anche in Italia classificare le abitazioni in caso di vendita (da poco anche in caso di locazione per alcune regioni) in relazione al loro consumo energetico. Le classi vanno da A+ (abitazione ad impatto virtualmente zero) a G abitazione energivora. Qui una descrizione Classificazione energetica degli edifici, certificazione energetica degli edifici Come si può notare abitazioni di nuova concezione possono tranquillamente consumare un decimo di quelle costruite anche solo 10 anni fa o poco più. Immaginate solo con questo quanto si possano ridurre i consumi e ridurre l'impatto ambientale oltre che favorire tutto l'indotto edilizio e dei nuovi materiali e tecnologie. Mi sembra che negli ultimi anni molto si sia mosso in tal senso e i vantaggi sono innumerevoli. Oltre a questo che mi sembra proporzionalmente il più importante, ci sono stati sviluppi in parecchi altri campi, dagli elettrodomestici, all'illuminazione, alle autovetture che tengono sempre più in considerazione i consumi, la produzione di inquinanti e il riciclo. Certo tutte queste tecnologie aiuteranno a ridurre in modo significativo i consumi ma di pari passo si dovrà andare avanti in modo convinto sulla ricerca del miglior utilizzo delle fonti rinnovabili. Le possibilità di sfruttare sole, vento, mari, fiumi, invasi, vulcani, piante, alghe, biomasse, scarti sono potenzialmente infinite e la ricerca in questo settore è ancora frazionale. Cosa fare quindi buttare via centinaia di miliardi con un nucleare di concezione vecchia basato sulla fissione e produzione di rifiuti sostanzialmente ingestibili e rischi più o meno alti di incidenti catastrofici o pensare a un futuro realmente sostenibile ? Per me la risposta è semplice. |
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