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Vecchio 05-03-11, 12:40   #1 (permalink)
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Dell'impossibilità di una società meritocratica

Consideriamo il concetto di "società meritocratica" = "società efficiente".

Una società è efficiente quando l'output complessivo è massimizzato grazia a un'allocazione ottimale del capitale umano disponibile.

(E' una definizione statica; per l'aspetto dinamico, vedi oltre.)

Da poche, semplici, ovvie considerazioni risulta evidente che una società perfettamente meritocratica è impossibile da realizzare e che lo scostamento dalla condizione ideale diventa sempre più ampio man mano la società si evolve verso gradi maggiori di complessità.

Dimostrazione: mentre l'efficienza nello svolgere i compiti più semplici tipici della società meno avanzate (agricoltura, lavoro in fabbrica) è facilmente osservabile e quantificabile, non è così quando si è chiamati a svolgere operazioni infinitamente più complesse, che richiedono elevate competenze cognitive.

La capacità di svolgere in modo ottimale tali compiti è funzione dell'intelligenza di ogni singolo soggetto.

(In base alla definizione implicita in questo concetto, l'intelligenza non è necessariamente una proprietà oggettiva, ma dipende dal particolare compito che si è chiamati a svolgere - compiti differenti richiedono tipi diversi di intelligenza. Ciò che è comune a tutte le forme di intelligenza è la loro variabilità; variabilità che viene generalmente espressa da una distribuzione normale o che alla "normalità" si avvicina.)

Da ciò consegue che la distribuzione dei compiti a livello sociale avviene per consenso o comunque per decisioni di gruppi di persone, i quali valutano le capacità di altri soggetti a partire dalle proprie capacità cognitive.

La conseguenza è ovvia: chi è chiamato a prendere decisioni o a decidere la posizione dei soggetti nell'organizzazione sociale e produttiva lo farà a partire dalla proprie capacità e dal consenso che riuscirà ad aggregare: il risultato sarà una qualità decisionale che pertiene a percentili molto vicini alla media, sideralmente distanti da ciò che sarebbe socialmente ottimale.

Esempio pratico: qualora si dovesse decidere se lanciare o meno un determinato prodotto, la decisione non verrà presa da chi ha QI specifico che lo colloca nei primi due percentili superiori (che è condizione per essere ammessi al Mensa Club) ma che effettuerà la scelta si collocherà su un QI molto inferiore, e quindi anche la qualità di questa e altre scelte sarà conseguente.

Analoghi ragionamenti possono essere fatti per qualunque tipo di decisione non triviale, sia a livello pubblico che privato.

La società meritocratica è quindi una totale illusione perché incontra un limite invalicabile nel fatto che chi decide dovrebbe effettuare una scelta utilizzando delle capacità che sono totalmente al di là della sua portata.

E' ovvio che questo discorso si applica molto meno in ambito tecnico, dove il lavoro di un ingegnere può essere valutato anche da chi non è ingegnere o ha un QI normale aiutandosi con parametri numerici oggettivi (il prodotto messo a punto da tale ingegnere consente di ottenere una prestazione X) ma si tratta più di eccezioni che della regola, perché anche in ambiti strettamente tecnici esistono un'infinità di componenti che richiedono capacità cognitive elevate.

Queste semplici considerazioni spiegano anche perché non vi sia alcuna tendenza, specialmente nelle società e nelle culture che hanno eretto il concetto di "efficienza" a loro feticcio prediletto, ad un miglioramento nella qualità dei processi decisionali (nella politica, nell'amministrazione, nelle imprese.)

(Notazione conclusiva riguardo all'efficienza dinamica, ovvero agli investimenti che si possono intraprendere per elevare il capitale umano: essi sono, nelle società avanzate a cui ci si sta riferendo, di fatto assenti. E' noto che il periodo di maggiore ricettività per lo sviluppo dell'intelligenza umana è quello pre-scolastico, cioè proprio la fase in cui l'investimento per favorire lo sviluppo cognitivo è uguale a zero. Tale considerazione può essere considerata una dimostrazione del teorema precedente. Ovvero, che le decisioni normalmente prese (in questo caso a livello pubblico) sono, a dir poco, invariabilmente sub-ottimali, quando non del tutto stupide e irrazionali.)
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Vecchio 05-03-11, 15:20   #2 (permalink)
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Nei settori in cui la qualità delle decisioni prese non impatta direttamente e di frequente i benefici di chi le prende, il tuo modello funziona.

Però


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Esempio pratico: qualora si dovesse decidere se lanciare o meno un determinato prodotto, la decisione non verrà presa da chi ha QI specifico che lo colloca nei primi due percentili superiori (che è condizione per essere ammessi al Mensa Club) ma che effettuerà la scelta si collocherà su un QI molto inferiore, e quindi anche la qualità di questa e altre scelte sarà conseguente.
Questo esempio è sbagliato in media, perchè in assenza di procedimenti distorsivi nella selezione di "chi decide" (tipo scelta politica, sussidio che tiene in vita le aziende inefficienti etc), se chi decide ha QI medio, e anche uno solo dei suoi concorrenti lo ha nel top2%, alla lunga quello con il top2% acquista maggiori quote di mercato etc etc quindi ha un peso e potere decisionale + ampio nella società.

Il motivo per cui ottimizzare è "impossibile" è che è impossibile definire l'ottimo sociale, proprio a livello teorico.
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Vecchio 05-03-11, 16:46   #3 (permalink)
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riassumendo il tutto in due concetti:
1) la politica e' l'arte della opportunita' (quindi quasi niente di scientifico);
2) chi amministra, amminestra
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Vecchio 05-03-11, 18:01   #4 (permalink)
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la realtà è che tendere alla meritocrazia è l'unico mezzo per preservarci dall'inefficienza.
il problema maggiore non sta negli uomini che devono valutare altri uomini poichè nella maggior parte dei casi è l'empirisco che ne valuta le reali potenzialità, il modo migliore per valutare la persona è quello di ideare degli strumenti idonei di valutazione semi-oggettiva che si rifacciano alla realtà lavorativa.
Sta quindi nei limiti degli strumenti e in che ne struttura i casi il vero problema del xxi secolo, strumenti che nella società qualunque sono composti da norme e leggi, in quella scolastica da esami, ed in quella lavorativa da test di ingresso, titoli di studio, prove e quant'altro.

una società dove sono uomini a scegliere altri uomini sulla base delle loro idee politiche, di come si son alzati la mattina, delle simpatie, del sesso e della bellezza (quando essa non è un requisito di efficienza ) finisce per creare corruzioni, invidie, intolleranza, attriti e dissidi, ed incentiva la nascita di dittature come unico baluardo per acquietare la società, una figura forte che preservi il nascere di violenze umane.

è giusto d'altronde dire che è irrealizzabile la piena meritocrazia ed efficienza, poichè è nei limiti stessi degli strumenti (regole, norme, prove, titoli di studio, etc..) l'inefficienza!
come detto l'importante è ricercarla poichè l'altra strada è la cooptazione selvaggia, quella che supera gli strumenti e che ritroviamo in molti luoghi italici purtroppo.
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Vecchio 05-03-11, 22:56   #5 (permalink)
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Originalmente inviato da San Siro Visualizza messaggio
Consideriamo il concetto di "società meritocratica" = "società efficiente".

Una società è efficiente quando l'output complessivo è massimizzato grazia a un'allocazione ottimale del capitale umano disponibile.

(E' una definizione statica; per l'aspetto dinamico, vedi oltre.)

Da poche, semplici, ovvie considerazioni risulta evidente che una società perfettamente meritocratica è impossibile da realizzare e che lo scostamento dalla condizione ideale diventa sempre più ampio man mano la società si evolve verso gradi maggiori di complessità.

Dimostrazione: mentre l'efficienza nello svolgere i compiti più semplici tipici della società meno avanzate (agricoltura, lavoro in fabbrica) è facilmente osservabile e quantificabile, non è così quando si è chiamati a svolgere operazioni infinitamente più complesse, che richiedono elevate competenze cognitive.

La capacità di svolgere in modo ottimale tali compiti è funzione dell'intelligenza di ogni singolo soggetto.

(In base alla definizione implicita in questo concetto, l'intelligenza non è necessariamente una proprietà oggettiva, ma dipende dal particolare compito che si è chiamati a svolgere - compiti differenti richiedono tipi diversi di intelligenza. Ciò che è comune a tutte le forme di intelligenza è la loro variabilità; variabilità che viene generalmente espressa da una distribuzione normale o che alla "normalità" si avvicina.)

Da ciò consegue che la distribuzione dei compiti a livello sociale avviene per consenso o comunque per decisioni di gruppi di persone, i quali valutano le capacità di altri soggetti a partire dalle proprie capacità cognitive.

La conseguenza è ovvia: chi è chiamato a prendere decisioni o a decidere la posizione dei soggetti nell'organizzazione sociale e produttiva lo farà a partire dalla proprie capacità e dal consenso che riuscirà ad aggregare: il risultato sarà una qualità decisionale che pertiene a percentili molto vicini alla media, sideralmente distanti da ciò che sarebbe socialmente ottimale.

Esempio pratico: qualora si dovesse decidere se lanciare o meno un determinato prodotto, la decisione non verrà presa da chi ha QI specifico che lo colloca nei primi due percentili superiori (che è condizione per essere ammessi al Mensa Club) ma che effettuerà la scelta si collocherà su un QI molto inferiore, e quindi anche la qualità di questa e altre scelte sarà conseguente.

Analoghi ragionamenti possono essere fatti per qualunque tipo di decisione non triviale, sia a livello pubblico che privato.

La società meritocratica è quindi una totale illusione perché incontra un limite invalicabile nel fatto che chi decide dovrebbe effettuare una scelta utilizzando delle capacità che sono totalmente al di là della sua portata.

E' ovvio che questo discorso si applica molto meno in ambito tecnico, dove il lavoro di un ingegnere può essere valutato anche da chi non è ingegnere o ha un QI normale aiutandosi con parametri numerici oggettivi (il prodotto messo a punto da tale ingegnere consente di ottenere una prestazione X) ma si tratta più di eccezioni che della regola, perché anche in ambiti strettamente tecnici esistono un'infinità di componenti che richiedono capacità cognitive elevate.

Queste semplici considerazioni spiegano anche perché non vi sia alcuna tendenza, specialmente nelle società e nelle culture che hanno eretto il concetto di "efficienza" a loro feticcio prediletto, ad un miglioramento nella qualità dei processi decisionali (nella politica, nell'amministrazione, nelle imprese.)

(Notazione conclusiva riguardo all'efficienza dinamica, ovvero agli investimenti che si possono intraprendere per elevare il capitale umano: essi sono, nelle società avanzate a cui ci si sta riferendo, di fatto assenti. E' noto che il periodo di maggiore ricettività per lo sviluppo dell'intelligenza umana è quello pre-scolastico, cioè proprio la fase in cui l'investimento per favorire lo sviluppo cognitivo è uguale a zero. Tale considerazione può essere considerata una dimostrazione del teorema precedente. Ovvero, che le decisioni normalmente prese (in questo caso a livello pubblico) sono, a dir poco, invariabilmente sub-ottimali, quando non del tutto stupide e irrazionali.)
Più un sistema è competitivo e più si è orientati alla ricerca del merito. Più un sistema è statico e meno si è orientati al merito.

Ovviamente essere "orientati" al merito non significa trovarlo e valorizzarlo sempre, per le ragioni che hai espresso tu. Nonstante ciò un sistema competitivo e quindi orientata al merito sarà portata a cercarlo e quindi a trovarlo

Potrei fare svariati esempi di sistemi competitivi e non competitivi sia in italia che all'estero. Ma sono esempi abbastanza evidenti
ellegus non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 05-03-11, 23:58   #6 (permalink)
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Originalmente inviato da Luciom Visualizza messaggio

(...)

Questo esempio è sbagliato in media, perchè in assenza di procedimenti distorsivi nella selezione di "chi decide" (tipo scelta politica, sussidio che tiene in vita le aziende inefficienti etc), se chi decide ha QI medio, e anche uno solo dei suoi concorrenti lo ha nel top2%, alla lunga quello con il top2% acquista maggiori quote di mercato etc etc quindi ha un peso e potere decisionale + ampio nella società.

Il motivo per cui ottimizzare è "impossibile" è che è impossibile definire l'ottimo sociale, proprio a livello teorico.
Secondo il mio modello, è impossibile che un'azienda di una certa dimensione abbia dei decisori che si collocano al top 2%, per le ragioni che ho indicato: la natura sociale dell'organizzazione aziendale esclude coloro che si collocano agli estremi della distribuzione delle capacità, sia, ovviamente, quelli negativi che, per la stessa ragione, quelli positivi.

Nel modello che proponi tu, si assiste a una sorta di evoluzione darwiniana: fra tante aziende presenti sul mercato, alcune hanno dirigenti scarsi e quindi alla lunga cresceranno poco o finiranno addirittura con il fallire, mentre quelle con decisori più dotati allargheranno le loro quote di mercato.

Credo però che tale modello non si applichi per due motivi: primo le imprese sono fatte di persone che vanno e vengono, non hanno una "memoria" genomica. Ne consegue quindi che basta che so, dirigenti al 75esimo percentile per collocarsi al top nel proprio settore, e ad ogni tornata si rigettano i dadi da capo.

Mi ricordo che a metà degli anni '80 lessi un articolo in cui si analizzavano le ragioni del fallimento dei nuovi prodotti. Nella stragrande maggioranza dei casi si trattava di me too, cioè di nuove versioni di prodotti già esistenti. E la maggior parte dei fallimenti era dovuta al fatto che queste nuove versioni erano costavano di più per offrire la stessa prestazione, o costavano uguale per assicurarne una inferiore. L'articolo riguardava il mondo anglosassone, in particolare l'Inghilterra.)

Questo interessante lavoro non avanzava però alcuna ipotesi su quali fossero i meccanismi decisionali che avevano portato a quella singolare strategia di attacco al mercato: arrivare dopo per offrire una soluzione peggiore di quella esistente.

Alla luce delle considerazioni da me fatte, si tratta di un fenomeno del tutto comprensibile e, direi, prevedibile.
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Vecchio 06-03-11, 00:19   #7 (permalink)
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il problema maggiore non sta negli uomini che devono valutare altri uomini poichè nella maggior parte dei casi è l'empirisco che ne valuta le reali potenzialità, il modo migliore per valutare la persona è quello di ideare degli strumenti idonei di valutazione semi-oggettiva che si rifacciano alla realtà lavorativa.
Sta quindi nei limiti degli strumenti e in che ne struttura i casi il vero problema del xxi secolo, strumenti che nella società qualunque sono composti da norme e leggi, in quella scolastica da esami, ed in quella lavorativa da test di ingresso, titoli di studio, prove e quant'altro.
No, dottoraus, le cose non stanno così.
Se io devo decidere quale prodotto lanciare, con quale strategia, quale campagna pubblicitaria approvare (tre compiti di importanza decrescente) non c'è alcun esame o test che seleziona chi si colloca nei percentili elevati e chi no.
(Non vorrei fare del biografismo un tanto al chilo, ma io personalmente mi colloco nei primi due percentili. Ma al di là di questo, che non è importante, ritengo di avere una intelligenza elevata nei compiti di cui sopra - non ho mai sbagliato in vita mia: mai un prodotto di cui ho preconizzato la morte è sopravvissuto - ma le poche volte che ho espresso pubblicamente le mie riserve mi è stato chiesto di motivarne le ragioni. Domanda stupida, perché si tratta di meccanismi non riducibili a sequenze logicamente connesse di formule ben formate. Chi mi ha posto la richiesta, non ha capito nulla di come funzionano queste cose, appunto perché, essendo nella posizione del decisore, aveva un QI specifico per quel compito molto basso.)


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una società dove sono uomini a scegliere altri uomini sulla base delle loro idee politiche, di come si son alzati la mattina, delle simpatie, del sesso e della bellezza (quando essa non è un requisito di efficienza ) finisce per creare corruzioni, invidie, intolleranza, attriti e dissidi, ed incentiva la nascita di dittature come unico baluardo per acquietare la società, una figura forte che preservi il nascere di violenze umane.
Leggiti Daniel Goleman, autore di "Intelligenza emotiva".
La sua tesi, supportata da riscontri interessanti, è che andare a vedere i risultati scolastici non consente di fare alcuna previsione sul successo di un individuo. Infatti a decidere è appunto quella che lui chiama "Intelligenza emotiva" all'interno dalla quale, a mio personale avviso, rientrano le numerose forme di paracul.ismo.
Con questo non voglio dire che chi ha voti alti a scuola abbia l'intelligenza giusta per prendere decisioni a livello aziendale o politico, ma sono convinto che l'intelligenza, comunque, aiuti. E vedo con grande sospetto il fatto che questo persone vengano ridimensionate una volta uscite dalla scuola ed entrate nel mondo del lavoro.
Non riesco a trovare altre ragioni al di fuori di quelle, strutturali, da me già indicate.


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è giusto d'altronde dire che è irrealizzabile la piena meritocrazia ed efficienza, poichè è nei limiti stessi degli strumenti (regole, norme, prove, titoli di studio, etc..) l'inefficienza!
come detto l'importante è ricercarla poichè l'altra strada è la cooptazione selvaggia, quella che supera gli strumenti e che ritroviamo in molti luoghi italici purtroppo.
Certo, le imprese hanno codificato il marketing individuando tutta una serie di passaggi e di verifiche proprio per ottenere dei risultati standard che si ritiene siano soddisfacenti. Ma è difficile non vedere in questi strumenti, in grado certamente di aiutare i mediocri, una seria limitazione della creatività.
San Siro non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 06-03-11, 00:22   #8 (permalink)
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Più un sistema è competitivo e più si è orientati alla ricerca del merito. Più un sistema è statico e meno si è orientati al merito.

Ovviamente essere "orientati" al merito non significa trovarlo e valorizzarlo sempre, per le ragioni che hai espresso tu. Nonstante ciò un sistema competitivo e quindi orientata al merito sarà portata a cercarlo e quindi a trovarlo

Potrei fare svariati esempi di sistemi competitivi e non competitivi sia in italia che all'estero. Ma sono esempi abbastanza evidenti
Sicuramente è vero quello che dici tu.
Il sistema competitivo batte quasi sempre quello non competitivo.
Però la mia impressione è che il sistema competitivo sia troppo lontano da un'autentica meritocrazia.
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Vecchio 06-03-11, 13:50   #9 (permalink)
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se 30 anni di lavoro significano qualcosa..ecco alcune domande ?
sistono tante persone meritevoli quanti sono i posti disponibili ?
Le persone meritevoli sono a conoscenza di TUTTI I POSTI DISPONIBILI ?
Come viene fatta la scelta ? Il più delle volte si giudicano aspetti
secondari rispetto alle effettive capacità (bella presenza, capacità
di esposizione ecc ecc). Può essere che il miglior chirurgo
sia imbranato , piccolo e calvo...
Studi scientifici HANNO DIMOSTRATO che l'altezza è un grande vantaggio.
Non tralasciate il caso (in 30 anni ne ho visti molti)
è importante essere al posto giusto nel momento giusto.
.
Poi di cosa stiamo parlando ? Del posto a direttore dell'ufficio
ricerche della Nasa...o più semplicemente di un capo ufficio/reparto ?
Del primo caso non m'interesso essendo cosa rarissima
nel secondo caso ..NON VENGONO RICHIESTE DOTI
particolarmente elevate tale da comportare UNA VERA SCREMATURA.
Nel 90% dei casi non serve un 110 e lode...spesso basta un 80..
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Vecchio 06-03-11, 17:41   #10 (permalink)
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E' comunque un argomento molto interessate. Bisogna prima di tutto capire cosa si intende per merito e poi merito per chi: per chi ti da il posto o per la società

Queste sono 2 cose fondamentali che nell'astratto tema della "meritocrazia" non vengono mai abbastanza argomentate.

Voglio farvi un'esempio veloce: difficilente potremmo dire che la fedeltà è un demerito. Chi mai direbbe: mia moglie ha il demerito di essere fedele
Ma se la fedeltà non è un demerito significa che è un merito. E se è un merito significa che in un sistema meritocratico io do le posizioni migliori a chi ha il merito di essermi fedele. Che, guarda un po', è proprio ciò che succede in italia: i posti di potere vengono dati in base alla fedeltà così come i parlamentari vengono nominati in base alla fedeltà al capo.

Quindi se la fedeltà è un merito l'italia è un paese altamente meritocratico

Ovviamente c'è anche il secondo punto: il merito deve essere per la persona che ti da il posto o per la società. E qui l'esempio fedeltà ritorna ancora buono:

Per il presidente di tal ente pubblico è utile mettere nei posti chiave persone che hanno il merito di essergli fedeli, ma per la società nel suo complesso è vantaggioso che la selezione venga fatta con questo specifico criterio di merito?

Quindi finchè non si stabiliscono questi due punti:
-qual'è il "merito" che vogliamo valutare
e
-per chi questo è considerato un merito

Parlare di meritocrazia vuol dire parlare di aria fritta. Dato che, come vi ho dimostrato, basta scegliere alcuni parametri come la fedeltà e l'italia diventa il paese più meritocratico al mondo
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