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mumble mumble
Data registrazione: Apr 2009
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La Cina alla guerra dei minerali strategici
Pechino controlla il 95% dei giacimenti delle cosidette terre rare, minearli indispensabili per industrie strategiche come la telefonia, l'auto e la Green Economy
Gadolinio, itterbio, praseodimio, disprosio, lutezio. Chi li ha mai sentiti nominare? Sono solo alcuni dei diciassette minerali strategici conosciuti sotto il nome collettivo di "terre rare". Praticamente insostituibili nelle tecnologie oggi impiegate nella fabbricazione di componenti elettronici, batterie o motori elettrici, sistemi d'illuminazione e altro. Il problema è che questi minerali non sono solo rari, ma che i giacimenti si concentrano attualmente per la quasi totalità (il 95% per la precisione) nel territorio di un solo Paese: la Cina. Nel 1992 l'allora presidente Deng Xiaoping, propugnatore dell'entrata della Cina nella competizione capitalistica mondiale, aveva visto chiaro e lungo: "Il Medio Oriente ha il petrolio, ma noi abbiamo le terre rare". Arma economica (e di ricatto) di straordinaria efficacia, come si è capito negli anni successivi. In attesa di svilupparne l'estrazione altrove, le industrie del resto del mondo devono oggi fare i conti con le condizioni poste da Pechino. Che si traducono in vari ordini di problemi: anzitutto una crescita continua dei prezzi, diretta conseguenza del monopolio, e poi il dover sottostare a un sistema di controllo delle esportazioni dalla Cina, che nel 2010 ha deciso improvvisamente di ridurre del 40% le sue vendite all'estero rispetto al 2009. Altro che cartello dei produttori di petrolio! Le terre rare sono preziose nell'industria automobilistica (batterie, illuminazione, cristalli liquidi, vetri colorati), in quella della difesa e nella telefonia, ma addirittura indispensabili per la cosiddetta green economy, nella quale l'Occidente sembra intenzionato a investire con crescite esponenziali: non solo le auto elettriche (ancora l'industria dell'auto!) ma i macchinari per la produzione di energia eolica e solare non possono farne a meno. Rischiare di farsi strangolare dalla Cina in settori così strategici è inaccettabile, da qui la reazione delle imprese e dei governi dei grandi Paesi industrializzati come gli Stati Uniti, il Giappone e la Germania: primo obiettivo, trovare delle alternative. Il che significa due cose: sviluppare tecnologie innovative che riducano la dipendenza dalle terre rare e stimolarne l'estrazione in altri Paesi. Sul primo punto, nulla è impossibile, ma i tempi per superare la dipendenza dalle terre rare sono certamente lunghi. Sul secondo punto esiste una realtà paradossale: le terre rare non sono affatto rare, è vero semmai che i giacimenti facilmente sfruttabili sono pochi, mentre nella massima parte dei casi i preziosi minerali si trovano in basse concentrazioni e spesso mescolati a sostanze radioattive. Pur di accedere a materie prime di tale importanza in condizioni più vantaggiose le grandi aziende del settore stringono accordi con Paesi produttori minori come Canada, Brasile, India, Australia e Kazakistan: obiettivo, rompere il monopolio cinese. Anche questo percorso però richiederà tempo: tra l'apertura di una miniera e l'effettiva messa a disposizione del minerale passano due-tre anni. E dieci, forse anche quindici prima di arrivare al pieno impiego su base industriale. Un'eternità. Nel frattempo, la Cina potrà continuare a fare il bello e il cattivo tempo. Non limitandosi a dominare nella produzione delle terre rare, ma sviluppando ulteriormente il proprio già ottimo know-how nella loro trasformazione industriale e rendendosi così ancor più indispensabili: già oggi fa un'eccezione alle quote sull'export per i prodotti trasformati in Cina, che possono essere venduti all'estero senza restrizioni. E il giorno in cui nuovi produttori le faranno concorrenza, c'è già chi ipotizza che pur di azzerarla Pechino rinuncerà al sistema delle quote, facendo così crollare i prezzi. La Cina alla guerra dei minerali strategici - Esteri - ilGiornale.it del 28-01-2011 |
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#2 (permalink) |
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Member
Data registrazione: Jun 2010
Messaggi: 203
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Beh, diciamo che la Cina ha il privilegio di controllare le materie prime, ma altresì il mondo Occidentale ha miliardi di dollari, menti geniali, ed anche molta testardaggine: non credo che non ci sarà nessun'altra scoperta da qui a qualche anno.
Piuttosto, il problema è (nostro, per sfortuna) spendere denaro per la ricerca. Senza quello, niente miliardi, niente geni e niente testa dura. |
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#3 (permalink) | |
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mumble mumble
Data registrazione: Apr 2009
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Member
Data registrazione: Jun 2010
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Sempre che le autorità non li facciano scappare tutti... Se le menti cominciano a pensare, e a filosofeggiare, prima o poi vorranno la democrazia. Altrimenti, più che testardaggine, direi limitata visione d'insieme. |
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#5 (permalink) | |
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STAY ALIVE !!!
Data registrazione: Apr 2005
Messaggi: 3,724
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---> per definizione, ricercatori ed ingegneri sono cittadini del mondo...basta sapere l'inglese... |
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Member
Data registrazione: Jun 2010
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E' vero. Però, un uomo libero a Bejiing dovrebbe essere uguale a quello che vive a New York... Non dovrebbe cambiare molto |
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#8 (permalink) |
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Member
Data registrazione: Nov 2010
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Gli investimenti cinesi [...] sono particolarmente importanti nelle materie prime, necessarie ad alimentare la crescita di Pechino. Nel 2009 la società cinese del carbone Yanzhou Coal ha acquistato la mineraria australiana Felix Resources per 3,5 miliardi di dollari (2,5 miliardi di euro), segnando il più grande deal nella storia dell'industria mineraria di Canberra. «Sono cifre da capogiro - dice Sam Walsh, responsabile dei minerali ferrosi per Rio Tinto -. È come una manna caduta dal cielo».
L'Australia è una miniera a cielo aperto: è il maggior esportatore di carbone e minerali ferrosi[...]Il sospetto è anche che la Cina, come contropartita all'acquisto di materie prime, voglia di più. Pechino ha chiesto più volte che film di registi dissidenti venissero tolti dalla programmazione di Festival del cinema australiani e che l'ingresso nel paese venisse negato a figure considerate controverse. Clamoroso è stato poi l'appello agli studenti cinesi in Australia (una comunità di 70mila persone) perché partecipassero ai rally anti-Tibet a ridosso delle Olimpiadi di Pechino... La Cina scava ancora in Australia - Il Sole 24 ORE |
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