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Inflazione cinese
Comincia a succedere qualcosa di interessante, o invece no?
![]() CHICAGO BLOG » Allarme giallo: inflazione cinese! di Leonardo Baggiani Cavolo, era l’ora! Finalmente la Cina comincia a sperimentare un po’ di volgarmente detta “inflazione”, cioè rialzo dei prezzi al consumo. Il mio “finalmente” non significa che io sperassi che accadesse, ma solo che si tratta di uno sviluppo delle macro-variabili che mi aspettavo già da tempo come inevitabile segnale di squilibri monetari – e non solo – conseguenti a certa politica monetaria. Prezzi al consumo a +4,4% ad ottobre, trainati da un +10% dell’alimentare (con prodotti saliti anche di un 50% in un anno). La tendenza è talmente forte che la Banca Centrale cinese (PBoC) sta mettendo mano un po’ a tutti gli strumenti che ha per contenere il fenomeno. Ma questa “inflazione cinese” cosa significa per il mondo? Sicuramente ci sarà qualcuno che salterà di gioia per un cinese che comincia a chiedersi come comprarsi la sua ciotolina di riso, dopo che quel cinese (sempre secondo quel qualcuno) gli ha rubato il lavoro. No, non c’è molto di cui gioire, perché la PBoC cerca di frenare questo fenomeno e per ora usa i mezzi “convenzionali” che sono rialzo dei tassi, rialzo della riserva obbligatoria, e interventi sul mercato, e come disse Napoleone “quando la Cina si alzerà, il mondo tremerà”. Poniamo che il problema perduri, e con esso la risposta restrittiva della PBoC. Questo al contempo rallenterà anche l’economia cinese, il che significa il ridimensionamento di un mercato di sbocco alcuni esportatori occidentali, il che a catena si ripercuote verso coloro che esportano verso quest’ultimi. Prezzi più alti in Cina non possono che ricadere anche sui prezzi della sua produzione e del suo export, ed a meno che gli esportatori non decidano di contrarre i propri margini di guadagno per evitare nuovi concorrenti (e qui è svolta un’analisi che non fa sperare in tal senso) gli occidentali vedranno salire i prezzi di molti molti prodotti (anche quelli su cui, in forza di ridicole leggi, possiamo leggere “made in Italy”). Assieme a questo va considerato che, nella misura in cui i maggiori prezzi al consumo non potranno venir in qualche modo scaricati sull’occidente, la Cina potrà veder contrarsi il proprio tasso di risparmio, il che si traduce in una riduzione del supporto che la stessa può dare ai debiti pubblici occidentali (USA in primis, ma in maniera crescente i “periferici” UEM). In questo momento non è una buona notizia la montante dinamica sui prezzi al consumo cinesi. In un sistema economico mondiale correttamente funzionante ce ne saremmo sbattuti, perché fenomeni di persistente crescita dei prezzi non potrebbero accadere se non dietro una giustificazione reale ben visibile (nel caso: scarsità improvvisa di materie prime, industriali o alimentari che siano), quindi o si è di fronte a shock che più che giustificano certi movimenti, o semplicemente non c’è ragione perché si verifichino; al massimo possono essere shock “locali”, nel qual caso si avrebbe semplicemente una riorganizzazione a livello mondiale della produzione. Nel mondo attuale invece è un bel problema, perché che lo si voglia o no gli USA sono in panne, gli emergenti sono un motore insufficiente e tutto sommato ancora fragile per l’economia mondiale, la UE si regge su una Germania che si regge sull’export, e in buona parte la Cina è sia produttivamente il motore mondiale, che finanziariamente il sottoscrittore di ultima istanza. Smesso di ridere? La cosa veramente brutta è che a questa situazione si doveva comunque arrivare. A lungo la Cina ha sfruttato al difficoltà americana che ha portato la “stampa” di crescenti quantità di dollari, rispondendo con una altrettanto crescente offerta di yuan, così da tenere il tasso di cambio più o meno fermo; questo ha aiutato moltissimo l’export cinese, facendo accumulare risparmio cinese che è diventato finanziamento agli “spendaccioni” USA. Cioè: la Cina ha effettivamente partecipato all’inflazionismo mondiale, e la grossa quantità di yuan messi in circolazione doveva aver prima o poi effetto sui prezzi cinesi. Inoltre, una Cina che si “gonfia” grazie all’inflazionismo americano, e si “rigonfia” grazie al proprio inflazionismo, è sempre un Paese importante che pesa sul mercato delle materie prime, e questo prima o poi doveva venir fuori. A ciclo rivoltato si è risposto con il Quantitative Easing. Come detto molte volte, la natura reale della crisi ciclica non permette la sua risoluzione per via monetaria, quindi il Quantitative Easing si è sfogato non nella creazione di credito (si veda qui), ma solo come “gonfiamento” di alcuni settori (titoli pubblici, derivati su commodity) e prevenendo lo sgonfiamento di altri; questo sì sul mercato USA, ma in misura sempre crescente anche sui mercati emergenti, gli unici che sembrano dare una qualche “speranza” di supporto reale ai corsi crescenti. Il grado di inflazionismo indotto dagli USA (che possono farlo perché il dollaro non ha certo lo status del rand) è diventato tale che ormai gli emergenti (e chissà, forse pure la UE) stanno cercando di frenarne le conseguenze come possono. Tra questi c’è, chiaramente, la Cina. Ma ormai il danno è stato fatto, la liquidità è stata creata ed è in circolazione, e da qualche parte deve sfogarsi. Era solo questione di tempo (amico, se vuoi ridere qui all’idiozia monetaria, hai ragione). Ritengo che finora la Cina abbia potuto sfruttare tali tassi di crescita, permessi dalla sua disponibilità di lavoro, da contrastare più o meno in via “naturale” una naturale tendenza al rialzo dei prezzi dovuta alla crescente massa di mezzi di pagamento (moneta e credito) in circolazione. Il Paese era cioè inflazionato, ma la crescita dell’offerta di beni andava più o meno pari passu. La crescita non è più a due cifre, e benché la Cina disponga sempre di una discreta riserva di lavoratori, è naturale che il suo crescente sfruttamento comporti sia costi marginali crescenti (stipendi, nel caso), sia l’entrare in gioco primo o poi della legge dei rendimenti marginali decrescenti (del lavoro e del capitale). D’altra parte se il problema non è prettamente monetario non può venir risolto chiudendo un po’ il rubinetto. Lo stimolo monetario su cui la Cina ha costruito il proprio slancio (e altri o la propria forza o una presunta lotta alle forze depressive) porta anche a distorsioni nella struttura produttiva, in qualche modo rafforzando gli stadi più vicini al consumo e portando allo smantellamento dei quelli più lontani che però avrebbero costituito le basi della crescita futura. Anche questo alla fine incide sulle macro-variabili di interesse. Adesso non è facile che l’economia rallenti da sola, perché la liquidità dall’esterno arriva, la domanda dai soliti importatori c’è sempre, e l’inflazionismo, come insegnava già Wicksell 112 anni fa, crea un ciclo vizioso che si autoalimenta. La PBoC reagisce imponendo controlli sui movimenti dei capitali ed alzando tassi e riserve bancarie così da ridurre sia il moltiplicatore monetario che la base su cui questo si piramida. Temo che non servirà; non per nulla già si parla di provvedimenti “fiscali” (stoccaggi pubblici e calmieratori dei prezzi) che danno la misura, secondo me, della gravità della situazione. Il capolinea, che è la fase discendente di un ciclo cinese di cui la crescita dei prezzi al consumo è il prodromo da manuale di Austrian Business Cycle, è inevitabile. Il problema è che emerga adesso che l’economia mondiale non è ancora veramente impostata alla ripresa, ma tiri a campare su una serie di colossali flebo. Forse la Cina potrà metterci una temporanea toppa spingendo la globalization II, cioè la delocalizzazione in Africa, così da creare nuovi centri di produzione a prezzi sempre bassi. La speranza è che questo permetta di “scollinare” il downturn cinese (e il Double Dip mondiale). La speranza più grande è però che io mi sia sbagliato e questa fiammatina dei prezzi cinesi non significhi nulla. |
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Il risparmio cinese potrà anche calare, ma che c'entra col contributo che la cina dà all'acquisto di tds usa ed europei? Mica quei titoli di stato sono acquistati con yuan risparmiati, per l'acquisto di tds usa ed europei l'importante è che la cina continui ad avere riserve in yuan ed euro, poi che il panettiere cinese abbia risparmiato più o meno yuan è del tutto ininfluente. Aggiungo anche che la Cina ha abbondanti riserve in valuta estera, se non acquista tds usa è per motivi strategici o comunque differenti dalla carenza di valuta estera. Inoltre se vi fosse veramente questa carenza significherebbe che la cina ha smesso di accumulare valuta estera lasciando rivalutare lo yuan e consentendo miglioramnti e vantaggi alle economie occidentali, il problema del debito si ridurrebbe notevolmente. Citazione:
E' un processo inevitabile per i manipolatori di valuta, ed è probabilmente esattamente quel che la fed vuol favorire con il qe: stampiamo dollari e acquistiamo titoli di stato brasiliani o anche solo cambiamo quei dollari in real che poi lasciamo depositati in una banca brasiliana. L'inflazione in occidente non è certo un problema, soprattutto se è di questo tipo, ovvero provocata da un calare della competitività cinese a nostro favore, attualmente il problema nostro non è l'inflazione, ma è la disoccupazione, la scarsa competitività delle aziende ecc Non ha senso lamentarsi dell'inflazione in cina: per fortuna che c'è, altrimenti potrebbero manipolar la valuta all'infinito, anche sino a renderci incapaci di produrre qualsiasi bene in maniera competitiva. |
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Se, per ipotesi estrema, non risparmiasse, in termini reali non ci sarebbero queste risorse per finanziare l'occidente. Per fare lo schemino base-base, il cinese produce un computer, lo vende ad un americano che lo compra dandogli in cambio un pagherò. Il cinese produce ma NON consuma, cioè risparmia. L'americano consuma e si indebita. Se il cinese non risparmia vuol dire che non si accontenta del pagherò, ma vuole qualcosa di REALE in cambio. Cioè non finanzia più il consumo dell'americano. Va da sè che si capisce perchè la cosa preoccupa l'autore (a me non dispiace poi troppo): se il sistema adesso sta in piedi e cresce in questo modo, cambiarlo è doloroso. Il cinese o si tiene per sè il computer, o smette proprio di farlo se non gli interessa perchè odia l'informatica e gli piacciono le pergamene. |
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I titoli di stato usa sono acquistati con i dollari derivanti dalla manipolazione valutaria, non dagli yuan risparmiati dai cittadini cinesi. Se i cinesi, tutti i cinesi, imprenditori, panettieri ogni anno reinvestissero in cina la totalità del proprio reddito che non è utilizzato per consumi, senza quindi destinare nulla del proprio reddito all'acquisto di titoli usa, la bc cinese o i fondi sovrani continuerebbero tranquillamente ad acquistare titoli di stato usa con i dollari incassati tramite la manipolazione valutaria che è la vera fonte dei dollari neecssari per l'acquisto di titoli usa. Il cinese che risparmia yuan li tiene lì in cina, non li cambia in dollari per acquistare titoli usa, non so neppure se esiste questa libertà in cina, non credo. Citazione:
Ora la bc cinese che possiede i dollari può acquistare debito usa in maniera del tutto indipendente dal fatto che l'imprenditore cinese metta quegli yuan sotto al materasso o li bruci o li spenda in giappone nel caso in cui il giappone cambi gli yuan in yen...o ancora, li investa in cina. Citazione:
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Chiaramente se con risparmio dei cinesi si intende invece tutta quella enorme quantità di dollari accumulati, è evidente che se questa calasse drasticamente, allora la cina non potrebbe più riempirsi di debito usa.
Ma la Cina già ora, a quanto pare accumula dollari e non titoli usa per pure esigenze strategiche, non è che le manchino i dollari per acquistare titoli usa. E in ogni caso questi dollari sono accumulati tramite il surplus commerciale, è evidente che se la cina cominciasse a consumare le sue riserve in dollari ovvero andasse in deficit commerciale usando dollari e non yuan per acquistare, andrebbe ad avere meno dollari per acquistare debito usa, ma oltre al fatto che siamo lontanissimi dall'avere una cina in deficit commerciale e oltre al fatto che in ogni caso, anche entrasse in deficit avrebbe una notevole mole di dollari da consumare prima che scarseggino, oltre al fatto che già ora la cina sta promuovendo l'utilizzo dello yuan e non del dollaro con paesi con cui ha deficit commerciale e in generale con molti paesi (quindi anche con deficit commerciale consumerà pochi dollari perchè pagherà in yuan), si aggiunge che l'esigenza per gli usa di piazzare debito in cina calerebbe nettamente nel momento in cui gli usa andassero ada vere surplus commericale con la cina e ad avere quindi un rientro di dollari negli usa tramite l'export in cina...sempre che gli usa non vogliano cominciare, mentre abbiano surplus verso la cina, ad accumulare yuan...ma anche questo non sarebbe un problema dal punto di vista dell'esigenza di piazzare debito in cina: la cina non consumerebbe dollari |
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#6 (permalink) |
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Pechino sempre più in riserva. Per la banca centrale scorte ai massimi contro l'afflusso di valuta estera - Il Sole 24 ORE
In sostanza più Pechino accumula dollari (con i quali può acquistare titoli di stato usa) e più c'è inflazione in Cina, l'inflazione elevata semmai va legata ad una elevata e crescente possibilità di acquistare titolidi stato usa, non ad un decrescere di questa possibilità. |
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#7 (permalink) |
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Piof con risparmio intendo nient'altro che la grandezza reale "risparmio".
Lascia pure stare dollari, yuan, t-bill e compagnia bella. Il finanziamento della Cina nei confronti degli Usa è un fenomeno reale, non solo finanziario, ed è reso possibile dal risparmio reale. Monete e titoli vari sono solo strumenti per farlo. Con meno risparmio reale cinese, le cose possono cambiare. |
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#8 (permalink) | |
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L'articolo però parla di legame tra inflazione in cina e capacità di acquistare titoli usa. La correlazione è positiva nel senso che più la cina accumula dollari (potendo così acquistare più titoli usa) e più crea inflazione in cina. E' evidente che è un sistema che tende ad equilibrarsi perchè proprio l'inflaziuone causerà un riequilibramento della bilancia commerciale, la cina accumulerà meno dollari e potrà acquistare meno titoli usa. I cinesi possono anche bruciare nella stufa tutti i loro risparmi, ma la cina potrà in tal caso sempre continuare ad accumulare dollari e acquistare debito usa. E' evidente che un paese con surplus commerciale produce 100 e consuma 98, esporta 2, se vuoi puoi dirmi che è prorpio questo export di 2, questo fatto di non consumare questo 2, a consentire alla cina di accumulare dollari con cui acquistare debito usa. Ma questo è sempre così in ogni caso in cui vi sia surplus commerciale, è ovvio che se un paese vuole che atri paesi acquistino suoi tds, dovrà avere deficit commerciale, dovrà far uscire valuta propria dal proprio paese. A me non sembra abbia senso dire che se i cinesi non avessero tutto questo surplus commerciale (=risparmio, nel senso che producono 100 e consumano 89, esportano 2), allora gli usa avrebbero il grave problema di perdere acquirenti del proprio debito, è un capovolgimento della realtà. |
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#9 (permalink) | |
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Poi chiaramente se tutto fosse speso in consumi di beni prodotti da ditte che hanno larga % del loro fatturato collegato all'export, il prezzo delle merci cinesi comincerebbe a salire, dunque l'export verso gli USA a scendere. Un certo equilibrio si raggiunge in ogni caso, ma non in via diretta. |
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#10 (permalink) |
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Guardate che se la Cina reinveste in titoli occidentali surplus commerciale/risparmio reale, è una cosa ben diversa dallo stampare moneta a casaccio e comprarci titoli di stato.
Siamo talmente r*********ti dalla finanza che ci dimentichiamo che esistono anche le grandezze reali, che contano più di quelle finanziarie. La finanza di base è una rappresentazione di grandezze reali, se se ne va per i fatti suoi non è la stessa cosa. |
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