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Data registrazione: Mar 2008
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Il prezzo della flessibilità.
Riporto integralmente e senza commenti un articolo apparso 12 anni fa su Internazionale. Con un lavoro di sintesi davvero raro, il giornalista è stato capace sviscerare in poche righe l'essenza del problema.
Reportage da Wolfsburg, la città della Volkswagen. Dove la settimana di quattro giorni ha creato il caos in famiglia IL PREZZO DELLA FLESSIBILITÀ. DER SPIEGEL, GERMANIA Tratto da Internazionale N. 256, 30 ottobre 1998 Peter Andreas ha 51 anni e con i suoi muscoli è arrivato molto lontano: “Sono campione mondiale, europeo e tedesco”, spiega l’atleta di body building, “e in tutte le categorie”. È proprietario dello Sportstudio di Wolfsburg e deve il grandissimo successo del suo centro sportivo a una persona che non è fra i suoi clienti: Ferdinand Piech. Dal 1994, anno in cui il presidente della Volkswagen introdusse la settimana lavorativa di 28,8 ore e la flessibilità di orario, la “casa dei muscoli” è sempre affollata. Il motivo è semplice: a causa del cambiamento continuo dei turni, i lavoratori della Volkswagen non riescono più ad allenarsi insieme con regolarità nella squadra di calcio e nelle ore di tempo libero frequentano da soli il fitness club. Per salvare posti di lavoro, Piech e il consiglio di vigilanza [in cui sono rappresentati in modo paritario gli interessi degli azionisti e quelli dei lavoratori] idearono il progetto della “fabbrica che respira”: orari e stipendi ridotti per la maggioranza dei circa centomila lavoratori della Volkswagen. Nel 1994 fu introdotta la settimana di quattro giorni. Poiché i responsabili avevano già intuito che i nuovi orari di lavoro si sarebbero ripercossi sulle famiglie e sulle amicizie, questo esperimento è stato seguito da molti esperti. Una “tavola rotonda” dedicata all’impiego creativo del tempo libero avrebbe dovuto motivare i lavoratori e i numerosi prepensionati a ricoprire incarichi in organizzazioni no profit. La parola d’ordine era: impegno sociale al posto di tempo libero impiegato passivamente. I risultati sono stati un po’ diversi dal previsto: l’occupazione è stata effettivamente garantita, ma tutt’intorno niente è più come prima. I nuovi turni flessibili, con oltre 150 diverse fasce d’orario, hanno gettato nella confusione un’intera città. Da allora il numero delle coppie che si separano è decisamente aumentato, il traffico locale dei mezzi pubblici è andato in tilt, le varie associazioni sono entrate in crisi. I ritmi sociali Oggi, per la prima volta, un ampio studio della Fondazione Hans Bšckler – vicina ai sindacati – dimostra l’entità dei problemi. Gli orari di padre, madre, figlio e figlia “coincidono sempre più raramente”, scrivono gli autori. “Un fenomeno connesso a questo sviluppo sono le famiglie vedi-biglietto-sul-frigo”. L’elevata flessibilità dell’orario di lavoro comporta una minore programmabilità dell’aggiornamento professionale, dell’impegno sociale e della vita privata. Non essendoci più la tradizionale alternanza tra settimana lavorativa e weekend scompaiono anche i normali “ritmi sociali”. E qualche relazione si altera. Nel 1996 ci sono state 471 separazioni, un aumento del 60 per cento rispetto al 1994; in quell’anno, infatti, prima dell’introduzione della settimana di quattro giorni, si erano separate solo 294 coppie. Per il pastore Hans Finette, i litigi nelle famiglie dei lavoratori alla Volkswagen sono da tempo diventati un fenomeno quotidiano: “Molte persone non riescono a organizzarsi con un orario di lavoro che cambia in continuazione. Hanno la sensazione che il loro tempo sia triturato. E diventa estremamente difficile pianificare la vita familiare”. La situazione domestica fornisce materia di discussione nelle birrerie, dove si combatte la frustrazione di coppia con l’alta gradazione alcolica. E i risultati a cui sono arrivati i sociologi sono confermati da Carmen Stumpf, che lavora nella birreria Tunnel-SchŠnke, non lontano dalla fabbrica: “Molte relazioni si rompono”. Nelle birrerie i lavoratori imprecano spesso contro la nuova gestione dell’orario. Qualcuno ha una settimana libera su quattro, qualcun altro una su cinque, altri ancora una settimana su due non vanno a lavorare il venerdì e il lunedì. “Non si sa mai quando si potranno incontrare i vecchi colleghi”, dice uno dei clienti della birreria. Prima Wolfsburg era una città che si muoveva all’unisono. Quando la fabbrica era in ferie, tutta la città chiudeva e i sacerdoti benedicevano i Maggiolini su cui i lavoratori partivano per il lago di Garda. Quando suonava la sirena dello stabilimento, il turno era finito; autobus, uffici, bar e boutique avevano come punto di riferimento il ritmo dei lavoratori della Volkswagen, che al momento del cambio di turno attraversavano in massa i cancelli della fabbrica. “Oggi”, osserva Strumpf, “passano col contagocce”. Le conseguenze sul traffico La diversificazione degli orari di lavoro ha avuto conseguenze fatali sul traffico locale: è stata soppressa più di una linea di autobus e il numero degli abbonamenti si è dimezzato. Per adeguare le tabelle di marcia, le stazioni sono costrette a dipendere dal passaparola dei lavoratori: per l’industria, che promette miglioramenti, è “impossibile determinare il fabbisogno di mezzi di trasporto”, osservano criticamente gli autori della ricerca. Il minor numero di autobus e l’impossibilità di usare una sola automobile in più persone, come si faceva prima, costringono gli abitanti a muoversi ciascuno con la propria auto: Wolfsburg, che già era la città tedesca con la più elevata densità di automobili (660 ogni mille abitanti), si motorizza ulteriormente. È dura per i pendolari come Jšrg Markworth, di Braunschweig, che non ha un suo mezzo di trasporto: quando finisce il turno, alle dieci di sera, oggi non ci sono più autobus. Per questo, Markworth lavora volontariamente fino a mezzanotte e poi aspetta le cinque di mattina – ora in cui parte il primo autobus per la sua città – nel ristorante Wolfsburg, che resta aperto ventiquattr’ore su ventiquattro. L’industria del tempo libero è quella che ha risposto più rapidamente al nuovo modello di orario. A trarre profitto dalla flessibilità sono soprattutto le videoteche, i fitness club e i negozi del fai-da-te, mentre gli sport di squadra ne risentono fortemente. Dall’inizio della crisi, il circolo sportivo Jahn ha perso 800 dei suoi cinquemila membri. Il numero dei giocatori di palla a mano si è dimezzato. E quando Hans Jürgen Pothe, il giovedì, allena la prima squadra maschile nella palestra della scuola tecnica commerciale, di fronte ai suoi occhi si presenta un quadro prima inconcepibile: c’è un solo lavoratore della Volkswagen. (s.p.) |
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#4 (permalink) |
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Data registrazione: Feb 2008
Messaggi: 1,607
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Mettere in luce solo i lati negativi e non quelli positivi mi pare un pò surreale..
Anche prendendo per buona tutta l'analisi, le seguenti cose non possono essere sottovalutate: 1) La paga oraria in VW è IRREALE per gli standard di settore (anche in Germania!!!) superiore di + del 50% a quella di altri paesi europei 2) Senza questo modello di lavoro la paga sarebbe sensibilmente + bassa, e/o si sarebbe esternalizzata + produzione, e/o si sarebbe dovuto licenziare della gente 3) Chiunque nel suo tempo libero può fare cose che prima non poteva fare; uffici pubblici, servizi vari etc, che prima non erano accessibili (perchè eri libero quando tutto era chiuso appunto). Questo non ha un valore rilevante positivo? // Inoltre vorrei vedere quanti di quei problemi citati nel 1998 (aumento separazioni etc etc) siano di natura stabile, quanti di natura temporanea. Come ogni stravolgimento dello status quo sociale, si creano dei problemi; una società sana e dinamica è di solito in grado dopo un pò di sbattimento di risolverli e di portarsi a un piano superiore a quello che sarebbe stato senza far nulla (la famosa J curve). Soffermarsi sempre e soprattutto sulla parte negativa della J curve è il motivo per cui a volte non si fa nulla troppo a lungo e poi si soccombe. |
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Data registrazione: Apr 2007
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Naturalmente un'obiezione forte è che potrebbero licenziarsi, ma questi sistemi sono per definizione l'anticamera della crisi irreversibile: vengono adottati quando si sa già che il sistema è al collasso per dare una parvenza di buona volontà. Far fare alla gente ignara N anni in questo stato gli rovina N anni e li lascia per strada a +N anni, che non è certo un bene. Sarebbe interessante capire, oltre alla reale dimensione di questa flessibilità - che è resa nell'articolo solo per casi, quale fine abbiano fatto quei lavoratori. Ultima modifica di Warriah : 28-11-10 alle ore 11:15 |
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Data registrazione: Mar 2008
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A volte mi chiedo se alcuni qui leggono veramente i post, se fanno finta di non capirli o proprio non sono in grado di fare un ragionamento logico. |
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Data registrazione: Sep 2010
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Allora sarebbe stato meglio licenziarne il 30% e gli altri farli lavorare a tempo pieno? |
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Data registrazione: Mar 2008
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Riassorbendo lentamente l'eccesso di manodopera a prezzo di perdite di efficienza. L'articolo mostra che la soluzione adottata ha un costo in termini di qualità della vita. Non si può negarlo. Si può fare come gli economisti, cioè non occuparsene, ma non negare la realtà, cioè che la flessibilità ha dei costi. |
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