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L'alto prezzo del cibo è un bene o un male per i poveri?
Se ne discute nel blog di Dani Rodrik, (Dani Rodrik's weblog) dove nel giro di pochi giorno si sono avvicendati ben tre post sull'argomento. Proviamo a riassumere i termini della discussione.
Per cominciare, una premessa: la ben nota liberalizzazione degli scambi dei prodotti agricoli che si perseguiva anni fa ha, se non come effetto (il futuro è incerto...), almeno l'obiettivo di aumentare e non di abbassare il prezzo dei generi alimentari. Tale effetto, causato dall'abbandono delle sovvenzioni europee, varia a seconda delle commodities prese in considerazione. Possiamo, per fissare le idee, stimarlo un valore medio intorno al 10%. L'idea di fondo è che un rialzo dei prezzi dei prodotti agricoli sia positivo nella lotta alla povertà perché il maggior numero di poveri sarebbe localizzato nelle campagne. I bruschi rialzi nei prezzi di alcuni generi alimentari alla base della nutrizione umana che si sono verificati come conseguenza della crisi hanno contribuito a rendere questo dibattito più stringente e meno accademico. Prima di leggere gli interventi ho provato a dare una mia risposta al quesito e la conclusione a cui sono giunto è che vi sono troppo variabili per risolvere la questione in modo univoco. Un aumento dei prezzi favorisce i produttori, ma danneggia chi è povero e vive nelle città. Ammettiamo che i prezzi aumentino del 20% e ipotizziamo che il 50% del reddito sia speso per l'acquisto di alimenti (parliamo di paesi poveri, dove il cibo è la prima voce di spesa; in India siamo infatti intorno a questa percentuale.) Allora, un piccolo produttore vedrà il proprio reddito passare da 100 a 120. Ma anche lui è un acquirente di prodotti alimentari, data la specializzazione a cui comunque l'agricoltura tende. Se su 100 che consuma, 40 è prodotto da lui, il suo guadagno passa da 20 a 14; se l'autoconsumo è del 20%, l'incremento è 12. Il problema è se siamo di fronte non a un proprietario ma a un bracciante, o a tutte le possibili combinazione fra questi due funzioni (che è il caso più frequente.) La domanda da porsi è: quanto di questo aumento di prezzo viene trasmesso al suo salario sotto forma di incremento corrispondente? Dipende ovviamente da cosa ha causato l'aumento di prezzo. Se all'origine dell'aumento c'è una lievitazione dei costi, allora il bracciante registra una perdita secca: fatto 100 il suo reddito se prima spendeva 50 per alimentarsi ora spende 60 e dovrà quindi tagliarle le spese su altre voci. Se invece l'aumento dei prezzi è causato da uno spostamento della curva di domanda, allora la questione è ancora più intricata: lungo una complicata catena del valore, quanto riuscirà a catturare l'anello più debole, il bracciante appunto? Ogni percentuale dell'incremento di prezzo minor del 50% si traduce per il bracciante in una perdita. Se ipotizziamo che l'aumento dei prezzi è dovuto per il 50% ad un aumento dei costi, allora il guadagno del piccolo proprietario diventa risibile, rispettivamente 4% e 2% nell'esempio di cui sopra, mentre il bracciante ci perde nettamente. Un proprietario che è al 50% bracciante, il caso più frequente, è a metà fra i due, ma ci perde comunque. Ovviamente, i poveri nelle aree urbane, in caso di alti prezzi, ci perdono nel 100% dei casi. Se passiamo al piano macroeconomico, la questione del rialzo dei prezzi dal chiaroscuro sembra assumere tonalità più fosche. Gli NFIC (Net Food Importing Countries) sono infatti classificati fra i paesi più poveri del mondo e quindi per loro si registra una perdita secca sotto forma di aumento della bolletta alimentare (anche se l'effetto, pesato per la popolazione, è meno rilevante; e anche se, per alcuni, può sortirne alla lunga un effetto positivo nel caso in cui esiste una reale capacità di produzione non sfruttata per varie ragioni.) I prezzi alti, in questi casi, possono avere effetti negativi a livello di paesi. Passiamo ora a una sintesi dei tre post e degli interventi del pubblico, alcuni davvero di altissimo livello. |
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Data registrazione: Mar 2008
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Il primo post è di Rodrik, il quale, citando un articolo di Johan Swinnen, si lamenta di un fatto molto semplice: dato che l'incidenza positiva o negativa di un aumento dei prezzi degli alimenti dipende da un singolo elemento, ovvero se il povero in questione è un venditore o un compratore netto di cibo, come mai quasi tutte le Ong e anche istituzioni quali la Banca Mondiale, l'Ocse e la Fao non fanno altro che lamentarsi, sia quando i prezzi sono bassi (per colpa dei sussidi) sia quando invece sono alti? E' evidente che se i prezzi bassi danneggiano più poveri di quanti ne favoriscano, allora i prezzi alti dovrebbero sortire l'effetto inverso.
La spiegazione di Rodrik è che tali organizzazioni si focalizzano sempre sul lato negativo per catturare l'attenzione dei media. E questo fatto può influenzare negativamente le politiche da adottare riguardo a tale problema (anche se Rodrik non illustra secondo quali modalità ciò si verificherebbe.) La posizione di Rodrik, però, come hanno messo in rilievo anche diversi commentatori del post, è concettualmente del tutto errata. Innanzi tutto, non è indifferente individuare le cause dell'aumento dei prezzi. Se prima i prezzi sono bassi perché i contadini sono scarsamente remunerati e poi tali prezzi si impennano perché aumenta il costo del petrolio e di altri input, le ragioni per lamentarsi prima restano valide anche dopo, perché da una situazione di grave disagio si è passati a una ancora peggiore. C'è poi la questione, non toccata da Rodrik, di come un aumento dei prezzi viene trasmesso ai venditori netti di cibo, perché non è detto che ciò accada. E infatti uno degli indiani intervenuti sostiene che in India le imperfezioni di mercato, ovvero il potere degli intermediari, costituiscono una barriera invalicabile. In un altro intervento si propone una analisi storico-dinamica della questione agricola (metodo a cui la maggior parte degli economisti anglosassoni è del tutto indifferente): in sostanza, in passato il ristagno dei prezzi dei prodotti agricoli era dovuto anche a una concorrenza schiacciante dell'agricoltura industriale ad alta intensità energetica e alla oggettiva difficoltà, per le note ragioni che non sto a rievocare, da parte dei contadini dei paesi in via di sviluppo di reggere l'urto. Poi, una volta impennatisi i prezzi a causa dell'aumento dei costi degli input, la situazione di disagio dei poveri delle campagne si è estesa alle città. Infine, per tagliare la testa al toro, le ricerche sul campo hanno dimostrato che la povertà è aumentata come diretta conseguenza dell'aumento dei prezzi degli alimenti. Nel secondo post, un esponente dell'Oxfam respinge al mittente le critiche di Rodrik: Oxfam ha sempre riconosciuto che i bassi prezzi avvantaggiano i consumatori di alimenti e ha sempre proposto una combinazione di rimozione dei sussidi (da parte del Nord del mondo) e sostegno ai consumatori poveri del sud (equazione, ad essere onesti, ardua da portare avanti, ma sulla carta non peggiore del classico “lasciamo fare al mercato”). Ma ha anche dimostrato, sostiene l'articolista, come in conseguenza della crisi solo pochi paesi ne hanno tratto vantaggio, esattamente quelli che hanno investito pesantemente in agricoltura e in meccanismi di protezione sociale. Per questo, conclude, le prescrizioni avanzate da Oxfam sono rimaste le stesse nel corso degli anni: aumentare gli investimenti in agricoltura, smantellare i sussidi nel Nord e creare reti di protezione sociale per i consumatori poveri. L'accusa che l'atteggiamento di Oxfam, focalizzato sui problemi dei “perdenti”, possa portare a politiche errate viene quindi sdegnosamente respinto. Nel terzo post, Johan Swinnen, a cui Rodrik si era ispirato nel post iniziale, ripete sostanzialmente le accuse già mosse, compresa quella relativa alle distorsioni che tale atteggiamento indurrebbe nel pubblico dibattito e sulle conseguenti decisioni che si è chiamati a prendere. L'articolista però non spiega se veramente la distorsione del dibattito, di cui Oxfam sarebbe in parte responsabile, porta o ha portato a prendere decisioni errate e quali sono, se vi sono, le sue proposte in merito. Da segnalare, nei commenti, la posizione dell'economista Timothy Wise, il quale rimanda ad un suo articolato intervento sull'argomento. Secondo Wise, l'errore di Rodrik e di Swinnen è nel vedere una contraddizione dove non c'è: i bassi prezzi favoriscono i consumatori delle città, ma condanno un settore importante alla stagnazione. Gli alti prezzi che si sono registrati di recente non sono l'espressione di un trend di prezzi in ascesa; ma di un picco causato dalla speculazione, per cui è lecito attendersi, come è stato confermato dall'esperienza, che i principali beneficiari siano gli speculatori e i grossi trader e non i piccoli agricoltori. In sostanza, conclude Wise, Rodrik e Swinnen confondono la volatilità dei prezzi con una inversione del trend verso prezzi più convenienti per gli agricoltori, mentre invece non è affatto avvenuto ciò. Citando una ricerca di Sandra Polaski per Carnegie Endowment in cui viene usato un modello alternativo a quelli in voga (GTAP e derivati), Wise afferma che gli effetti sul mercato del lavoro di un moderato incremento dei prezzi dei prodotti agricoli sono positivi e riducono l'incidenza della povertà. Di converso, un calo nei prezzi dei prodotti agricoli esercita un impatto negativo anche sui poveri delle città, i quali avranno salari più bassi, a causa appunto dell'effetto conseguente sul mercato del lavoro (emigrazioni dalle campagne verso le città.) Conclusione personale: dibattito interessante, ma grazie ai commenti, non certo per gli interventi di Rodrik e Swinnen. Chissà se vorranno costruttivamente replicare o, come pare ormai facciano tutti gli economisti arrivati, preferiranno andare avanti per la loro strada, a forza di modelli e fregandosene della realtà empirica. |
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io come sempre parlo in modo che capiscano anche i bambini
delle elementari. Se tu hai della terra che rende poco ci coltivi fiori. Per il piacere di guardarli. Se hai della terra che rende molto o di più ci semini grano. Cioè: con l'aumentare del prezzo dei prodotti agricoli DIVENTA VANTAGGIOSO UTILIZZARE TERRA MENO FERTILE. Così facendo aumenta l'offerta ed i prezzi.... |
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Data registrazione: Mar 2008
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Tieni conto, però, che in agricoltura possono verificarsi incrementi di produttività, per cui l'offerta non solo può tenere il passo della domanda, ma può persino superarla. Ed che quello che è accaduto negli ultimi decenni. |
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è il settore agricolo. Annata 2010, ottimi prezzi per le uve Riesling (faccio un esempio). Annata 2011 tutti a coltivare Riesling con l'effetto di deprimere i prezzi di vendita. Mentre nell'industria per aumentare la produzione dovresti acquistare macchinari e capiresti subito qual'è il trend (se per consegnarti la macchina da 3 si passa a 6 mesi..qualcosa capisci o se non ti scalano un euro dal prezzo di vendita) in agricoltura ogni contadino semina o pianta..salvo scoprire l'anno successivo che tutti l'hanno imitato. Oh io ribadisco: vi sono momenti in cui apprezzo i piani quinquennali di tipo comunista. Non vedo cosa ci sia di male a fissare dei target di crescita 'umani' piuttosto che lasciare operare un Mercato evidentemente INCAPACE DI AUTOREGOLARSI. Preferisco una crescita 'smooth' piuttosto che le montagne russe. Sarà l'età.
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Data registrazione: Mar 2008
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Nell'industria, semplificando molto, tu produci un bene che ha un certo costo, applichi un mark up e lo proponi al mercato, e questo avviene quasi senza soluzione di continuità. Nell'agricoltura, invece, il meccanismo è completamente diverso. Sarebbe come se la Fiat e la Volkswagen producessero auto per 9 mesi e poi, una volta finite, le portassero tutte assieme nei piazzali dove ci sono i potenziali acquirenti. Se quell'anno ci fossero una quindicina di acquirenti per ogni 10 auto, guadagnerebbero alla grande, ma se ce ne fossero solo 6 o 7 sarebbe il disastro. Come fare in modo, quindi, che ai produttori arrivino i segnali giusti? La domanda di prodotti agricoli è abbastanza prevedibile, ma non l'offerta, che dipende ancora, anche se molto meno che in passato, da fattori climatici e, in tempi recenti, dal comportamento degli agenti economici e da provvedimenti legislativi (basti pensare agli incentivi per i biocarburanti.) L'idea era di liberalizzare il commercio dei prodotti agricoli nella convinzione che, eliminata ogni distorsione, i prezzi sarebbero diventati più stabili e in più, su scala globale, si sarebbe goduto di sensibili guadagni di efficienza. Non ho mai capito perché un settore liberalizzato dovesse garantire prezzi più stabili, visto che i problemi informativi che ricordavi tu esistono a qualunque scala e, anzi, forse su scala più ampia sono ancora maggiori. Fatto sta che, ben prima della crisi, si cercò di capire se la volatilità dei prezzi dei prodotti agricoli fosse aumentata o diminuita in seguito all'Accordo Wto sull'Agricoltura e i primi risultati indicavano un suo aumento. Erano attese altre ricerche sull'argomento ma non ho approfondito. |
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Siro io credo che ragionare al livello del singolo individuo net seller / net buyer di cibo sia un errore.
Il ragionamento andrebbe fatto a livello paese. Con i prezzi del cibo + alti (dovuti all'eliminazione dei sussidi in Usa, Europa e Giappone), MA SOPRATTUTTO con un mercato davvero libero (grossa parte dei "sussidi" sono misure protezionistiche con dazi enormi o con quote di importazione molto basse): 1) I paese esportatori netti di cibo hanno un ovvio arricchimento complessivo 2) I paesi netti importatori che avevano sussidi spenderanno complessivamente di + per il cibo ma di un ammontare inferiore ai sussidi (che sono ovviamente molto inefficienti) 3) Gli unici a rimetterci veramente sono i paesi oggi netti importatori che non hanno sussidi rilevanti. 3) Include direi Zimbabwe, N. Korea, e tanti paesi africani ultra-poveri. La soluzione in quel caso è aumentare gli aiuti in termini di $ per il cibo in quei paesi (la somma complessiva necessaria credo sarebbe cmq una frazione ridicola del risparmio in termini di efficienza complessivo nel paese). 1) ovviamente POTREBBE portare, ALL'INTERNO dei paesi netti esportatori, un aumento della diseguaglianza (individui netti produttori si arricchiscono molti, poveri urbani si impoveriscono). Ma ogni volta che la torta cresce è poi responsabilità di ogni singolo paese adoperarsi per risolvere le disuguaglianze; propugnare un sistema in cui la torta rimane sostanzialmente + piccola per evitare ulteriori disuguaglianze è un errore strategico non di poco conto. |
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In una simulazione preparata prima della Conferenza Ministeriale Wto di Doha la crescita in termini di Pil mondiale dovuta ai miglioramenti allocativi di una completa liberalizzazione commerciale era del 6%, di cui due terzi dovuta al settore dei servizi. Non ricordo quant'era il peso dell'agricoltura, ma è facile pensare che fosse ben al di sotto dell'1%. Il ragionamento sui cambiamenti dei prezzi viene portato avanti a livello "individuale" (net seller vs net buyer di cibo) per il suo evidente impatto sulla povertà. Credo che nessun economista sarebbe favorevole a un processo di liberalizzazione se questo aumentasse sia la ricchezza generale sia il numero di coloro che vivono sotto la soglia di povertà. Ora, ci sono molte obiezioni riguardo a una liberalizzazione degli scambi agricoli che sarebbe troppo lungo enumerare e analizzare qui. Ne cito una sola, ovvero che i paesi destinati a vincere in un settore pienamente liberalizzato sono in molti casi paesi non classificati fra i più poveri o addirittura a medio reddito; mentre molti che sono previsti schierarsi fra i perdenti sono appunto paesi poverissimi. C'è poi un altro problema di tipo etico. Fatto 100 il numero dei poveri, ipotizziamo che i guadagni in termini di migliori allocazioni portino, ottimisticamente, a una riduzione della povertà a 90. Sembrerebbe che vi siano 10 persone che prima erano povere e ora non lo sono più. In realtà si tratta di 20 persone (le cifre sono un po' arbitrarie) ad aver cambiato stato in positivo, mentre 10 persone che prima non erano povere ora lo sono diventate come conseguenza delle riforme. Se tu rientrassi in questa categoria, che cosa diresti, che la globalizzazione è una cosa bellissima e che il tuo caso non conta perché è stata solo una fatalità, ma tu guardi ai risultati complessivi? |
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Il punto è che è compito dei governanti di ogni paese gestire queste situazioni a casa loro. E ANCHE SE le gestissero male, meglio 10 poveri in meno complessivamente (anche se 20 class medie in +, e 10 poveri nuovi), che lo status quo. Ovviamente se fossi nel gruppo danneggiato chiederei "full compensation" da parte del governo, ma non mantenimento dello status quo (se mi spiegassero in maniera logica e credibile che la torta cresce davvero). Per es se io fossi un taxista sarei cmq per la liberalizzazione completa, salvo che desidererei la mia licenza rimborsata dallo stato (o ente locale) al pieno prezzo di mercato il gg prima della liberalizzazione. |
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1) i vincenti possono opporsi all'indennizzo dei perdenti. 2) la redistribuzione ha un costo di transizione che va a erodere il guadagno della liberalizzazione. 3) mancanza di fondi. Le liberalizzazioni tolgono una delle principali fonti di reddito per gli stati poveri, i quali non hanno capacità amministrative sufficienti per far pagare le tasse. 4) non è chiaro come calcolare l'indennizzo. Citazione:
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Qui però parliamo di nazioni con uno Stato poco e mal strutturato. Nel 90% dei casi sono Stati fondati su base etnica o comunque classista. La compensazione in quei contesti non è praticabile o lo è con estrema difficoltà. |
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