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Vecchio 14-10-10, 17:34   #1 (permalink)
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Job Costing has a reputation beyond reputeJob Costing has a reputation beyond reputeJob Costing has a reputation beyond reputeJob Costing has a reputation beyond reputeJob Costing has a reputation beyond reputeJob Costing has a reputation beyond reputeJob Costing has a reputation beyond reputeJob Costing has a reputation beyond reputeJob Costing has a reputation beyond reputeJob Costing has a reputation beyond reputeJob Costing has a reputation beyond repute
Per decidere quali opere avviare, lasciamo scegliere il mercato

I privati, orientati al profitto, per definizione non investono inutilmente. Ma sono necessarie regole chiare

di Carlo Stagnaro

Il momento migliore era vent'anni fa. Altrimenti, è adesso. Si potrebbe parafrasare il proverbio africano, per illustrare il teorema del consigliere uscente di Barack Obama, Lawrence Summers. Il ragionamento è semplice: oggi ci sono le condizioni perfette per investire in infrastrutture. Dunque, facciamolo. E' fuori discussione che l'economia italiana abbia bisogno di grandi opere: era vero prima della crisi, lo è a maggior ragione adesso. Secondo il Global Competitiveness Report 2010, l'Italia è settantatreesima su 139 stati per la qualità delle sue infrastrutture. Scrivono Xavier Sala-i-Martin e altri economisti nell'introduzione del rapporto: "Infrastrutture ben sviluppate riducono gli effetti delle distanze tra le regioni, integrando il mercato nazionale e collegandolo a basso costo con altri mercati... la qualità e l'estensione delle reti infrastrutturali hanno un impatto significativo sulla crescita economica". Tuttavia, non tutte le infrastrutture servono allo stesso modo, e non tutte servono "a ogni costo". Anzi, è essenziale trovare un meccanismo che, senza gravare sulle finanze pubbliche, sappia discriminare tra le opere indispensabili, quelle utili, e quelle inutili o dannose (le "cattedrali nel deserto" non stimolano la crescita, distruggono risorse). E', in altri termini, importante capire che non esiste un'astratta "domanda di infrastrutture": esiste una concreta domanda di infrastrutture specifiche, necessarie a decongestionare alcune tratte o a creare collegamenti diretti tra aree che hanno bisogno di comunicare. L'unico modo per allineare domanda e offerta di infrastrutture, allora, è lasciare l'iniziativa ai privati che, in quanto orientati al profitto, per definizione non investono in opere (a priori) inutili. Solo depoliticizzando le infrastrutture è possibile individuare quelle che realmente servono, perché solo queste possono ripagarsi e se si ripagano possono trovare sul mercato i capitali necessari, senza bussare alla porta del governo. Ciò non significa che la politica non abbia alcun ruolo: come Istituto Bruno Leoni, in un recente rapporto sulle infrastrutture autostradali - ma il ragionamento vale anche per altre grandi opere abbiamo dimostrato che, senza un quadro legale certo, i privati non alzano un dito. Dunque, alla politica non bisogna chiedere soldi, bisogna chiedere di astenersi da iniziative estemporanee e capricciose, di qualunque natura esse siano: dalla riscrittura delle concessioni di Antonio Di Pietro alla fiscalità oscillante di Giulio Tremonti. In alcuni casi, poi, è necessario correggere la regolazione in modo da eliminare i conflitti di interesse. Nel trasporto ferroviario, per esempio, finché la rete ferroviaria, Rfi, e la società erogatrice dei servizi, Trenitalia, faranno capo alla stessa holding e resteranno in mani pubbliche, resterà sempre il sospetto di una gestione nell'interesse del monopolista, anziché in quello del paese. Analogamente, porti e aeroporti dovrebbero aprirsi ai capitali privati, ed essere sottratti dalla logica perversa che, sovente, ne lega la sopravvivenza alla disponibilità di sussidi più o meno mascherati e che, per altri versi, ne castra le potenzialità di sviluppo. In sostanza, le infrastrutture possono costituire un volano per la ripresa - sia in virtù delle opportunità occupazionali che creano nell'immediato, sia perché rendono il paese più competitivo nel lungo termine - ma solo se emergono da una dinamica "bottom up" e se intercettano una domanda reale. Le grandi opere servono se servono: altrimenti - sarà tautologico ma non è scontato - non servono.
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Vecchio 14-10-10, 18:42   #2 (permalink)
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..ed ecco perchè è inutile un ministro per lo sviluppo economico.
Lo sviluppo lo devono fare i privati ed i ministri
eventualmente interessati sono altri (min delle finanze/tesoro
istruzione, giustizia)
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Vecchio 14-10-10, 19:12   #3 (permalink)
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L'avatar di San Siro
 
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I privati, orientati al profitto, per definizione non investono inutilmente. Ma sono necessarie regole chiare

di Carlo Stagnaro

Il momento migliore era vent'anni fa. Altrimenti, è adesso. Si potrebbe parafrasare il proverbio africano, per illustrare il teorema del consigliere uscente di Barack Obama, Lawrence Summers. Il ragionamento è semplice: oggi ci sono le condizioni perfette per investire in infrastrutture. Dunque, facciamolo. E' fuori discussione che l'economia italiana abbia bisogno di grandi opere: era vero prima della crisi, lo è a maggior ragione adesso. Secondo il Global Competitiveness Report 2010, l'Italia è settantatreesima su 139 stati per la qualità delle sue infrastrutture. Scrivono Xavier Sala-i-Martin e altri economisti nell'introduzione del rapporto: "Infrastrutture ben sviluppate riducono gli effetti delle distanze tra le regioni, integrando il mercato nazionale e collegandolo a basso costo con altri mercati... la qualità e l'estensione delle reti infrastrutturali hanno un impatto significativo sulla crescita economica". Tuttavia, non tutte le infrastrutture servono allo stesso modo, e non tutte servono "a ogni costo". Anzi, è essenziale trovare un meccanismo che, senza gravare sulle finanze pubbliche, sappia discriminare tra le opere indispensabili, quelle utili, e quelle inutili o dannose (le "cattedrali nel deserto" non stimolano la crescita, distruggono risorse). E', in altri termini, importante capire che non esiste un'astratta "domanda di infrastrutture": esiste una concreta domanda di infrastrutture specifiche, necessarie a decongestionare alcune tratte o a creare collegamenti diretti tra aree che hanno bisogno di comunicare. L'unico modo per allineare domanda e offerta di infrastrutture, allora, è lasciare l'iniziativa ai privati che, in quanto orientati al profitto, per definizione non investono in opere (a priori) inutili. Solo depoliticizzando le infrastrutture è possibile individuare quelle che realmente servono, perché solo queste possono ripagarsi e se si ripagano possono trovare sul mercato i capitali necessari, senza bussare alla porta del governo. Ciò non significa che la politica non abbia alcun ruolo: come Istituto Bruno Leoni, in un recente rapporto sulle infrastrutture autostradali - ma il ragionamento vale anche per altre grandi opere abbiamo dimostrato che, senza un quadro legale certo, i privati non alzano un dito. Dunque, alla politica non bisogna chiedere soldi, bisogna chiedere di astenersi da iniziative estemporanee e capricciose, di qualunque natura esse siano: dalla riscrittura delle concessioni di Antonio Di Pietro alla fiscalità oscillante di Giulio Tremonti. In alcuni casi, poi, è necessario correggere la regolazione in modo da eliminare i conflitti di interesse. Nel trasporto ferroviario, per esempio, finché la rete ferroviaria, Rfi, e la società erogatrice dei servizi, Trenitalia, faranno capo alla stessa holding e resteranno in mani pubbliche, resterà sempre il sospetto di una gestione nell'interesse del monopolista, anziché in quello del paese. Analogamente, porti e aeroporti dovrebbero aprirsi ai capitali privati, ed essere sottratti dalla logica perversa che, sovente, ne lega la sopravvivenza alla disponibilità di sussidi più o meno mascherati e che, per altri versi, ne castra le potenzialità di sviluppo. In sostanza, le infrastrutture possono costituire un volano per la ripresa - sia in virtù delle opportunità occupazionali che creano nell'immediato, sia perché rendono il paese più competitivo nel lungo termine - ma solo se emergono da una dinamica "bottom up" e se intercettano una domanda reale. Le grandi opere servono se servono: altrimenti - sarà tautologico ma non è scontato - non servono.
Dio mio, non sono riuscito ad arrivare alla fine.

Ma in che paese vive 'sto tizio?

Vi ricordate che cosa hanno comprato Benetton & friends quando si è cominciato a privatizzare un po' anche in Italia?
San Siro non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 14-10-10, 19:14   #4 (permalink)
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Dio mio, non sono riuscito ad arrivare alla fine.

Ma in che paese vive 'sto tizio?

Vi ricordate che cosa hanno comprato Benetton & friends quando si è cominciato a privatizzare un po' anche in Italia?
ci sono milioni di imprenditori e tu ti riferisci al caso Benetton
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Vecchio 14-10-10, 19:37   #5 (permalink)
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tremendamente vero
e tremendamente scandaloso che Bruno Leoni sia studiato in Europa e in USA ma quasi mai in Italia
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Vecchio 14-10-10, 19:40   #6 (permalink)
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Dio mio, non sono riuscito ad arrivare alla fine.

Ma in che paese vive 'sto tizio?

Vi ricordate che cosa hanno comprato Benetton & friends quando si è cominciato a privatizzare un po' anche in Italia?
appunto
ma Leoni non parla dei privati e di privatizzazione come monopolio
bensì dei privati come possibilità di liberalizzazione cioè competizione
tra l'altro quando si privatizza in italia c è sempre una casta che decide a chi vada il monopolio (pubblico o privato)
vedi l'esempio di Trenitalia che fa solo danni e sprechi
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Vecchio 14-10-10, 19:55   #7 (permalink)
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Dio mio, non sono riuscito ad arrivare alla fine.

Ma in che paese vive 'sto tizio?

Vi ricordate che cosa hanno comprato Benetton & friends quando si è cominciato a privatizzare un po' anche in Italia?
Chiaramente le svendite della sinistra degli anni '90 sono escluse da questi discorsi: nell'articolo si parla di liberalizzazioni serie.
Job Costing non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 14-10-10, 20:49   #8 (permalink)
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L'avatar di Tarkol
 
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ci sono milioni di imprenditori e tu ti riferisci al caso Benetton
Giusto... pensiamo a Colaninno, invece....
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Vecchio 14-10-10, 20:50   #9 (permalink)
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Chiaramente le svendite della sinistra degli anni '90 sono escluse da questi discorsi: nell'articolo si parla di liberalizzazioni serie.
Attento a non fare confusione tra liberalizzazione e privatizzazione.

E' strano notare come questo forum sia piano di liberalizzatori che confondono le due cose e parlano dell'una intendendo l'altra.
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Vecchio 14-10-10, 20:56   #10 (permalink)
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Originalmente inviato da Banzo Visualizza messaggio
appunto
ma Leoni non parla dei privati e di privatizzazione come monopolio
bensì dei privati come possibilità di liberalizzazione cioè competizione
Come fu il caso del settore delle Telecomunicazioni in Italia, con una privatizzazione ad un azionariato diffuso dell'azienda di Monopolio e la contemporanea apertura del mercato alla concorrenza che portò al sorgere di decine di aziende di telecomunicazioni anche su base locale e regionale.

Il tutto fin quando D'Alema non regalò Telecom alla cordata di imprenditori di turno, e allora si si vede che bel vantaggio gli imprenditori privati hanno portato all'intero settore telecomunicazioni in ITalia.
Tarkol non  è collegato   Rispondi citando
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