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Fra tasse e burocrazia, nelle piccole imprese cresce la disillusione
Fra tasse e burocrazia, nelle piccole imprese cresce la disillusione
di Carlo Lottieri
Sono ormai vent'anni che si parla e scrive di "questione settentrionale", ma nonostante le molte parole sprecate, la situazione resta sostanzialmente immutata. Esattamente come quando Umberto Bossi iniziava ad affiggere i suoi manifesti tra Varese e Como, quella del Nord è un'economia dotata di un grande potenziale, ma compressa da una serie di handicap che ne impediscono lo sviluppo e ne mettono a rischio il futuro. Innanzitutto, la pressione fiscale non è affatto diminuita e anzi è andata aumentando sempre di più. Per quanto rozza potesse apparire, la propaganda leghista che esibiva la gallina del Nord che scodellava l'uovo per le regioni meridionali richiamava l'attenzione su un dato cruciale: la redistribuzione territoriale. Quello che vent'anni fa i leghisti dicevano è che tra Milano e Treviso si lavora per tenere in piedi uno Stato sciupone e per alimentare un assistenzialismo meridionale che non produce sviluppo per il Sud. Il fatto che lo scorso anno il sociologo Luca Ricolfi abbia potuto scrivere un bel libro intitolato Il sacco del Nord è la prova che nulla è cambiato e che, semmai, le cose sono andate di male in peggio. Oltre al prelievo fiscale, l'economia settentrionale patisce un sistema normativo a dir poco "barocco", che anche soltanto per poter avviare un'azienda di noleggio auto con conducente obbliga a un percorso a ostacoli tra norme e autorizzazioni nazionali, regionali, comunali ecc. Le promesse semplificazioni non sono arrivate e anche la speranza che il federalismo possa aiutare sta progressivamente svanendo, dato che si è lontani dal dirigersi verso un modello "competitivo" e responsabilizzante, che dia ad ogni amministrazione locale la fa coltà di determinare i propri tributi e gestire liberamente i propri bilanci. Negli scorsi anni che la Lega ha fatto molto per far comprendere a larga parte del Nord l'esigenza di avere istituzioni vicine, sottoposte competizione, responsabilizzate. E non c'è dubbio che per un certo periodo anche Silvio Berlusconi ha avuto il merito di richiamare l'attenzione sui valori del mercato e della libera imprenditoria. In un caso come nell'altro, però, ai proclami non hanno fatto seguito quelle azioni concrete che pure sarebbero necessarie adaiutare il reticolato produttivo del Nord, essenzialmente basato su piccole e medie aziende. Delusi da una burocrazia se possibile ancor più pesante che in passato e da un fisco sempre più esoso e occhiuto, al Nord molti stanno anche iniziando a comprendere che la situazione è divenuta tragica. Dopo il collasso della Grecia e gli scricchiolii dell'Irlanda, nel mondo delle imprese è sempre più viva la preoccupazione che l'intero Paese stia rischiando grosso. Sotto vari punti di vista, le stesse recenti esternazioni "politiche"-assai innovative nella forma come nella sostanza - di un manager fino a ieri interamente concentrato sulla propria azienda e sulle proprie grane quale è Sergio Marchionne sono parecchio indicative. In questo senso, chi ora va perdendo punti è Giulio Tremonti, che pure ha riscosso consenso grazie al fatto di avere sbarrato la strada a ogni progetto "interventista" neokeynesiano e di avere frustrato molte richieste di spesa dei propri colleghi. Il super-ministro dell'Economia è piaciuto quando ha montato una guardia piuttosto severa a difesa dei conti pubblici, ma ora non convince per nulla nel momento in cui sembra voler rinviare nel tempo ogni scelta riformatrice e ogni intervento strutturale sulla spesa pubblica. Nelle scorse settimane in Romania si è deciso un taglio del 25% dei salari dei dipendenti pubblici. Una parte cospicua degli imprenditori del Nord-Est che viaggia si trova ormai a casa propria a Timisoara e a Bucarest, così che conosce bene quella situazione. Sa che prima si interviene con coraggio in questa direzione (bloccando nuove assunzioni, bocciando le grandi opere, resistendo alle pressioni corporative)e meglio è. Al Nord è forte la consapevolezza, insomma, che il disastro è già una realtà da affrontare, e non un rischio da evitare. Purtroppo, la politica latita e si perde nel politichese. Non quindi da stupirsi se lo scontento cresce ogni giorno sempre di più.
Da Liberal, 6 ottobre 2010
Articolo che descrive abbastanza esaurientamente lo stato in cui il Nord comincia a trovarsi, strozzato dalla burocrazia canaglia e dalle tasse redistributive.
Ormai gli imprenditori stanno cominciando a comprendere che la festa è finita, l'Italia non è più un Paese in cui fare impresa, lo statalismo parassitario e la rapina annua del Sud hanno devastato irrimediabilmente il tessuto produttivo.
Occorre una rapida svolta per frenare questo processo, con un taglio colossale della spesa pubblica e del prelievo fiscale gravante sul mondo produttivo e sui liberi professionisti, ed una semplificazione normativa e burocratica: si è giunti ormai all'ultima chiamata per questo Paese.
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