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Prospersenzacrescita
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Un errore, grave. Oppure è una porcata?
Un errore, grave
Non è il disaccordo sulla presenza dei libici che ha indotto le fondazioni italiane e gli azionisti tedeschi a sfiduciare Alessandro Profumo, peraltro senza scegliere subito un sostituto, come dovrebbe avvenire in una grande banca internazionale. Sarebbe infatti sciocco opporsi a un socio di minoranza che non esita a mettere mano al portafogli quando la banca ha bisogno di capitale fresco. La Libia è solo un pretesto. Il vero scontro che oppone Profumo ai grandi azionisti della banca è la sua decisione di trasformare Unicredit da una somma di feudi locali (Monaco di Baviera, Verona, Torino, Modena, Treviso...) in una struttura unica, come lo sono le grandi banche internazionali, ad esempio Hsbc (Hong Kong and Shanghai Banking Corporation), la più estesa e la migliore banca al mondo. Una banca unica è più efficiente, ha costi inferiori ed è in grado di offrire ai propri clienti (aziende e famiglie) credito e servizi a condizioni più favorevoli. È evidente che se fossero i clienti a decidere sceglierebbero una banca unica; ma non sono loro, e gli interessi dei grandi azionisti di Unicredit non coincidono con quelli dei suoi clienti. Per creare una banca unica è necessario smantellare tanti piccoli feudi, ciascuno con i suoi interessi locali, con le sue parrocchie e le sue poltrone da difendere. «Quando ci sono delle decisioni che incidono sul mio territorio ho diritto di dire la mia» ha proclamato ieri Flavio Tosi, sindaco leghista di Verona. Non vi è dubbio, anche se il suo diritto si limita a poter esprimere un’opinione perché il sindaco di Verona non è un azionista di Unicredit. Tosi omette di spiegare perché teme la banca unica: forse perché essa ridurrebbe il suo «peso politico» in Unicredit? Oppure pensa che danneggerebbe le aziende della sua città? Ma se così fosse, come mai ieri Emma Marcegaglia, presidente degli industriali, è scesa in campo in difesa del progetto di Profumo? I politici della Lega non sono diversi dai vecchi democristiani: loro controllavano il territorio (e i voti) attraverso le Casse di risparmio e le municipalizzate, la Lega mi pare sulla stessa strada. I piccoli feudi non esistono solo in Italia: l’altro ieri la Süddeutsche Zeitung lamentava che Monaco di Baviera non è più un grande centro finanziario; sono rimaste BayernLB, una cassa di risparmio in difficoltà, e l’ex Hvb, una banca che Unicredit ha acquistato salvandola dal fallimento. È curioso che dopo i loro clamorosi insuccessi i bavaresi oggi reclamino posizioni di comando in Unicredit (caso mai, voce in capitolo nella gestione della banca potrebbe chiederla a giusto titolo la Polonia, dove Unicredit va a gonfie vele). Alessandro Profumo ha anche commesso degli sbagli: comprare Capitalia, per esempio, e gestire troppo frettolosamente l’ingresso dei libici. Ma oggi paga per una sua scelta giusta: non aver accettato di venire a patti con le consorterie che comandano in Italia. In quindici anni ha creato l’unica grande multinazionale con una testa italiana. I piccoli feudi sono fermamente intenzionati a distruggerla. Con il capitalismo dei feudi le nostre imprese non andranno lontane. E le modalità ieri usate dagli azionisti possono solo danneggiare la reputazione dell’Italia. Francesco Giavazzi 22 settembre 2010 |
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Prospersenzacrescita
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di MASSIMO GIANNINI
L'indecoroso "dimissionamento" dell'amministratore delegato e il clamoroso ribaltone al vertice della prima banca italiana non è solo la sconfitta di una certa idea del libero mercato, dove ognuno fa il suo mestiere: la politica detta le regole del sistema, i manager gestiscono le società creando valore per gli azionisti, e i soci incassano gli utili e i dividendi. In Italia non funziona così: nelle grandi casseforti dell'economia e della finanza, spesso blindate tra partecipazioni incestuose e relazioni pericolose, politici arrembanti e azionisti deferenti si alleano per far fuori i manager disobbedienti. Letta in questa chiave, la battaglia di Piazza Cordusio e la cacciata di Profumo lasciano sul campo due sicuri vincitori: Silvio Berlusconi e Cesare Geronzi. Il presidente del Consiglio ottiene una vittoria politica, in vista dell'appuntamento cruciale che, nella sua agenda, è fissato per il marzo 2011: le elezioni anticipate. Il presidente delle Generali strappa una vittoria finanziaria, in vista della mossa che, nella sua testa, chiuderà il "Risiko" dei Poteri Forti: la fusione Generali-Mediobanca. Tra un appuntamento a Palazzo Chigi (dove dispone di un suo ufficio) e una colazione da Mario a via dè Fiori (dove pranza con gli ospiti di riguardo) lo spiega direttamente Luigi Bisignani, fiduciario di Gianni Letta e uomo di raccordo della filiera berlusconian-geronziana: "Voi continuate a mettermi in mezzo, ma con questi affari io non c'entro. Detto questo, mi pare che stiamo solo al primo passo: il prossimo sarà la grande fusione... ". La "grande fusione", appunto. Cioè il "merger" Mediobanca-Generali, di cui il Cavaliere di Arcore dichiara di non occuparsi e il Leone di Trieste giura di non sapere nulla. In realtà le cose stanno diversamente. E l'affondamento di Profumo è solo una tappa, in questo percorso di guerra. Unicredit è il primo azionista di Mediobanca, con l'8,6% del capitale. Qualunque operazione su Piazzetta Cuccia non si può fare, se non controlli il capo-azienda di Piazza Cordusio. Anche per questo è partito l'attacco a "Mister Arrogance". Ecco in che modo. La partita politica. Come riassume un ministro che si è occupato in questi mesi della vicenda, "il destino di Profumo era segnato da un anno e mezzo, e lui era il primo a saperlo". In parte è così. L'amministratore delegato sapeva di avere ormai troppi nemici, dentro e fuori dalla banca. C'è chi sostiene addirittura che la sua fine sia stata decretata l'8 luglio, nella famosa cena a casa di Bruno Vespa, dove Berlusconi, seduto a fianco di Cesare Geronzi, avrebbe imposto al governatore della Banca d'Italia Draghi uno "scambio": io ti sostengo per la corsa alla Bce, tu non ti opponi al ribaltone in Unicredit. Ipotesi ardita. Forse fantasiosa. Sta di fatto che il ministro del Tesoro Tremonti, non invitato a quella cena, non ha gradito. E da quel momento, dopo aver bastonato per due anni le banche e i banchieri, ha curiosamente cominciato a difendere Profumo. E sta di fatto che lo stesso Profumo, prima dell'estate, si è mosso con i libici, per cercare una sponda che gli desse manforte contro gli altri azionisti all'attacco, dalle Fondazioni delle Casse del Nord ai tedeschi dell'Allianz guidati dal presidente di Unicredit Dieter Rampl. Per questo all'inizio di agosto, alla vigilia della partenza per le ferie, lo stesso Profumo è andato in missione ad Arcore, a spiegare a Berlusconi il senso dell'ingresso dei libici nel capitale Unicredit. Dal suo punto di vista, i fondi sovrani del Colonnello Gheddafi dovevano essere il suo "cavaliere bianco". E invece si sono rivelati il "cavallo di t.roia", che lo stesso Berlusconi, Bossi e Geronzi - attraverso Palenzona, Biasi e Rampl - hanno usato per sfondare le sue difese. Il premier, in quell'occasione, ha dato ampie garanzie a Profumo: "Procedi pure con i libici". Ma è stata una pillola avvelenata. Nel frattempo il suo affarista di fiducia per l'area Sud del Mediterraneo, Tarak Ben Ammar, con la benedizione di Geronzi di cui è a sua volta amico personale, ha trattato direttamente con Gheddafi i termini del suo impegno in Unicredit. Un impegno che doveva servire da alibi, per lanciare l'offensiva contro Profumo, ancora una volta all'insegna (pretestuosa) della difesa dell'"italianità" dei campioni nazionali. Il segnale che l'operazione libica stava prendendo una piega diversa da quella immaginata dall'amministratore delegato è arrivato un mese dopo. Il 25 agosto, al meeting di Cl a Rimini, proprio Geronzi si è lasciato andare a una frase sibillina: "Fin dai tempi di Capitalia, i libici sono stati i migliori soci che io abbia mai avuto". È parsa una dichiarazione distensiva verso l'aumento progressivo della partecipazione dei fondi di Tripoli in Unicredit. E invece è stata solo un'altra pillola avvelenata contro Profumo. Lo si è capito pochi giorni più tardi, quando il 30 agosto il Colonnello è sbarcato a Roma, accolto con tutti gli onori dal presidente del Consiglio e dalla plaudente "business community" italiana. Tra il faccia a faccia a Palazzo Chigi e la cena alla caserma Salvo D'Acquisto, Gheddafi e Berlusconi hanno parlato dell'affare Unicredit. Subito dopo, Geronzi si è recato a Palazzo Grazioli, è ha messo a punto insieme al Cavaliere il piano d'attacco a Profumo. Un piano in tre mosse. Prima mossa: allarme mediatico per la "scalata libica", lanciato ai primi di settembre dalla Lega, che ha costretto la Consob e la Banca d'Italia a chiedere chiarimenti a Profumo. Seconda mossa: attacco mediatico dalla Germania, con la "Suddeutsche Zeitung irritata per "l'arroganza" del ceo. Terza mossa: convocazione di un consiglio straordinario da parte dei "grandi azionisti", per ridiscutere l'operato del management. È esattamente quello che è accaduto in queste tre settimane, e che ha portato l'amministratore delegato alla resa finale. La vittoria politica di Berlusconi si può riassumere così. In uno scenario che precipita palesemente verso le elezioni anticipate, il premier sistema la partita strategica di Unicredit, si libera di un manager troppo autonomo dal Palazzo, e in un colpo solo rinsalda il suo patto di ferro con Umberto Bossi, sigla una tregua con il governatore di Bankitalia Draghi, e ridimensiona le velleità politiche del suo ministro-antagonista Tremonti. Sembra fantascienza. Ma forse non lo è affatto. Lo prova, paradossalmente, la sobrietà con la quale lo stato maggiore del Carroccio festeggia le dimissioni di Profumo. Lo prova, allo stesso modo, la battaglia non proprio campale che Via Nazionale ha condotto per difendere la governance della prima banca italiana. Lo prova, infine, l'ultima battuta di Tarak, all'uscita della riunione del patto Mediobanca di ieri: "I libici irritati per quello che è successo a Unicredit? Non credo affatto...". Per molte ragioni, la sconfitta di "Mister Arrogance" ha accontentato diverse casematte del potere, politico ed economico. La partita finanziaria. Se il premier su Unicredit ha giocato dunque la sua partita politica, Geronzi su Profumo ha giocato la sua partita finanziaria. E lo ha fatto con l'obiettivo raccontato da Bisignani. Espugnare la fortezza di Piazza Cordusio, per poi coronare il progetto che si porta dietro dalla scorsa primavera, da quando cioè ha traslocato dal vertice di Mediobanca alla presidenza delle Generali: fondere Piazzetta Cuccia con il Leone di Trieste. E così ridefinire una volta per tutte, a suo vantaggio, gli equilibri del capitalismo italiano. Da maggio scorso, a dispetto di una governance che formalmente assegna allo stesso Geronzi poche deleghe in Generali, lasciando a Mediobanca il controllo delle partecipazioni strategiche come Rcs, Telecom e le banche, il nuovo Cesare del capitalismo italiano ha ingaggiato una guerra senza quartiere con i due "alani" rimasti a Piazzetta Cuccia. Lo ripete lo stesso Bisignani, senza farne mistero: "Con Renato Pagliaro e Alberto Naghel gli scontri sono continui...". Geronzi si sta smarcando sempre di più, dall'orbita Mediobanca. E lo fa non per lasciare all'Istituto che fu di Enrico Cuccia la sua piena autonomia, ma per raggiungere il risultato contrario: cioè tornare a comandare anche lì. Con l'operazione di "reverse merger" di cui si parla da tempo, e che "Repubblica" ha anticipato nella primavera scorsa, e che ora lo stesso Bisignani conferma. Un'operazione che, secondo fonti di mercato, coinvolgerebbe persino la Mediolanum, di cui il premier vuole disfarsi, perché non sa cosa farne, e che lo stesso Geronzi sarebbe pronto ad accollarsi, per rendergli l'ennesimo favore. Sembra fantascienza, anche questa. Domani fioccheranno smentite. Ma anche fino alla scorsa primavera il banchiere di Marino aveva smentito il suo progetto di trasferirsi in Generali. Sappiamo poi com'è andata a finire. Al fondo, resta l'immagine di un capitalismo ancora una volta provinciale, asfittico, autoreferenziale, etero-diretto dalla politica. In questa ultima grande partita del potere italiano non ha perso Profumo, uno dei pochi grandi banchieri di caratura internazionale in questo sciagurato paese. Ha perso l'intera, sedicente "élite" della solita, piccola, Italietta. (22 settembre 2010) |
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Parere di Oscar Giannino CHICAGO BLOG » I veri giubilatori di Profumo
In banca l’azionista decide, ma è il manager a dirgli tra che cosa. Così diceva il grande Raffaele Mattioli alla Comit, il modello da cui non solo Cuccia ma anche i giovani banchieri McKinsey italiani hanno sempre tratto insegnamento. Alessandro Profumo tra tutti, in un decennio e mezzo di strepitosa cavalcata in Italia e 22 Paesi esteri. Ma quando i dividendi agli azionisti scendono a meno della metà rispetto al difficile anno precedente, e poi a un quarto o un quinto degli anni precrisi come nella semestrale 2010 Unicredit, e si è dovuto pure mettere mano al portafoglio per miliardi in aumenti di capitale, lo spazio dei manager si restringe. E di Mattioli non si ricorda più nessuno. Ecco spiegata la levata di scudi in Unicredit di Cariverona con Paolo Biasi e dei trevigiani di Cassamarca, dei piemontesi di Crt con Palenzona, dei bolognesi di Carimonte e della fondazione Banco di Sicilia. Sono loro, con gli azionisti tedeschi, i veri assassini di Profumo. Non la politica, anche se so che nel dirlo farò storcere a molti la bocca. La piena delega a Profumo si è rotta piano piano, nel corso degli ultimi due anni. E non solo per minori utili e dividendi, accantonamenti e rettifiche per miliardi ulteriori dopo aver rafforzato il capitale per oltre 6 miliardi. Le fondazioni non l’hanno mai voluto, un modello operativo accentrato sul capoazienda, con tre vice e sette proconsoli, come doveva essere l’Unicredit targata “S3” concepita da Profumo. “A lui la gestione tecnica, a noi le scelte di politica”. Proprio così: “di politica”, diceva il comunicato delle fondazioni il giorno del comitato operativo che ha rinviato l’Unicredit one man bank per tornare al modello di Banca Unica. E il comunicato era di mesi e mesi fa, non di questi giorni. Profumo ha ammesso come nessun banchiere italiano, con due interviste al Financial Times a qualche mese di distanza dal crac Lehman Brothers, che dopo la crisi doveva cambiar modello di gestione e finanza. Ma quando chiese soldi ai soci dopo averlo negato per mesi, perse aura e credibilità. E anche il suo rapporto con la Banca d’Italia di Draghi, che nell’esito finale della vicenda ha avuto il suo peso. La richiesta formale di chiarimenti da via Nazionale a Unicredit per l’ascesa dei libici nel capitale ha infatti consentito a Dieter Rampl di farsi attribuire dal comitato governance dell’istituto il mandato a investigare. Il primo segnale che Profumo aveva un piede già fuori dalla porta. Sono state le fondazioni, il nemico vero alla fine. Profumo negli anni ha provato a superare le anime locali, eredità delle fusioni, per fare efficienza. Ma le fondazioni non sono soci qualunque, pesano sul territorio e nella politica. A maggior ragione quando UniCredit esercitava il ruolo che ha esercitato in partecipate come Mediobanca e Generali, dalle quali non a caso Profumo ha fatto impossibile per allontanarsi: dopo aver pensato a scalare Generali nel 2002 e dopo aver cacciato Maranghi che non dava retta agli azionisti però, singolare accusa da parte di chi viene messo alla porta con la stessa imputazione. Profumo a 20 anni lavorava già in banca, al Banco Lariano, 10 anni prima di laurearsi. Il suo merito indiscusso è di aver trasformato in 10 anni, dopo la privatizzazione, il Credito Italiano da modesta banca poco più che regionale nella più aggressiva banca italiana. Nel 2001, Business Week lo celebrava come “il più dinamico banchiere europeo”, con utili che crescevano a botte del 27% annuo e un ritorno sul capitale del 21% che facevano di Unicredit la più profittevole banca europea. Più di dieci anni fa si pensò persino a un matrimonio della sua Unicredit con gli spagnoli del Banco Bilbao, ma l’Italia non era pronta. E venne allora l’espansione a Est che oggi molti rimproverano, insieme alla crescita nel risparmi o gestito con acquisizioni come quella dell’americana Pioneer, poi da dismettere. Acquisizione che a Mario Draghi non piacque, visto che da quando è a via Nazionale non fa che dire che le banche dovrebbero lasciare il risparmio gestito in mani indipendenti. Ma negli anni 2002-2004, è stata l’ Unicredit Banca d’Impresa – allora a guidarla era Pietro Modiano, poi in SanPaolo, poi in Intesa e ora alla Carlo Tassara di Bazoli – la prima grande banca che ad alcune migliaia di piccole imprese italiane ha proposto prodotti derivati che, nati per la semplice copertura da modifiche al tasso d’interesse, si rivelarono bombe e a tempo, e fonti di perdite per alcune miliardi di euro. E’ l’Unicredit di Profumo, ad essere condannata a rifondere oltre 220 milioni alla vecchia Cirio i cui bond fregarono migliaia di italiani, anche se una Corte d’Appello ha poi sentenziato che il pagamento è inutile, visto che la Cirio non c’è più. Ed è ancora la compagnia assicurativa vita della sua Unicredit, ad offrire ai clienti che hanno sottoscritto prodotti della Lehman un rimborso pari solo al 50% del capitale, a differenza di altri istituti italiani che hanno dato ai propri clienti copertura integrale. Quando Profumo riconobbe al Financial Times che doveva cambiare il modello gestionale della banca, con meno trading di prodotti finanziari, il titolo Unicredit valeva ancora oltre sei euro. Poi venne la grande paura. L’aumento di capitale tanto a lungo negato avvenne con modalità singolari, non solo con altri 700 milioni di perdite dichiarate sull’investment banking fino ad allora negate, ma in più coperto da Mediobanca attraverso l’emissione di titoli convertibili speciali, dalla cedola molto onerosa. Modalità tanto singolari che la Fondazione Cariverona di Paolo Biasi prima le votò, poi all’ultimo momento si tirò indietro. Lasciando spazio ai libici – ecco l’inizio della storia - che non avevano più problemi a reinvestire in Italia dopo la pacificazione offerta da Berlusconi. Ma da 3,08 euro dell’azione da sottoscrivere, il titolo Unicredit scivolò sino a sotto un euro. E’ di quei giorni, la profezia di Profumo che sarebbe andato in pensione assai presto. I 4 miliardi di utili 2008 incamerati senza dividendi ma continuando a perdere quote di mercato domestico furono accolti dalle fondazioni con un tacito patto: o l’anno prossimo cambia l’aria, oppure va a casa. Eccoci all’anno successivo, con una magrissima semestrale da soli poco più di 600 milioni di utili, e Profumo puntualmente è fuori. Quando nel 2007 era nell’aria l’acquisizione di Capitalia da parte di UniCredit, il capolavoro di Geronzi di cui Profumo poi si è pentito, temendone gli effetti su Generali e Mediobanca il professor Giovanni Bazoli senza citare Profumo fece un ritratto spietato dei “banchieri all’americana”. Profumo alzò le spalle: non parla di me, disse. Fondazioni e azionisti tedeschi oggi hanno dato ragione a Bazoli. Non la politica, che ha assistito da Roma preoccupata con Tremonti delle conseguenze sistemiche di una dipartirta senza successori pronti. Per il presidente di Intesa, Bazoli, una soddisfazione sicuramente maggiore che per Tosi, il sindaco leghista di Verona. Direte voi: ma come, non è stato forse il sindaco leghista di Verona, Flavio Tosi, il più guerrigliero dichiaratore contro l’impropria presunta regìa attribuita a Profumo, nel far salire i libici nel capitale della banca senza avvisare fondazioni azioniste e presidente tedesco? Certo che sì. Ma questa è appunto la maliziosa e studiata abilità in cui la Lega ormai inizia ad eccellere, a conferma che anni e anni di politica hanno reso i suoi dirigenti e migliori amministratori locali del tutto all’altezza dei più smaliziati vecchi democristiani di un tempo. In realtà, i leghisti dentro la Fondazione CariVerona ancora non sono formalmente neppure entrati, e Tosi è stato semplicemente astuto sui media a invocare più di tutti il ritorno in banca del “potere ai territori”. Se non fosse così, se davvero la vicenda dovesse essere letta come per esempio ha fatto Repubblica, se in altre parole fossimo in presenza di uno spietato attacco per allineare la seconda banca italiana al – naturalmente – famigerato governo Berlusconi, non si capirebbe perché al contrario il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, abbia giocato fino all’ultimo nella vicenda assai più il ruolo del pompiere che quello del piromane. Come già avvenuto in passato in presenza di vicende come il salvataggio del gruppo Risanamento per Intesa, rispetto alla tesi della discontinuità aziendale e del fallimento invocata dalla procura di Milano, sia pur rifuggendo da ogni compromettente e improprio atto o dichiarazione ufficiale Tremonti ha tentato il tentabile, per spiegare alle fondazioni che era meglio procedere diversamente, di fronte a una situazione europea e internazionale ancora così fortemente attraversata da instabilità e tensioni proprio sul fronte bancario. Capisco dunque che il teatrino politico italiano dirà che è stata la Lega ad entrare a gamba tesa, e che in definitiva Biasi e Palenzona non sono o non sembrano certo di sinistra. Ma è teatrino, appunto, per me. La sostanza è che la caduta di Profumo con la politica c’entra niente, e tanto meno con la sua partecipazione alle primarie dell’Ulivo, e con la partecipazione di sua moglie all’Assemblea del Pd. Ai tedeschi non par vero, dopo quanto profumo ha pagato l’HVB, far ballare alle fondazioni il tango della liquidazione del maggior banchiere italiano che intendeva guidare una banca senza pagar pegno agli azionisti. Ma questa non è la miseria della politica italiana, che ne ha ben altre. E’ la storia del povero mercato italiano. E, comunque, Profumo di errori ne ha fatti: eccome. Dei 40 milioni di buonuscita di cui 2 a don Colmegna, penso sia demagogia facile sparlare: ha prodotto per gli azionisti utili a decine di miliadi in 15 anni prima di deluderli, non lo dimenticate per favore. |
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Prospersenzacrescita
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In questo caso le opinioni di Giavazzi mi sembrano condivisibili. Forse lui sarà un azionista di Unicredit e teme di perdere un sacco di soldi. Anch'io ho un forte investimento in obbligazioni di lungo periodo di Unicredit. Comincio a temere per la verità. Anche a causa dei spread dei bond pubblici Italiani che sono in aumento negli ultimi giorni per altri motivi. Si sa che i tassi dei titoli pubblici finiscono per influenzare anche quelli privati dello stesso paese. |
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