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Data registrazione: May 2010
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Il punto sulla Spagna – La riforma del lavoro di Zapatero
Il punto sulla Spagna – La riforma del lavoro di Zapatero
di Andrea Giuricin È arrivata questa settimana la riforma spagnola del mercato del lavoro. Celestino Corbacho, ministro del lavoro e tutto il governo Zapatero hanno approvato in solitudine un cambiamento necessario. Senza dubbio vi era bisogno di una riforma, perché come “certificato” anche dal World Economic Forum, la Spagna ha un mercato del lavoro estremamente complicato. La posizione nel ranking mondiale stilato dal WEF registra che il Paese iberico si trova al 130esimo posto su 139 Stati in classifica per quanto riguarda la flessibilità del mercato del lavoro. Questo dato potrebbe sorprendere, poiché in Spagna circa il 95 per cento dei nuovi contratti è a tempo determinato. Ma vi sono altri elementi che rendono la Spagna anti-competitiva in questo campo e che hanno portato il Paese ad avere un tasso di disoccupazione superiore al 20 per cento. Anche nelle regioni più ricche, quali la Catalogna o la Regione di Madrid si registrano tassi di disoccupazione superiori al 15/16 per cento. Un’anomalia europea. In primo luogo vi sono il costo molto elevato del licenziamento e la disparità dell’indennizzo di licenziamento tra contratti determinati e indeterminati. Questo argomento è al centro della riforma di Zapatero ed è un elemento che ha creato molta discussione. Gli imprenditori ritengono che le innovazioni della nuova legge siano insufficienti, così come il partito d’opposizione il Partito Popolare, mentre i sindacati l’hanno giudicato contrario agli interessi dei lavoratori. Per questa ragione il 29 settembre è stato convocato uno sciopero generale da parte dei principali sindacati in un Paese nel quale gli scioperi non sono molto frequenti (come in Italia e Francia). L’indennizzo per il licenziamento è stato abbassato a 33 giorni lavorativi per anno lavorato nei contratti a tempo indeterminato dai 45 giorni precedenti. Nei contratti a tempo determinato l’indennizzo è stato elevato a 12 giorni per anno lavorato. È stata introdotta inoltre la possibilità, per le aziende in difficoltá economica, di ridurre tale indennizzo a 20 giorni per anno lavorato anche nel caso di contratti a tempo indeterminato. Tale procedura dovrà tuttavia passare da un giudice e molti sono i dubbi sulla reale applicazione. In questo campo la riforma fa un passo in avanti verso una maggiore flessibilità, anche se rimane una forte dualità tra contratti a tempo determinato e indeterminato. La flessibilitá del mercato del lavoro spagnolo tuttavia ha altri punti deboli. In primo luogo continua ad esserci una contrattazione collettiva e la riforma non tratta minimamente questo punto. In Italia è stata introdotta la possibilità di stipulare contratti di secondo livello, mentre in Germania il 40 per cento dei contratti di lavoro non segue nessun contratto di lavoro collettivo. Il sussidio di disoccupazione è un altro punto debole che non è affrontato nella riforma del Partito Socialista al Governo. Questo continua ad essere molto elevato. Inoltre non si sono introdotte clausole molto restrittive per rifiutare altri posti di lavoro da parte del disoccupato. Molti di questi “senza lavoro” preferiscono rimanere nel “paro” e ricevere per tre anni un sussidio molto elevato. La legge che prevede un aiuto di 426 euro al mese per i disoccupati di lunga durata è stata rinnovata un’altra volta, in un Paese nel quale il salario minimo è di poco superiore ai 600 euro. Vi è un abuso del sussidio di disoccupazione, mentre il salario minimo, che introduce una rigidità del mercato del lavoro, non è mai stato al centro dell’attenzione del Governo. La riforma è un piccolo passo in avanti, ma si comprende perché è stata criticata da tutte le parti sociali. Quella approvata è una riforma in solitario che difficilmente permetterà una discesa rapida della disoccupazione. La Spagna continua ad avere un mercato del lavoro poco flessibile e vi sarebbe stato bisogno di una riforma più coraggiosa per scendere rapidamente a tassi di disoccupazione europei. http://www.chicago-blog.it/2010/09/1...o-di-zapatero/ |
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Data registrazione: May 2009
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La flessibilità nel mercato del lavoro è cosa buona, ma se la disoccupazione dura a lungo rischia di diventare strutturale,i disocucpati faticano sempre più a trovare occupazioni e di fatto si ha un restringimento del mercato interno... |
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#4 (permalink) | |
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Data registrazione: May 2010
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#5 (permalink) | |
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Data registrazione: May 2009
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Ma questo vale anche per altri paesi occidentali, data la notevole differenza di salari tra occidente ed oriente. Però proprio considerando in maniera globale la situazione, sul lungo periodo non è così scontato che un calo dei salari in occidente non abbia alcuni inconvenienti. In particolare un calo dei salari in occidente tenderebbe a rallentare l'aumento dei salari in oriente e tenderebbe a portare i salari a stabilizzarsi ad un livello più basso sia in oriente sia in occidente. I salari bassi non sono un problema finchè chi investe e, grazie ai salari contenuti che paga, ottiene redditi elevati, continua a investire e/o consumare. In pratica un calo dei salari in occidente potrebbe andare nella direzione di causare sul lungo periodo un calo di domanda causato dagli squilibri salariali. Fatto presente questo, anche secondo me i salari sono troppo elevati rispetto ai deficit commerciali in vari paesi europei, forse dovrebbero veramente scendere. |
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Data registrazione: Mar 2008
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#8 (permalink) | |
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The Horror of
Data registrazione: Jun 2009
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#9 (permalink) | |
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Data registrazione: May 2009
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![]() ![]() Intendo dire che è abbastanza evidente che con la facilità a delocalizzare in zone a basso costo del lavoro e con le manipolazioni valutarie che effettuano vari paesi (non solo la Cina) i salari sono sotto pressione anche da noi perchè o scendono o molte aziende delocalizzano. Ecco che opporre resistenza alla caduta dei salari evitando che i nostri salari si allineino ai salari cinesi comporta probabilmente più delocalizzazioni e qualche problema di occupazione (non troppi come a volte si vorrebbe far credere, anche prima delle delocalizzazioni vi era disoccupazione). Però perlomeno questa resistenza ad abbassare i nostri salari rende più rapida e maggiore la crescita dei salari in paesi orientali. Ecco che quindi si può pensare che, raggiunto l'equilibrio al quale non vi è sostanzialmente più convenienza nel delocalizzare, i salari saranno leggermente più elevati. Io credo che le disparità salariali tra imprenditori e classi più povere, diciamo ricchi e poveri, non siano un problema per l'economia, ma a condizione che chi ha maggiori guadagni li reinvesta o li spenda in consumi e non li accumuli a tempo indeterminato. Dato che questo in realtà alemeno in parte si verifica e poi così saltan fuori quelli che voglion risolver tutto con il sostegno alla domand aggregata tramite debito pubblico o aumentando le tasse ai ricchi, allora ecco che non mi sembra così scontato che sia a lungo termine un bene che i nostri salari scendano rapidamente ai livelli orientali, potrebbero poi esserci dei problemi. |
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Grazie a ciò le liste di disoccupazione spagnole risultano gonfiate da tanta gente che invece in italia non si iscrive non avendone alcun vantaggio. |
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