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Vecchio 16-08-10, 20:59   #1 (permalink)
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L’intelligence economica

L’intelligence economica è sempre andata di pari passo con tutte le altre forme di intelligence. Nella maggior parte dei casi era considerata uno strumento di difesa dell’economia nazionale e di penetrazione e conoscenza delle iniziative economiche degli altri. Marco Giaconi delinea i cambiamenti dell’Intelligence economica al tempo del mercato globale che ne ha spostato l’asse operativo: oltre all’acquisizione dell’informazione, deve puntare ad influenzare e condizionare le opinioni pubbliche estere, si potrebbe dire la conquista dei cuori e delle menti del Paese bersaglio. L’economic warfare del resto, non conosce limiti nel perseguire l’interesse primario del proprio Paese e l’Intelligence, come sempre, riveste un ruolo fondamentale. (Foto Redazionale)




L’intelligence economica serve, in linea di massima, a proteggere i sistemi produttivi e i vantaggi comparativi di ogni singolo Paese o area commerciale. Quindi, posto che il modello ricardiano del commercio internazionale prevede che tutti traggano beneficio dagli scambi economici tra differenti Paesi, l’intelligence delle strutture produttive è connessa alla stabilizzazione del vantaggio comparato, alla protezione dei mercati finali dei prodotti-chiave della formula produttiva di un Paese, alla diminuzione dei costi politici, culturali, sociali della gestione dei mercati finali, infine alla creazione di una dipendenza strutturale tra i cicli economici del Paese-bersaglio rispetto al Paese con maggiori vantaggi comparati (1) . L’intelligence economica è il soft power della dipendenza, e crea asimmetrie informative e commerciali che tendono ad aumentare, ceteris paribus, il profitto netto dei beni e servizi indotti nel mercato o nel Paese dipendente (2) .
Si tratta, dunque, di un modello classico, come la teoria ricardiana che lo giustifica. Ma, oggi, i sistemi produttivi sono diffusi, e non possono essere identificati con un solo Paese, l’economia si è progressivamente dematerializzata, il flusso delle informazioni strategiche è ormai globale, la produzione dei beni si va trasferendo nei Paesi “terzi” o nell’area asiatica, e il peso delle considerazioni finanziarie sul complesso delle scelte economiche è maggiore di quanto non accadesse con il capitalismo delle merci (3) . Il vantaggio comparato assume soprattutto un rilievo strategico, politico, culturale, mentre il flusso dei beni si amplifica su un livello ormai mondiale e risulta ingestibile con la creazione di barriere, tariffarie o meno, all’ingresso dei beni e dei servizi.
Quindi, siamo passati da una intelligence economica in postura di difesa, dove il fine delle operazioni era il mantenimento del vantaggio comparativo il più a lungo possibile, anche con meccanismi protezionistici palesi, ad un economic warfare di attacco, dove i meccanismi di condizionamento al consumo, e alla accettazione di beni e servizi in condizioni di quasi-monopolio vengono veicolati con meccanismi di perception management (4) .
Il Dipartimento della Difesa USA definisce il perception management come una serie di “informazioni da convogliare o interdire alle pubbliche opinioni estere per influenzare le loro emozioni, le loro motivazioni e il processo razionale in modo che le classi dirigenti o l’intelligence locali siano indirizzate verso comportamenti favorevoli agli interessi dell’originatore del processo di perception management” (5) . Quindi, non si tratta di proteggere un mercato o un vantaggio comparativo, ormai obiettivo quasi impossibile nel sistema globalizzato, ma di indurre comportamenti anche non-economici che inducano a comportamenti economici utili all’originatore del processo di trasformazione della percezione.
È cessata la separazione netta tra guerra e pace, è tramontata la frattura tra guerra economica e conflitto militare, è ormai tenue la differenza tra psywar a carattere politico e strategico e infowar di tipo commerciale (6) .
La differenza tra infowar economica e psywar geopolitica viene definita caso per caso, nell’attento dosaggio tra gli elementi di un paradigma militare, economico, psicopolitico (7) .
Le guerre si vincono, senza magari sparare un colpo, inducendo nel Paese dipendente gli stili, i modi di vita, i consumi e il modello di comunicazione politica che più si adattano agli interessi del Paese “originatore”. La tecnica più consueta per creare questa deformazione percettiva è quella che nella Psicologia della Forma (Gestaltpsychologie) viene definita come differenza tra “sfondo” e “immagine”. Se si insegna a riconoscere una determinata figura nello sfondo, con lo stesso meccanismo si induce nel comportamento una differenza tra tratti salienti, obiettivi dell’azione, e elementi secondari o casuali (8) .
Naturalmente, tutto questo non esclude un protezionismo di fatto secondo le regole più consuete dello Stato-nazione otto-novecentesco.
I Paesi che hanno maggiori vantaggi comparativi in alcune tecnologie, come l’informatica evoluta, le biotecnologie, le telecomunicazioni, proteggono questi asset con i criteri di un economic warfare d’attacco: monopolizzano di fatto i mercati finali, utilizzano la corruzione delle classi dirigenti locali, favoriscono la protezione dei mercati finali dei loro beni con asset collaterali favorevoli, sia sul piano geopolitico che in settori economici diversi da quelli nei quali hanno necessità di tutelare le loro tecnologie di punta (9) . La corruzione delle élites, la diffusione di stilemi di massa diffamatori, l’interdizione alla diffusione dei successi raggiunti dal Paese-bersaglio sono poi una tecnica, complessa e codificata, che serve a creare una dipendenza simbolica e economica del Paese più debole.
Esiste un nation branding offensivo, che abbatte la credibilità dei mercati verso un determinato Paese e restringe l’appeal globale dei suoi prodotti a maggior vantaggio comparativo. L’economic warfare di attacco diffonde modi di vita, stilemi, paradigmi di comportamento che cristallizzano la formula produttiva e politica più favorevole al Paese originatore del perception management. Si pensi, per quanto riguarda l’uso politico dei collaterali economici, all’utilizzazione della clausola di most favoured nation nel diritto commerciale USA, o ai meccanismi di protezione economica e di sostegno alla produzione agricola dell’Unione Europea. Ciò che non viene più protetto dalle barriere non tariffarie viene indotto dalle barriere psicologiche e politiche create dall’economic warfare e dalla gestione delle percezioni (10) .
Sul piano monetario, visto che il denaro è un asset altamente simbolico, le tecniche di guerra economica attuali riguardano questi elementi primari: l’acquisizione di capitali freschi per sostenere il debito pubblico o per le imprese, dato che oggi la concorrenza monetaria è basata sull’acquisizione, prima e meglio degli altri, delle grandi masse di liquidità che attraversano il mercato-mondo, e in seconda battuta dall’interdizione di questa massa aggiuntiva di capitali per alcuni Stati concorrenti.
Inoltre è rilevante la gestione dei differenziali tra le valute in modo da modificare sia i prezzi finali che il debito pubblico del Paese-bersaglio, nonché la gestione delle notizie finanziarie riservate in modo da influenzare le élites secondarie (11) .
Infine, e la cosa non è certo di poco conto, la dominance nella guerra economica e finanziaria si acquisisce svuotando di liquidità, e acquisendola, Paesi e aree che siano non omogenei al proprio sistema produttivo o che creino eccessive barriere non tariffarie alla penetrazione dei beni e dei capitali del Paese originatore della infowar economica. Da questo punto di vista, la crisi delle “Tigri asiatiche” nel 1997 è stata significativa.
La guerra economica attuale è tra la Cina, la “fabbrica del mondo”, l’UE e gli USA. Pechino detiene attualmente 895 miliardi di titoli USA, ai dati del marzo 2010, seguita dal Giappone con 784,9 mld e, dopo la Gran Bretagna, dai Paesi esportatori di petrolio in area OPEC con 229,5 mld (12) . La crisi greca è stata l’inizio della crisi della BCE, che è la tesoreria della Banca Centrale di Atene.
La caduta del bilancio greco è stata gestita da un sistema informativo che ha coperto una esposizione del debito estero di Atene detenuto al 70% fuori dalla Grecia, mentre i suoi titoli sono stati venduti per oltre 20 miliardi di Euro (fino al 25 gennaio 2010) per quelli a cinque anni, a tasso fisso.
Le banche dei paesi meridionali europei possiedono bonds greci, per esempio quelle portoghesi hanno attivi greci per il loro 23%, mentre la Francia è al 13%, insieme all’Irlanda, per la proprietà di asset greci nel capitale bancario (13) . E quindi la caduta al 50% del valore del debito di Atene costerebbe alle banche di Lisbona, per esempio, la perdita di circa il 12% del proprio capitale. Il debito di Spagna, Grecia, Portogallo verso le banche europee è di 800 miliardi di Euro, con l’Olanda che, con 100 milioni di crediti, ha la maggiore esposizione rispetto al suo PIL. Le esposizioni reciproche delle banche europee sono, di solito, oltre il 12%.
Quindi, sul piano dell’ economic warfare la questione è semplice: i paesi detentori di surplus commerciale, che è l’unica fonte che genera, oggi, liquidità reale, sono attaccati o dall’Euro, se provengono dall’area nordamericana o dal Dollaro USA, la “contro divisa” dell’Euro, visto che la moneta unica europea è ormai prima rispetto alla divisa statunitense per la gestione dei pagamenti internazionali e i bonds esteri.
Alla fine del 2006, il 40% e il 30% di tutti i depositi erano denominati in Euro, che è statisticamente più stabile del Dollaro USA. Attaccare la Grecia, dopo averla “drogata” con i titoli collaterali sul debito sovrano, vuol dire attaccare l’Euro e, in particolare, la Germania, che ha un surplus commerciale in crescita, fino a 17,2 miliardi di Euro ai dati del marzo 2010.
Più surplus, più capacità di scambio favorevole e possibilità di attrarre capitali nuovi, più deficit, minore attrattività delle strutture produttive nazionali. Il deficit commerciale degli USA è stato, al 12 maggio 2010, di 40,4 miliardi di USD. Quindi, l’”operazione Euro” è ormai strettamente necessaria: evita la crescita di un’area economica capace di sfidare gli USA, e l’azione sul debito greco costringe la Germania e l’area più economicamente evoluta dell’UE a sostenere il debito di Atene per evitare la caduta della moneta unica europea, che ha permesso proprio alla Germania una “svalutazione di fatto” che l’ha premiata rispetto anche ai suoi concorrenti infra-UE. Gli scenari futuri hanno quindi un alta probabilità di realizzarsi a breve. O Berlino ricostruisce un suo Deutschmark, affidabile ma privo di concorrenza rispetto al dollaro, che deve rimanere, per permettere il “doppio deficit” (bilancia dei conti correnti+conti pubblici) stabile ma privo di rayonnement geopolitico, il che permetterebbe alla Germania di evitare il futuro bailout di tre miliardi di Euro di debiti del “Club Med” europeo, con una esposizione delle banche tedesche verso l’area di 500 milioni. Ma questo vorrebbe dire provincializzare l’economia tedesca, mentre la Cina ritorna a comprare titoli di stato USA, quando l’economia statunitense ritorna a segnare indici positivi (14) .
La guerra economica è, oggi, come abbiamo visto, una lotta per acquisire risorse fortemente scarse, come la liquidità. Lo scenario 2 implica invece l’abbandono dell’Euro da parte delle economie “ClubMed”. Avere la possibilità di generare liberamente inflazione sarebbe la soluzione, ad Atene, per far pagare i debiti ai propri cittadini e evitare lo squilibrio monetario con l’Euro e i suoi Paesi di riferimento. Se i Decisori USA e tedeschi, nella fase delle guerre balcaniche post-1989, hanno impostato una geopolitica della dissociazione, per costituire Paesi sufficientemente piccoli da essere penetrati economicamente da Berlino o da Washington (15) , e per evitare un linkage tra medie potenze balcaniche e Federazione Russa, oggi la dissociazione è una “strategia indiretta” di tipo geoeconomico, per separare in due l’area Euro e per evitare che la moneta unica UE possa diventare concorrente diretto del Dollaro USA e, infine, lender of last resort negli scambi internazionali. L’altro aspetto geopolitico con il quale dovremo continuare a fare i conti è quello della economic warfare del terrorismo qaedista.
Dalla sua fondazione, l’organizzazione di Osama Bin Laden vuole creare una destrutturazione del sistema economico europeo e USA, che leghi le economie occidentali al ciclo del petrolio e permetta, al contempo, una forte spesa in azioni militari, aiuti, sostegni a paesi “amici” dell’Ovest per far deflagrare i conti pubblici nazionali, in condizioni soprattutto di forte oil burden, e isolare le economie USA e UE dal flusso dei nuovi capitali che si generano nell’asse tra la Cina, l’Asia centrale, il Golfo Persico e il Medio Oriente. La linea di Osama Bin Laden è quella dell’accerchiamento economico e finanziario per poi passare alla fondazione del Califfato e alla destrutturazione del sistema geoeconomico prima europeo e poi nord-americano (16) .
Le diverse strategie di Al Qaeda nelle aree maghrebine, nel Corno d’Africa, in Medio Oriente e in Yemen sono il riflesso di queste differenti scelte di geoeconomia del terrorismo islamico.


(1) V. A.K. Gupta, V. Govindarjan, H. Wang, The Quest for Gòlobal Dominance: Transforming Global Presence into Global Competitive Advantage, London, Jossey Bass, 2008.
(2) V. E.Hennessy, Market Warfare, Leadership and Domination over Competitors, New York, American Book Publishing Group, 2008.
(3) V. Leo Panitch, M. Konings (eds.), American Empire and the Political Economy of Global Finance, London, Palgrave Macmillan, 2009.
(4) V. K. Agarwal, Perception Management: the Management Tactics, New Delhi, Global India Publications, 2009
(5) V. Department of Defense Dictionary of Military and Associated Terms, Joint Publication 1-02, 12 April 2001.
(6) S. Cymbala, Military Persuasion in War and Policy, the Power of Soft, London, Praeger, 2002.
(7) C. Paul, Information Operations, Doctrine and Practice, a Reference Handbook, London, Praeger, 2008.
(8) V. W. Kahler, H. Kopfermann, L. Kahler, Die Aufgabe der Gestaltspsychologie, Berlin, de Gruyter, 1971.
(9) V. K. Hodkinson, Protecting and Exploiting New Technology and Designs, London, Spon Press, 1987.
(10) V. T. Rid, M. Hecker, War 2.0, irregular warfare in the Information Age, London, Praeger, 2009.
(11) Y. Brooks, Financial Warfare, How to Fight and Win, Bloomington, iUniverse, 2009.
(12) V. Ph. Lowe, Recent Economic developments, Bank of International Settlements, Basel, 2010 in http://www.bis.org/review/r100518f.pdf.
(13) V. J. Funk Kirkegaard, A default by Greece: Why and When? Washington D.C., Peterson Institute for International Economics, 16th May 2010.
(14) Michael Collins, Economic Warfare? Europe versus Wall Street, The Agonist, 10 March 2010, in www.agonist.org.
(15) R. C. Nation, War in the Balkans, 1991-2002, US Army War College, Strategic Studies Institute, Carlisle Barracks 2003.
(16) Gal Luft, Al Qaeda’s Economic War against the United States, Institute for The Analysis of Global Security, Potomac, 2005.
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Vecchio 16-08-10, 21:04   #2 (permalink)
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cioé, la rivista del sisde pubblica sta mondezza? e sto tipo magari viene pure pagato fior di quattrini in consulenze?
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Vecchio 20-09-10, 11:39   #3 (permalink)
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Mah!

Sono Marco Giaconi, l'autore di quella "mondezza", come la chiama lei, caro Dunwich. Perchè, lei crede di saper fare meglio? Oppure crede che l'analisi geoeconomica si faccia con qualche numerino, magari truccato? Naturalmente, mi pagano, e fanno benissimo

Marcogiaconi
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Vecchio 20-09-10, 12:07   #4 (permalink)
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La guerra dei mondi

GIOVEDÌ 02 OTTOBRE 2008

Ci sono due mondi, o due economie che si fronteggiano. Quella dei beni reali e quella di carta. Non dovrebbe essere così. La seconda dovrebbe essere funzionale alla prima. Ma nel mondo delle banche centrali e di un sistema bancario a riserva frazionale, dove la moneta di carta ha sostituito la moneta merce bene reale, le cose si sono capovolte facilmente nel giro di un centinaio di anni. E in questi cento anni l'economia di carta è arrivata a dominare totalmente quella dei beni reali.

Un concetto facilissimo, banalissimo, quasi ******, eppure le perplessità e le domande anche dei più esperti girano intorno alla domanda: come è possibile che l'economia reale si sia distaccata così tanto da quella virtuale, o di carta, o della finanza, tanto che la prima è riuscita per anni a dominare la seconda e ora rischia di trascinarsela in una crisi senza precedenti?

Se lo chiedono nel 2008, solo alla luce di questa semideflagrazione finanziaria (semi perchè siamo appena a metà del suo corso, giusto per essere ottimisti; anche a noi l'ottimismo non manca, checchè se ne possa pensare). Noi ce lo siamo quasi sempre chiesto, e ce lo chiedevamo in maniera talmente forte a inizio terzo millennio che alla fine avevamo deciso di scrivere e pubblicare su internet la nostra breve ma quasi profetica analisi economica del 2001.

Del resto c'è sempre chi arriva prima e chi arriva dopo nel farsi le domande e nel capire le cose. Qualcuno arriva sempre dopo, sistematicamente. Tipo quel signore lì, che ancora l'altro giorno ci dice (faccio una sintesi perchè se lo riascolto mi viene l'orticaria): non comprate oro, che ci fate con l'oro? un domani andrete mica al supermercato a fare la spesa con il lingotto?

Con il lingotto d'oro no, ma siamo sicuri che un bel giorno una bella moneta d'argento sarà ben accolta da chiunque, con tanto di precedenza verso qualunque pezzo di carta. Anche rispetto agli euri migliori, i più affidabili, quelli con la lettera X che precede il numero di serie (per chi non lo sapesse, i neuri con la X sono quelli stampati della germania).

Già perchè qualche tedesco un po' troppo paranoico da diversi mesi si fida meno della carta stampata dalle banche di periferia. E quando va alla sua banca a chiedere un 100 mila euri da ritirare in contante preferisce farsi dare le sue belle banconote da 500 "made in cermania" con la X. Sai mai che un domani, alla vigilia di una ipotetica, improbabile, ma non impossibile deflagrazione dell'euro, le banconote stampate dai paesi in crisi finissero con il girare a sconto su quelle tedesche.

Ma con questi argomenti siamo troppo in anticipo con i tempi. Rischiamo di confondere le idee ai ritardatari da competizione che invece devono ancora risolvere questioni più fondamentali e importanti. Riprendiamo pertanto i nostri discorsi.

Nel 2001 quasi tutti gli amici a cui raccomandavamo massicci acquisti d'oro e d'argento rispondevano tosti: eh già e poi vado al supermercato a fare la spesa con le collanine! Ironia della sorte, costoro lungo tutti questi 7 anni si sono ricreduti, chi prima, chi dopo, adesso vengono a chiedere dove si compra l'oro e quanto si paga, e poi come si ritira, e poi magari un domani come si rivende. E poi arrangiatevi anche un po' da soli che noi ci siamo stufati di dare consigli gratis.

Qualcun altro invece rimane, in maniera quasi agghiacciante, ben congelato sulle posizioni di coloro che ancora in piena abbuffata tecnologica non riuscivano a vedere oltre un palmo dal loro naso. Quindi di 7-8 anni indietro, Una eternità in questo mondo che va così veloce. Sempre più veloce. Nonostante tutto. Viva il mondo perchè è avariato ci avevano insegnato quando lavoravamo a montecarlo dove la gente la sa lunghissima. E' proprio così, il mondo è molto avariato. Adesso potremmo aggiungere che si è anche malamente incartato.

Ma torniamo ancora più su, al titolo e alla guerra dei nostri mondi. Quello di carta contro quello reale.

L'economia di carta che ha comandato tramite il potere indisturbabile della finanza sta "svaporando" come diciamo noi in un thread del nostro forum. La lotta è agguerritissima. E già, perchè i signori che hanno comandato per anni dietro le leve di comando della stampante monetaria stanno perdendo potere in maniera velocissima. Ma non sono certo ingenui. E si difendono in tutte le maniera possibili, anche le più sleali. Tanto le regole al tavolo da gioco le fanno pur sempre loro! Direttamente o indirettamente.

In questa crisi tutta finanziaria, l'economia del mondo reale stava prendendo un vantaggio enorme sull'economia del mondo di carta. Si rischiava il contrario di quello che è sempre successo negli ultimi decenni, dove le crisi riguardavano sempre i paesi basati sull'economia reale. Crisi cosiddette periferiche. Messico. Argentina. Brasile. Russia, Cina. Paesi asiatici.

In quelle crisi, arrivava il mondo della finanza e si pappava le risorse reali dei paesi periferici in cambio di qualche pezzo di carta. A prezzi stracciati. Questa volta per l'appunto stava per accadere il contrario. Che i signori della periferia ricchi delle loro materie prime indispensabili a soddisfare i bisogni del pianeta arrivassero a papparsi i resti del mondo di carta a prezzi stracciati. Pagando con quella stessa carta ben accumulata negli ultimi cinque anni di miniboom.

Un rovesciamento totale della storia. Troppo veloce ed imprevisto. Non andava bene. Quindi la finanza di carta si è data da fare e ha mosso le proprie pedine, cercando di approfittare del caos e mandare in crisi anche i paesi con l'economia reale, che pur in una situazione di crisi finanziaria potevano sempre cavarsela e approfittare di un vantaggio mai avuto prima. Del resto nel lungo periodo i prezzi delle materie prime con la massiccia inflazione monetaria che viene pompata dalle banche centrali non potranno che continuare a salire. Costando presto o tardi sempre più care a tutti quanti.

Si è andati quindi in borsa a massacrare i prezzi delle commodities. Che ci vuole? basta vendere qualche migliaia di contratti derivati sul mercato, magari usando il book di una banca in cancrena acquisita di recente. Sai mai, giusto nel caso che il prezzo tornasse su e la vendita SHORT di materie prime (stranamente questa sempre perfettamente legale) causasse una forte perdita. In tal caso la banca in cancrena oramai è andata, si liquida il book in perdita, e alla fine il conto lo si fa pagare sempre a pantalone grazie al bailout dei supereroi.

Si destabilizza poi geopoliticamente un'area importante del pianeta, e via, il gioco è fatto. Gambe segate ai paesi con le risorse reali. Si torna tutti allo stesso livello, ognuno con le proprie rogne. Nessuno ancora si compra nessuno, tutti bene impegnati a badare e risolvere i propri problemi in casa propria.

Tuttavia, dopo avere sistemato i paesi ad economia reale, bisognava pensare anche alla vecchia europa, fatta un po' di tutto: di tanta finanza ma anche di tanta buona economia reale. Un mix pur sempre disgraziato per tanti versi, ma tutto sommato ragionevole. Tra i due contendenti il terzo gode si dice sempre, e in questo caso la vecchia europa poteva approfittare del caos che si era venuto a creare sulle due sponde. E allora via neutralizziamo anche l'europa, colpendola nei punti deboli.

Niente di più facile. Con tutte quelle ingessature politico burocratiche di cui siamo pieni. Una banca centrale che coordina tante banche centrali quasi esautorate dei loro poteri che ha un mandato preciso e tiene i tassi (giustamente) al 4.25%. Basta destabilizzare qualche paese della periferia e si rischia il blow off dell'euro. Cosa ci vuole del resto? Paesi come spagna e irlanda che avevano tassi altissimi, si sono ritrovati con l'euro ad avere tassi assurdamente ridicoli al 2%. Un boom immobiliare che fa rabbrividire quello statunitense. Un gioco da ragazzi affondarle.

Oppure l'italia. Un paese pieno di contraddizioni dove qualcuno ancora pensa che con l'oro ci si fanno solo le collanine, non rivendibili alla cassa del supermercato. O dove lo stato corre ad aiutare una compagnia aerea, neanche fosse una banca. Proprio un gioco da ragazzi affondare l'europa. E poi c'è sempre l'utilizzo delle stesse armi. Fare leva sull'economia di carta, perchè di finanza ce n'è tanta anche in Europa, dove tanti, troppi fenomeni hanno voluto emulare i maestri d'oltreoceano.

Che ci vuole a creare scompiglio nel sistema bancario europeo. Dove a capo c'è un banchiere centrale che non ha capito neanche più da che parte stare. Prima fa il duro per mesi facendo il gioco dei paesi ad economia reale, poi quando questi vengono affossati, cambia idea e finalmente apre le porte a un possibile taglio dei tassi. Per seguire mamma Fed. Già a novembre pare di capire.

E così facendo poverino, non capisce che oramai la sua credibilità è del tutto andata. Gabbato e raggirato dagli uomini della finanza di carta, quelli molto più grandi ed esperti di lui. Pensare che a 1.60 di euro dollaro ha dato loro una bella mano per manipolare i cambi e far scendere l'euro, pensando così di alleviare l'europa, mentre di là sapevano bene che la mossa serviva solo per non trovarsi di fronte al disastro due F, lehman, e compagnia bella, con un dollaro sull'orlo del precipizio. E ora si ritrova anche a dover calar le braghe, con un euro sull'orlo del precipizio e lo spettro di una deflagrazione interna.

La guerra dei mondi è appena cominciata.
-Duca- non  è collegato  
Vecchio 20-09-10, 12:08   #5 (permalink)
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LA GUERRA DEI MONDI CONTINUA
VENERDÌ 17 OTTOBRE 2008

Il conto è sulla tavola. Bisogna pagare l'oste. Anzi gli osti, che sono due, come scritto ieri: lo stato e la banca centrale. Al tavolo ci siamo tutti noi. Dopo la grande abbuffata abbiamo realizzato che ci hanno venduto roba avariata.

Siamo stati seduti al tavolo di un socialismo mascherato da capitalismo, che ha fatto enormi danni, e per il quale ci sono solo due vie d'uscita. O si resta al tavolo, dove il socialismo cala la maschera, e si mostra per quel che è, o si ritorna a qualcosa che ci possa permettere di ricostruire un futuro su basi migliori.

Dove eventualmente la banca centrale sparisce e lo stato viene ridotto ai minimi termini. Utopia. Lo sappiamo.

Resta comunque il fatto che adesso bisogna pagare il danno. Una cifra enorme con tanti zeri, talmente tanti da perderne il conto. Anche se si realizzasse l'utopia alla fine il conto lo pagheremmo tutto, indirettamente, sempre noi. Con la consolazione che sarà l'unico e definitivo.

Il problema è che le modalità di pagamento stanno cercando di deciderle loro. Non vogliono neanche lasciarci questa scelta.

Gli americani come al solito cercano di fare pagare tutto il conto agli altri. Il modo in cui hanno gestito la crisi finora è stato esemplare. Nella guerra dei mondi hanno recuperato posizioni e livellato il terreno di battaglia proprio quando stavano cadendo al tappeto. Tuttavia, non siamo sicuri che riusciranno nel loro intento di vincere la guerra, anche se hanno vinto le ultime battaglie.

Anzi, ne stanno combattendo una proprio in questi giorni, violenta, pesante, vitale. No, non è quella sul mercato azionario, oramai a nostro avviso lasciato al suo destino (finalmente), ma quella sulla parte lunga dei tassi di interesse.

La priorità adesso viene data ai titoli di stato americani a lungo termine. I cui prezzi sono ai minimi dell'ultimo anno. Se rompono questi livelli sorge un altro problema ancora più grande che si aggiunge a quelli già correnti: quello di non riuscire più a finanziare a basso costo il debito crescente di un paese tecnicamente in bancarotta. Un problema non da poco.

I titoli di stato a lungo termine sono un certificato di confisca del capitale, e lo sono stati negli ultimi 10-15 anni grazie alle distorsioni della struttura dei tassi create da Alan Greenspan e al taroccamento dei dati sull'inflazione.

Qualcuno, alle leve di comando di qualche altro paese, trovava conveniente farsi confiscare qualcosa in cambio di qualcos'altro. Un mutuo beneficio. In cambio di un boom globale basato sull'espansione creditizia si poteva continuare a tenere in vita la propria economia oramai fallita (il giappone) o si poteva far rinascere e creare benessere in un paese che poteva aspirare a diventare una nuova potenza (la cina).

In cambio del cibo avariato ma gustosissimo che dava enorme soddisfazione al palato si sono seduti tutti al grande banchetto. Il mondo intero alla tavola dello stato e della banca centrale americana. I poveri pantaloni di ogni paese al tavolo dello stato e della banca centrale del proprio paese. Nonostante quel che veniva offerto contenesse veleno.

Adesso che il boom creditizio è finito e siamo in mezzo a questa grande guerra finanziaria, tale convenienza potrebbe anche non rinnovarsi. E qua gli americani rischiano di perdere nuovamente posizioni, c'è una bomba midiciale che hanno tra le mani e che rischia di esplodergli in faccia.

E' nostra opinione che l'intervento di Paulson sia servito solo a far partorire un bell'orsetto sui bond americani. Un parto lungo e difficile, sempre soppresso da Alan Greenspan. Ma adesso è nato e rischia di crescere velocemente per diventare un grizzly spaventoso.

Se pensavate che il crollo delle borse fosse un disastro, non avete capito quale disastro ben più grande possa recare un grizzly sui titoli di stato a lungo termine americani.

Cosa stanno cercando di fare gli americani per proteggere le loro posizioni nella guerra dei mondi? Stanno evitando il tracollo dei loro titoli di stato. E lo fanno in ogni maniera. La più scorretta. Guardate cosa è successo ieri ad esempio:


Il decennale americano stava facendo nuovi minimi dell'anno (cioé il tasso a 10 anni stava per salire ai massimi dell'anno) e lo hanno acciuffato per i capelli. Ancora interventi istituzionali e manipolazioni di mercato. Ma non bastavano. Dovevano colpire il barometro dell'inflazione per dare credibilità a quell'inversione di prezzo. Sono andati quindi sul mercato dell'oro abbattendone il prezzo di 40 dollari in pochi minuti.

Bravissimi. Come tutti i giorni. Ma a nostro avviso stanno facendo i calcoli sbagliati. Noi rimaniamo infatti sempre della nostra idea espressa già in passato: INFLATE OR DIE. Inflazionare o morire. Non c'è altra alternativa.

Se vogliamo salvare l'economia reale, della quale viviamo tutti i giorni, a favore di un capitalismo sano che per il nostro benessere non può e non deve morire, dobbiamo sperare di pagare il conto tramite la seconda soluzione. Lo sforzo inflattivo dovrà diventare chiaro e fattuale (con stati e banche centrali che eventualmente dovranno monetizzare tutto il debito pubblico, stampando cioè nuova moneta fresca in cambio del debito di stato dichiarato insolvente)

Se invece vogliono chiudere le porte dell'osteria, per calare definitivamente la maschera, allora presto o tardi saranno costretti a sopprimere i mercati per legge. Benvenuti in tal caso nel nuovo socialismo globale. Un altro nuovo salatissimo conto da pagare.

Finchè le autorità americane continuano a vendere la stupidaggine della deflazione colpendo il metallo, e con esso il petrolio e tutte le altre materie prime (i cui prezzi sono praticamente manipolati con la complicità delle borse competenti) le borse non risaliranno e l'economia reale sprofonderà in una depressione economica! Prima modalità di pagamento il conto. Gli americani pensano di uscirne vincenti come dopo gli anni 30. Ma allora servì la seconda guerra mondiale. Domani servirà qualcos'altro di altrettanto pesante.

Se invece vengono sconfitti e finalmente ci lasciano capire che dobbiamo rassegnarci a una forte inflazione a due cifre, non gli resta che dichiarare bancarotta e monetizzare il debito pubblico. Seconda modalità di pagamento. A soffrirne di più in questo caso saranno proprio gli ospiti al tavolo della FED e del governo I.O.U.S.A.

In altre parole, per tenere su il mercato dei bond bisogna vendere la favola della deflazione, ma in questo modo precipitano le borse e si ingrippa l'economia reale, che in america è quasi sparita, non ne hanno più il controllo. Eventualmente sperano di riconquistarla nuovamente tramite la loro carta dollaro, ancora parametro del sistema monetario mondiale.

Se invece non riescono a tenere il controllo del mercato dei titoli di stato, e vengono sconfitti dalle forze di mercato, non gli resta che rassegnarsi a una forte inflazione. Allora in questo caso le borse risalgono mentre i titoli di stato a lungo termne crollano rischiando di tirarsi giù stato e la banca centrale. L'america però in questo secondo scenario perde la guerra dei mondi.

L'oro e i titoli di stato americani sono il barometro di questo braccio di ferro giornaliero. La guerra dei mondi continua...
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Vecchio 20-09-10, 12:21   #6 (permalink)
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Sono Marco Giaconi, l'autore di quella "mondezza", come la chiama lei, caro Dunwich. Perchè, lei crede di saper fare meglio? Oppure crede che l'analisi geoeconomica si faccia con qualche numerino, magari truccato? Naturalmente, mi pagano, e fanno benissimo

Marcogiaconi
L'analisi coglie spunti interessanti, l'ho letta velocemente ma comunque per lo più son cose ri-sapute o intuibili, il fatto inquietante è che sia questa rivista che pubblichi queste cose.

Ad ogni modo non ne vedo l'utilità per il giornalista Giaconi interessarsi alle frasi di un Dunwich a caso.
La cosa la trovo curiosa ed un tantino comica.
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Vecchio 20-09-10, 12:29   #7 (permalink)
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cioé, la rivista del sisde pubblica sta mondezza? e sto tipo magari viene pure pagato fior di quattrini in consulenze?
in teoria quella rivista la distribuiscono nelle università..
chiesi al mio prof. coordinatore del corso di laurea dove si poteva trovare, e lui mi rispose che "è una rivista che non serve a niente".
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Vecchio 20-09-10, 12:53   #8 (permalink)
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spasso il passaggio che quasi quasi ci dice che se i conti pubblici sono fuori controllo e abbiamo debiti pubblici stratosferici la colpa è di bin laden

Dalla sua fondazione, l’organizzazione di Osama Bin Laden vuole creare una destrutturazione del sistema economico europeo e USA, che leghi le economie occidentali al ciclo del petrolio e permetta, al contempo, una forte spesa in azioni militari, aiuti, sostegni a paesi “amici” dell’Ovest per far deflagrare i conti pubblici nazionali, in condizioni soprattutto di forte oil burden, e isolare le economie USA e UE dal flusso dei nuovi capitali che si generano nell’asse tra la Cina, l’Asia centrale, il Golfo Persico e il Medio Oriente. La linea di Osama Bin Laden è quella dell’accerchiamento economico e finanziario per poi passare alla fondazione del Califfato e alla destrutturazione del sistema geoeconomico prima europeo e poi nord-americano

Ultima modifica di -Duca- : 20-09-10 alle ore 13:08
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Vecchio 20-09-10, 13:11   #9 (permalink)
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In realtà c'è qualcosa anche su internet.
Questo, ad esempio: http://www.sisde.it/gnosis/Rivista20.nsf/ServNavig/17

In effetti l'ultimo paragrafo che mette in relazione Bin Laden ed i disastrati conti pubblici occidentali è simpatico.
Appena ho tempo leggo il resto - per ora non commento, ma una domanda, visto che è presente anche l'autore, mi viene spontanea: i deficit ed i debiti mostruosi accumulati da mezza Europa sarebbero effetto di spese militari e simili?
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Vecchio 20-09-10, 13:36   #10 (permalink)
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