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Vecchio 29-06-10, 22:14   #1 (permalink)
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La terza depressione di Paul Krugman

LE RECESSIONI sono frequenti; le depressioni sono rare. Da quel che mi consta, sono esistite soltanto due epoche nella storia dell'economia definite comunemente ai loro tempi depressioni .

Si tratta degli anni della deflazione e dell'instabilitàche fecero seguito al Panico del 1873, e degli anni della disoccupazione di massa successivi alla crisi finanziaria del 1929-31.

Né la Lunga Depressione dei XIX secolo né la Grande Depressione del XX furono epoche di declino ininterrotto. Al contrario: in entrambi i casi vi furono periodi nei quali l'economia crebbe. Tali miglioramenti, in ogni caso, non furono mai sufficienti a rendere nullo il danno arrecato dalla depressione iniziale, e furono pertanto seguiti a ruota da ricadute.

Temo tanto che oggi ci troviamo nelle prime fasi di una terza depressione. Quasi certamente assorniglierà maggiormente alla Lunga Depressione che alla molto pi terribile Grande Depressione. Nondimeno, i costi legati a tale circostanza saranno incalcolabili peri' economia globale e, pi di ogni altra cosa, per milioni di vite rovinate dalla mancanza di un posto di lavoro.

Questa terza depressione sarà innanzitutto un fallimento della politica. Pressoché in tutto il mondo e di recente anche allo sconsolante e deprimente meeting dei G-20 del weekend scorso i governi sono ossessionati dall'inflazione allorché la vera minaccia è la deflazione, e predicano la necessità di stringere la cinghia nel momento stesso in cui il vero problema è una spesa inadeguata.

Nel 2008 e 2009 pareva che avessimo tratto qualche utiie insegnamento dalla storia: a differenza dei loro predecessori che a fronte a una crisi finanziaria avevano alzato i tassi di interesse gli attualiresponsabili dellaFederalReserve e della Banca Europea Centrale hanno tagliato i tassi e si sono adoperati per sostenere il mercato del credito. Diversamente dai governi del passato che avevano tentato di pareggiare i bilanci a fronte di un'economia in forte calo, i governi contemporanei hanno lasciato salire i deficit. Infine, migliori politiche sono tornate utili, evitando al mondo intero il tracollo completo: si pu affermare che la recessione provocata dalla crisi finanziaria si sia conclusa l'estate scorsa.

In futuro, per , gli storici ci diranno che quella non sarà stata la fine della terza depressione, proprio come la ripresa degli affari che ebbe inizio nel 1933 non segna la fine della Grande Depressione. Dopo tutto, la disoccupazione in particolar modo quella sui lungo periodo resta a livelli che fino a non molto tempo fa sarebbero stati considerati catastrofici, e non vi è segnale alcuno che all'orizzonte si profili un'inversione di tendenza. Sia Stati Uniti sia Europa sono a buon punto nel raggiungere le trappole deflazionistiche di stile giapponese.

A fronte di questo cupo contesto, uno potrebbe aspettarsi che i politici si siano resi conto di non aver ancorafatto abbastanza per promuovere la ripresa. Invece no: negli ultimissimi mesi abbiamo assistito a una strabiliante riaffermazione dell'ortodossia della moneta forte e dell'ortodossia del pareggio di bilancio.

Se ci si attiene al linguaggio adoperato, questo revival del culto deivecchi tempi risulta quanto mai evidente in Europa, dove le autoritàpaiono riprendere pariparile espressioni che utilizzano dalle raccolte di discorsi dierbertoover, fino al punto da includere la dichiarazione che alzare le tasse e tagliare la spesa di fatto espanderà l'economia, migliorando la fiducia delle imprese. Se ci occupiamo di questioni pratiche, in ogni caso, l'America non sta facendo molto meglio. La Fed pare essere consapevole dei rischi di deflazione. Il fatto è, per , che in relazione a questi rischi sta proponendo di fare.. .beh, un bel niente. L'Amministrazione Obama è perfettamente consapevole dei pericoli legati all'approvazione prematura del rigore fiscale, ma poiché i rappresentanti repubblicani e i democratici conservatori al Congresso non daranno la loro approvazione per ulteriori aiuti ai governi statali, l'austerità entreràinvigore in ogni caso, sotto forma dita- gli ai bilancio a livello statale e locale.

Come spiegare questa rotta sbagliata in politica? I difensori della linea dura per legittimare le proprie azioni invocano i guai coni quali sono alle prese la Grecia e le altre nazioni ubicate ai confini esterni dell'Europa. Ed è vero che chi investe in obbligazioni si è rivolto a governi con deficit intrattabili. Non vi sono tuttavia prove attendibili che il rigore fiscale sul breve periodo possarassicurare gli investitori afronte di un' economia depressa. Al contrario: la Grecia ha approvato rigide misure di austerità, per poi ritrovarsi solo con spread del rischio che aumentavano sempre piti. L'irlanda ha imposto drastici tagliallaspesapubblica, perpoiritrovarsiconsiderata daparte dei mercati in situazione perfino peggiore della Spagna. Quanto a quest'ultima, finora è stata pi riluttante a somministrare la medicina dei pi intransigenti.

E un po' come se i mercati finanziari capissero ci che ipolitici non sembrano capire: che mentre la responsabilità fiscale a lungo termine è importante, tagliare la spesa nel bel mezzo di una depressione che si aggrava e spianala strada alla deflazione, di fatto è controproducente.

Pertanto non penso che tutto ci abbia a che vedere davvero con la Grecia o con un qualsiasi realistico apprezza- mento dei bilanciamenti tra deficit e posti di lavoro. Piuttosto, si tratta dellavittoria di un'ortodossia che ha poco a che vedere con l'analisi razionale, il cui dogma principale è che nei tempi duri si dimostradi avere leadership imponendo sacrifici al prossimo.

E chi pagherà il prezzo di questo trionfo dell'ortodossia? Le decine di milioni di lavoratori disoccupati, molti dei quali resteranno senza occupazione per gli anni a venire, e alcuni dei quali potrebbero non trovare mai più un posto di lavoro.
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Vecchio 30-06-10, 09:25   #2 (permalink)
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mai fu fatto un complimento migliore all'Italia.
Noi siamo sempre stati maestri in una moneta debole (cfr svalutazioni)
e non pareggio di bilancio...
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Vecchio 30-06-10, 16:36   #3 (permalink)
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Sono solo in parte d'accordo con Krugman.

L'Europa sta sicuramente sbagliando; ma non bisogna buttare la croce addosso agli ultimi provvedimenti presi in Spagna, Grecia, Portogallo, Gb, Irlanda.
Solo la Germania avrebbe dovuto aumentare in misura notevole la domanda interna; magari anche tutelando la competitività (come ha fatto in maniera massiccia nella manovra correttiva di 80 miliardi) ed in parte i conti pubblici.
Bastava cominciare a pensare ad una politica economica di redistribuzione delle ricchezze e di incentivazione della domanda interna, proprio a cominciare dalla Germania.

Il resto devono farlo soprattutto Cina, Brasile, Giappone ed India.
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Vecchio 30-06-10, 18:28   #4 (permalink)
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Infatti noi abbiamo anticipato i tempi di 15-20 anni. Ma puo' essere che la patria di Leonardo, Michelangelo, Galileo, Raffaello, Giotto, ecc... non avesse capito una cosa semplice come l'economia? Noi abbiamo indicato la strada...
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Vecchio 30-06-10, 19:55   #5 (permalink)
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Fosse come tu dici i complimenti migliori sarebbero stati fatti alla Grecia degli ultimi anni più che all'Italia.
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Vecchio 30-06-10, 21:40   #6 (permalink)
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3 choc per affrontare la ripresa, di Federico Rampini

E’ la “triplice” che può affondare la ripresa: ritirata dei consumatori Usa, rallentamento della Cina, cattiva salute delle banche europee.

E’ appena uscita un’indagine Pew Research center sulla “nuova American way of life”: meno griffe di lusso, meno alcol e sigarette, vacanze più corte, figli adulti a casa, un elenco di tutti i sacrifici che il consumatore sta accettando per far quadrare i conti.

Dalla stessa indagine si scopre che il 54% degli americani è tuttora convinto di essere in recessione. In realtà secondo la definzione tradizionale più in voga tra gli economisti (recessione = 3 trimestri consecutivi di Pil in discesa) l’America ne è già uscita da un pezzo. Ma evidentemente la percezione nel tenore di vita non è questa.

I consumatori americani hanno appreso la lezione, hanno messo la testa a posto. I loro risparmi sono quadruplicati rispetto ai livelli pre-crisi. Il nesso tra la ritrovata “virtù” degli Stati Uniti e la sfiducia dei mercati è stringente. Si avvera il timore espresso al G20 di Toronto da Barack Obama, dal premier indiano, dal ministro delle Finanze brasiliano, con parole pressoché identiche: “Se tutti spingiamo sul pedale del freno, si ricade in recessione”.

La fine della “cultura del debito” in America è una svolta positiva, a condizione che qualcun altro si faccia avanti per trainare la crescita mondiale. Invece lo scenario della frenata simultanea è diventato di colpo più probabile.

Il dato sul risparmio americano è significativo per la sua ambiguità. Nel 2005 le famiglie Usa mettevano da parte appena l’1% del loro reddito. Nel 2007 alla vigilia del crac dei mutui subrime la propensione al risparmio era scesa addirittura allo 0,5% netto sul reddito disponibile. Oggi è rimbalzato al 4% del reddito.

E’ quello che tutti si auspicavano: che l’America smetta di vivere al di sopra dei suoi mezzi e riscopra la parsimonia. Lo chiedevano il governo cinese (preoccupato per i suoi investimenti in dollari), il Fondo monetario internazionale, Angela Merkel.

Ma ora che questo sta accadendo, il rovescio della medaglia è preoccupante. Gli americani risparmiano di più perché hanno paura. L’indice della fiducia dei consumatori Usa misurato dal Conference Board nel mese di giugno è precipitato a quota 52,9 rispetto ai 62,7 punti di maggio. Lo scivolone traduce un brutale aggiustamento al ribasso delle aspettative.

Gli americani vedono nero, sono più pessimisti sul futuro dell’economia e in particolare del mercato del lavoro. Il tasso di disoccupazione resta a livelli storicamente altissimi per questo paese, il 9,7% della forza lavoro. I disoccupati ufficiali sono 15 milioni. Solo il 16% degli americani si aspetta che la situazione del mercato del lavoro migliori nei prossimi mesi.

Chi ha un coniuge rimasto senza lavoro o costretto ad accettare il part-time, un figlio laureato che non trova posto da due anni, deve ridimensionare il proprio tenore di vita. E’ per necessità più che per virtù, se gli americani oggi diventano un po’ più simili ai tedeschi o agli italiani, popoli con propensioni al risparmio tradizionalmente più elevate.

Ma la virtù della parsimonia può giocare brutti scherzi. Il 70% del Pil americano è tuttora fatto di consumi. Se battono in ritirata, la ripresa si esaurisce, e con essa anche la speranza di ridurre la disoccupazione. La spirale può avvitarsi rapidamente verso una nuova crisi.

Per spezzare la spirale, senza tornare all’America spendacciona di una volta, qualcun altro deve trainare la crescita. La Germania ha già detto di no. E se dovesse deludere anche la Cina, l’ultima speranza?

Dalla Cina è arrivata la notizia che la crescita economica di aprile è stata molto più debole di quanto si credeva (appena lo 0,3%). In Giappone sono usciti dati allarmanti sulla disoccupazione.

L’Eurozona ha dato di nuovo un contributo deprimente con le agitazioni sociali in Grecia e in Spagna; più i rinnovati allarmi per la fragilità dei bilanci delle banche europee (fragilità legata anche al rischio di insolvenze da parte di Stati sovrani).

La ricerca accanita di comportamenti prudenti ottiene l’esatto contrario del risultato sperato. Se tutti battono in ritirata, se l’economia ristagna e i prezzi scendono, la “virtù” diventa impossibile: il peso dei debiti aumenta. Gli Stati non riescono a ridurre i loro deficit perché languono le entrate fiscali. E i consumatori americani, per quanto riducano le spese e aumentino i risparmi, sono impegnati in una corsa perdente per riagguantare il peso dei debiti: il valore della ricchezza privata delle famiglie, investita in Borsa o nelle case, ha ripreso a scendere.
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Vecchio 30-06-10, 23:12   #7 (permalink)
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Sono solo in parte d'accordo con Krugman.

L'Europa sta sicuramente sbagliando; ma non bisogna buttare la croce addosso agli ultimi provvedimenti presi in Spagna, Grecia, Portogallo, Gb, Irlanda.
Solo la Germania avrebbe dovuto aumentare in misura notevole la domanda interna; magari anche tutelando la competitività (come ha fatto in maniera massiccia nella manovra correttiva di 80 miliardi) ed in parte i conti pubblici.
Bastava cominciare a pensare ad una politica economica di redistribuzione delle ricchezze e di incentivazione della domanda interna, proprio a cominciare dalla Germania.

Il resto devono farlo soprattutto Cina, Brasile, Giappone ed India.
E' arduo stimolare la domanda interna quando anche gli altri paesi ne beneficiano.
Ci vorrebbe uno sforzo coordinato, ma ciò è reso difficile dalla differente capacità di spesa degli attori in gioco.
San Siro non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 30-06-10, 23:21   #8 (permalink)
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E' arduo stimolare la domanda interna quando anche gli altri paesi ne beneficiano.
Ci vorrebbe uno sforzo coordinato, ma ciò è reso difficile dalla differente capacità di spesa degli attori in gioco.
In realtà piano piano Cina ed India stanno aumentando notevolmente la propria capacità di spesa; e che per ora non hanno inteso spendere nulla di quanto accumulato finora.
Ma verrà il giorno in cui saranno gli eventi a costringerli a farlo (e con loro anche la Germania lo dovrà fare). Speriamo solo che non avvenga quando sarà troppo tardi.
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Vecchio 30-06-10, 23:24   #9 (permalink)
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Inoltre quando si stimola la domanda interna in paesi già molto competitivi è facile che ad avvantaggiarsene siano, in buona parte, proprio gli stessi paesi.
E Germania, Cina, India e Brasile lo sono senz'altro competitivi.
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