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#1 (permalink) |
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Lettera agli studenti dei 100 Economisti
Leggendo la lettera dei vostri professori non ho potuto che provare delusione, amarezza ed anche rabbia, pensando a voi. Sì perché mentre seguitavo nella lettura non potevo evitare di lasciar vagare la mente ed immaginare voi che frequentate i corsi di questi professori, che imparate la materia dalle loro lezioni, che studiate i libri che vi obbligano a comprare e che un giorno, forse, vi sostituirete a loro per educare la prossima generazione di economisti.
Poveri voi e poveri noi. Ho detto che provo amarezza e rabbia perché non è passato molto tempo da quando ero io seduto in quei banchi e pendevo dalle labbra dei miei professori, li seguivo scrivere alla lavagna complesse formule matematiche e mi compiacevo della loro scientificità. Li sentivo apostrofare con veemenza i loro colleghi, evidentemente appartenenti ad altre scuole di pensiero, che suggerivano ricette antiquate ed irresponsabili mentre la soluzione era lì a portata di mano, impressa col gesso sulla lavagna. Era così semplice, se solo i politici avessero dato ascolto. Non capivo (ma non ne avevo gli strumenti!) perché questi dicessero una cosa e gli altri rispondessero il contrario, non comprendevo come le stesse formule matematiche potessero portare a risultati tanto diversi, non avevo le basi per capire come mai quello che imparavo nel corso di microeconomia fosse così diverso da quello che ci insegnavano a macro; non era pur sempre la stessa disciplina? Fortunatamente all’università si studia anche altro e la mia salvezza, forse, è sta quella. Nei corsi di matematica ho imparato che identità, equazione e funzioni non sono espressioni intercambiabili e che, per poter effettuare quei calcoli quelle operazioni che avevo visto fare con tanta disinvoltura sulla lavagna, si devono verificare delle ipotesi e delle condizioni molto rigorose. Bene, non lo erano. Quando si procede in modo approssimato e superficiale, in matematica, si può anche dimostrare che 1 e uguale a 2. In economia spesso si procede allo stesso modo. La matematica è uno strumento molto potente ma bisogna utilizzarlo correttamente. Poi è arrivato il corso di statistica! Oh finalmente anche io sarei stato in grado di utilizzare quei favolosi strumenti e determinare le leggi economiche a partire dai dati. Chi lo sa? Forse avrei potuto scoprire qualche nuova legge anche io! Ma anche in statistica e soprattutto in econometria vi sono delle rigide condizioni da rispettare. Il rischio di ritenere valide relazioni inesistenti è grande, la possibilità di dimostrare falsità enorme. Come diceva il primo ministro Benjamin Disraeli “esistono tre tipologie di bugie: le bugie, le dannate bugie e la statistica”. Grazie professore, almeno a te lo devo. Quando, dopo questi corsi, sono tornato ai libri ed agli appunti di economia, le formule mi apparivano molto meno rigorose, i passaggi meno corretti, i risultati artificiosi. A livello intuitivo sentivo già prima che qualcosa non andava ma ora cominciavo ad avere gli strumenti per capire che cosa non andava e perché. Vi siete mai chiesti come si può partire da un’identità contabile (Y = C + I), trasformarla in una funzione in cui Y dipende da C ed I , affermare successivamente che è invece C a dipendere da Y (C = C0 + c * Y) ed infine che è possibile sostituire C nella prima relazione per poter ottenere la dipendenza di Y da I con il famoso moltiplicatore keynesiano? E’ un gioco di prestigio ma matematicamente scorretto! (Ah cari monetaristi per MV = PQ vi comportate allo stesso modo quindi c’è poco da ridere) I professori, però, non farciscono le loro lezioni di sola matematica ma anche di belle parole, come nella lettera, spesso vuote di significato ma stilisticamente apprezzabili: “bisogna imporre un pavimento al tracollo del monte salari, tramite un rafforzamento dei contratti nazionali, minimi salariali, vincoli ai licenziamenti e nuove norme generali a tutela del lavoro e dei processi di sindacalizzazione. Soprattutto nella fase attuale, pensare di affidare il processo di distruzione e di creazione dei posti di lavoro alle sole forze del mercato è analiticamente privo di senso, oltre che politicamente irresponsabile” La tecnica è semplice e collaudata. Bisogna innanzitutto appellarsi ai lettori in modo da stabilire un legame empatico tra chi scrive e chi legge e rassicurarlo: “Ehi siamo dalla stessa parte!”. I latini chiamavano questa tecnica captatio benevolentiae. Quindi, poiché è chiaro che qualcosa non va, bisogna affermare con forza che la soluzione esiste ed il nostro professore la conosce. Infine è necessario condire il tutto con qualche bella locuzione pomposa (il latinorum di Don Abbondio) che conferisce autorevolezza e scientificità allo scrittore (“analiticamente privo di senso” è un’espressione fantastica ma cosa vuol dire in quel contesto?). Avete mai provato a leggere le pubblicazioni dei vostri professori? Sono o non sono mattoni incomprensibili, farciti di formule matematiche e richiami ad altre pubblicazioni anch’esse incomprensibili? Bene. I professori di economia hanno due grosse responsabilità. In quanto professori devono comunicare la loro conoscenza agli studenti e per farlo al meglio devono usare un linguaggio semplice e comprensibile. “Ciò che non si comprende, non si possiede” scriveva Goethe e se voi studenti non comprendete quello che vi insegnano, potete soltanto ripetere la lezioncina all’esame come dei pappagalli, niente di più. C’è però il sospetto che siate in buona compagnia: non è che le frasi ripiene “di clausule ample o di parole ampullose e magnifiche” servono in realtà a nascondere una preparazione lacunosa? Come economisti, poi, hanno una responsabilità ancora maggiore. Come scriveva Henry Hazlitt il ruolo dell’economista è quello “di considerare gli effetti di lungo termine, non solo quelli immediati, di ogni scelta di politica economica e di tracciarne le conseguenze per tutti i gruppi di persone e non solo per alcuni”. Spesso e volentieri troviamo invece economisti, ed i cento di questa lettera fanno parte del gruppo, che badano solo all’immediato, che consigliano politiche foriere di disastri sul lungo termine e che avvantaggiano alcuni gruppi in modo visibile danneggiando tutti gli altri in modo nascosto. Cosa credete che risponderanno se qualcuno fa notare loro le conseguenze delle loro proposte? Diranno, citando Keynes, che bisogna fare qualcosa, ora, perché nel lungo termine siamo tutti morti. Peccato che noi oggi stiamo scontando le conseguenze delle scelte di chi la pensava allo stesso modo cinquant’anni fa. Volete studiare economia? Volete davvero capire l’economia? Allora partite da questo link! Marco Bollettino, aka Ashoka http://www.usemlab.com/index.php?opt...=13:editoriali |
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#3 (permalink) |
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Member
Data registrazione: May 2010
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Bhe che cazzate. Alle lezioni a cui ho partecipato io tutti chiarivano che ciò che avrebbero esposto era solo uno dei possibili punti di vista, tranne alcune sezioni davvero basilari (es. contabilità nazionale).
Poi quando parla della presunta maggior correttezza dell'econometria rispetto agli altri ambiti dell'economia casca ancor più il palco. Se c'è un ambito dove il limite per la mole di formule -> infinito fa tendere a zero la loro utilità è proprio l'econometria. Senza contare che Keynes è un matematico, e se si legge direttamente la sua General Theory si capisce benissimo da dove viene fuori il moltiplicatore senza errori
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#4 (permalink) |
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The Horror of
Data registrazione: Jun 2009
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non condivido la lettera. le critiche sono sterili e approssimative.
la fallacia del modello keynesiano non sta certo nel fatto che il moltiplicatore deriva da una identità (che non è vero affatto) |
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#5 (permalink) | |
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Welfare Primo Nemico
Data registrazione: Aug 2009
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![]() Professoroni strapagati con le verità in tasca sono dovunque, credo. |
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#6 (permalink) |
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Member
Data registrazione: Sep 2008
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Tutti parlano di crisi, di recessione, di default allora io dico:
ma quale crisi? Un buon economista, ma in generale un buon osservatore non dovrebbe mai trarre conclusioni da un punto di vista relativo. Il mondo sta crescendo a ritmi vertiginosi, quest'anno tornerà sopra il 4%, la Cina fa un +12% le sue importazioni ed esportazioni stanno letteralmente esplodendo ormai vi è una classe media enorme e continuerà così per altri 10-20-30 anni sino a quando il loro reddito non sarà superiore al nostro. E lo stesso dicasi per l'India e tutto il sud est asiatico. Parliamo di numeri enormi più di tre miliardi di persone, USA ed Europa + Canada ed Australia non arrivano a 900 mln. Il punto non è la crisi è che semplicemente il mondo ha nuovi padroni. |
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#7 (permalink) | |
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Member
Data registrazione: May 2010
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L'economia di alcuni paesi cresce in maniera significativa è un altro dato oggettivo L'economia dei paesi ricchi è in recessione e quindi il livello di benessere relativo diminuisce. Conclusione :crescita mondiale con redistribuzione di ricchezza a livello globale da paesi che perdono competività a paesi che la guadagnano. Noi siamo quelli che si stanno impoverendo. A livello globale siamo tutti più ricchi a livello locale siamo più poveri. imo |
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#8 (permalink) | ||||
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Welfare Primo Nemico
Data registrazione: Aug 2009
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Da qui ad un immancabile riequilibrio, sempre se l'occidente si leverà di torno il fardello socio-comunista del modello a retribuzione spinta. |
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