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rapporto ISTA 2010, i dati del collasso
Riporto dalla fonte indicata, evidenziando in neretto quelli concernenti l’Italia, i dati che mi sono parsi maggiormente significativi.
Secondo le stime del Fondo monetario internazionale, nel 2009 il Pil mondiale in parità di potere d’acquisto è diminuito dello 0,6 per cento. La produzione industriale dell’8,2 e il commercio internazionale del 10,6 per cento. Nel 2009 il Pil è diminuito del 2,5 per cento negli Stati Uniti e del 4,2 per cento nell’Unione europea (-4,1 per cento nell’area dell’euro). La caduta del Pil è stata del 5,0 per cento in Italia e Germania, del 4,9 per cento nel Regno Unito, del 3,6 per cento in Spagna, del 2,2 per cento in Francia. Tra la primavera del 2008 e quella del 2009 la produzione industriale è scesa di circa un quarto in Italia, Germania e Spagna, di un quinto in Francia e di quasi il 15 per cento nel Regno Unito. Il valore delle esportazioni è diminuito di quasi il 25 per cento in Italia, del 20 per cento in Germania e di circa il 15 per cento in Spagna, Francia e Regno Unito. Considerando il biennio 2008-2009, la caduta del livello del reddito ha raggiunto in Italia il 6,3 per cento, il risultato peggiore tra quelli delle grandi economie avanzate. In Italia e nell’area dell’euro gli impulsi recessivi si sono concentrati nel settore delle costruzioni e in quello manifatturiero: all’interno di quest’ultimo, sono stati i comparti più esposti al commercio internazionale a risentire maggiormente della crisi, in particolare quello dei beni di investimento. Sono da segnalare i cali della produzione nei settori delle macchine e apparecchiature e della metallurgia (comparti che rappresentano rispettivamente circa il 20 e il 12 per cento del totale delle vendite all’estero dell’Italia), per i quali la caduta produttiva, nella prima metà del 2009, è stata dell’ordine del 35 per cento, a fronte di una flessione delle esportazioni superiore al 30 per cento. Nel settore delle costruzioni la discesa della produzione è iniziata nell’ultima parte del 2008, per poi accelerare nel corso del 2009. Al contrario dell’industria in senso stretto, le costruzioni non hanno dato segni di ripresa nei mesi più recenti: negli ultimi due trimestri del 2009 l’andamento congiunturale è rimasto ancora nettamente negativo, con cali della produzione, rispettivamente, del 2,7 e dello 0,9 per cento. Nel 2009 la diminuzione del valore aggiunto dell’aggregato che comprende commercio, servizi ricettivi, trasporti e comunicazioni è stata pari al 6,3 per cento, con cadute particolarmente ampie per il commercio all’ingrosso (-12,7 per cento) e per quello al dettaglio (-5,5 per cento), più moderate nei servizi di trasporto, magazzinaggio e comunicazioni (-3,8 per cento) e in quelli di ricezione alberghiera e nei pubblici esercizi (-2,0 per cento). Il commercio al dettaglio vede un ulteriore spostamento delle quote di mercato a favore della distribuzione moderna rispetto a quella tradizionale. Nel turismo il calo complessivo delle presenze è stato del 4,1 per cento nel 2009, con un’accentuazione della tendenza negativa già emersa l’anno precedente. Nel 2009 l’Italia registra un incremento della spesa pubblica e una contrazione delle entrate relativamente più contenuti rispetto alle altre grandi economie europee. Il contributo più importante all’aumento della spesa (+3,1 per cento) è venuto dalle prestazioni sociali in denaro: cresciute del 5,1 per cento, esse rappresentano oltre il 36 per cento delle spese totali e hanno contribuito per 1,8 punti (oltre la metà del totale) alla crescita complessiva della quota della spesa pubblica sul Pil. Le misure volte a estendere l’uso degli ammortizzatori sociali e a sostenere i redditi e l’occupazione hanno portato ad aumenti consistenti degli esborsi per le indennità di disoccupazione (circa 2 miliardi di euro), la cassa integrazione guadagni (oltre 1,5 miliardi) e il sostegno delle fasce più deboli della popolazione (circa 1,5 miliardi di euro). Le recessioni più gravi sperimentate dal nostro Paese negli ultimi quarant’anni sono state quelle del 1975 (dopo la prima crisi petrolifera), del 1982-1983 (dopo la seconda), del 1992-1993 (che portò all’uscita della lira dal sistema monetario europeo) e del 2002-2003 (dopo l’attacco alle Torri Gemelle). Tali episodi non appaiono comparabili per intensità a quello del biennio 2008-2009, quando il Pil si è contratto per due anni consecutivi. Come risultato di questi andamenti, alla fine del 2009 il valore aggiunto reale dell’economia italiana si collocava allo stesso livello dell’ultimo trimestre del 2000: si tratta di un arretramento di 36 trimestri, sensibilmente più grave di quello dei nostri partner, compreso tra i 13 trimestri della Francia e i 16 del Regno Unito. In Italia, la caduta dei livelli di attività nel biennio 2008-2009 si è verificata dopo un lungo periodo di crescita economica stentata: se si prende a riferimento l’intero decennio, la performance italiana è risultata la peggiore tra i 27 paesi dell’Unione europea, oltre che rispetto a Stati Uniti e Giappone. Una parte consistente del differenziale di crescita rispetto a Francia e Germania si è prodotto, in realtà, proprio nel biennio 2008-2009, mentre la performance del periodo 2001-2007, pure molto modesta, è stata soltanto di poco inferiore a quella della Germania. In particolare, in Italia fino al 2005 l’aumento del valore aggiunto è stato dello 0,9 per cento l’anno, per poi raddoppiare nei due anni successivi. Nel biennio della crisi la contrazione è stata del 3,4 per cento in media d’anno. Il tasso di disoccupazione nell’Unione europea ha raggiunto nel 2009 l’8,9 per cento. Era il 7,0 per cento un anno prima. Nel 2009 l’Italia ha presentato un tasso di disoccupazione più basso di quello medio europeo (7,8 per cento), ma un livello di inattività nettamente più alto e soprattutto in crescita (37,6 per cento contro il 28,9 per cento per l’Ue). Ciò ha determinato un peggioramento consistente della condizione della fascia giovanile della popolazione, cioè delle persone con età compresa tra 18 e 29 anni. Si tratta di circa 7,8 milioni di giovani (13,1 per cento del totale), al cui interno si individuano 2,5 milioni di studenti, 3,4 milioni di occupati (di cui 287 mila inseriti in un percorso di studio) e 1,9 milioni né studenti né occupati. La disoccupazione tra i giovani raggiunge il 25,4 per cento e coinvolge circa 450 mila persone tra i 15 e i 24 anni. Il tasso di occupazione femminile nel Mezzogiorno è del 30,6 per cento, contro il 57,3 per cento del Nord-est. Si accentuano anche le difficoltà per le donne in coppia con figli, elemento già critico della situazione italiana: considerando la classe di età 25-54 anni, e assumendo come base le donne senza figli, i tassi di occupazione sono inferiori di quattro punti percentuali per quelle con un figlio, di 10 per quelle con due figli e di 22 punti per quelle con tre o più figli. Tale andamento non si riscontra per i principali paesi europei. La presenza di un ampio bacino di lavoro non utilizzato [le donne ma soprattutto i giovani] prolungherà gli effetti negativi della caduta dell’attività sul processo di creazione di posti di lavoro. Dopo il calo registrato nel 2008 (-0,9 per cento), nel 2009 il potere d’acquisto delle famiglie consumatrici si è ridotto di un ulteriore 2,5 per cento. Gli investimenti in ricerca e innovazione sono insufficienti; la spesa complessiva in Ricerca e Sviluppo, stimata per il 2008 all’1,2 per cento del Pil, presenta un valore analogo a quello raggiunto alla metà degli anni Ottanta, decisamente lontano dalla media europea (1,9 per cento). Il numero di ricercatori a tempo pieno presso le imprese, dopo essere aumentato di circa il 60 per cento negli anni Ottanta, è salito appena del 14 per cento tra il 1990 e il 2008, contro il 40 per cento della Germania. Nello stesso periodo, in Francia il numero dei ricercatori è raddoppiato e in Spagna triplicato. [Dati indicativi dei rapporti di proprietà esistenti nel nostro paese] La situazione patrimoniale delle famiglie italiane, la cui sola ricchezza finanziaria netta è pari circa al doppio del Pil… Va poi ricordato che, nella media del periodo 2005-2008, oltre il 76 per cento del valore dello stock di abitazioni è detenuto dalle famiglie consumatrici, le quali detengono anche una quota cospicua del debito pubblico. Le performance del sistema di istruzione e formazione si riflettono sulle competenze e conoscenze acquisite da giovani e adulti. I risultati dell’indagine Pisa (Programme for International Student Assessment) promossa dall’Ocse mostrano livelli preoccupanti di competenza degli studenti italiani 15enni per tutte le dimensioni considerate (lettura, matematica e scienze) e collocano il nostro Paese sempre al di sotto dei valori medi dei 30 paesi Ocse. Nel 2009, in termini di stock, i laureati sono solo il 21,6 per cento dei giovani tra i 25 e i 29 anni. La crisi ha anche accentuato la riduzione dell’occupazione dei giovani con basso titolo di studio, peggiorato la condizione di quelli in possesso di un diploma di scuola media superiore e compresso lo sviluppo occupazionale di chi possedeva un livello di istruzione più elevato. La distanza rispetto agli altri paesi sviluppati si evidenzia anche nelle difficoltà di utilizzo delle nuove tecnologie. Poco meno del 20 per cento dei ragazzi da 6 a 17 anni figli di dirigenti, imprenditori e liberi professionisti non usa il personal computer: tale percentuale sale al 35 per cento per i figli di operai. I ragazzi delle classi sociali più basse non hanno il pc in casa e non trovano nella scuola un adeguato riequilibrio delle opportunità. Se poi si estende lo sguardo alla popolazione adulta, il quadro è ancora più allarmante: i livelli di competenza degli adulti italiani rilevati in un’apposita indagine Ocse (Adult Literacy and Life Skills Survey) risultano tra i più bassi. Nel 2003 quasi la metà delle persone tra i 16 e i 65 anni ha conseguito il punteggio più basso nelle capacità letterarie e oltre il 70 per cento presentava anche bassi livelli di competenza numerica e documentaria. Peraltro, e diversamente da altri paesi, i livelli di competenza risultano poco correlati al numero di anni di studio, il che conferma le gravi debolezze del sistema formativo italiano. |
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