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Vecchio 12-04-10, 14:55   #1 (permalink)
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India: +15,1% la produzione industriale a febbraio

un altro gigante che sta accellerando...


In India la produzione industriale è salita a febbraio del 15,1% annuo. Si tratta del sesto rialzo consecutivo sopra il 10%, anche se la crescita è inferiore al 16,7% di gennaio e al 16% atteso dagli analisti. Gli esperti, comunque, giudicano il dato indiano sinonimo di un'industria robusta e vedono aumentare le pressioni sulla Banca centrale per innalzare i tassi di interesse.
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Vecchio 23-08-10, 08:43   #2 (permalink)
Gamma Ray Burst
 
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Il call center indiano sceglie gli Usa


Imprenditori indiani e mercato del lavoro negli Stati Uniti? Un idillio appena nato. A far sbocciare la strana intesa ci ha pensato la crisi economica in America: la ripresa che stenta a decollare e i tassi di disoccupazione saliti alle stelle hanno dato un brutto taglio ai salari nei settori americani più a basso costo. Tra questi c’è anche quello dei Call center dove, negli ultimi due anni, le già misere paghe si sono abbassate ancora di più.

La tendenza non è sfuggita agli imprenditori indiani del settore che ora vogliono trasferire parte della propria forza lavoro in America. Fino a poco tempo fa le rotte del lavoro seguivano il percorso inverso, ma la crisi ha cambiato anche questi percorsi. Oggi sono gli indiani ad approfittare dei bassi livelli di reddito in Usa e possono già speculare sugli altri probabili tagli all’orizzonte americano. In più trasferendosi Oltreoceano riusciranno anche a sfuggire ai progressivi rincari dei salari nel proprio Paese. Qui, a differenza di quanto succede nella gran parte dei Paesi industrializzati, le paghe sono in costante crescita. Del resto l’economia indiana la crisi non l’ha quasi vista. Anzi. Nell’ultimo trimestre il Paese ha messo a segno una crescita boom che è stata più del doppio di quella americana con un incremento dell’8,6% e che, stando alle stime, proseguirà allo stesso ritmo anche negli anni a venire.

Tra gli effetti della robusta dinamica c’è anche quello di un rincaro degli stipendi in molti settori. In quello dei Call-center la tendenza è già in corso: solo da gennaio c’è stato un aumento dei salari del 10% che va a sommarsi ai tanti rialzi che c’erano già stati negli anni precedenti. I callcenteristi indiani rischiano quindi di diventare troppo cari. I loro capi settore già costano più che negli Usa.

Per questo, pochi giorni fa, Pramod Bhasin, numero uno di Genpact, la più grande società indiana di outsourcing, in un intervista al Financial Times ha detto di voler spostare i posti di lavoro negli Stati Uniti. Nei prossimi due anni, il manager indiano, assumerà in America 5 mila nuovi callcenteristi. Non è il solo ad aver preso questa strada. Sresh Vaswani, della società tecnologica indiana Wipro Technologies, gli ha subito fatto eco dicendo che già nei prossimi due anni più della metà dei suoi lavoratori sarà impiegato fuori dai confini dell’India, e possibilmente negli Usa.

Una piccola cura asiatica per un Paese che sta cercando di rianimare il proprio mercato del lavoro. Il tasso di disoccupazione negli Usa oggi è al 9,5% ma secondo gli analisti il livello dei senza lavoro sarebbe ben più alto e arriverebbe fino a quota 17% se nel calcolo si sommano anche tutti quelli che hanno ormai rinunciato a cercare un impiego.

Intanto ieri l’Ocse ha lanciato un nuovo allarme sull’occupazione. Secondo l’organizzazione parigina, per riportare il mercato occupazionale dei Paesi industrializzati ai livelli precedenti alla crisi servono 15 milioni di posti di lavoro, entro il 2011. In alcuni Paesi, ha sottolineato l’Ocse, stanno crescendo i timori su una ripresa «senza lavoro» e su una disoccupazione che diventi «strutturale nel lungo periodo».

A questo punto una soluzione potrebbe arrivare proprio dalle economie emergenti, tanto più che gli indiani all’assalto del mercato del lavoro Usa hanno spacciato la loro avanzata come una sorta di «aiuto allo sviluppo» all’America. «Viste le difficoltà economiche, bisogna aver compassione degli americani e dar loro una mano», ha detto l’imprenditore indiano Bhasin.

Sandra Riccio
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Vecchio 23-08-10, 08:53   #3 (permalink)
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Rimane senza risposta la seguente domanda:
i callcenteristi USA..sono sfruttati o no ?
o in altre parole: avremo gli Epifani americani
reclamare contro questo sfruttamento ?
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Vecchio 23-08-10, 09:02   #4 (permalink)
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Rimane senza risposta la seguente domanda:
i callcenteristi USA..sono sfruttati o no ?
o in altre parole: avremo gli Epifani americani
reclamare contro questo sfruttamento ?
---> i callcenter di lingua inglese (fra cui quelli americani) *da tempo* sono state ridislocate in india ed altre nazioni emergenti del commonwealth...se chiedi gli orari ferroviari negli stati unti ti risponde molto probabilmente un telefonista indiano o delle bermude...
kimo è  collegato   Rispondi citando
Vecchio 23-08-10, 09:09   #5 (permalink)
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---> i callcenter di lingua inglese (fra cui quelli americani) *da tempo* sono state ridislocate in india ed altre nazioni emergenti del commonwealth...se chiedi gli orari ferroviari negli stati unti ti risponde molto probabilmente un telefonista indiano o delle bermude...
senti..sono stato il primo a postare che gli esami clinici made in UK
venivano inviati in India per i referti.
Quindi cos'è la delocalizzazione o cmq l'uso di lavoro a prezzi
inferiori lo so bene.
La mia domanda è: i callcenteristi USA pagati più o meno come
quelli indiani....sono dei lavoratori sfruttati...nè più neè meno
di quanto si dice in Italia dei nostri callcenteristi ?
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Vecchio 25-08-10, 20:34   #6 (permalink)
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Un enorme problema di Cina e India è che non hanno terre arabili a sufficienza per un incremento dei consumi delle loro popolazioni, e neanche acqua.
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Vecchio 25-08-10, 21:53   #7 (permalink)
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Il call center indiano sceglie gli Usa


Imprenditori indiani e mercato del lavoro negli Stati Uniti? Un idillio appena nato. A far sbocciare la strana intesa ci ha pensato la crisi economica in America: la ripresa che stenta a decollare e i tassi di disoccupazione saliti alle stelle hanno dato un brutto taglio ai salari nei settori americani più a basso costo. Tra questi c’è anche quello dei Call center dove, negli ultimi due anni, le già misere paghe si sono abbassate ancora di più.

La tendenza non è sfuggita agli imprenditori indiani del settore che ora vogliono trasferire parte della propria forza lavoro in America. Fino a poco tempo fa le rotte del lavoro seguivano il percorso inverso, ma la crisi ha cambiato anche questi percorsi. Oggi sono gli indiani ad approfittare dei bassi livelli di reddito in Usa e possono già speculare sugli altri probabili tagli all’orizzonte americano. In più trasferendosi Oltreoceano riusciranno anche a sfuggire ai progressivi rincari dei salari nel proprio Paese. Qui, a differenza di quanto succede nella gran parte dei Paesi industrializzati, le paghe sono in costante crescita. Del resto l’economia indiana la crisi non l’ha quasi vista. Anzi. Nell’ultimo trimestre il Paese ha messo a segno una crescita boom che è stata più del doppio di quella americana con un incremento dell’8,6% e che, stando alle stime, proseguirà allo stesso ritmo anche negli anni a venire.

Tra gli effetti della robusta dinamica c’è anche quello di un rincaro degli stipendi in molti settori. In quello dei Call-center la tendenza è già in corso: solo da gennaio c’è stato un aumento dei salari del 10% che va a sommarsi ai tanti rialzi che c’erano già stati negli anni precedenti. I callcenteristi indiani rischiano quindi di diventare troppo cari. I loro capi settore già costano più che negli Usa.

Per questo, pochi giorni fa, Pramod Bhasin, numero uno di Genpact, la più grande società indiana di outsourcing, in un intervista al Financial Times ha detto di voler spostare i posti di lavoro negli Stati Uniti. Nei prossimi due anni, il manager indiano, assumerà in America 5 mila nuovi callcenteristi. Non è il solo ad aver preso questa strada. Sresh Vaswani, della società tecnologica indiana Wipro Technologies, gli ha subito fatto eco dicendo che già nei prossimi due anni più della metà dei suoi lavoratori sarà impiegato fuori dai confini dell’India, e possibilmente negli Usa.

Una piccola cura asiatica per un Paese che sta cercando di rianimare il proprio mercato del lavoro. Il tasso di disoccupazione negli Usa oggi è al 9,5% ma secondo gli analisti il livello dei senza lavoro sarebbe ben più alto e arriverebbe fino a quota 17% se nel calcolo si sommano anche tutti quelli che hanno ormai rinunciato a cercare un impiego.

Intanto ieri l’Ocse ha lanciato un nuovo allarme sull’occupazione. Secondo l’organizzazione parigina, per riportare il mercato occupazionale dei Paesi industrializzati ai livelli precedenti alla crisi servono 15 milioni di posti di lavoro, entro il 2011. In alcuni Paesi, ha sottolineato l’Ocse, stanno crescendo i timori su una ripresa «senza lavoro» e su una disoccupazione che diventi «strutturale nel lungo periodo».

A questo punto una soluzione potrebbe arrivare proprio dalle economie emergenti, tanto più che gli indiani all’assalto del mercato del lavoro Usa hanno spacciato la loro avanzata come una sorta di «aiuto allo sviluppo» all’America. «Viste le difficoltà economiche, bisogna aver compassione degli americani e dar loro una mano», ha detto l’imprenditore indiano Bhasin.

Sandra Riccio
lol!
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Vecchio 25-08-10, 21:54   #8 (permalink)
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Un enorme problema di Cina e India è che non hanno terre arabili a sufficienza per un incremento dei consumi delle loro popolazioni, e neanche acqua.
Cosa non vera, tra l'altro
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Vecchio 25-08-10, 22:06   #9 (permalink)
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Imprenditori indiani e mercato del lavoro negli Stati Uniti? Un idillio appena nato. A far sbocciare la strana intesa ci ha pensato la crisi economica in America: la ripresa che stenta a decollare e i tassi di disoccupazione saliti alle stelle hanno dato un brutto taglio ai salari nei settori americani più a basso costo. Tra questi c’è anche quello dei Call center dove, negli ultimi due anni, le già misere paghe si sono abbassate ancora di più.

La tendenza non è sfuggita agli imprenditori indiani del settore che ora vogliono trasferire parte della propria forza lavoro in America. Fino a poco tempo fa le rotte del lavoro seguivano il percorso inverso, ma la crisi ha cambiato anche questi percorsi. Oggi sono gli indiani ad approfittare dei bassi livelli di reddito in Usa e possono già speculare sugli altri probabili tagli all’orizzonte americano. In più trasferendosi Oltreoceano riusciranno anche a sfuggire ai progressivi rincari dei salari nel proprio Paese. Qui, a differenza di quanto succede nella gran parte dei Paesi industrializzati, le paghe sono in costante crescita. Del resto l’economia indiana la crisi non l’ha quasi vista. Anzi. Nell’ultimo trimestre il Paese ha messo a segno una crescita boom che è stata più del doppio di quella americana con un incremento dell’8,6% e che, stando alle stime, proseguirà allo stesso ritmo anche negli anni a venire.

Tra gli effetti della robusta dinamica c’è anche quello di un rincaro degli stipendi in molti settori. In quello dei Call-center la tendenza è già in corso: solo da gennaio c’è stato un aumento dei salari del 10% che va a sommarsi ai tanti rialzi che c’erano già stati negli anni precedenti. I callcenteristi indiani rischiano quindi di diventare troppo cari. I loro capi settore già costano più che negli Usa.

Per questo, pochi giorni fa, Pramod Bhasin, numero uno di Genpact, la più grande società indiana di outsourcing, in un intervista al Financial Times ha detto di voler spostare i posti di lavoro negli Stati Uniti. Nei prossimi due anni, il manager indiano, assumerà in America 5 mila nuovi callcenteristi. Non è il solo ad aver preso questa strada. Sresh Vaswani, della società tecnologica indiana Wipro Technologies, gli ha subito fatto eco dicendo che già nei prossimi due anni più della metà dei suoi lavoratori sarà impiegato fuori dai confini dell’India, e possibilmente negli Usa.

Una piccola cura asiatica per un Paese che sta cercando di rianimare il proprio mercato del lavoro. Il tasso di disoccupazione negli Usa oggi è al 9,5% ma secondo gli analisti il livello dei senza lavoro sarebbe ben più alto e arriverebbe fino a quota 17% se nel calcolo si sommano anche tutti quelli che hanno ormai rinunciato a cercare un impiego.

Intanto ieri l’Ocse ha lanciato un nuovo allarme sull’occupazione. Secondo l’organizzazione parigina, per riportare il mercato occupazionale dei Paesi industrializzati ai livelli precedenti alla crisi servono 15 milioni di posti di lavoro, entro il 2011. In alcuni Paesi, ha sottolineato l’Ocse, stanno crescendo i timori su una ripresa «senza lavoro» e su una disoccupazione che diventi «strutturale nel lungo periodo».

A questo punto una soluzione potrebbe arrivare proprio dalle economie emergenti, tanto più che gli indiani all’assalto del mercato del lavoro Usa hanno spacciato la loro avanzata come una sorta di «aiuto allo sviluppo» all’America. «Viste le difficoltà economiche, bisogna aver compassione degli americani e dar loro una mano», ha detto l’imprenditore indiano Bhasin.

Sandra Riccio
pochi mesi fa ho sentito una mia ex collega indiana che ha fatto il dottorato in chimica in Germania con me per farle gli auguri per la sua discussione di tesi. Mi ha detto che finito il dottorato aveva già un accordo per tornare in India a lavorare e che il suo primo stipendio sarebbe stato l'equivalente di circa 1800 euro netti al mese. Quindi, anche se l'articolo ovviamente un po' mi stupisce, diciamo che un po' ci ero preparato.
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Vecchio 25-08-10, 22:19   #10 (permalink)
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ecco se la cina è stato l'inizio della fine, l'india sarà la nostra fine
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prepariamoci, al peggio non c'è mai fine ...
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