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#1 (permalink) |
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Member
Data registrazione: Feb 2009
Messaggi: 584
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La Cina riporta un deficit commerciale a marzo
di appena 7mld, nn è granchè, ma c'è.... anche se a dire il vero è più dovuto a un aumento vertiginoso delle importazioni che a un crollo dell'export. come giustamente riporta l'autore, questo deficit è un pesante colpo all'idea della rivalutazione dello yuan
http://curiouscapitalist.blogs.time....deficit-means/ |
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#2 (permalink) |
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ridateci il cainano!
Data registrazione: Dec 2004
Messaggi: 15,885
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quando ero bambino il mio papà mi spiegava che all'inizio di un'espansione aumentavano fortemente le importazioni (materie prime, energia e semilavorati) mentre le esportazioni (di prodotti finiti) languivano ancora;
viceversa al termine del ciclo, all'affacciarsi di una crisi, le importazioni frenavano bruscamente dando l'impressione che la bilancia commerciale fosse ... più pimpante del solito una semplice questione di aspettative ![]() da allora sono cambiate tante cose, quasi tutto ... quanto sopra chissà, forse è ancora valido
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#4 (permalink) |
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Welfare Primo Nemico
Data registrazione: Aug 2009
Messaggi: 3,318
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Potrebbe essere un dato incidentale, magari dal mese prossimo torna ad accumulare surplus di decine di miliardi di dollari.
I dazi restano ancora la soluzione per rendere "semi"-leale la concorrenza cinese
Ultima modifica di Illuminato10 : 12-04-10 alle ore 17:21 |
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#5 (permalink) | |
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Prospersenzacrescita
Data registrazione: Sep 2009
Messaggi: 10,303
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Come è giusto che sia (soprattutto per il paese asiatico) la Cina sta aumentantando in modo dirompente la domanda interna. In assenza di rivalutazione della moneta la Cina potrebbe presto ritrovarsi con una inflazione galoppante. Dispiace che le imprese Italiane non stiano concentrando più di tanto le esportazioni verso la Cina e gli altri paesi emergenti (India e Brasile). |
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#6 (permalink) | |
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Welfare Primo Nemico
Data registrazione: Aug 2009
Messaggi: 3,318
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#7 (permalink) | |
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Prospersenzacrescita
Data registrazione: Sep 2009
Messaggi: 10,303
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Citazione:
Le nostre vendite all'estero sono troppo sbilanciate verso paesi occidentali (ma anche verso Giappone) che continuano il loro declino in economia. Nel 2009 complessivamente solo il 4,1% dell'export dell'Italia era diretto verso Cina, India e Brasile messe assieme. A Febbraio c'è un forte aumento (circa il 30%) delle esportazioni in questi paesi, soprattutto grazie alla fortissima domanda; ma il 30% di quasi nulla è ancora quasi nulla. Export e consumi: doppia sfida per far ripartire il made in Italy L’ANALISI GIOVANNI AJASSA* Due partite sono quelle che si giocano su due campi ugualmente rilevanti per la ripresa dell’economia italiana. La prima è quella dell’export, e vede la netta differenziazione tra le vendite verso le nuove economie dinamiche del mondo – i paesi che con qualche eufemismo continuiamo a chiamare "emergenti" – e quelle assorbite dalle economie "mature", ovvero Europa, Usa e Giappone. La seconda si gioca sul fronte interno, e contrappone i trend di riduzione e quelli di crescita tra diverse tipologie di spesa delle famiglie italiane. Il risultato di gennaio dell’export italiano è la cartina di tornasole di una geografia dello sviluppo economico che è profondamente cambiata. L’Istat certifica che le esportazioni verso i paesi extraUE crescono del +4,7% mentre le vendite nei paesi dell’Ue diminuiscono dell’1,4%. Il dualismo tra economie dinamiche ed economie mature si accentua se al conteggio dei paesi extraUE si sottraggono i risultati delle esportazioni verso Usa e Giappone che vengono a loro volta aggiunti al conto delle vendite verso i paesi dell’Unione. Così facendo, la crescita delle esportazioni italiane verso il complesso dei paesi extraeuropei sale intorno al 6% annuo. Il calo delle vendite verso l’insieme delle economie europee, americana e giapponese si porta al due per cento. Dopo quelli di gennaio, le prime stime sui dati extraUE di febbraio confermano ulteriormente la tendenza. L’export italiano verso la Cina aumenta anno su anno del 28%. Quello nei confronti dell’India sale del 33%. Per contro, le vendite italiane in Giappone calano di circa l’otto per cento. L’export verso gli Usa, migliorando lievemente il risultato di gennaio, non va oltre una crescita zero rispetto ai valori di un anno fa. Il problema del nostro export è che la parte del Mondo in cui la crescita economica è forte – Asia (escluso Giappone) e America latina, in primis conta solo per 1/3 delle vendite italiane oltre frontiera. La graduatoria dei maggiori acquirenti del nostro export vede ancora collocati in basso i paesi o le aree appartenenti alla cerchia delle economie più dinamiche del pianeta. Il peso della Cina è pressoché uguale a quello ricoperto dai Paesi Bassi. L’incidenza delle esportazioni verso il Brasile o l’India è marginalmente superiore a quello assunto dalle vendite verso la Danimarca. Aumentare l’inserimento del "made in Italy" presso le nuove economie dinamiche del pianeta rappresenta una priorità. E’ un lavoro difficile, in quanto la nostra immagine va radicata in contesti di consumo molto dinamici e relativamente vergini. Importanti saranno alcune vetrine globali quali quella che si aprirà tra breve in Cina con l’Expo di Shangai dedicata al tema di "Better city, better life". Insieme al tema della comunicazione c’è quello della tutela del "made in Italy". Se il made in Italy vuole essere sinonimo di qualità, questa qualità va presidiata e difesa. Vanno fissate e osservate delle regole. Come ben illustra un lavoro recentemente condotto dalla Fondazione Fare Futuro e da Symbola – Fondazione per le qualità italiane, la sfida è anche quella di ridurre la piaga della contraffazione che tanto danneggia il vero "made in Italy". E’ stato calcolato che all’estero sono falsi più di tre prodotti alimentari "italiani" su quattro. Sul territorio nazionale, nel corso del 2009 la Guardia di Finanza ha sequestrato 112 milioni di pezzi contraffatti. Complessivamente, il costo addossato alle imprese italiane dalla concorrenza illegale e dalla contraffazione ammonterebbe a qualcosa come 50 miliardi di euro l’anno, il 3% del prodotto interno lordo. A livello europeo e internazionale tutelare il made in Italy richiede interventi sugli obblighi di etichettatura e di indicazione del paese di provenienza sui prodotti importati. Occorre anche rafforzare gli strumenti di difesa contro la concorrenza sleale e il dumping, e rimettere in moto i negoziati sulla riduzione delle consistenti barriere tariffarie e nontariffarie che pesano sulla capacità di penetrazione dei nostri prodotti in molti mercati emergenti. Parliamo, ad esempio, di dazi che possono far lievitare di 1020 punti percentuali i prezzi di un capo di abbigliamento, di una macchina utensile o di un metro quadro di piastrelle. A casa nostra la tutela del made in Italy impone alle autorità di polizia e alle comunità locali di mantenere alto il livello della vigilanza e dell’azione di contrasto a tutto ciò che, attraverso comportamenti illegali, determina il degrado della qualità delle nostre produzioni. Questo vuol dire presidiare la sostenibilità sociale ed ambientale delle filiere produttive, dei distretti industriali e dei territori. Nella tutela del made in Italy legalità fa rima con competitività. Il secondo fronte della sfida è quello dei consumi. I consumi degli italiani diminuiscono in quantità: è un dato di fatto che i risultati del 2009 mettono in evidenza con un calo reale in un anno dell’ordine del 2%. Ma intanto è la stessa spesa degli italiani che sta cambiando e cambierà ancora. Mangiare fuori casa. Dedicare più risorse alla salute, al tempo libero e, soprattutto, alla comunicazione via cellulare o sul web. Comprare meno vestiti, e anche mobili. Sono immagini di una mutazione strutturale che, sul fronte interno, fa il paio con l’affermazione delle nuove economie dei BRIC a livello internazionale. E, al pari di quello che accade fuori, anche dentro casa nostra la crisi degli ultimi tre anni non invertirà i trend di cambiamento. Al contrario, servirà ad accentuarli. Così un consumatore certamente meno ricco che in passato tenderà ad incrementare la selettività negli acquisti di beni "fisici" come acuirà l’attenzione al confronto tra le offerte di diversi venditori di servizi. A certe condizioni, la pressione sui bilanci famigliari può favorire uno spostamento verso una migliore qualità delle spese. Questo accadrà in presenza di un progresso nel grado di conoscenza e di consapevolezza dei consumatori, sia dal punto di vista delle intrinseche qualità produttive sia delle valenze etiche, sociali e ambientali connesse al proprio atto di spesa. La scelta di consumo non si esaurisce nella ricerca del prezzo più basso. Da un’educazione del consumatore, della famiglia italiana come del nuovo acquirente di made in Italy nelle economie, passa la possibilità di trasformare una ripresa debole in una crescita sostenibile, su entrambi i campi di gioco. *Responsabile Servizio Studi BNL Gruppo BNP Paribas |
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#8 (permalink) | |
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Prospersenzacrescita
Data registrazione: Sep 2009
Messaggi: 10,303
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La Cina deve temere fortemente l'inflazione ed è costretta a mantenere alta la domanda la domanda interna (cosa positiva per la Cina soprattutto). Quindi un pò di deficit commerciale dopo tanti anni di surplus non fa nessun danno. Ma per evitare l'inflazione deve rivalutare la moneta nel suo interesse. La cosa positiva è rappresentata dal fatto che ciò farebbe l'interesse anche del resto del mondo. ------------------------------------------------------------------------- A marzo la produzione industriale è cresciuta del 18,1% Crescita cinese boom 11,9% nel 1° trimestre PECHINO - La Cina ha messo a segno un forte avvio di anno, con il dato sul Pil del primo trimestre che mostra che la crescita è stata dell'11,9% su base annua, poco al di sopra delle stime che indicavano un +11,5%, contro il 10,7% del precedente trimestre. Si tratta del tasso di crescita maggiore in circa tre anni. Secondo gli economisti, la robusta crescita giustificherebbe una più restrittiva politica monetaria per stroncare l'inflazione sul nascere. Sul fronte inflazione sono stati pubblicati i prezzi al consumo e alla produzione di marzo che hanno mostrato una variazione rispettivamente a +2,4% e a +5,9%, mentre la produzione industriale è cresciuta del 18,1%. (15 aprile 2010) Tutti gli articoli di Economia http://www.repubblica.it/economia/20...estre-3361463/ |
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