Fisco troppo pesante e vincoli troppi rigidi frenano la crescita
Il nostro Paese ultimo in Europa per libertà d'impresa.
Pesano il fisco, il sistema burocratico, i vincoli troppi rigidi dell'apparato pubblico. E', in sintesi, ilrisultato di un'indagine svolta dall'Istituto Bruno Leoni per conto di Confindustria.
L'Italia, insomma, è tra i partner europei quello più penalizzato nell'attività industriale, grande o piccola che sia. Condizionato negativamente anche dal debito pubblico che ha frenato negli anni la crescita del Pil: dal 2000 al 2009 noi siamo cresciuti mediamente dello 0,6% mentre gli altri Paesi dell'1,6%. Il tema della libertà d'impresa sarà discusso dadomani a sabato a Parma nella "biennale" di Confindustria.
Una Cenerentola e anche con i lacci alla caviglie. Ultima in Europa e neppure in grado (per ora...e da anni) di uscire con le proprie gambe dalle secche dell'immobilismo. Che è burocratico, fiscale, normativo, dispendioso.
Fare impresa in Italia se non impossibile è assai improbo. «Il nostro è il Paese meno libero in Europa dal punto di vista economico», così l'Istituto Bruno Leoni conclude l'indagine promossa da Confindustria e che sarà oggetto di dibattito dettagli domani e sabato prossimo a Parma in occasione del convegno biennale promosso dal Centro Studi di viale dell'Astronomia.
Ospiti del meeting cinquemila imprenditori, il premier Silvio Berlusconi, ministri (Tremonti, Sacconi), banchieri, sindacalisti, politici. Il programma prevede la relazione finale (sabato) di Emma Marcegaglia e c'è da essere certi che il presidente di Confindustria non sarà affatto tenera nell'analizzare quadro e prospettive del nostro sistema industriale. Del resto i numeri sono numeri, difficilmente interpretabili.
E quelli di sintesi dicono che in una scala da zero a cento, le nostre imprese godono di una libertà pari a 35, ben sotto la media continentale (57) e a distanza siderale dal Paese più libero, l'Irlanda (74).
Insomma, un'Italia Cenerentola, appesantita da un apparato pubblico che non aiuta. Tutt'altro. Ecco spiegato anche il gap rispetto agli altri partner europei: dal 2000 al 2009 il pil italiano è cresciuto in media dello 0,6% rispetto ad un tesso medi continentale dell'1,6%. Evidentemente è un deficit che viene da lontano ed è il risultato di valori rilevati su cinque aree di analisi. Nella libertà dal fisco - spiega l'Istituto Bruno Leoni - ci posizioniamo all'ultimo posto con il punteggio di 31 contro l'85 della Bulgaria, il 67 dell'Irlanda, il 50 di Gran Bretagna, Germania e Grecia e il 48 della Francia. Nella libertà dallo Stato raggiungiamo il 42e solo quattro paesi stanno peggio (Francia, Grecia, Ungheria e Portogallo).
Nella libertà d'impresa (37) siamo penultimi prima della Grecia: «Far crescere la libertà d'impresa significa ridimensionare la presenza della Stato».
Nella libertà di regolazione (qualità di norme e regole ed efficienza del settore pubblico) siamo ultimi sfiorando il 18. Va meglio nell'area libertà del lavoro con un indici pari a 48 contro il 33 della Francia e il 38 della Grecia.
Restiamo alla questione fiscale. Tutti gli indicatori sono «insoddisfacenti»:
l'aliquota marginale sul reddito di impresa è al 33% rispetto a una media europea del 23,5%;
la pressione fiscale media sui profitti è del 22,9% contro il 12% comunitario;
per gli individui l'aliquota massima è del 43% a fronte del 35,7% medio Ue; abbiamo 5 scaglioni rispetto a una media europea di 3.
E anche nel pagamento delle imposte siamo in fondo alla classifica: in Italia sono necessarie in media 360 ore all'anno mentre in Europane bastano 254 e nel Paese più virtuoso, il Lussemburgo, solo 58. «La riduzione della pressione fiscale - spiegal'indagine - è uno dei grandi temi con cui la politica da decenni tenta, senza risultato, di fare i conti, ostacolata anche dal peso del debito pubblico che richiede una gestione parsimoniosa del denaro anche perché i tassi sono ai minimi storici, ma potrebbero rapidamente schizzare verso l'alto». Cioè se le tasse sono alte è soprattutto perché abbiamo tanti debiti in famiglia.
La riduzione del carico fiscale offrirebbe nuove opportunità alle imprese italiane e comunque a chi è interessato ad investire da noi. La libertà economica è essenziale per il sistema imprenditoriale quanto disastrosa la moltiplicazione di vincoli e barriere. Ovviamente, bisogna anche avviare una concreta stagione di riforme: «C'è urgente bisogno di interventi efficaci ed anche impopolari». Per esempio, la questione previdenziale merita una particolare considerazione: «Essa va affrontata con attenzione al presente, ma avendo a cuore una prospettiva di più lungo termine. E' chiaro che se oggi il tetto rischia di crollare sulla testa, una razionalizzazione che ritardi l'abbandono della casa si impone». Il che vuol dire che se il sistema pensionistico attualmente regge, va però puntellato con l'innalzamento graduale dell'età. Messaggio finale del rapporto: «Il futuro della nostra società risulta essere a rischio proprio a causa di uno Stato ipertrofico che intralcia chi vuole lavorare e che nei decenni passati si è reso responsabile di una dilatazione degli organici, della spesa pubblica e del debito».
http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=9090
Sì, credo sia ora di cominciare a preoccuparci sul serio di questo statalismo socialista prettamente italiano, da vomito.