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Tempus fugit
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Braccio di ferro sino-statunitense per lo Stretto di Malacca?
Cina: una strategia graduale per l'egemonia nel Sud-est asiatico
06 Apr 2010 A cura di Gabriele Giovannini Sempre più dipendente dalle importazioni di petrolio, essenziali alla crescita economica, la Cina sta cercando di proiettare la propria influenza economica e militare per tutelare i propri interessi vitali lungo le rotte commerciali che uniscono l'Oceano Pacifico all'Oceano Indiano Il “Dilemma di Malacca” ed il “Filo di Perle” Il Presidente cinese Hu Jintao ha definito in questi termini il dilemma di fronte al quale si trova la Cina: da un lato un eventuale blocco dello stretto ad opera statunitense provocherebbe danni inestimabili al mercato interno ed alle esportazioni, dall'altro uno sviluppo della marina cinese a scopo difensivo potrebbe essere letto da Washington come una minaccia. Lo Stretto di Malacca, tra Sumatra e la Malaysia, rappresenta uno dei principali “colli di bottiglia” del sistema internazionale marittimo essendo la principale via d'accesso al Pacifico per le navi provenienti dal Medio Oriente, dall'Europa e dal continente africano (quasi l'80% del petrolio importato da Pechino passa per Malacca). La Cina non può prescindere quindi dalla sicurezza tanto dello stretto, quanto dell'intero Mar Cinese Meridionale. Nel perseguimento di un'influenza via via crescente sull'intero Sud-est asiatico, Pechino deve però partire da un dato di fatto: la schiacciante superiorità statunitense dovuta in primis al possesso di portaerei, che per ora la Cina non è riuscita a produrre, e ad una flotta dieci volte maggiore in termini di peso e tecnologicamente più avanzata. Di conseguenza la Cina negli ultimi anni sta rafforzando i propri legami economici e politici con tutti i Paesi dell'area: dal 2004 assistiamo ad una rimozione graduale delle tariffe commerciali negli scambi tra Paesi ASEAN e Pechino, gli Investimenti Diretti Esteri (IDE) cinesi sono in costante aumento e spesso finanziano, attraverso la formula della compartecipazione, infrastrutture funzionali a Pechino senza porre condizioni politiche o economiche e risultando quindi preferibili rispetto ai prestiti delle Istituzioni Internazionali. Interpretando la collocazione degli investimenti cinesi molti analisti hanno rilevato la connotazione geo-strategica che li accomuna ed è stata coniata la formula “Strategia del Filo di Perle” per dar l'idea di una strategia unitaria e coerente nonostante la leadership comunista a Pechino non abbia mai rivendicato tali ambizioni; anzi a metà aprile 2009 il Presidente Hu Jintao ha sottolineato le intenzioni pacifiche del suo Paese e l'estraneità a qualunque progetto per l'egemonia regionale. Nello specifico le cosiddette “perle” consistono in una serie di porti lungo la fascia costiera tra Suez e la Cina passando per Malacca: In Pakistan sono stati investiti più di 400 milioni di dollari per gli attracchi nel porto di Gwadar che permette alle navi cinesi un importante sbocco nel Mar Arabico ed al Pakistan un porto alternativo a Karachi. E' in fase di progettazione anche un corridoio energetico per collegare il porto direttamente alla Cina. Nello Sri Lanka la Exim Bank of China sta investendo quasi un miliardo di dollari per lo sviluppo del Porto di Hambantota coprendo l'85% del costo dell'intero progetto. In Bangladesh la presenza cinese è rilevante nel porto di Chittagong. Con il Myanmar la Cina condivide rapporti strettissimi, appoggiandone il regime. Oltre a garantire il libero accesso alle petroliere cinesi (tra i vari porti assume grande importanza quello di Sittwe per la profondità delle acque) nel marzo del 2009 i due Paesi hanno raggiunto un accordo per la costruzione di un oleodotto di 2.000 km che collegherà (dal 2013) la costa birmana alla provincia cinese dello Yunnan. Inoltre la Cina sfrutta le ingenti risorse di gas naturale del Paese e utilizza le Isole Coco (strategicamente collocate tra il Golfo del Bengala e lo Stretto di Malacca) come base d'intelligence. La Thailandia potrebbe offrire l'unica radicale alternativa allo Stretto di Malacca: nel 2005 Pechino ha dichiarato pubblicamente il proprio interesse ad investire 20 miliardi di dollari nello scavo per un canale nell'istmo di Kra che unisca il Mar delle Andamane al Golfo di Thailandia. Tuttavia un anno dopo il progetto è stato accantonato principalmente a causa delle tensioni politiche e sociali scoppiate nel Paese. Spostandoci nel Mar Cinese Meridionale, Pechino può contare su stabili legami con la Cambogia che mette a disposizione porti sicuri e con la quale sta progettando una ferrovia che attraverso il Laos giunga in Cina. Il filo di perle termina con l'Isola di Woody (contesa con il Vietnam) e con l'Isola di Hainan verso la quale Pechino sta spostando le priorità strategiche. Infine la Cina dal 2006 sta sfruttando anche il Mekong (fiume che nasce in Cina e dopo 4.880 km sfocia nel Mar Cinese Meridionale). Nel 2004 la Cina ha eliminato una serie di rapide rocciose nel Laos ed ha iniziato a trasportare grandi quantitativi di merci. Nel 2006 è riuscita ad ottenere il permesso di trasportare 1.200 tonnellate di petrolio al mese, ma le opportunità sono evidenti e le pressioni cinesi per aumentare drasticamente tale limite probabilmente avranno successo. Le ambizioni di Pechino e la presenza degli Stati Uniti Il rapporto stilato dall'ISAB (International Security Advisory Board) per il Congresso americano nel 2008 identifica i tre obiettivi fondamentali della leadership comunista di Pechino: la conservazione del regime, il raggiungimento dell'egemonia nel Sudest Asiatico unito ad un ruolo maggiore a livello globale e la prevenzione dell'indipendenza de jure di Taiwan che è una vera spina nel fianco cinese impedendo il pieno controllo delle coste. Si tratta di scopi ambiziosi e di lungo termine che richiedono una strategia graduale e di cooperazione con gli Stati Uniti dal momento che rappresentano sia il maggior ostacolo alle mire cinesi, sia un partner fondamentale al proseguimento della crescita economica. In ogni caso la RPC si sta attrezzando (tra il 2000 ed il 2007 le spese militari sono triplicate passando da 15 miliardi di dollari a 45) attraverso una ridefinizione strategica del proprio esercito che sta divenendo sempre più agile ed idoneo ad operare nel Pacifico, anziché lungo i confini, e che prevede la pianificazione di tre flotte. La prima dovrebbe operare nell'area nippo-coreana, la seconda in tutto l'Oceano Pacifico e la terza andrebbe a tutelare la sicurezza dello Stretto di Malacca. La crescente assertività nella disputa con il Vietnam sugli arcipelaghi Paracel e Spratly (probabilmente ricchi di idrocarburi) e con Taiwan e Filippine per Macclesfield Bank, si aggiunge all'opposizione al diritto internazionale marittimo convenzionale per quel che concerne la Zona Economica Esclusiva: in contrapposizione con quanto previsto dalla UNCLOS (United Nations Convention on the Law of the Sea) varata nel 1982 a Montego Bay che permette il libero utilizzo del mare riservando allo Stato costiero la prerogativa di sfruttare le risorse, Pechino contesta fermamente la posa di cavi e condotte sottomarine ad opera di stati terzi permessi dall'art. 58,1 della UNCLOS (tra l'altro ancora in attesa della ratifica statunitense). In questo quadro lo sviluppo negli ultimi anni della base di Hainan e la presenza crescente di sottomarini a motore diesel difficilmente localizzabili in quanto più silenziosi e dotati di maggiore autonomia, non possono che preoccupare la Casa Bianca. L'area del Pacifico è infatti vitale per gli Stati Uniti dal momento che ospita il 40% del proprio commercio ed un bacino di consumatori pari al 60% della popolazione mondiale. Di conseguenza per gli USA è essenziale prevenire qualsiasi ruolo egemonico nell'area che potrebbe portare ad una marginalizzazione americana e, nell'ambito della guerra al terrorismo, Washington deve controllare da vicino l'intera zona per contrastare Al Qaeda. In ogni caso i progressi cinesi impallidiscono di fronte alla superpotenza americana: la flotta cinese in tonnellate (263 mila) è più di dieci volte inferiore a quella statunitense; gli USA possiedono 24 portaerei (delle 31 nel mondo) e la Cina nessuna. Pechino è pertanto costretta a puntare su strategie asimmetriche basate sui sottomarini per mettere in difficoltà la flotta americana troppo pesante rispetto alla geografia della zona, ma gli USA attraverso PACOM (U.S. Pacific Command) hanno intessuto una ragnatela di rapporti militari con Vietnam, Singapore, Cambogia, Giappone, Corea del Sud, Thailandia e Filippine che garantiscono loro l'accesso ai porti. Infine non va sottovalutata l'importanza geopolitica della base navale ed aerea di Guam dalla quale gli USA non possono essere estromessi, a differenza di quanto avvenuto nel 1992 nelle basi filippine di Subic Bay e Clark, dato che si tratta di territorio statunitense. Conclusioni e previsioni Durante la Conferenza di Monaco del febbraio 2010, la Cina ha ribadito la volontà di rafforzare la propria influenza, ma pacificamente. Sembra coerente in questo senso la dichiarazione sulla spesa militare per il 2010 che propone (sulla carta) un incremento solo del 7,5% rispetto al 14% del 2009. Nonostante la presenza di posizioni diverse, come quella offensivista contenuta nel libro, inedito in Italia, “Il sogno della Cina” pubblicato recentemente da Liu Mingfu (un ufficiale dell'esercito cinese), le priorità cinesi sembrano restare la crescita economica e lo sforzo per ridurre le disparità all'interno del Paese. Uno scontro sino-statunitense su larga scala appare, almeno nel breve e medio periodo, quindi altamente improbabile e gli incidenti, come quello avvenuto l'8 marzo 2009 a sud della base di Hainan tra l'incrociatore americano di sorveglianza Impeccable accusato di spionaggio e la marina cinese, sembrano destinati a restare tali. Inoltre un blocco ad opera americana dello Stretto di Malacca è da escludere sia per la vitalità del passaggio effettuato anche dagli alleati regionali statunitensi ( leggi Tokyo e Seul), sia per gli strettissimi legami economici sino-statunitensi: l'import-export elevatissimo e la necessità per la RPC della tecnologia americana, l'interesse di Washington a continuare a vendere il proprio debito alla Cina e l'importanza degli IDE statunitensi per l'economia cinese, porteranno i due Governi a trovare di volta in volta un compromesso. http://www.fondionline.it/indicecms....rt&idart=29996 |
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Tempus fugit
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sunt tecum quae fugi
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peraltro al momento mi pare che il controllo dello stretto di Malacca non lo abbia proprio nessuno, anzi forse a essere pignoli gli unici a controllarlo davvero sono i pirati. Cosa peraltro alquanto diffusa in tutto l'estremo oriente sino alle coste dell'africa. Somalia docet.
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Tempus fugit
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![]() Che motivo c'è per spiegare il fatto che la Cina non abbia una portaerei nella flotta? Non credo che sia mancanza di tecnologia..... visto che sono nell'elite di quelli che vanno nello spazio |
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