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Prospersenzacrescita
Data registrazione: Sep 2009
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La borsa ed il male oscuro del capitalismo Italiano
cambia la composizione dell'Ftse/Mib, l'indice delle 40 maggiori società quotate
Esce la Mondadori. Azienda Italia spa, ecco come in 15 anni siamo rimasti indietro Piazza Affari e il male oscuro del capitalismo italiano di ALESSANDRO PENATI Oggi cambia la composizione dell'indice Ftse/Mib: il paniere delle 40 maggiori società quotate, che meglio rappresenta Piazza Affari. Esce Mondadori, un'icona della nostra industria, ed entra Azimut, risparmio gestito. Il cambiamento della composizione di un indice di Borsa è un fatto marginale sia per il mercato azionario, sia per le società coinvolte; e irrilevante per l'economia nel suo complesso. Ma ha una valenza simbolica. Ed è un buon pretesto per fotografare il nostro capitalismo, e confrontarlo con quello degli altri, dopo i postumi della crisi e a 15 anni dall'avvio del processo di risanamento economico, privatizzazioni, liberalizzazioni, regolamentazioni, sfociato nella costituzione dell'Eurozona. L'immagine del capitalismo italiano che si riflette nello specchio dell'indice Ftse/Mib sembra una fotografia ingiallita di 15 anni fa. La cosa dovrebbe farci riflettere perché rappresenta un'ipoteca sul nostro futuro benessere. Invece, sembra provocare solo scarso interesse, se non paradossali sussulti d'orgoglio per una ipotetica "via italiana" al capitalismo che, come l'isola di Peter Pan, non c'è, ma è un mito troppo bello per essere sfatato. La Borsa italiana oggi è fatta da pochissime grandi imprese. Le 40 del Ftse/Mib rappresentano l'87% della capitalizzazione totale (valore di mercato di tutte le imprese quotate). Dei primi 150 titoli del listino, la metà ha una capitalizzazione inferiore ai 696 milioni. Il numero delle società quotate è limitato, non molto distante da quello di 25 anni fa. L'intero mercato azionario italiano vale, ai prezzi attuali, solo il 30% del Pil 2009. Non è neppure pensabile un confronto con gli Stati Uniti: basti ricordare che negli USA, anche dopo la crisi, il rapporto tra valore della Borsa e Pil è al 103%, e nelle prime 150 società, la metà vale più di 25 miliardi euro. Ma siamo il fanalino di coda anche dell'Europa Continentale: il nostro rapporto borsa/Pil è meno della metà di quello francese (74%), ed è inferiore anche a quello tedesco (40%), anche se in Germania, tradizionalmente le imprese si sono sviluppate al di fuori del mercato azionario; ma dove, tra le prime 150 società, la mediana è grande il triplo della nostra. Questa non è l'inevitabile conseguenza del nostro capitalismo, familiare e manifatturiero. Anche in Francia e Germania molte imprese sono controllate da un gruppo spesso ricollegabile al fondatore, ma il peso delle grandi imprese nei settori dei beni di consumo e industriali è il doppio del nostro: tra le principali 40 società quotate francesi e tedesche ci sono colossi in settori come moda, beni per la persona, alimentare (Luis Vuitton, Adidas, Danone, Beiersdorf, Hermes, ...) anche cinque, dieci volte più grandi delle nostre medie imprese d'eccellenza. Per non parlare della meccanica. I vantaggi delle economie di scala ci sono, e notevoli, anche nel settore manifatturiero tradizionale, specie se la fonte di crescita dell'economia mondiale è sempre più lontana dall'Europa. Vantaggi non solo per le aziende, ma pure per il Paese, visto che i grandi gruppi necessitano di figure più qualificate sotto il profilo professionale, richiedono mediamente maggiori competenze e pagano quindi remunerazioni più elevate. La quotazione è poi indispensabile per permettere l'espansione all'estero tramite acquisizioni, come dimostrano anche i rari casi italiani presenti nel Ftse/Mib: Luxottica, Lottomatica, Mediaset, Autogrill, Campari. Ma è la composizione settoriale delle maggiori società quotate che ci distacca maggiormente dal resto dell'Eurozona, per non parlare degli Stati Uniti. Da noi, anche dopo la crisi, il 35% dell'indice è costituito da banche e servizi finanziari: quasi il doppio di Francia e Germania. Negli Usa, dove la bulimia del settore finanziario aveva innescato la crisi, banche e finanza pesano oggi la metà che in Italia. Un ridimensionamento drastico quanto salutare. Il resto di Piazza Affari è fatto di servizi di pubblica utilità ed Eni: insieme alle banche, fanno quasi l'80%. È il retaggio del peso dominante nella nostra economia dello Stato imprenditore. Un peso però ancora presente, dato che il 41% delle aziende nel Ftse/Mib ha un'azionista di riferimento pubblico, Stato o Ente locale (tra le banche ho considerato il solo Monte Paschi). Se a queste aggiungiamo le società interamente cedute dallo Stato ai privati (come Autostrade, Sme, Telecom o le genco dell'Enel), si arriva all'assurdo che il 69% delle nostre grandi aziende quotate è pubblica o nata dalla mano pubblica. Inevitabile in un capitalismo storicamente senza capitali? No. È vero che 20 anni fa, senza mobilità internazionale dei capitali, il risparmio degli italiani doveva necessariamente finanziare il deficit pubblico. E in mancanza di un mercato finanziario, tutto passava per le banche. Ma l'Euro, le liberalizzazioni, lo sviluppo e l'integrazione dei mercati, avrebbero dovuto liberare i nostri capitalisti dallo storico vincolo della carenza di capitali. Invece, il mercato dei corporate bond è stato ucciso sul nascere da Cirio e Parmalat. Possono emettere un bond solo le poche aziende private che hanno accesso ai mercati esteri. E la crisi ha affossato anche quel poco di cartolarizzazioni non bancarie che c'erano in Italia. La Borsa è servita soprattutto allo Stato per vendere e far cassa; a molti gruppi privati di vecchio lignaggio, per compiere operazioni ad alta leva finanziaria; e a troppi imprenditori per sfruttare le ricorrenti ondate di facili entusiasmi per collocare a caro prezzo quote di minoranza (investendo altrove il ricavato): la triste scia di perdite causate dalle matricole è li a rammentarcelo. Negli Usa la bolla delle dot. com ha provocato tanti disastri, ma l'euforia per gli investimenti azionari ha anche reso possibile la nascita di giganti, come Google, Amazon, Qualcomm, o Cisco. Da noi, invece, l'unica realtà di successo sopravvissuta al Nuovo Mercato è Fastweb: non esattamente un caso da indicare a esempio. Con il pretesto di difendere l'italianità si è sbarrato la strada ai capitali esteri. Così, i flussi finanziari in Italia sono tornati a passare obbligatoriamente per il sistema bancario nazionale. Come vent'anni fa. Solo che ora il numero delle banche si è ridotto e l'influenza della politica è meno trasparente (ma forse non meno efficace). Da un capitalismo senza capitali, siamo passati a un capitalismo senza capitalisti: gestire relazioni e rapporti col settore pubblico è altro che creare imperi economici. L'ultimo elemento della fotografia che dovrebbe far riflettere è la totale assenza in Italia di grandi imprese nei settori a maggior crescita della produttività: non solo tecnologia, informatica e farmaceutica (39% negli Stati Uniti) ma anche settori tradizionali che incorporano innovazione tecnologica e manageriale come i beni di largo consumo per il tempo libero e la grande distribuzione. In questo, anche il resto dell'Europa non tiene il passo degli Usa, e non sembra capace di sfruttare la crisi per cambiare il modello produttivo. In Italia il gap sembra incolmabile. Ma, purtroppo, il reddito delle generazioni future dipende proprio dalla capacità di spostare le risorse nei settori a maggior crescita della produttività. (22 marzo 2010) |
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Carità e umiltà
Data registrazione: Mar 2000
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Anche se guardiamo a come gestiscono il libero mercato e dunque stimolano la libera concorrenza abbiamo moltissimo da imparare. L'unica cosa che dovrebbero imparare loro da noi ( e mi pare lo stiano facendo se guardi al voto sulla sanità di queste ultime ore) è un pò più di umanità. Il limite degli Usa, infatti, è che sono troppo "spietati" riguardo al soldo. Ma intendiamoci, nella loro spietatezza sono onesti, non come noi che oltre che campioni di disonestà stiamo perdendo gli elementi di umanizzazione conquistati in tanti secoli............. |
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#5 (permalink) | |
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Prospersenzacrescita
Data registrazione: Sep 2009
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Non mi riferivo alla politica sulla giustizia, nè a quella sulla libertà di stampa o sul pluralismo dell'informazione, nè a quella sulla corruzione ed evasione fiscale. In questi ultimi casi, soprattutto negli ultimi anni, spesso avremmo da imparare anche dallo Zimbabwe.
Ultima modifica di Dav. c. G. : 22-03-10 alle ore 12:44 |
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#6 (permalink) |
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Carità e umiltà
Data registrazione: Mar 2000
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Non per polemica ma squisitamente per curiosità: cosa trovi di sbagliato nella politica economica Usa degli ultimi 30 anni?
P.S. A parte la porcata di tenere i tassi artificiosamente bassi dal 2002 ad oggi e la deliquenziale politica di espansione dei derivati? Ma questa non è economia è finanza......... |
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#7 (permalink) | |
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Member
Data registrazione: Nov 2007
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Non solo a livello pratico, ma anche a livello accademico e di dibattito economico. Là c'è un dibattito vivace. La politica è rilevante, ma sempre all'interno di un'analisi economica. Qua è del tutto inesistente, ogni ragionamento economico si conclude parlando di berlusconi, ed il forum ne è spesso prova. |
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#8 (permalink) | |
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Prospersenzacrescita
Data registrazione: Sep 2009
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E chi ha permesso che avvenisse tutto ciò che faceva? Non è compito della politica stabilire e far rispettare regole che possano prevenire l'eventuale fallimento dell'economia Nazionale e di conseguenza quella mondiale? Naturalmente non sarai d'accordo su quest'altro punto: Come nel periodo che ha preceduto la grande depressione del 1929 ed anni a seguire, anche la crisi attuale è stata preceduta da 30 anni di aumento considerevole dei divari tra redditi e ricchezze. Negli ultimi 30 anni si è indotto il popolo americano al consumismo più sfrenato nel contempo togliendo loro le risorse (redditi) necessarie a quel consumismo. E gli americani che hanno fatto? Si sono indebitati fino al collo. Ultima modifica di Dav. c. G. : 22-03-10 alle ore 14:13 |
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#9 (permalink) | |
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Carità e umiltà
Data registrazione: Mar 2000
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Ma questa è un'altra storia............... |
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#10 (permalink) |
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Member
Data registrazione: Oct 2009
Messaggi: 50
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Molti non hanno compreso che:
1) Il capitalismo industriale vive sul brand. Senza brand NON si va da nessuna parte. In Cina ci sono diverse aziende che fanno auto, ma nessuna puo paragonarsi per immagine ed efficienza a marchi come BMW, Porsche, Ferrari o Ford. 2) Il capitalismo americano, si differenzia da quello europeo, soprattutto perche molto piu propenso a cercare il nuovo. La totalità delle grandi imprese del vecchio continente (Mercedes, Bayer, Fiat, Renault, Philips, Reihmental, Krupp, Alenia, Dassault.....e compagnia) sono state FONDATE tra il 1880-1945. Sapete quale è l'azienda tedesca (brand) piu "giovane". Il colosso del software gestionale SAP, nata nel 1971. Dopo di allora il NULLA. Tra il 1971 ad oggi, negli USA sono nati, Apple, Cisco, Goggle, E-Bay, Amazon, Youtube, Microsoft, NVIDIA, Yahoo, Dell, Oracle.....e una altra dozzina di colossi. 3) L'economia USA si muove verso i servizi. In particolare il wellness (sanita, cura delle persone, ambiente), turismo/cultura, educazione/formazione, multimedia/intrattenimento; a questo si aggiunge l'industria hightech (robotica, domotica, nanotech, aerospaziale, bioingegneria, medicale). E' qui che sta il futuro. Non certo nella "moda", nelle "calzature", o nell' "arredamento casa"......tutta roba che sta velocemente migrando in Asia. |
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