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Quanto dura la crisi - Capitolo III
Tonfo della sterlina sul dollaro. Cambio ai minimi da dieci mesi
LONDRA - Dopo Atene suona la campana per Londra. In uno scenario globale che resta radicalmente diverso rispetto a quello greco, la Gran Bretagna teme che la speculazione stia per lanciare un attacco a fondo contro la sua divisa. La sterlina è scivolata sotto 1,5 contro il dollaro raggiungendo un minimo di 1,4780 (un calo di quasi il 3%), il minimo degli ultimi dieci mesi e perdendo punti importanti anche contro l'euro scambiato ora oltre 0,90 pence. A sua volta la divisa europea ha perso terreno su quella americana, finendo sotto quota 1,35. La sensazione di un rimbalzo economico più consistente dall'altro lato dell'Atlantico, sulla scia dei dati del settore manifatturiero, è uno dei motivi dell'andamento della divisa Usa che però guadagna più per le incertezze di pound ed euro che di luce propria. Il caso inglese è cronaca di oggi. E le notizie che rimbalzano dagli Usa non fanno pensare a una crisi destinata a risolversi nel volgere di qualche giorno. i dati del Chicago mercantile Exchange, termometro per capire l'andamento degli hedge fund, mostrano il netto incremento di posizioni short (vendite allo scoperto) in sterline, pari a 6,1 miliardi di dollari nella settimana al 23 febbraio con un aumento di più del 10% dei contratti di questo genere rispetto alla settimana precedente. La speculazione costruisce nuove posizioni, dunque, ma agisce sulla scorta di elementi reali. La caduta del pound va, infatti, declinata con due fenomeni: incertezza politica e approccio soft della banca centrale in un contesto di indebitamento globale che zavorra Londra. L'esposizione totale calcolata sommando debito pubblico e privato, di famiglie, cioè, ed imprese finanziarie e non, è un multiplo del prodotto interno lordo. Londra, inoltre, s'avvia a chiudere l'anno fiscale con un deficit poco al di sotto del 13% del Pil. A spaventare più che il quadro finanziario globale è la dinamica di uscita da un'emergenza che Londra non conosce da molti anni. La questione è eminentemente politica, legata alla caotica e mutevole prospettiva elettorale. Non è un caso che la caduta della sterlina sia arrivata poche ore dopo l'annuncio di YouGov, uno dei più affidabili istituti di statistica e ricerca politica del paese, che denunciava una forte ripresa di consenso popolare per il Labour party. Se gli inglesi votassero oggi il 35% darebbe il proprio consenso a Gordon Brown e il 37 ai conservatori di David Cameron. Un margine che consegnerebbe la vittoria, in termini di seggi, a Brown anche se non abbastanza per garantirgli di sostenere da solo l'esecutivo. L'emergere con sempre maggiore probabilità di un parlamento senza maggioranza assoluta e quindi esposto ai venti di una coalizione con i liberaldemocratici, implica una prospettiva di riforma economica più vaga. Prevarrà l'approccio statalista e incline alla spesa pubblica del Labour di Brown oppure quello più liberista del conservatorismo paternalista di David Cameron? E quindi quale sarà la ricetta? Tagli alla spesa con il rischio di soffocare un incipiente ripresa oppure una borsa più generosa con il conseguente peggioramento dei conti pubblici? Domande a cui i mercati rispondono in un solo modo: vendite sulla sterlina. E non solo per ragioni politiche. C'è incertezza anche sull'atteggiamento della Banca d'Inghilterra, che ha sospeso il suo programma di quantitative easing (aumento della moneta in circolazione) dopo aver immesso 200 miliardi sul mercato, aggiungendo però che non è una decisione definitiva. Una posizione attendista che i mercati non apprezzano. Aggravato inoltre da un'incognita: l'aumento dell'inflazione, che in Gran Bretagna resta più elevata che negli altri paesi. |
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#2 (permalink) |
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Da Roma a Berlino, i maxi-debiti delle città
Dopo aver portato colossi bancari sull'orlo della bancarotta, ora la crisi mette a dura prova i bilanci nazionali. Ma non sono solo gli stati a soffrire. Anche le città hanno visto crescere a dismisura il loro indebitamento. Non solo Roma con il suo fardello da quasi 12 miliardi di euro, ma anche Madrid, Berlino e Parigi faticano a tenere in ordine i loro conti. Ecco la mappa dei debiti delle grandi metropoli (clicca sulle città per accedere alle schede sulle singole città) |
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#3 (permalink) |
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La frenata di fisco e immobili appesantisce i conti delle città
Il debito pubblico locale è come il colesterolo; c'è quello buono, che fa circolare nell'economia le proteine degli investimenti, e quello cattivo, che ingolfa il sistema con bilanci zoppicanti, imprese in attesa di pagamenti che non arrivano e ipoteche su ogni possibilità di programmare. A Roma e a Londra, per esempio, il debito comunale viaggia intorno ai 12 miliardi, e la differenza non è tanto nella divisa (euro il primo, sterline il secondo) ma nella natura del rosso. A Londra è servito per affiancare i ministeri negli investimenti sul territorio, ed è coperto dal governo centrale; a Roma si è rivelato in tutta la sua estensione nel giugno del 2008, in una vicenda simil greca di finanziamenti avviati ma non coperti, partite «non visibili» ma reali, al punto che a quasi due anni dalla scoperta la Ragioneria generale dello stato è ancora impegnata nei conti per individuare la cifra ufficiale (si veda anche Il Sole 24 Ore del 4 marzo). Nella partita tra il debito buono e quello cattivo, inutile dire che la gelata dell'economia finisce per alimentare quest'ultimo. Il fenomeno, per ora, è meno plateale rispetto alle cifre impazzite spuntate nei conti pubblici nazionali di quasi tutta l'Europa (nel grafico il debito locale e quello della pubblica amministrazione nei principali paesi), ma in questo caso la visibilità non è solo questione di dimensioni: il fatto è che, soprattutto in Europa, i bilanci degli enti territoriali si reggono sui trasferimenti dal centro e su un paniere fiscale, spesso legato in buona parte agli immobili, che hanno tempi più lunghi per avvertire gli effetti della frenata globale. «In Spagna – riflette per esempio Fabio Vittorini di Dexia Crediop, la banca specializzata nella finanza pubblica e di progetto – lo scoppio della bolla immobiliare ha fermato molti cantieri facendo cadere entrate che gli enti locali avevano messo in previsione». Ma accanto a questo effetto di prospettiva comincia a verificarsi, anche in Francia e in Italia, un'erosione dei pilastri consolidati delle entrate locali: per rimanere nel nostro paese, voci importanti come gli oneri di urbanizzazione per i comuni, le imposte sull'auto per le province e l'Irap per le regioni cominciano a cedere il passo. Per le addizionali legate all'Irpef la situazione almeno per ora è più tranquilla, e anche una flessione nei redditi arriverebbe in comune e in regione con un anno di ritardo. Per veder correre più in fretta il calendario bisogna spostarsi negli Stati Uniti, dove la crisi è iniziata prima e soprattutto il federalismo "spinto" non mette fra il ciclo economico e i bilanci degli enti locali i filtri che sono normali in Europa. I racconti che farebbero tremare le vene ai polsi agli amministratori di casa nostra sono ormai un'antologia, basta scegliere. Nella Detroit desertificata dalla crisi industriale per far rinascere la città (e i conti delle sue istituzioni) c'è anche il progetto di una rivoluzione verde che trasformi la ex capitale dell'auto nella «più grande fattoria urbana al mondo» (si veda Il Sole 24 Ore del 9 dicembre). Mentre si immagina il futuro, però, c'è da far quadrare il presente e l'impresa non è facile. Per tenere in piedi il bilancio c'è in cantiere una nuova obbligazione da 250 milioni di dollari ma Detroit, la città americana più grande con un rating «non investment», martedì scorso ha parlato chiaro agli investitori spiegando che in caso di un peggioramento ulteriore della situazione «gli obbligazionisti non dovrebbero attendersi il diritto di pagamento». I voti sulla sostenibilità del debito locale, del resto, sono in ribasso in tutti gli Usa: il sindaco di Los Angeles Antonio Villaraigosa, per esempio, ha appena annunciato il taglio di mille dipendenti e l'accorpamento delle strutture, ma la manovra lacrime e sangue non ha commosso Standard & Poors, che ha tagliato il rating della città ad AA-. |
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#5 (permalink) |
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piggish market
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http://www.quasardat.com/economia/me...ori-aumentano/
mazzate con i tassi ai minimi storici. comunque predicano bene ma razzolano male almeno a Milano, direi che c'è stasi pessimista piuttosto che volontà delle agenzie di premere perchè i venditori ribassino i prezzi. |
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#6 (permalink) | |
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Io vi IMUnizzerò
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Citazione:
![]() Mercato immobiliare i timori aumentano Bankitalia pubblica periodicamente un sondaggio congiunturale sul mercato delle abitazioni in Italia. Analizziamo gli ultimi 5 rapporti trimestrali, vediamo in dettaglio alcuni dei dati esposti in questi rapporti e cerchiamo di valutare come sia fortemente cambiato il sentiment tra gli operatori del settore. Inoltre, i dati mostrati confermano una tendenza anche per il 2010 ad una marcata discesa dei prezzi per il mercato immobiliare. Ricordiamo che i dati presentati sono frutto di interviste ad agenti immobiliari che hanno fornito informazioni sull’attività di compravendita. Le percentuali si riferiscono alle risposte valide delle agenzie immobiliari che hanno dichiarato di avere effettuato vendite nel trimestre di riferimento. Di conseguenza non vogliamo trattare questi dati in modo puntuale ma solo come stima del sentiment tra gli operatori del settore. Chiaramente siamo anche sicuri che in realtà questi dati sottostimano la dura realtà che sta vivendo oggi il mercato immobiliare italiano. * Cause prevalenti di cessazione dell’incarico a vendere Proposte di acquisto a prezzi bassi per il venditore in netto aumento. La retta rossa traccia la tendenza dei dati rilevati. E’ ben visibile che negli ultimi 5 trimestri considerati la tendenza rilevata è un aumento delle cessazioni dell’incarico a vendere a causa di proposte di acquisto a prezzi troppo bassi. Questo significa che è sempre più alta la propensione del compratore a fare proposte di acquisto con prezzi decisamente più bassi. ![]() Troppo tempo trascorso dall’inizio dell’incarico in deciso aumento. Anche in questo grafico è ben visibile la tendenza di un aumento dei tempi di vendita. ![]() Difficoltà nel reperimento del mutuo in aumento. ![]() * Rapporto tra prezzo pagato all’acquisto e prezzo inizialmente richiesto dal venditore I prossimi grafici mostrano chiaramente come vi sia un tendenziale aumento del gap (differenza) tra il prezzo richiesto dal venditore inizialmente ed il prezzo realmente offerto dal compratore. Di conseguenza in questa fase sono sempre di più i venditori che cedono ad offerte anche del 20% minori rispetto al prezzo che inizialmente avevano chiesto per il loro immobile. Aumento dello sconto tra il 10% e il 20% sul prezzo inizialmente richiesto dal venditore. ![]() Aumento dello sconto tra il 20% e il 30% sul prezzo inizialmente richiesto dal venditore. ![]() Aumento dello sconto medio che il venditore è disposto ad accettare. ![]() Osservando questi grafici risulta pertanto chiaro che il sentiment tra gli operatori del settore sia ancora fortemente negativo. Inoltre nel quarto trimestre 2008 il 15,8% degli intervistati dichiarava che il livello dei prezzi sarebbe aumentato, nel quarto trimestre 2009 solo il 2,4% pensa che i prezzi possano rivalutarsi. Questo significa che oggi tra gli agenti immobiliari la percentuale di chi ritiene che i prezzi possano scendere o al massimo risultare uguali al trimestre passato risulta essere del 97,6%. Pertanto riteniamo ancora valido stimare anche per il 2010 una forte riduzione dei prezzi delle case. E’ probabile per i prossimi mesi assistere ad una sostanziale svalutazione dei prezzi immobiliari specialmente nei riguardi di immobili usati che non hanno una certificazione energetica adeguata. (Fonte: Sondaggio congiunturale Banca d’Italia-Tecnoborsa sul mercato delle abitazioni in Italia. Chi volesse approfondire la metodologia con cui sono stati rilevati i dati, il campione utilizzato e la sua diversificazione territoriale può trovare tutte queste informazioni direttamente sul sito www.bankitalia.it) |
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#8 (permalink) |
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Danno i numeri
Pil ancora giù, nel 2009 crolla a -5,1 per cento. Produzione industriale, torna il segno più L'Istat specifica che nel quarto trimestre 2009 il Prodotto interno lordo è a -0,3% rispetto al trimestre precedente e a -3 per cento nei confronti del quarto trimestre del 2008. E' il maggior calo tra i Paesi dell'area euro Il ministro Sacconi: "La ripresa c'è nel commercio globale e quindi anche in casa nostra, ma è selettiva e a tratti discontinua" ROMA - Ancora cattive notizie per il Pil di casa nostra. L'anno scorso il Prodotto interno lordo italiano ha accusato una contrazione del 5,1%. L'Istat specifica che nel quarto trimestre del 2009 il prodotto interno lordo corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato è diminuito dello 0,3 per cento rispetto al trimestre precedente e del 3 per cento nei confronti del quarto trimestre del 2008. Meglio, invece, la produzione industriale che mostra segnali - timidi - di ripresa. Secondo l'Istat la produzione industriale a gennaio ha segnato un aumento congiunturale del 2,6% e un calo tendenziale del 3,3%. L'indice corretto per i giorni lavorativi (19 contro i 20 di gennaio 2009) segna invece un aumento su anno dello 0,1%, ed è il dato migliore da aprile 2008. "Siamo in una fase di fine del calo" della produzione, commenta il responsabile dell'indagine. Produzione industriale. Nel settore auto la produzione industriale ha registrato a gennaio un aumento annuale del 44,1%. L'Istat precisa che si tratta del dato grezzo; la variazione tendenziale corretta per gli effetti di calendario è del 47,1%. In generale la media degli ultimi tre mesi è risultata invariata rispetto a quella dei tre mesi precedenti. L'Istat ha inoltre rivisto i dati di dicembre, portando il calo congiunturale destagionalizzato da -0,7% a -0,2%. Per quanto riguarda i principali raggruppamenti industriali, si registrano tutte variazioni positive: +3,3% per i beni strumentali, +2,3% per l'energia, +2,1% per i beni intermedi e +1% per i beni di consumo totale (+3,3% per i beni durevoli, -0,1% per i beni non durevoli). Mentre su base annua si registra un aumento del 2,9% per i beni di consumo totale (+3,8% per i beni non durevoli, -1,1% per i beni durevoli) e una variazione nulla per i beni intermedi. Diminuzioni si sono verificate, invece, per i beni strumentali (-1,9%) e per l'energia (-0,1%). Guardando ai diversi settori di attività economica, rispetto allo stesso mese dell'anno precedente, si registrano aumenti nei settori dei prodotti farmaceutici (+12,8%), dei prodotti chimici (+11,8%), della fabbricazione di computer e prodotti di elettronica e ottica (+10,2%) e dei mezzi di trasporto (+6,9%). Le diminuzioni più marcate hanno, invece, riguardato la metallurgia e i prodotti in metallo (-10%) e l'attività estrattiva (-8,4%). Il Pil 2009. Crolla del 5,1% nel 2009, il dato peggiore dal 1971, dall'inizio cioè della serie storica. L'anno scorso il prodotto interno lordo è diminuito infatti del 5,1%. Nel quarto trimestre del 2009 il Pil è diminuito dello 0,3% rispetto al trimestre precedente e del 3% nei confronti del quarto trimestre del 2008. Nel complesso, il Pil dei paesi dell'area euro è cresciuto dello 0,1 per cento in termini congiunturali ed è diminuito del 2,1 per cento in termini tendenziali. In termini congiunturali, nel quarto trimestre del 2009 le importazioni di beni e servizi sono cresciute del 3,2 per cento, il totale delle risorse (Pil e importazioni di beni e servizi) dello 0,4 per cento. Dal lato della domanda, le esportazioni sono aumentate dello 0,1 per cento, gli investimenti fissi lordi sono diminuiti dell'1,0 per cento, i consumi finali nazionali sono diminuiti dello 0,1 per cento. Nell'ambito dei consumi finali, la spesa delle famiglie residenti è diminuita dello 0,1 per cento, quella della Pubblica amministrazione e delle istituzioni sociali private è diminuita dello 0,2 per cento. La diminuzione degli investimenti è stata determinata da una contrazione dell'1,6 per cento degli investimenti in costruzioni e dello 0,5 per cento degli investimenti in macchine, attrezzature e altri prodotti mentre gli acquisti di mezzi di trasporto sono aumentati dell'1,2 per cento. In termini tendenziali, le esportazioni sono diminuite dell'11,4 per cento, le importazioni del 7,6 per cento. La spesa delle famiglie residenti è diminuita dello 0,5 per cento, quella delle pa e delle isp è aumentata dello 0,2 per cento. La spesa delle famiglie sul territorio nazionale ha registrato una flessione, in termini tendenziali, dello 0,5 per cento; in particolare i consumi di beni non durevoli sono diminuiti dell'1 per cento, gli acquisti di servizi sono diminuiti dello 0,4 per cento, mentre i consumi di beni durevoli sono cresciuti del 3,7 per cento. Gli investimenti fissi lordi hanno segnato nel complesso una diminuzione del 7,4 per cento, con contrazioni del 10,1 per cento per i mezzi di trasporto, dell'8,2 per cento per i macchinari e gli altri prodotti, e del 6,3 per cento per le costruzioni. Il Pil 2010. La variazione del Prodotto interno lordo "acquisito" per il 2010 è pari a -0,1%, fa sapere ancora l'Istat, spiegando che la crescita, in questo caso la decrescita, "acquisita" annuale è quella che si otterrebbe in presenza di una variazione congiunturale nulla per i trimestri del 2010. E' stata così rivista al ribasso la stima preliminare diffusa il 12 febbraio, che attestava la variazione pari a zero. Il ministro Sacconi. I dati sulla produzione industriale diffusi oggi dall'Istat "dimostrano che la ripresa c'è nel commercio globale e quindi anche in casa nostra, ma che è una ripresa selettiva e a tratti discontinua", ha detto il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, intervenendo ad un convegno su "Il lavoro che verrà". Per Sacconi "dobbiamo accompagnare" la ripresa anche "attraverso le risorse umane". -.-.-.-.-.-.-.-.-.- E' una ripresa selettiva....e noi non ci ha selezionati |
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cav. De Coccius
Data registrazione: May 2009
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