![]() |
| Home | | | Notizie | | | Mercati | | | ETF | | | CFD | | | Forex | | | Forum | | | Quotazioni | | | Servizi | | | Approfondimenti | | | Education | | | Meteo |
|
|
|
|||||||
| Registrazione | Blog | FAQ | Gruppo sociale | Calendario | Cerca | I messaggi di oggi | Segna i forum come già letti |
![]() |
|
|
Strumenti discussione | Valuta discussione | Modalità visualizzazione |
|
|
#1 (permalink) |
|
the micro one
Data registrazione: Sep 2000
Messaggi: 9,391
Popolarità: 42949684 ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() |
Il capitale, questo sconosciuto.
Leggo spesso, in questa sezione, l'uso improprio del termine capitale, così come del capitalismo e della sua struttura oggettiva. Il che non sarebbe più di tanto grave, pur in un contesto macroeconomico, se venisse solo interpretato “uno” dei fattori che intervengono nella composizione di quanto chiamiamo economia; al contrario, capire bene cos'è il capitale e capire altrettanto bene che da lui partono tutte le azioni che si risolvono poi nella nostra quotidiana vita materiale – ricchezza, progresso, bolle, recessioni, cause, effetti, presente e futuro compresi - è di importanza basilare, sia per i dummies come me che per gli addetti ai lavori.
Per non finire nelle solite inconcludenti para-analisi semiserie. Un saggio di Gerardo Coco che allego, tratto da IBL, lo spiega in termini semplici ed esaustivi con esemplare chiarezza e completezza, rifacendosi in particolare alle intuizioni di un classico come David Ricardo: data la necessaria prolissità del testo - superiore alle dieci righe canoniche proprie della frenesia moderna all'infarinatura di tutto lo scibile in trenta secondi - se il Manzoni si rivolgeva a quattro potenziali lettori e non potendo io quindi sperare di stimolare l'attenzione che di due soli, mi ero prefisso di incrementarne il numero attraverso uno schematico riassunto. Riassunto che, a posteriori, veniva necessariamente ancora troppo lungo, per cui invito a leggere direttamente il testo con mie sottolineature, specie gli studenti di economia infarciti di samuelsonismo, keynesismo e utopie varie. Spesso il mito dell'invincibile progresso scientifico non ci rende più moderni ma solo più miopi verso i fondamentali senza tempo: l'economia, da qualunque prospettiva la si guardi, ruota intorno al capitale. .......................... Cos’è il capitale? La crisi presente e l’attualità di David Ricardo Le crisi economiche moderne sono crisi da insufficienza di capitale. Ma la nozione di capitale è stata bandita dalla scienza e dalla politica economica. Gli economisti classici dimostrarono come l’economia ruota attorno al concetto di capitale e questo è il fondamento dello sviluppo economico. In particolare le intuizioni di David Ricardo su questo tema sono superiori a quelle degli economisti moderni. La sua lezione è stata dimenticata, con danni incalcolabili. Questo articolo, reinterpretando il suo pensiero, illustra come per superare le crisi non sono necessari stimoli monetari, ma maggior capitale, la cui fonte non è il denaro o il credito. Gli stimoli monetari sostituendosi al capitale rendono la ripresa illusoria e la recessione un fenomeno permanente. Circa duecento anni fa, l’inglese David Ricardo (1772-1823), uno dei più grandi economisti di tutti i tempi, scriveva: “Pensare che aumenti di emissioni monetarie da parte della Banca Centrale possano avere l’effetto di abbassare il tasso di interesse permanentemente e soddisfare la domanda di mezzi di pagamento di qualsiasi operatore è attribuire ai mezzi di circolazione un potere che non hanno (…). A quali assurdità portano certe teorie! Sono convinto che il fallimento totale della moneta cartacea si accompagnerà alle più disastrose conseguenze per il commercio e per l’industria del paese causando rovina e miseria” (David Ricardo, The High Price of Bullion, a Proof of the Depreciation of Bank Notes). Se si considera che ai tempi di Ricardo vigeva il sistema convertibilità aurea che poneva un freno alla creazione illimitata di denaro e credito, le sue parole sono particolarmente profetiche. Ai nostri tempi, la mancanza di questo freno (che comporta l’illimitata espansione dei mezzi di circolazione) rende i collassi economici inevitabili. Individuando nell’inflazione monetaria l’instabilità esplosiva delle economie, Ricardo fu il primo economista a sviluppare la teoria monetaria del ciclo economico. Egli aveva ben chiaro che gli stimoli monetari, non essendo l’equivalente di aumenti di capitale reale, non possono in alcun modo sviluppare l’attività produttiva e l’occupazione. Al contrario, sortiscono l’effetto opposto: distruggono il capitale esistente e creano disoccupazione. Per superare le crisi la soluzione è reintegrare il capitale economico distrutto. E per far crescere l’economia il capitale deve aumentare. Lo sviluppo economico, infatti non è altro che accumulazione di capitale. È questa a determinare la capacità di produrre beni e servizi, l’alto livello dell’occupazione, della produttività e dei redditi. Ma la funzione del capitale, quale strumento analitico essenziale dell’economia politica di ogni tempo, è stato eliminato dalle analisi macroeconomiche per essere sostituito dalle categorie di denaro e credito, con danni incalcolabili. Gli economisti classici, per i quali l’oggetto della scienza economica era eminentemente pratico (cioè quello di sapere come in un paese la ricchezza si forma), individuarono nel capitale il fondamento della crescita economica. Riferendosi ai mercantilisti, che confondevano la ricchezza di un paese con la quantità di denaro, John Stuart Mill (1806–1873), discepolo di Ricardo, scrive: “Accade spesso che una convinzione che è stata dominante in una certa epoca dell’umanità diventi in un’epoca successiva un’assurdità cosi evidente, che non si riesce neppure ad immaginare come si sia potuto ritenerla credibile. Così è avvenuto per la dottrina che considera il denaro come sinonimo di ricchezza. Oggi l’idea sembra troppo sorpassata per poterla prendere seriamente in considerazione. Assomiglia ad una di quelle fantasie infantili che la parola di un adulto è sufficiente a correggere” (Principles of Political Economy, Preliminary Remarks). Mill non avrebbe mai immaginato che a partire dal ventesimo secolo questa “fantasia infantile”, che Ricardo aveva chiamato assurdità, sarebbe stata nuovamente teorizzata creando l’illusione che leggi, governi e sistemi bancari possano creare industria senza capitale. Solo la piena comprensione del significato, della natura e delle funzioni di questa categoria economica può dissolvere questa perdurante illusione. Cos’è dunque il capitale? Come si forma? Perché non equivale a denaro? Perché questa categoria economica è stato bandita dalle analisi economiche? Per rispondere a queste domande ci riferiremo, attualizzandole, alle profonde riflessioni di Ricardo, per il quale “ignorando il capitale, i reali fenomeni della società non possono essere spiegati” (Works and Correspondence, VIII). |
|
|
|
|
|
#2 (permalink) |
|
the micro one
Data registrazione: Sep 2000
Messaggi: 9,391
Popolarità: 42949684 ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() |
Ricchezza e capitale
Per Ricardo e gli economisti classici, la ricchezza di un paese è la somma dei beni o mezzi materiali prodotti dall’uomo necessari a soddisfare i suoi bisogni. Essere ricchi significa avere una larga disponibilità di beni, o avere i mezzi per procurarseli. Fa dunque parte della ricchezza qualunque cosa abbia un potere d’acquisto che possa scambiarsi con qualche cosa di utile. Le cose per le quali non è possibile ottenere nulla in cambio non sono ricchezza in senso economico. La ricchezza è quindi produzione di cose utili e lo scopo finale della produzione è il consumo di queste cose utili dotate di valore di scambio. Ma la ricchezza di un paese, essendo soggetta a consumo, deve essere continuamente reintegrata. Come avviene il processo di produzione e di reintegrazione? Avviene attraverso l’impiego di capitale. “Il capitale – scrive Ricardo – è quella parte della ricchezza di un paese che viene impiegata a scopo di produzione futura e può aumentare allo stesso modo della ricchezza” (David Ricardo, On the Principles of Political Economy and Taxation, capitolo XX, “Value and Riches, their Distinctive Properties”). Il capitale rappresenta ricchezza nella forma di mezzi di produzione fisici necessari per ottenere ulteriore ricchezza. Quindi la ricchezza di un paese che è destinata alla produzione è capitale, e, inversamente, tutto il capitale di un paese è destinato alla produzione. Capitale è ciò che ampia la capacità di produzione e il fine ultimo della produzione è l’aumento dei beni di consumo che rappresentano la ricchezza non classificata come capitale. Se il capitale aumenta, aumenta produzione, occupazione, i mezzi di sussistenza del lavoro e quindi la capacità complessiva di spesa e consumo del sistema economico. La produzione dei beni di consumo dipende quindi dal capitale e ciò che limita la loro produzione è solo la scarsità di capitale e non la domanda di consumo il cui desiderio è praticamente illimitato e non ha bisogno di essere stimolato. Accumulazione e impiego del capitale Supponiamo che un agricoltore per produrre in un anno dieci dosi di grano, la ricchezza futura, impieghi una dose di semente, cioè “la ricchezza impiegata a scopo di produzione”, il suo capitale. L’anno successivo, per produrre la stessa quantità di grano che è stata consumata nel primo anno, dovrà reimpiegare almeno un decimo di questa produzione che gli viene reintegrata dalla produzione precedente. Se il lavoro dell’agricoltore diventasse più produttivo, magari impiegando, al posto della vanga e dell’aratro a mano, un trattore, una trebbiatrice, fertilizzanti e sistemi di irrigazione più efficienti, cioè migliorasse il suo capitale fisso, egli potrebbe ottenere, invece delle dieci dosi, poniamo, venti dosi di grano, cioè aumentare la ricchezza complessivamente prodotta. Se poi reinvestisse una dose superiore di semente, il suo capitale iniziale, non solo accrescerebbe la quantità di grano ma ne aumenterebbe anche il ritmo di produzione. Supponendo costante il fattore terra, che non è capitale perché essa non è riproducibile, il punto fondamentale per l’agricoltore è che, per ricreare successivamente lo stesso livello di produzione, è necessario che recuperi il “capitale semente” consumato nel processo produttivo, dalla produzione stessa di grano e perché ciò sia possibile egli dovrà complessivamente consumare meno di quanto produca. Lo stesso principio si applica all’intero sistema economico. Al fine di preservare intatta la propria capacità produttiva e salvaguardare il medesimo livello di ricchezza, un sistema economico deve recuperare il capitale consumato nella produzione, dallo stesso processo produttivo producendo più di quanto consumi. Il capitale fisico è rappresentato dai mezzi produttivi nella forma di industrie, impianti, attrezzature, mezzi di trasporto, materiali, semilavorati e i prodotti finiti che sono i materiali di altre industrie, e questi mezzi di produzione vengono chiamati beni intermedi o capitali e sono, per così dire, beni finali di consumo in formazione, cioè la ricchezza che non fa parte del capitale. L’offerta di beni capitali ha un significato vitale per la produzione perché è essa a determinare la produttività del lavoro, il fattore originario di produzione. Se ci si limitasse alla sola reintegrazione dei beni capitali, l’economia sarebbe stazionaria, cioè produrrebbe sempre la stessa quantità di produzione o ricchezza. Affinché questa aumenti, la proporzione della produzione da destinare ai beni capitali deve essere superiore a quella necessaria per reintegrarne il consumo. Se, al contrario, tale proporzione risultasse inferiore a quella necessaria al loro mantenimento, essi si consumerebbero producendo minore ricchezza e l’economia entrerebbe in uno stato di regresso. Perché si abbia crescita economica e accumulazione di capitale è essenziale che la produzione dei beni capitali superi la produzione dei beni capitali consumati durante il processo produttivo. Se aumenta il capitale aumenta la capacità produttiva complessiva compresa quella dei beni finali. E’ evidente che aumentando la capacità produttiva aumenta anche l’occupazione. Ma affinché ciò avvenga è anche necessario che la domanda aggregata di beni capitali sia superiore alla domanda aggregata dei beni finali di consumo perché, ipotizzando nel sistema economico una certa quantità di mezzi di pagamento, le due domande sono alternative: l’una può crescere a spese dell’altra, e viceversa. Se per ipotesi tutti i mezzi di pagamento esistenti (l’offerta monetaria) fossero impiegati per acquistare i beni di consumo, non esisterebbero più fondi per esercitare la domanda di beni capitali e il capitale si estinguerebbe. Consumando tutta la produzione, cioè la ricchezza complessiva, non sarebbe più possibile né alcuna operazione produttiva, né anticipare i redditi da lavoro da cui il consumo dipende e si ritornerebbe, per usare l’espressione di Adam Smith, “allo stato primitivo ed incivile della società che precede lo stato di accumulazione del capitale” dove l’atto più elementare di produzione è quello di strappare i frutti della natura e di portarseli alla bocca per consumarli. Domanda di beni di consumo e domanda di beni produttivi L’economia moderna si basa, invece, su un teorema assurdo: essa crede che sia la domanda di beni di consumo a creare i beni capitali e l’occupazione come se i consumatori fossero datori di lavoro. Essa ignora la proposizione fondamentale espressa da John Stuart Mill più di un secolo fa e mai compresa a fondo: che la domanda di beni di consumo non è la domanda di fattori produttivi, proprio perché è in concorrenza con essi. Se la domanda di fattori produttivi deve essere alta la domanda di consumo deve essere bassa e viceversa. La domanda dei consumatori è spesa improduttiva perché non accresce e non reintegra la scorta dei beni nell’economia che è invece la funzione propria del capitale. La fonte del consumo è il capitale. Il consumo aumenta solo se aumentano capitale e lavoro o se restando costanti, vengono impiegati in modo più efficiente. La domanda determina solo in quale direzione capitale e lavoro devono essere impiegati e quale tipo di produzione deve essere realizzata per soddisfarla, non la sua quantità complessiva. È un errore quello di ritenere che l’occupazione dipenda da chi compra perché è il produttore e non il consumatore a fornire il capitale e a retribuire i lavoratori mettendoli in condizione di consumare. La spesa dei consumatori reintegra solo ciò che è stato speso in capitale. Per quanto alta possa essere la domanda di un prodotto, il suo consumo non potrà mai essere soddisfatto se non esiste capitale sufficiente a produrlo. Il limite alla ricchezza non è mai la carenza di consumatori ma della capacità produttiva, cioè del capitale. Fonte e distruzione del capitale In termini reali, ricchezza, capitale, mezzi di pagamento e consumo si possono esprimere in termini di produzione fisica, come nel caso dell’agricoltore. Ma in una società basata sulla divisione del lavoro e sull’uso monetario, i fattori di produzione e la ricchezza devono essere espressi in denaro altrimenti sarebbe impossibile calcolare guadagni o perdite di ricchezza o di capitale senza un denominatore comune. L’unità monetaria rende possibile il sistema dei prezzi e quindi il calcolo economico. Con l’uso dell’unità monetaria chi produce è in grado di raffrontare il valore monetario dei fattori produttivi (beni capitali e lavoro) con il valore della produzione ottenuta e sapere se perde o guadagna. Pertanto anche il denaro che un individuo possiede e da cui, senza dissiparlo, trae un rendimento, può legittimamente classificarsi come capitale. Tuttavia non tutti i capitali individuali fanno parte del capitale generale della società. Ad esempio i titoli di stato che gli individui detengono e da cui traggono un reddito, non sono capitale per la società perché essi rappresentano debito pubblico ossia la spesa dello Stato che non è effettuata per creare mezzi di produzione ma beni di consumo. Essi sono un elemento della distribuzione della ricchezza non della sua formazione. Per questo motivo, più i deficit statali aumentano, meno capitale resta disponibile per aumentare la capacità produttiva e la ricchezza di un paese. Se la spesa in beni capitali e in lavoro è spesa produttiva (o consumo produttivo) perché accresce la ricchezza materiale, mentre quella sostenuta per l’acquisizione di beni di consumo finale è improduttiva perché la consuma, affinché l’economia cresca, la prima deve essere superiore alla seconda, altrimenti si consumerebbe più di quanto si produrrebbe. Affinché ci sia sviluppo economico o accumulazione di capitale è necessario che la domanda dei mezzi di produzione superi la domanda dei beni di consumo cioè che a livello macroeconomico, la spesa produttiva sia superiore alla spesa improduttiva. Ora, il fondamento della spesa produttiva è il risparmio che rappresenta la rinuncia al consumo immediato in vista di un maggiore consumo futuro. Consumare meno di quanto si produce significa risparmiare e creare capitale, ma non necessariamente consumando di meno in senso assoluto, perché, come abbiamo visto, il capitale può essere aumentato anche producendo di più. La parola risparmio quindi non implica che ciò che è risparmiato non è consumato e nemmeno che il consumo ne sia differito ma soltanto che, se viene consumato direttamente non viene consumato dalle stesse persone che lo risparmiano. Risparmio significa non spendere per il consumo ma spendere per i mezzi di produzione perché chi risparmia cede i propri fondi a chi li impiega come capitale nel processo produttivo trasferendo il potere di consumo a quei lavoratori che producono i nuovi mezzi di produzione. Il mezzo di trasferimento del risparmio è il credito. Esso, quindi, non crea capitale ma permette di usare quello altrui. Il credito non è altro che trasferimento di capitale da una mano all’altra e se passa in mani competenti accresce la ricchezza del paese. I mezzi produttivi di un paese, pertanto, non si accrescono con il credito ma la sua funzione è di renderli disponibili, mettendoli, per così dire, in condizione di completa attività in tutto il sistema economico. In nessun caso il credito può accrescere l’ammontare del capitale esistente. Se così non fosse, il credito sarebbe un fattore produttivo, una assurdità secondo Ricardo e una “fantasia infantile” secondo Mill. Inflazione, crescita e stimoli monetari Le recessioni e depressioni sono dovute a dissipazione di capitale che comportano il calo sia della spesa produttiva che di quella improduttiva. La dottrina economica moderna cerca l’antidoto a questi fenomeni negli stimoli monetari, nell’espansione del credito e non in quella del risparmio. Ma il denaro che affluisce nell’economia come se fosse l’equivalente di capitale, anche se può sembrare paradossale, riduce ancora di più il capitale e il risparmio esistente. Infatti, esso non è l’equivalente del valore di una nuova produzione in cambio della quale i beneficiari lo ricevono. Pertanto essi, spendendolo, sottraggono risorse dall’economia senza, per così dire, indennizzarla e l’economia, nel suo complesso si trova ad essere impoverita dell’ammontare equivalente che viene speso rendendo impossibile la formazione di risparmio. Aumenta la domanda di beni di consumo, ma a scapito della domanda dei beni capitali. Verrà consumato sia capitale nella forma di materiali, sia capitale nella forma di impianti industriali e poiché il risparmio non si è formato, la capacità produttiva si ridurrà, e i prezzi dei beni saliranno. L’inflazione dà solo l’illusione della crescita: aumentano vendite, occupazione, redditi, consumo finale e profitti, ma solo in termini monetari. Ma poiché ogni incremento di profitto, come quello di ogni altro reddito, sarà assoggetto a una maggiore tassazione, verrà ridotto il potere d’acquisto di quella parte di reddito che dovrebbe essere risparmiata per destinarla al reintegro dei beni capitali consumati nel processo produttivo che lo stimolo ha avviato e dei quali l’inflazione ha aumentato i costi di sostituzione. Essi non potranno essere ricostituiti o rinnovati. Inoltre, poiché i proventi dell’incremento della tassazione sono destinati alla spesa per il consumo dello Stato, si ridurrà ancora di più la disponibilità di risparmio nella forma di capitale necessario per la spesa in nuovi fattori produttivi, compreso il lavoro. Poiché ogni incremento di capitale accresce l’occupazione mentre gli stimoli e la tassazione la riducono, il loro effetto combinato è responsabile della disoccupazione. La conseguenza dello “stimolo” è dunque una nuova produzione il cui effetto netto è solo un consumo superiore alla produzione stessa ed è proprio per questo che non riesce mai a reintegrare il capitale dissipato. Infine, poiché l’espansione creditizia riduce il tasso di interesse fino quasi ad annullarlo, viene meno il compenso e la motivazione al risparmio che è la fonte di nuovo capitale. Per riprendere la metafora agricola: la semente è stata distrutta, e il pane viene ora prodotto consumando tutta la precedente produzione di grano e di farina senza possibilità di reintegrarla perché non esiste più la semente. Gli stimoli che vogliono ricostituirla equivalgono solo alla semina di zizzania. Solo incentivando il risparmio e creando nuovo capitale si possono superare le recessioni. |
|
|
|
|
|
#3 (permalink) |
|
the micro one
Data registrazione: Sep 2000
Messaggi: 9,391
Popolarità: 42949684 ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() |
Valore e accumulazione del capitale
Nell’economia monetaria ricchezza e capitale sono espressi in denaro. Ma: “Una nazione è ricca in rapporto alla abbondanza dei beni e non in rapporto alla abbondanza del denaro o all’alto valore monetario al quale i beni circolano” (David Ricardo, Works and Correspondence, IV). Ricardo ipotizza il concetto, essenziale per la comprensione dei fenomeni reali, di moneta costante o misura di valore invariabile (invariable money), che per lui significava l’impiego, nel sistema economico, di una stessa quantità fissa di lavoro, mentre per noi, oggi, starebbe a significare la stessa quantità di spesa monetaria necessaria per ottenere un certo ammontare di produzione. “Nell’enunciare i principi che regolano il valore di scambio ed il prezzo dovremmo distinguere con cura le variazioni che riguardano i beni stessi da quelle che provengono da una variazione dello strumento con il quale viene stimato il valore o espresso il prezzo. Molti errori in economia politica derivano da errori a questo riguardo, dall’aver confuso l’aumento della ricchezza con l’aumento del valore e da nozioni infondate relativamente a ciò che costituirebbe una misura tipo del valore” (David Ricardo, On the Principles of Political Economy and Taxation, capitolo XX, “Value and Riches, their Distinctive Properties”). Ricchezza e capitale, non sono sinonimi di denaro. Anche se viene espressa in termini monetari, la ricchezza è un fenomeno separato e distinto dal valore e può crescere indipendentemente da esso. Per lo stesso motivo in una economia può circolare più denaro indipendentemente da una maggiore ricchezza e capitale. Così l’intera ricchezza del Pianeta può aumentare enormemente anche se il suo valore monetario diminuisce. Ed allo stesso modo il reddito monetario di un paese può diminuire all’aumentare della sua ricchezza. Queste affermazioni possono sconcertare solo chi è abituato a pensare alla crescita economica e all’aumento del reddito monetario come fenomeni inseparabili. Ricchezza e denaro diventano sinonimi solo perché la quantità di denaro in circolazione è determinata dalle autorità monetarie che possono espanderla indipendentemente dall’offerta di beni e servizi. Se l’unità monetaria fosse costante, progresso economico e accumulazione del capitale, aumentando la produttività, diminuirebbero i prezzi dei beni e, mentre il valore della ricchezza diminuirebbe, la sua quantità aumenterebbe. Questa è stata la formidabile intuizione di Ricardo. Egli appunto scrive: “Il valore differisce dalla ricchezza in quanto dipende non dall’abbondanza ma dalla difficoltà o facilità della produzione. In un certo stadio della società, con l’invenzione della macchina, con il progresso dell’abilità, con una migliore divisione del lavoro o con la scoperta di nuovi mercati, milioni di uomini possono produrre una quantità di ricchezza doppia o tripla di quella che avrebbero potuto produrre in un altro stadio, ma essi per questo non ne aumenteranno il valore….Il capitale può aumentare senza che aumenti di valore e anche quando il suo valore effettivamente diminuisce, non solo è possibile aumentare i beni di un paese, ma questo aumento può essere ottenuto dalle macchine senza nessun aumento e, addirittura, con una diminuzione assoluta delle quote parti di lavoro necessario a produrli. La quantità di capitale può aumentare sebbene né il suo complesso, né alcuna sua singola parte aumenti di valore e anzi possa accadere che diminuisca” (ibidem). Il pensiero denso ed astratto di Ricardo ha reso arduo afferrare la sostanza di queste riflessioni. Esse significano non solo che l’accumulazione del capitale può aver luogo anche se il suo valore monetario diminuisce ma che, in un contesto di valore monetario costante, il capitale si incrementa indipendentemente dall’accumulazione di risparmio. In altre parole, grazie al progresso tecnologico, l’accumulazione del capitale e la crescita economica si verificano attraverso una diminuzione dei prezzi dei beni. In effetti: “Un maggior capitale può essere altrettanto efficace nella produzione di ricchezza futura sia ottenuto da progressi dell’abilità e degli strumenti [leggi: progresso tecnologico e/ o precedente maggiore offerta di beni capitali], sia usando in modo riproduttivo una maggiore quantità di reddito [leggi: risparmio]; infatti la ricchezza dipende sempre dalla quantità di beni prodotti indipendentemente dalla facilità con la quale sono stati ottenuti gli strumenti impiegati nella produzione” (ibidem). Una volta che l’accumulazione del capitale ha avuto luogo a seguito di risparmio, la capacità produttiva e la produttività del sistema economico aumentano, inclusa la capacità stessa di produrre i mezzi di produzione senza la necessità di accumulare ulteriore risparmio perché ogni precedente accumulazione di capitale ha la proprietà di creare ulteriore accumulazione. Questa scoperta di Ricardo sulla natura “inerziale” del capitale si può esemplificare nel modo seguente. Le prime ferrovie e le prime acciaierie furono create non solo grazie ai risparmi che affluirono in queste industrie ma anche grazie alla precedente accumulazione dei beni capitali che stimolarono la capacità totale del sistema di produrre altri beni capitali, cioè la capacità di autoriprodursi. Una volta prodotte le prime acciaierie e ferrovie fu più facile realizzare altre e migliori ferrovie ed acciaierie e, praticamente ogni altro bene capitale e cosi via, indefinitamente, generazioni dopo generazioni. Parimenti il rapido sviluppo della industria tessile portò ad una domanda di macchinari (beni capitali) che favorì a sua volta il settore delle costruzioni metalliche, che a sua volta dette impulso alla siderurgia e l’aumento di quest’ultima favorì l’industria estrattiva che a sua volta stimolò la domanda di macchine a vapore dando ulteriore impulso alle ferrovie. Gli effetti indotti dall’accumulazione di capitale durante la Rivoluzione industriale aumentarono enormemente la domanda di lavoro, la sua produttività ed aumentarono anche i redditi reali poiché l’espansione della capacità di produzione associata al progresso tecnologico determinò la diminuzione dei prezzi dei beni di consumo. Capitale e progresso tecnologico Ricardo fu quindi il primo economista ad intuire la reciproca relazione ed interdipendenza tra accumulazione di capitale, intensità di capitale e progresso tecnologico identificando in quest’ultimo la fonte di accumulazione in sostituzione del risparmio. È la stessa accumulazione del capitale a fertilizzare il progresso tecnologico ed è quest’ultimo a propria volta a dare impulso all’incremento di capitale. Esso sta, per così dire, all’accumulazione come nel secondo principio della dinamica, la forza sta alla massa: imprime al capitale su cui agisce, un'accelerazione che dipende dal suo incremento. Il progresso tecnologico è fonte di capitale anche perché compensa la legge dei rendimenti decrescenti formulata per la prima volta dallo stesso Ricardo e per la quale successivi incrementi di capitale, restando immutati stadi tecnologici e fattori produttivi, non comporterebbero aumenti proporzionali nella produzione. La maggior parte degli economisti moderni (vedi, per tutti, P. Samuelson e W. Nordhaus, Economics, tredicesima edizione, New York, pp. 858-859, p. 864, p. 967), dimenticando Ricardo, sono caduti nel grave errore non solo di considerare il contributo del progresso tecnologico alla produzione come fenomeno indipendente dall’accumulazione del capitale ma anche di credere che il progresso tecnologico aumenti direttamente la produttività del lavoro senza la necessità di corrispondenti aumenti di capitale. Ma il progresso tecnologico e la produttività del lavoro non avvengono mai in un “vuoto”. Ad esempio, se consideriamo una delle industrie più avanzate, quella aerospaziale, essa non avrebbe potuto formarsi e progredire senza lo sviluppo di una precedente industria elettronica, chimica, informatica, metallurgica, elettrica, e di tutte le altre industrie interdipendenti che sono state e sono necessarie a questa industrie e che tutte insieme rappresentato accumulazione di capitale. Senza accumulazione e maggior intensità di capitale nessun avanzamento tecnologico e di produttività sarebbero possibili. Sono gli effetti cumulativi e combinati degli incrementi e dell’intensità di capitale e tecnologia a permettere la continua adozione di ulteriori nuove tecnologie. Infine anche la legge dei costi comparati, sempre formulata da Ricardo e a cui questo autore deve la sua popolarità, e secondo la quale è reciprocamente vantaggioso per due paesi specializzarsi nelle produzioni in cui ciascuno ha un vantaggio comparato maggiore nonostante solo uno di essi abbia la superiorità produttiva assoluta, concorre alla formazione e efficienza del capitale. Questa legge, che per la sua pervasività, fu rinominata da Ludwig von Mises, “legge dell’associazione”, opera in modo che, nel contesto della divisone del lavoro, i produttori, specializzandosi in ciò che meglio sanno fare, aumentano la produttività e il capitale generale perché essi trasferiscono i fondi produttivi a quelli maggiormente produttivi. In un regime a moneta costante, gli aumenti di produttività dovuti all’effetto combinato dell’accumulazione del capitale, del progresso tecnologico ed della legge dell’associazione sarebbero fonte di accumulazione di capitale attraverso la formazione di un “fondo” disponibile creato dalla diminuzione dei prezzi di tutti i beni. In tale circostanza anche i redditi reali aumenterebbero ed il fenomeno del risparmio come accantonamento di reddito, tenderebbe a scomparire. Ma nelle economie moderne caratterizzate dalla continua espansione creditizia e dalla creazione illimitata di mezzi fiduciari che vanificano gli aumenti di produttività, il fenomeno del risparmio come fonte di capitale deve essere permanente. Infatti, ipotizzando nel sistema economico un dato rapporto tra il risparmio (capitale accumulato) e reddito necessario a mantenere costante il livello di ricchezza, poiché l’inflazione monetaria aumenta il reddito monetario, al fine di mantenere questo rapporto costante, anche il risparmio deve necessariamente aumentare. In mancanza di continua formazione di risparmio, si ha quindi un progressivo consumo di capitale che è la causa delle stagnazioni o recessioni. Macroeconomia e capitale L’economia moderna o “macroeconomia” è una economia che ha completamente dimenticato il ruolo del risparmio, della spesa produttiva e del capitale nella convinzione che tutta l’attività economica sia rappresentata dal consumo. Lord Keynes era convinto che il capitale non fosse il motore dell’economia. Negli anni Trenta del secolo scorso quando a Cambridge i suoi allievi, fra i quali Roy Harrod, il suo biografo, gli chiedevano,: “E che ne è del capitale e della produttività?”, Keynes rispondeva sempre: “Possiamo dare il capitale e la produttività per scontati, a condizione che la domanda e l’occupazione restino sufficientemente alte”. Così si liquidò la nozione di capitale dalla scienza economica. E il suo oggetto di studio non fu più la “produzione di ricchezza” ma la “produzione di consumo”. Al centro dell’universo economico, al posto del capitale fu posto il Consumatore, una figura astratta, perché non esiste consumatore che non sia allo stesso tempo un produttore, a meno che non si tratti di un parassita. Conseguentemente, nei conti del prodotto delle nazioni, si calcolarono solo i prodotti di consumo escludendo, per evitare doppi conteggi, tutti i prodotti intermedi necessari a produrli. Ma così si cancellò “la parte della ricchezza di un paese che viene impiegata a scopo di produzione futura”, cioè, nelle parole di Ricardo, il capitale. Oggi non si produce più farina o grano, ma solo pane. Non tessuti, filati ma solo abiti. Non acciaio, ma solo automobili. O meglio, il fornaio non produce il pane ma la differenza tra il pane e la farina. Il macinatore non produce farina, ma la differenza fra farina e grano e l’agricoltore il grano meno i fertilizzanti. Si producono solo i “valori aggiunti” la cui somma algebrica aggregata è, appunto, è il consumo finale. Questo concetto di produzione nega l’esistenza stessa della maggior parte della spesa produttiva che è di gran lunga superiore a quella improduttiva rappresentata dai beni di consumo. E’ elementare che la spesa aggregata in fertilizzanti, grano e farina è enormemente superiore a quella in pane. E lo stesso vale per tutto ciò che è prodotto in un’economia. La maggior parte della produzione nell’economia è, infatti, costituita dalla produzione dei mezzi di produzione che sono consumati nel processo produttivo. L’algebra macroeconomica, esagerando enormemente il ruolo della spesa in beni finali, ha abituato le persone a pensare che sia il consumo finale a guidare l’economia e non il capitale. E’ ovvio che in questo contesto di ragionamenti, il calo della “produzione del consumo”, cioè della spesa improduttiva, venga interpretato come segnale di recessione. Per aumentarla allora intervengono gli “stimoli monetari” senza minimamente pensare che il calo dei consumi corrisponde alla formazione del risparmio che sposta i fattori produttivi dalla produzione dei beni finali a quella dei beni capitali trasferendo l’occupazione e la capacità di consumo in questi settori. Gli stimoli, opponendosi a questo spostamento, come già argomentato, distruggono il capitale e la sua capacità di auto riproduzione. I segnali della recessione devono essere ricercati mai nella spesa improduttiva, ma sempre nella spesa produttiva, la cui diminuzione corrisponde a consumo di capitale. L’ignoranza del ruolo del capitale nel sistema economico e della fondamentale distinzione ricardiana tra “valore” e “ricchezza” sono causa delle recessioni depressioni e della loro fallace interpretazione come “calo dei consumi”. “Il futuro è nel capitale” ha scritto Peter Drucker (1909–2005), il massimo teorico del management della nostra epoca. “Il capitale è la fonte dei valori economici, la riserva a fronte del rischio e, in un epoca di continuo cambiamento, è l’unica certezza di fronte all’incertezza. Esso rappresenta il lavoro del domani. Una economia incapace di creare capitale è condannata al declino e a crisi continue. E, tuttavia, nella macroeconomia non esistono strumenti per stimolarlo, né mezzi per rendere l’economia più produttiva. Questa incapacità di capire il ruolo del capitale nell’economia e nella politica economica è un grave errore, come se si volesse spiegare il sistema solare con l’astronomia tolemaica” (Peter Drucker, Towards the Next Economics, London, 1981). Come la terra ruota intorno al sole, l’economia ruota attorno al capitale. |
|
|
|
|
|
#4 (permalink) | |
|
Member
Data registrazione: Jan 2009
Messaggi: 1,159
Popolarità: 34275908 ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() |
Citazione:
Anche se il problema cruciale non e' tanto o soltanto che cosa sia il capitale, ma che cosa sia il capitalismo, e in questo senso la risposta di Ricardo e le sue astuzie non sono ancora completamente soddisfacenti. Il tal Gerardo Coco tuttavia ha la prerogativa di non cogliere granche' il nucleo del pensiero di Ricardo, e finisce per divagare in cose marginali o farneticazioni, per proseguire la linea della mistificazione. E la crisi attuale che presenta fenomeni di sovrapproduzione non richiede solo piu' capitale, i problemi sono altri che il limitato Coco neppure scorge. |
|
|
|
|
|
|
#5 (permalink) |
|
Member
Data registrazione: Mar 2008
Messaggi: 5,443
Popolarità: 42949677 ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() |
E' lo stesso Coco che mentre era stipendiato dall'Inter filava con Manuela Arcuri e comparsava all'isola dei famosi?
Probabile. Comunque, se non è lui, deve avere una conoscenza dell'economia non molto superiore al Coco calciatore. Tante chiacchiere per dire che il responsabile di questa crisi è Keynes... |
|
|
|
|
|
#6 (permalink) |
|
Member
Data registrazione: Nov 2005
Messaggi: 22,685
Popolarità: 42656734 ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() |
cito: Senza accumulazione e maggior intensità di capitale nessun avanzamento tecnologico e di produttività sarebbero possibili ecc. ecc.
. Posso dedurre che lo scorrere del tempo mi aiuta ad accumulare ? Si posso dedurlo. E ALLORA POSSO RIBADIRE CHE L'ACCUMULAZIONE IN ITALIA E' AVVENUTA PER UN PERIODO TROPPO BREVE SE RAFFRONTATO AI PAESI SIMILI ? Si posso !!!!!!!! Noi abbiamo accumulato per 20 anni ca. anni 50 -60 - 70. Altri Paesi avevano iniziato prima della seconda guerra mondiale. Ed hanno continuato nel periodo in cui accumulavamo anche noi. Non sto a citare chi ha accumulato nell' 800..... |
|
|
|
|
|
#7 (permalink) | |
|
Member
Data registrazione: May 2000
Messaggi: 24,863
Popolarità: 42949685 ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() |
Citazione:
![]() Concordo. Una rappresentazione abbastanza sommaria del pensiero ricardiano (che tra l'altro dimentica tutti i limiti teorici che gli studiosi di economia, a incominciare dagli stessi classici hanno posto in risalto) atta solo a dare una rappresentazione di parte e insoddisfacente. Dal punto di vista teorico, poi, sentendo parlare di Ricardo non posso fare a meno di pensare a Sraffa e ai neo-ricardiani, per l'impegno profuso nel superare i limiti teorici di Ricardo in critica all'economia neoclassica. Questa, però, è altra storia, ma ci sono affezionato visto che una vita fa ho studiato anche con uno dei suoi massimi esponenti italiani, Pierangelo Garegnani. |
|
|
|
|
|
|
#8 (permalink) |
|
the micro one
Data registrazione: Sep 2000
Messaggi: 9,391
Popolarità: 42949684 ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() |
Dato che questo è un forum, quindi uno spazio libero aperto a tutti e non solo a baroni universitari o gestori di mega-fondi, gradirei che gli esperti fin qui intervenuti, come San Siro, spiegassero meglio i loro giudizi tranchant su quanto riportato.
Anzi, sarebbe ancora meglio se esprimessero compiutamente la loro visione sul capitale e il funzionamento della moderna economia. Ricardo è solo un riferimento - anche senza ricordarlo dovrebbe essere evidente - visto che in duecento anni di acqua ne è passata sotto i ponti e ci troviamo, noi digitali, in condizioni generali assai diverse dai suoi tempi, l'era della meccanica. Se poi fosse possibile accantonare le stupide bandiere di opposte scuole economiche sarebbe il massimo, per capire e per capirsi. Senza arrivare a conclusioni banali tipo definire il capitalismo quale pura accumulazione di valore. Attendo con ansia gradite lectiones magistrales. Sul significato di capitale. |
|
|
|
|
|
#9 (permalink) | |
|
Member
Data registrazione: Mar 2008
Messaggi: 5,443
Popolarità: 42949677 ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() |
Citazione:
Premetto che sui concetti espressi da Ricardo penso siamo tutti d'accordo, quello che non mi piace nel discorso di Coco è l'estrema semplificazione e un discorso che tutto sommato punta ad attaccare la stessa possibilità che si facciano dei debiti. Esistono infatti situazioni, rare è vero, in cui una certa rilassatezza monetaria è positiva. Un esempio sono gli Stati Uniti del XIX secolo, ma potrebbero essere anche diversi paesi sud americani, se un domani decidessero di concedere libertà di impresa. La rilassatezza monetaria è utile in tutti i contesti in cui vi sono notevoli risorse inutilizzate. Riguardo al concetto di capitale, esso si è esteso in modo imprevisto ai tempi di Ricardo. Lasciamo stare le teorizzazioni sul capitale sociale (e sui loro riflessi economici, che non sono irrilevanti) pensiamo solo al valore dei brevetti (ipotetico) e di possibili piani/progetti di aziende esistenti o star up che non sono ancora realizzati ma che cercano finanziamenti. L'investimento in capitale, avvenendo attraverso il risparmio con la mediazione del credito, è una scommessa sul futuro. Cosa che ai tempi di Ricardo era meno evidente, perché l'economia era molto più lenta. Si dà il caso che oggi, attraverso la finanza, è possibile finanziare riaggregazioni e ristrutturazioni produttive che non aumentano in nulla il valore prodotto, ma consistono in mere espropriazioni di valore dalla periferia al centro. Adesso non ho tempo di addentrarmi in spiegazioni, ma un esempio di tale modello di business è rappresentato dalla vecchia Parmalat. Si tratta di un modello non più così infrequente, che è passato inosservato perché gli economisti partono dal presupposto - sbagliato - che ogni transazione aumenta il benessere generale. Ma non è così. |
|
|
|
|
|
|
#10 (permalink) |
|
Member
Data registrazione: May 2009
Messaggi: 6,426
Popolarità: 42949676 ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() |
Sono scritti che purtroppo e incredibilmente trascurano del tutto alcune tra le più importanti questioni legate alle politiche monetarie, prima tra tutti la dollarizzazione del mondo.
Io credo decisamente che le scelte monetarie della fed siano state guidate da obiettivi di imperialismo finanziario legato alla dollarizzazione del mondo. Si può anche criticare, ma non capisco perchè alcuni economisti e alcuni seguaci liberisti-austriaci evitano sempre questi argomenti essenziali per capire e valutare le politiche monetarie (dollarizzazione, rapporto cina-usa, antidoti alla giapponesizzazione ecc) Ultima modifica di piof : 01-03-10 alle ore 18:17 |
|
|
|
![]() |
| Segnalibri |
| Strumenti discussione | |
| Modalità visualizzazione | Valuta questa discussione |
|
|
| Chi siamo- Pubblicità- Contatti- Disclaimer- Mappa- Credits | ||
| © 2000-2012 Browneditore S.p.A. - Tutti i diritti riservati. Prima di utilizzare anche parzialmente i contenuti di questo sito, vogliate cortesemente consultare il disclaimer. | ||